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Full text of "Atti della Società ligure di storia patria"

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ATTI 



DELLA SOCIETÀ LIGURE 



DI 



STORIA PATRIA 



ATTI 



DELLA 



SOCIETÀ LIGURE 



DI 



STORIA PATRIA 



VOLUME IV. 



GENOVA 

TIP. DEL R. I. DE' SORDO-MUTI 
MDCGCLXVI. 



Só£L 



ALLA MEMORIA 



DI S. A. R. 



IL PRINCIPE ODONE DI SAVOIA 



DUCA DI MONFERRATO 



OMAGGIO 



DELLA 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 



// giorno iv febbraio del mdccclxvi la Società Ligure 
di Storia Patria veniva straordinariamente convocala 
in assemblea generale, onde porgere un giusto tributo 
di riconoscenza e d'affetto alla sempre cara e venerata 
memoria di S. A. R. il Principe ODONE Duca di 
Monferrato, già Socio Onorario e tanto benemerito 
dell' Instituto. 

L adunanza ebbe luogo ad uri ora pomeridiana 
nella consueta sala delle tornate , posta nel locale 
della Biblioteca Civico-Beriana ; e vi convennero , oltre 
ai membri della Società slessa, gli onorevoli Componenti 
la Casa del Defunto Principe , e buon numero d' altri 
egregii personaggi. 



481530 



( v. ) 
Poiché il Segretario Generale fornì contezza di quanto 
l' Ufficio di Presidenza aveva di già operato in nome 
dell' Istituto , onde testimoniare i sensi di quella 
gratitudine devota e sincera con che ricorderà sempre 
il troppo breve pellegrinaggio in terra del Giovane 
Duca di Monferrato, il Presidente barone e consigliere 
D. Pasquale Tota , prese a leggerne con visibile 
commozione, cui dividevano tutti gli astanti, l'Elogio, 
che fu allora concordemente applaudito, ed è oggi per 
voto unanime licenzialo alla slampa. 



RELAZIONE 



DEL 



SEGRETARIO GENERALE 

CAVALIERE 

LUIGI TOMMASO BELGRADO 

LETTA NELL'ADUNANZA STRAORDINARIA 

DEL IV FEBBRAIO Iti D C G L, X V I 



Signori ! 



I 



1 Vostro Ufficio di Presidenza appena ebbe appresa 
la dolorosa notizia della immatura morte di S. A. R. 
il Principe ODONE di Savoia Duca di Monferrato, ha 
creduto rendersi giusto interprete dei sentimenti del 
Vostro dolore, sospendendo in segno di lutto per dodici 
giorni il corso delle consuete nostre sedute. Ha inoltre 
deliberato che la presente straordinaria adunanza del- 
l' assemblea generale fosse interamente consecrata alla 
commemorazione dell' Illustre Estinto, che lasciò fra 
noi tanto desiderio di Sé, e fu nel breve corso di Sua 
mortale carriera così splendido fautore e protettore 
munifico del nostro Insti tuto. 

La Società quindi ha preso parte al cortèo, che nel 
mattino del giorno xxiv gennaio ora scorso accompa- 
gnava in mezzo al generale compianto le Spoglie del- 
l' Augusto Principe dal Picale Palazzo alla Cattedrale di 



( X ) 

San Lorenzo; e fu eletta a rappresentarla una Depu- 
tazione composta del Presidente, del Segretario Generale, 
e de 1 Socii march. Antonio Carrega, march, avv. David 
Invrea, avv. Pietro Canepa, sac. Giacomo Da Fieno e 
dolt. Giovanni Ramorino. Ila poi concorso unitamente 
alla Società Promotricc di Delle Arti alla soscrizione 
lodevolmente iniziata dall'Accademia Ligustica, per 
P innalzamento di un busto al munificentissimo Principe. 
Il quale sorgerà nel locale dell' Accademia stessa; e 
farà fede della gratitudine onde sarà proseguila in 
eterno la memoria di Chi prolesse mai sempre ogni 
beli' arte ed ogni studio gentile. Una lapide murata 
sotto quelle care Sembianze dirà appunto ai venturi 
come, con imitabile esempio di concordia e d'affetti, 
partecipassero all'erezione del picciolo monumento tre 
Istituti, i quali per diverse vie mirano all'unico e santo 
scopo d' illustrare nobilmente la Patria. 

Infine ha trasmesso a S. E. il Signor Ministro della 
Pubblica Istruzione il seguente Indirizzo, per essere 
presentalo a Sua Maestà' l' Augusto Nostro Sovrano. 

« SIRE ! 

. » La sventura onde è stata colpita la Maestà' Vostra 
e la Reale Famiglia, ha Immerso nel lutto P intera 
Nazione; perocché questa sia usa da lunga mano a far 
sue le Vostre gioie, suoi i Vostri dolori. 



( SI ) 

» Questo Instiluto, cui il degno e rimpianto Vostro 
Figliuolo aveva onorato dell' Augusto Suo Nome, e del 
quale infino al chiudersi del Viver Suo (ahi quanto 
breve !) avea pur voluto essere munifìcentissimo Pro- 
tettore, serberà imperitura la memoria di S. A. R. il 
Principe ODONE, e d'ogni Sua religiosa e civile virtù. 

» La Società Ligure di Storia Patria ben comprende, 
o SIRE, le amarezze e i dolori dell' Animo Vostro 
generoso e magnanimo. Essa con Voi divide le dure 
pene, le cocenti afflizioni, e per l'irreparabile perdila 
a Voi tributa i sentimenti del suo profondo cordoglio. 
Possano questi, o SIRE, alleviare le ambascio del Vostro 
Cuore Paterno; ed attestarvi insieme la devozione sin- 
cera che alla Reale Maestà' Vostra professa questo 
patrio Instituto. 

Genova, xxvm Gennaio mdccclxvi. 

IL PRESIDENTE 

P. TOLA 

II. SEGRETARIO GENERALE 
L. T. BELGRANO ». 

Con questi alti, o Signori, crede l'Ufficio Vostro 
di essersi reso il fedele espositore dei Vostri pensieri, 
e di avere insieme tributalo quell' omaggio che meglio 



( M ) 

per noi si poteva alla memoria benedetta di un ollimo 
Principe, del quale Genova (ulta or piange l'amara 
dipanila, e mai non fìa che dimentichi gli innumerevoli 
benefìzii. (1) 



(*) Alla trasmissione dell' Indirizzo testé riferito, eosì rispondeva 
poi l'Onorevole Signor Ministro della Pubblica Istruzione : 

Firenze, addì 5 Febbraio 18GG. 

La Maestà' del Re accogliendo 1' officio , col quale cotcsta illustre 
Società significava il profondo dolore da cui fu presa per la morte 
di S. A. R. il Principe ODONE, mi commetteva di esprimere alla 
S. V. e agli altri suoi degni Colleglli , com' Egli abbia sentito col 
più vivo del Cuore questa testimonianza di affetto. 

Neil' adempiere tale incarico, ripeto a V. S. Cibarissima i sensi 
della mia singolare osservanza. 

IL MINISTRO 

BERTI. 

Al Presidente 
della Società Ligure di Storia Patrie 

Genova. 



ELOGIO 

1)1 S. A. Jt. 

IL PRINCIPE ODONE DI SAVOIA 

DUCA DI MONFERRATO 
LETTO 

DAL BARONE D. PASQUALE TOLA 

PRESIDENTE DELLA SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 
NELL'ADUNANZA GENERALE 

DEL IV FEBBRAIO MDCCCLXVI 



Onorevoli Colleghi e Signori ! 



Ije nel correre dell'età, che veloce trapassa, ogni vita 
che manca ò cagione d' individuali dolori a chi ebbe con 
essa nell' umano pellegrinaggio comunanza di origine, o 
di affetti, allo spegnersi però di vite preziose ed illustri, 
che sì rare quaggiù a noi si mostrano e sì presto da 
noi si dipartono, generale e concorde è dei superstiti il 
compianto, perchè a tutti fu comune per esse 1' amore 
e la riverenza, comune a tutti è l'acerbità del danno e 
la patita sventura. Di questo vero ò insegnatrice la Storia , 
maestra severa e inesorabile delle umane cose; ne 
avemmo noi stessi amara esperienza nel triste caso che 
deploriamo; lo prova la mesta solennità dell' odierna 
adunanza, cui convenimmo unanimi in un solo pensiero, 
e con profondo cordoglio , per tributare a Colui che 
fu già della nostra Società primario ornamento la 
espressione del dolore ineffabile da cui fummo colpiti 
per la Sua morte immatura. Voi ben comprendete , 



( xv. ) 
Onorevoli Colleghi, di quale intendo favellarvi; e già vedo 
corrervi pronto e desiderato sul labbro, prima che io 
lo pronunci, il nome venerato di S. A R. il Principe 
ODONE di Savoia Duca di Monferrato, rapito teste da 
lento e crudel morbo all' amore dell' Augusto Suo Geni- 
tore, della Reale Famiglia, della Nazione intiera (0. Uni- 
versale fu il lutto di questa nobile Città all' annunzio del 
caso funesto; e l'accalcarsi incessante del popolo attorno 
al di Lui feretro ( 2) , le benedizioni del povero, il compianto 
di ogni ordine di cittadini, e il concorde lamento della 
grave jattura toccata alle arti belle, ai gravi studi e ai loro 
egregi cultori, fecero certa e commovente testimonianza, 
che coli' Augusto Trapassato mancò una splendida e 



(') S. A. R. il Principe Odone Eugenio Maria Duca di Monferrato, figlio delle 
LI.. MM. Vittorio Emanuele li Re d' Italia, e di Maria Adelaide Francesca 
di Lorena Arciduchessa d'Austria, morì in Genova nella notte del 21 gennaio 1866, 
alle ore 12 e minuti 25. Fu di costituzione inferma sin dalla Sua fanciullezza, e 
la Sua vita brevissima di quattro lustri non ancora compiuti, poiché era nato IMI 
luglio 4846, fu un lungo e lento martirio di fisici dolori, alleniti soltanto dalla 
virtù dell'Animo Suo, e dalla religione, che fu sempre il primo de' suoi pensieri 
e il più caldo de' suoi all'etti. 

( 2 ) Ciò accadde nei due giorni seguenti alla morte di S. A. R. il Principe Odone. 
Ma un' altra prova di affetto e di gratitudine data all' Augusto Estinto dal popolo 
genovese, va qui notata, perchè assai bella e assai rara. Allorché nella notte del 
24 gennaio 1866 le di Lui Spoglie mortali furono levate, verso le ore dodici, dalla 
Chiesa Metropolitana di San Lorenzo, per essere trasportate a Torino, e di là alla 
Reale Basilica di Superga, una folla immensa di cittadini , che trovavasi accalcala 
nella piazza esterna di detta chiesa, con molo unanime e spontaneo si scoverse il 
capo per riverenza, proruppe in voci di compianto e di benedizione, e poi accom- 
pagnò con mesto silenzio il funebre cortèo fino alla lontana Stazione ferroviaria, 
donde dovea partire la Cassa e il Convoglio mortuario. Tale manifestazione, che 
fu assai commovente, dimostra meglio di qualunque parola l'amore sincero che il 
giovane Principe seppe cattivarsi con la sua bella vita, e con le sue azioni generose 
dalla universalità dei cittadini. 



( XVII ) 

cara Vita , la quale lasciò nel suo breve corso traccio 
luminose ci' imperitura ricordanza. 

Spettatori e partecipi noi pure del comune dolore, non 
potemmo , o Signori, non dovevamo rimaner silenziosi , e 
fallire al dovere di rendere a Chi fu principe dei nostri Mem- 
bri Onorarli un supremo tributo di riconoscenza e di affetto. 
Questo tributo solenne or depone per mia bocca sulla 
di Lui tomba lagrimata la Società Ligure di Storia Patria; 
e se la mia parola non risponderà degnamente al sub- 
bietto, non sarà però ne serva, nò adulatricc , ma 
libera e sincera dirà come il cuore mi detta, quale 
fosse l'ingegno, e quanto rara e molteplice la virtù della 
giovine Vita, che testé e per sempre si è spenta. La 
materia, o Signori, non fa difetto agli encomi, anzi ab- 
bonda e in varie forme si manifesta; e sopra ciò, nell' età 
che corre buia ed incerta , è valido argomento contro 
certe opinioni livellatrici, incredule sempre , o sospettose 
di ogni altezza intellettuale e morale, che dall' imo non 
surga e si sollevi. 

E invero , quante non furono , e grandi e nobilissime 
le doti d'animo e di cuore dell' Illustre Estinto!.... 
Mente chiara e perspicace, cupida di sapere e di eletto 
sapere fornita ; amore del giusto , del vero , del bello; 
culto e protezione generosa delle arti e delle lettere , 
candore e dignità in ogni Suo atto, in ogni Suo detto; 
schiettezza di carattere ; costanza più maravigliosa che 
rara , nella Sua Vita di continui patimenti ; compassione 
dei mali altrui ; mano pronta e libéralissima nel sollevare 
dalle privazioni e dai dolori la povertà e la sventura ; 
e complemento , anzi aromo prezioso di si belle virtù , 



( XVIII ) 

la religione e la lede , caldamente da Lui sentite e 
profondamente impresse nell' Anima Sua... Forse che io 
trascendo il vero, o 1' abbello ?... No, o Signori; e Voi 
stessi e Genova tutta, anzi Liguria intera, può farne 
sicura fede, e la farà ai presenti e ai venturi. Chi è 
che non sappia , com' Egli, impedito dalla natura a 
trarre utile e diletto dagli esercizii e dalle arti, che 
sono di giovani Principi cura e ornamento , volgesse 
l'animo ai pacifici studi, e assiduamente e con affetto 
li coltivasse ? Erano Sua cura precipua , e quasi amor 
Suo le arti belle , e le storiche antichità ; entrambe si 
ben rispondenti al di Lui Animo, dotato di senso squi- 
sito pel bello, e per le opere egregie, che l'ingegno e 
la mano artefice dell' uomo riproduce in mille forme 
sensibili e svariate ; e convinto , per senno maggiore 
assai della sua giovinezza , come per chi bene studia 
e bene intende , dalle reliquie secolari del passato si 
traggano sempre lezioni utili pel presente, e per l'av- 
venire. 

Quindi nacque quel suo continuo erudirsi nei libri d'arte, 
di storia, e di archeologia, e quel raunare ch ; Ei fece, con 
scelta intelligente ed assidua, monete, vasi, armi, bronzi, ve- 
tri , gemme e molti altri oggetti antichi , pregevoli tutti 
per istorici ricordi , o per isquisitezza di lavoro, prima dote 
di un Museo artistico ed archeologico , di cui volea far 
dono a questa Città ('), stanza Sua prediletta, ricca di tanti 

(') Questa Sua volontà, pochi giorni dopo la di Lui morte, fu recata rispetto- 
samente a notizia dell'Augusto Suo Genitore dall'egregio Marchese Orazio Di-Negro, 
già Governatore del Principe, che accettò nobilmente l' incarico di presentare a S. 
M. la domanda dell' Accademia Ligustica, della Società Ligure di Storia Patria, 



( xix ) 
monumenti insigni, e di tante illustri memorie: quindi gli 
scavi da Lui fatti eseguire presso Capuano» e che divisava di 
far imprendere sulle rovine dell' antica Libarna, per ricer- 
carvi avanzi e ricordi che potessero gittar luce sulle parti 
ancora oscure della storia antica, e porgere materia a dotte 
investigazioni : quindi queir adornare continuo di nobili 
sculture , pitture ed affreschi le splendide stanze del 
suo Reale Palagio ; e la raccolta , non meno bella che 
importante, di stampe, disegni, incisioni, e di ogni altra 
più rara e pregiata opera d' arte e di industria : quindi 
la protezione generosa da Lui accordala agli artisti, non 

e della Società promotrice di belle arti, fatta per mezzo dei rispettivi loro Pre- 
sidenti, affinchè Si degnasse concedere alla Città di Genova gli oggetti d' arte e di 
amichila, che il Suo Reale Figlio intendea donarle, onde formarne un Museo Arti- 
stico, ed Archeologico, da intitolarsi Museo Odone, a perpetua memoria ed ono- 
ranza del sempre compianto Donatore. E S. M. il Re Vittorio Emanuele II, 
non solo Si degnò accogliere favorevolmente una tale domanda, commendandone la 
causa e lo scopo, ma commise tosto a S. E. il Marchese di Breme , Prefetto di 
Palazzo, di recarsi in Genova per procedere alla scelta degli oggetti che dovranno 
servire per la formazione di detto Museo. Un atto così generoso di Reale Muni- 
ficenza sarà di molto vantaggio agli studiosi delle arti e delle antichità, e servirà 
eziandio di ornamento alla Città di Genova ; la quale , se lo ricorderà sempre con 
gratitudine, ricorderà pure con onore e con henevolenza il nome del Marchese 
Orazio Di-Negro, il quale col farsi caldo mediatore della domanda dei suddetti tre 
Instituti Liguri, e coli' averne conseguito da S. M. benigno accoglimento, ha dato 
alla sua patria una bella prova di carità cittadina. 

(') Gli scavi ebbero luogo nel 1863 e furono diretti dal chiar. prof, senatore 
Giuseppe Fiorelli , con quella perspicacia per cui va si famoso; e produssero per 
risultato la scoperta di una Necropoli, ove si trovarono un sigillo di bronzo, 
un' agata graziosissima con suvvi inciso Amore a cavallo di un delfino (soggetto 
favoritissimo dagli antichi), un cratere colla rappresentazione dell'Aurora che in- 
segue Titano, presente Mercurio, parecchie tazze, ed altre preziosità. Le quali 
vennero poi collocale nel Museo di S. A. R. , unitamente ad una gran copia di 
vasi greci ed etruschi , intorno a cui già aveva dissertato con rara dottrina il eh. 
prof. cav. Giulio Minervini. 



( xx ) 

solo ai provetti e presenti , elio per merito e fama 
siedono maestri , ma eziandio ai giovani e ai lontani, 
sol che li sapesse avviati stille orme migliori nel tiro- 
cinio dell' arte , e dotati di quella viva scintilla , eh' è il 
genio creatore dei sublimi concetti e delle opere egregie (0: 
quindi i premii erogati agli studiosi , che nei concorsi di 
belle arti vincessero la prova (2 ): quindi gli acquisti nu- 
merosi , che con libéralissimo dispendio Ei faceva annual- 
mente nelle pubbliche Esposizioni ( 3 ): e quindi i tanti 
lavori da Lui commessi con munificenza quasi regale 
ai più valorosi nell'arte (*); fra i quali non fia che io 
scordi il gruppo in marmo , in che sarà sculta nelle sue 



0) Uno fra costoro fu il giovane scultore Emanuele Caggiano, il quale nel set- 
tembre del 1863 fece presentare in Napoli a S. A. R. il Principe Odone la 
fotografia di un suo modello, da eseguirsi in marmo, rappresentante Pane e Lavoro. 
La eccellenza di un tal modello fu tosto riconosciuta dal Principe, intelligentissimo 
qual' era, per molti studi, delle opere d' arte; e quindi, fatto chiamare a Se il 
Caggiano, lo accolse amorevolmente, lodò il suo bel lavoro, e gliene commise la 
esecuzione con largo rimerito delle sue fatiche. Inoltre per mano di quanto liguri 
ingegni, il Molinari , il Carli , il Vignolo e il Benetti, volle che fossero scolpiti i busti 
dell'annalista Caffaro, di Guglielmo Embriaco, Cristoforo Colombo e Andrea D'Oria. 

( 2 ) S. A. R. il Principe Odone avea instiluiti quattro concorsi, per gli studiosi 
della pittura, scultura, architettura ed ornato; e fatta giudice e dispensalrice delle 
Sue larghezze I' Accademia Ligustica. 

( 3 ) Basti per tutti citare i quadri del Castagnola e del Bellucci , rappresentanti 
la Morte a" Alessandro de' Medici, che levarono a gran fama i loro autori, e fecero 
bella mostra all' Esposizione aperta nel maggio dello scorso anno in Firenze pel 
sesto Centenario di Dante. 

( 4 ) Al comm. Santo Vanii, allogò due busti delle dilette Sorelle la Principessa 
Clotilde Napoleone e la Regina Maria Pia , un gruppo rappresentante Amore 
che tormenta la Forza, una copia della medaglia della Pietà, fattura del divino 
Buonarroti, custodita nella chiesa dell'Albergo di Carbonara, non che varii altri lavori. 

Al prof. Lazzerini di Carrara diede incarico di scolpire una statua raffigurante il 
Genio della Marina Ligure; e volle che per mano di valente artefice fosse eziandio 



( xx > ) 

divine sembianze, per quanto il possa mano umana e 
scalpello , la Immacolata Madre dei redenti , da locarsi 
per di Lui voto nel nuovo tempio, che a lei s'innalza. 
Dolce e affettuoso pensiero , col quale l'Anima generosa 
e pia del giovane Principe , prima di partirsi da questa 
terra , volle salutar Colei , che dovea fra poco accoglierla 
benignamente in Cielo O. 

Che dirò poi del favore da Lui accordato all' Acca- 
demia Ligustica, alla Società Promotrice di belle arti, ( 2 ) e 
alla nostra Società Ligure di Storia Patria ? Non la sola 
onoranza del Suo Augusto Nome Ei ne concesse , ma 
ci fu largo eziandio d' incitamenti, e sussidii , che gra- 
ziosi e spontanei soccorsero alla pubblicazione dei nostri 



eseguito un gitto in bronzo del Fauno danzante e del Narciso di recente scoperto 
a Pompei: due fra i capi lavori dell'arte antica, oggi serbati nel Museo di Napoli. 

AI cav. Giuseppe Isola diede a dipingere un grande affresco rappresentante 
Nettuno in atto di domare la tempesta, e in quattro medaglie la Pittura, la Scul- 
tura, 1' Archeologia e la Nautica. Al cav. Giuseppe Frascheri commise di effigiare 
in un quadro di vaste proporzioni la storia di Papa Eugenio III quando benedisse 
le armi ad Amedeo III di Savoia, per 1' impresa di Palestina. 

(') Il dono di questa statua fu fatto dal compianto Principe Odone (pochi 
giorni appena prima eh' Ei mancasse di vita) mentre si faceano dai genovesi le 
prime spontanee oblazioni per recare a compimento il nuovo Tempio, già incomin- 
ciato da alcuni anni in Via Assarotti, ad onore e sotto la invocazione di M. V. 
Immacolata ; e fu fatto da Lui , non solo con larghezza veramente principesca , 
ma con molto ardore, e col desiderio di poter vedere Egli stesso ultimalo un tale 
lavoro... La statua, che avrà tredici palmi di altezza, e rappresenterà la Madonna 
sine labe sopra un globo , circondata da teste d' angeli e di cherubini , nelP atto 
in cui si schiaccia col piede il capo del serpente, fu commessa dal Principe Odone 
al valente scalpello del professore Santo Vanii, il quale saprà eseguirla con quella 
maestria, che è da tutti generalmente ammirata ed encomiata. 

( 2 ) L'Accademia Ligustica avealo acclamato Socio Onorario il dì 13 gennaio 
4863; e la Società Projnotrice lo elesse di poi a suo Presidente d' Onore il 
29 maggio del 1864. 



( XXI. ) 

Atti. Nò ciò Egli l'acca per sola grandezza (l'animo, ma 
più per l'amore clic portava alle arti e alle lettere, 
m;llc quali era bellamente e variamente instrutto (1 ) ; 
ond' è , che a Lui ben si addice il titolo di protettore e 
mecenate sapiente di questi patrii Instituti. E surgano 
pure, che il puonno, a tcstimonian'za di quanto io dico i 
maestri rinomati e solenni delle arti belle , dei quali 
Liguria e Italia tutta si onora , e stanno forse or qui 
ad ascoltarmi; surgano, e dicano essi quanto il deplo- 
rato Principe ODONE fosse addentro nella Storia, e negli 
studi teorici di pittura , scultura e architettura ; com' Ei 
conoscesse le varie scuole , le vicende , e i più celebrati 
cultori dell' arte italiana : come fossero sempre aggiu- 
stati e pronti i Suoi giudizii sulle opere antiche e mo- 
derne ; e come , discorrendone spesso con giovanile 
vaghezza, nascondesse pur sempre con bella modestia 
il proprio sapere. Ed io stesso , o Signori , benché pro- 
fano nell' arte , posso farne sicura affermazione ; perchè 
quante volte mi toccò la ventura di favellargli ; e quando, 
or compie il secondo anno, deposi nelle Sue mani il 
Diploma , che lo acclamava Principe dei nostri Soci 
Onorari e 2 ) ; e quando nei suoi ultimi ozii suburbani 



(') Il Principe Odone attese eziandio agli studi della nautica , ed era assai ver- 
sato nelle cose di mare. Capitano di vascello nella R. Marina Italiana, se il corpo 
debolissimo e la mal. ferma salute non glielo avessero impedito, avrebbe dato nella 
pratica della navigazione prove sicure di sapere e di abilità. Coltivò inoltre, sotto 
l'insegnamento del eli. professore Michele Lessona, la storia naturale; ed era ben' i- 
struito dei sistemi principali, e delle più importanti scoperte della scienza nei tre 
regni della natura. 

( 2 ) L' acclamazione unanime del Principe Odone a Socio Onorario della 
Società Ligure di Storia Patria fv fatta dall'assemblea generale nel 13 marzo IKfii 



( XXIII ) 

( con dolore lo rammento ! ) Gli offersi il terzo volume 
dei nostri Atti (1 ), udii di Sua bocca tale un discorrere 
di arti belle, di Vitruvio e Palladio, del Visconti, del 
Morcelli, del Vasari , del Lanzi e di altri classici scrit- 
tori , e tanta acutezza di esame e aggiustatezza di 
osservazioni sulle Iscrizioni romano-liguri, e sulla fa- 
mosa Tavola di bronzo di Polcevera , che mi recò 
meraviglia, come in sì giovine età, ed in mezzo a tante 
fìsiche sofferenze, Egli avesse potuto di sì eletto e co- 
pioso cibo nutrire la mente. 

Ma è poco, non è tutto, Onorevoli Colleghi, quanto 
andai fin qui brevemente ragionando. Una parte ancora, 
più bella, più cara, più laudevole parte della Vita ahi! 
troppo breve dell' amato Principe ODONE , mi rimane a 
tratteggiarvi. E già intendete , che vo' dire della Sua uma- 
nità e della Sua beneficenza. Oh com' è ampio il sug- 
getto che a me si offrirebbe , se volessi narrarvi per 
minuto quanti dolori la Sua mano pietosa abbia alleniti, 
e quante lagrime rasciugate! Ma io non posso, o Si- 
gnori , correrlo tutto , no veramente. E sopra ciò , se 
pure il potessi , non direi cose nuove , o maggiori , che 
Voi , Genova tutta e i suoi cittadini non sappiano , e 
non abbia già divulgato in ogni parte la pubblica ri- 
conoscenza. Lo sanno pur troppo , e ne piangono ama- 
ramente la perdita, i pubblici stabilimenti di carità', e 
di educazione , gli asili infantili , e i mesti ricoveri della 
umanità sofferente ( 2 ); lo sanno vedove e pupilli dere- 

(') Ciò accadde nel 24 settembre del 1865. 

( 2 ) Oltre agli Asili infantili di Genova, di Corniciano, di Recco, e di Rapallo, 
il Principe Odone solea fare annualmente copiose largizioni in denaro allo Spedale 



( XXIV ) 

litti , c padri e famiglie intere , decadute da onesta for- 
tuna , e costrette a soffrire entro le domestiche mura la 
più crudele delle povertà , cui non basta il cuore a uscir 
per le vie , e a stendere la mano supplichevole di soc- 
corso (0; e tutti il sanno quanti a Lui si rivolsero nei 
tristi casi della vita , e nelle incontrate sventure. Nessun 
infelice chiese mai invano, nessuno si parti mai da Lui, 
che non ricevesse pronti , amorevoli ed efficaci sussidi. 
Generoso per natura, e compassionevole dei mali altrui 
era l'Animo del giovane Duca ODONE. Sempre, e a tutti 
Ei volea dare e concedere ; e si doleva che a ciò non 



Celesta di Rivarolo, ove divisava di stabilire a proprie spese parecchi letti se morte 
immatura non gli avesse troncato il pietoso disegno, alle Scuole e Stabilimenti di 
educazione governati dalle Suore di Carità in San Pier d' Arena e in Campomarone, 
ed a molte altre Opere di pubblica beneficenza. E le sue largizioni erano tali e 
così frequenti, che talvolta, non sopperendovi abbastanza il Suo appannaggio, pone- 
vano in angustia i dispcnsatori delle Sue liberalità. 

(') Un fatto degno di essere specialmente ricordato, e che prova quanta fosse 
la Sua carità verso i poveri, impediti ad accattare pubblicamente la elemosina, è 
il seguente. Avea letto in uno dei Giornali di Genova, che un'onesta famiglia 
colpita da infortuni , si trovava nella più desolante miseria, e per malattie e per 
altri impedimenti aj lavoro, soffriva mille crudeli privazioni, e quasi la fame. Nel 
Giornale era indicata la via, non però la casa, ove abitava quella infelice famiglia. 
11 buon Principe OnONE ne fu commosso profondamente, notò sopra una carlicella 
(che fu poi trovata fra i suoi scritti) il caso compassionevole, e diede segretamente 
a persona fidatissima addetta al suo personale servizio 1' incarico di trovare nella 
via indicata dal Giornale la casa, in cui languiva la famiglia derelitta, e di sov- 
venirla largamente col denaro, che perciò le diede di sua propria mano. Però le 
dava insieme ordine espresso ed assoluto di tacere ai sovvenuti donde e da chi 
provenisse il soccorso, volendo che né essi, nò altro nessuno, il sapesse mai. Il 
Suo volere fu rigorosamente eseguito; la sconsolala famiglia si trovò in un tratto 
con generoso ed insperato soccorso sollevata dalla miseria; ma l'alto pietoso e 
grande del Principe Odone sarebbe ancora ignorato , se la persona , cui Egli ne 
affidò I' eseguimento, e la nota scritta di sua mano non fossero, dopo la di Lui 
morte , prova solenne e vivente di tanta Sua virtù. 



( XXV) 

bastasse il suo appannaggio di Principe, e di Figlio del 
Re d' Italia. Esempi di Sua carità e beneficenza potrei 
recitarne molti ; ma valga per molti quest' uno : che negli 
estremi giorni, e quasi dirò nelle ore estreme del Viver 
Suo , ordinò si apportasse subito a modesto artista , che 
sapea manchevole di aiuto e stretto dal bisogno, largo 
e spontaneo prezzo di un suo dipinto , da cui fortuna 
avversa gli avea niegato ritrarre il frutto di molte sue 
veglie e sudori. Tanto era grande , e pietoso il Cuore 
di quel buon Principe , che in tali supremi momenti 
dimenticava Se stesso per ricordare gli sventurati !... ( 1 ). 
Né di ciò vi prenda stupore, o Signori; imperocché da 
più alto principio , da fonte più larga e copiosa , che 
per se stessa non sia la sola umanità , procedeano nello 
Augusto Giovinetto questi atti di rara beneficenza ; 
vo' dire dalla Religione nel di Lui Animo profondamente 
scolpita , dalla Religione , gloria antica della Reale Stirpe 
Sabauda , dolce e caro retaggio lasciatogli dalla pia Sua 
Genitrice , la di Cui Anima benedetta Lo scorse quaggiù , 
quasi angelo tutelare, nel cammin breve della Sua Vita. 
E ben mi accade recar qui sì beli 1 esempio di Principe 
religioso e credente ; perchè in mezzo ai deliramenti di 
una ragione superba , la quale osa con impotente co- 
nato sostituirsi alla suprema mente creatrice , che go- 

(') Un altro sventurato giovinetto, cui mancava il denaro per comperarsi lo 
strumento, col quale potesse apprendere ed esercitare I' arte musicale, unico mezzo, 
che per causa di fisica infermità egli si avesse per campare la vita , ricorse al 
Principe Odone. E il buon Principe, non avendo altro, quando la supplica Gli fu 
sporta, diede subito al medesimo il denaro, che avea già destinato per l'acquisto 
di varj acquerelli, dei quali si dilettava moltissimo, e che si trovavano in quel 
momento sotto i suoi occhi. 



( XXVI ) 

verna l'umanità, e poi, contraddicendo a se stessa, va- 
neggiare dopo la vita il nulla , è debito solenne di chi 
narra pubblicamente le azioni degli uomini eccelsi , che 
operarono il bene inspirati dalla fede ncll' avvenire , sol- 
levare con sì splendidi documenti la dignità della intel- 
ligenza umana al principio eterno , da cui dipartissi , e 
a cui , dopo breve o lunga via nel tempo , dovrà ri- 
tornare per sempre , immagine , creatura , opera fra le 
universe la più graziosa e la più bella di Dio. 

Ma della religione operosa e sincera , che abbellì la 
mortale carriera del Principe ODONE, non dirò altro, o 
Signori. Ciascun di noi , e tutti , la videro se presenti , 
la seppero se lontani. Fu essa , che Gli rese meno acerba 
la vita , e gì' infuse virtù e costanza ammirabile in 
mezzo a tante fisiche sofferenze; onci' è, che mostrossi 
e fu sempre sereno e tranquillo , e potè attendere a 
studi eletti , e di buoni ed eletti studi farsi protettore , 
e promuovere l' incremento. Fu essa , che Gli consigliò 
le opere di pubblica e privata beneficenza , per cui si 
ebbe ed avrà perenne la gratitudiue dei superstiti. Da 
essa mossero , e in lei si affiserò sempre le più intime 
aspirazioni del Cuor Suo , temprato soavemente a dol- 
cezza e a benevolenza. E fu essa , che nella suprema 
lotta mortale Lo cinse del suo forte usbergo , e ne rac- 
colse lo Spirito eletto per ricondurlo al Creatore. 

Qui mi arresto , o Signori. E quali altre o più lodi 
potrei dir io , che mertato non abbia , e non sorpassi 
con fatti degni di memoria la vita brevissima dell' Illustre 
Estinto ? L'Animo Suo grande e generoso, il Suo intel- 
letto, il Suo sapere, le Sue virtù brillarono di luce così 



( XXVII ) 

chiara e tranquilla , così evidenti e belle a noi si mo- 
strarono . che torrebbe forse efficacia al vero la povertà 
della mia parola. Principe però tra' Principi meritevole 
di speciale encomio. Fu amato e riverito vivendo ; e 
benedetta, dopo morte, la Sua memoria. Genova e Li- 
guria tutta , per munificenza , per affetto , per benefizii 
Lo ricorderanno perennemente. I cultori delle arti belle, 
e gli studiosi delle memorie antiche lamentano perduto 
con Lui un sapiente e generoso Mecenate. E la Società 
Ligure di Storia Patria , che Gli offrì 1' odierno spon- 
taneo tributo della sua gratitudine , ricorderà sempre con 
nobile compiacenza, che il Principe ODONE di Savoia fu 
fautore e protettore magnanimo dei suoi studi , e fu il 
primo fra i Soci che la onorò del Suo Norge. 



DELLE OPERE 



IH 



MATTEO CIVITALI 



SCULTORE ED ARCHITETTO LUCCHESE 



COMMENTARIO 



DEL SOCIO 



PROF. SANTO VARNI 



Q t 



umido nel 1833 feci ritorno dalla Toscana , ove per 
qualche tempo avea dimorato , mi prese desiderio d' instituire 
confronti e ricerche riguardanti gli artisti che aveano in 
antico formato il decoro di quella nobilissima parte d' Italia. 
Parevami allora , che non pochi fra' medesimi avessero 
anco arricchito delle opere loro Genova e la Liguria, e i 
documenti che più tardi mi vennero a mani mutarono ben 
di frequente le mie congetture in certezza ('). 

Dettai quindi parecchi appunti , piuttosto per mio studio 
e diletto , di quello che per voglia di farne pubblica mostra. 
Più specialmente inoltre intesi ad illustrare le insigni opere 
di scultura che adornano la Cappella del Precursore nel no- 
stro Duomo, ed al proposito estesi una serie di Commentarli, 
di che appunto fanno parte quei due ai quali questo Insti- 
tuto ha voluto concedere l'onore della propria ospitalità. 

(') Molti di questi documenti furono da me fatti cercare nel Civico Archivio ; 
più altri mi vennero forniti dalla gentilezza degli amici miei avv. Antonio Assarotti 
e cav. L. T. Belgrano. V. Varni , Elenco di documenti artistici ; Genova , 
Pagano. 



S- l 



u 



'no fra i più distinti artefici, che concorsero ad abbellire la 
Cappella del Precursore nella Cattedrale di Genova, fu Matteo 
Civitali figliuolo di Giovanni cittadino lucchese. Chi sia slato 
il maestro di lui è tuttora incerto. Il Vasari ed il Baldinucci 
lo dicono scolare d' Jacopo Della Quercia; ed il Cicognara, ret- 
tificando tale sbaglio , avverte come Jacopo morisse poco prima 
della nascita di Matteo, che é quanto a dire intorno al 1432. 
Né io in alcuna delle opere di costui saprei ravvisare la ma- 
niera o lo stile del Della Quercia; abbenchè il sullodato autore, 
parlando delle statue fatte dal Civitali per Genova, scriva che 
esse ricordano in qualche maniera il fare d' Jacopo Della Quercia, 
appunto perchè in Lucca si offrivano a lui le opere di questo 
Sanese come modello a preferenza d' ogni altra scultura ( ( ). 

(') Cicognara, Storia della Scultura, lib. IV, pag. 163. 



( 6 ) 

Io non avventurerei quanto sono per esporre, se più volte 
non avessi vedute le opere dell' uno e dell' altro scultore , nei 
quali trovo due diverse ed assai lontane maniere ; riè saprei 
con quali lavori di Jacopo si vogliano ravvicinare quelli del 
Civitali. Se osserviamo la pala dell' altare che mirasi in San Fre- 
diano di Lucca , scolpita per ordine della nobile famiglia Trenta, 
ov' egli sotto le cinque figure che la compongono appose il 
nome e l'epoca (') , non che le due lapidi sepolcrali con en- 
tro effigiati a bassorilievo i rittratti al naturale di Federico 
Trenta e della consorte già prima operate nel \ 41 6, noi possiamo 
con facilità vedere la diversità di stile che passa fra lo scultore 
di Lucca e quel di Siena; il quale in questo lavoro special- 
mente vesti le figure con una ricchezza di panni soverchia ( 2 ). 
Oltrecchè, vi sono improntate discipline diverse da quelle che 
tenne il Civitali , che è più semplice in qualsivoglia lavoro. 
E per fare un confronto di eguale soggetto , potrà osservarsi 
la Vergine col putto in collo scolpita da Jacopo nella indicata 
pala , e quella che Matteo fece per 1' altare di San Regolo in 
San Martino di Lucca, 

È ben vero che il Della Quercia nei lavori eseguiti per la 
Fontana di Siena ( 3 ) e pel monumento d'Ilaria Del Carretto 
nel Duomo di Lucca ( 4 ) , ed in alcune opere condotte con ma- 



(•) Hoc opus fecit Jacopus Magisteri Petri de Senis MCCCCXXI1. 

( 2 ) Cicognara , Op. cit. V. Tav. III. 

( 3 ) Questi lavori eseguili da Jacopo nel 1419 furono più tardi da mani vanda- 
liche deformati. Al presente il Municipio di Siena ha deliberato di far ricopiare in 
marmo la detta Fontana, e di collocare nelle sale dell' Accademia i preziosi avanzi 
dell'antica. È notevole che dopo la costruzione della medesima il Della Quercia 
acquistò il sopranome di Jacopo della Fonte. 

( 4 ) La figura di questo monumento può senza tema annoverarsi fra le più belle 
produzioni d' Jacopo ; ma io non potrò mai concorrere nella credenza che sieno 
opera di lui quei puttini sorreggenti festoni di fiori e di frutti, i quali decorano 
l'urna. Uno di questi bassi ri lievi si ammira nel Corridoio della Galleria degli Uf- 
fizi in Firenze , e forse fu venduto nel}' epoca in cui il monumento venne smosso 



(7) 
gistero di sommo artista ad ornamento della porta del famoso 
tempio di San Petronio in Bologna (')> si mostrò più largo, 
facile e robusto ; ma è vero pur anco che nemmeno in queste 
opere nulla si scorge che richiami alla memoria quelle del Ci- 
vitali , né il modo con cui egli tenne il bassorilievo. Nella 
condotta di questo Matteo si avvicinò sempre a quelli operati da 
Donatello, da Mino da Fiesole e da altri quattrocentisti; e ce 
ne porge un esempio il piccolo bassorilievo della Fede che ve- 
desi nel Corridoio della Scuola Toscana nella Galleria degli 
Uffizi in Firenze ( 2 ). Questo lavoro non solo ricorda lo stile 
di Donatello , ma la rassomiglianza ed il carattere della testa 
della figura sono tali , da confonderlo colle opere di costui ; ed 
é perciò eh' io mi vado accostando con persuasione di verità a 
quanto ne congettura il dottissimo P. Marchese. « Non an- 
drebbe forse lungi dal vero , egli dice , chi opinasse (non es- 
sendo di quel tempo in Lucca artefice di gran nome) averlo il 
genitore inviato ad apparare 1' arte nella vicina Firenze , ove 

dal luogo originario. La scoltura di esso parmi non corrispondere ad alcun' altra 
dell' ardito e valente artista. 

Il monumento in discorso fu fatto eseguire da Paolo Guinigi signore di Lucca 
poco dopo il 1405, in cui avvenne la morte di Ilaria eli' era sua consorte (V. 
Guida di Lucca, pe' tipi fìalestreri, 1829; Cicognara , Stor. cit.) 

(') Ecco quanto si legge a tale proposito nella Giuda dì Bologna scritta dal 
Bianconi, pag. 97: « Gli ornamenti della porta maggiore furono nel 1425 com- 
messi per fiorini d' oro 3,600 , dando la fabbrica i marmi a Giacomo di maestro 
Pietro della Fonte, il quale benché prevenuto dalla morte nel 1438 (e non 1418 
come dicesi nelle note al Vasari) compiè totalmente il suddetto lavoro ». Ed a pa- 
gina 262 si aggiunge: « Il Vasari ed il Baldinucci lo dicono morto d' anni 64 
nel 1418; ma ritrovarsi nell'Archivio della Rev.d* Fabbrica di San Petronio le 
convenzioni fatte con lui per la coslruzioue della porta grande sotto il 24 ottobre 
1429, l'assoluzione alli suoi eredi dell'obbligo di perfezionarla, delli 25 settem- 
bre 1442, essendo egli morto poco prima ». 

( 2 ) Sotto di questo basso rilievo, il quale nel 1830 venne per cura del Com- 
mendatore Monlalvi acquistato da una famiglia patrizia di Lucca, si legge: 0. M. 
C. L. , cioè: Opus Mathei Civitaiis Luccnsis ; e l'intaglio della figura, che è 
piena di gentilezza, vedesi nell'Illustrazione della Gattaia degli Uffizi. 



(8 ) 
so più non era in vita il Brunellesco , ben potevan vivere ed 
operare Lorenzo Ghiberti , Donato, i Robbia, ecc. (•) ». 

Scrivono gli storici che nel 1450, o in (pici torno, venis- 
sero dagli operai del Duomo di Lucca commessi al Civitali 
quegli ornamenti che tuttora si osservano ai lati della Cappella 
detta del Santuario (alcuni de' quali ei componeva entro le 
picciole lesene nella foggia stessa di quei pendoni di frutti 
onde il Ghiberti fregiò gli stipili della porta del Battistero in 
Firenze), e che, per quanto viene asserito, gli furono affidati 
nello intendimento di ornare il Coro che sorgeva nel mezzo del 
Tempio, e che fu scomposto dopo il 1631 ( 2 ). E con ciò 
vogliono correggersi coloro, i quali scrissero che il Civitali 
attese all'arte del barbiere fino all' anno quarantesimo dell'età 

(') Marchese, Scritti varii , Firenze, Le Mormier, 48-35; pag. 522. 

Per convincersi viemmeglio del come il Civitali potesse apprendere I' arte da 
Donalo, oppure lo imitasse nelle sue opere, basterebbe osservare i tre bassi rilievi 
dell'altare di San Regolo ove si scorgono le stesse discipline di quel maestro, le 
quali pure si vedono nella mezza figura della Vergine che allatta il Divin Figlio, 
esistente nella chiesa della Trinità in Lucca. A proposito di questa figura è poi 
a correggersi il Trenta, il quale nella sua Guida di Lucca la dice di tondo rilievo, 
mentre essa non è che di mezzo, od anche di stile stiaccialo. 

( 2 ) Vincenzo Marchiò nel suo Forestiere informato nelle cose di Lucca (ivi 
1721), scrive essere questi ornamenti non solo del Civitali, ma anche di altri 
scultori. La qual cosa è probabilissima, ed anzi certa; perchè dovendo i medesimi 
essere in diverso modo composti ed aggiustati, niente vi ha di più facile o di non 
poterli tutti collocare in opera (come infatti si scorge), od altrimenti di farvi nuove 
aggiunte. Comunque siasi però, essi sono veramente pregevoli anche per quei pochi 
lavori di statuaria a cui vanno frammisti. 

Nello stesso Duomo si vedono pure due pile per I' acqua benedetta, le quali simil- 
mente si credono opera di Matteo. Eleganti e svelte nella forma, sono condotte con 
raro artificio e squisitezza di gusto ; e poco diversificano nell' insieme della pila 
che Slagio Staggi scolpì in seguito per la Primaziale di ,°isa , se forse non la sor- 
vanzano in gentilezza. Alcuni invece le dicono fattura di Vincenzo, che fu nipote di 
Matteo e figliuolo di Masseo Civitali, celebre intarsiatore in legnami nel secolo XVI; 
ma dal confronto fattone, a me pare che le medesime sieno per avventura più vi- 
cine allo stile di Matteo, di quello che agli ornamenti scolpiti da Vincenzo nel 
nuovo Battistero di San Frediano. Nella quale chiesa, a mano destra, vedesi poi uguaj- 



( 9 ) 
sua , in cui si diede a lavorare di scoltura. Perchè Matteo 
nato nel 1435 non contava nel 1450 che 15 anni , del 1472, 
per tacer d' altro , scolpì il monumento di Pietro da Noceto , 
e del 1 482 , che fu I' anno 47 di sua vita , diede opera al 
celebre Tempietto del Volto Santo , alla cui impresa non ba- 
stavano certo i pochi anni di studio che gli si vorrebbero con- 
sentire , contro della cronologia e dei fatti indicati. 

Pertanto chi non riconoscesse come a Matteo nello scol- 
pire i suoi lavori sì per Lucca che per Genova non fossero 
ignote le opere scolpite da' grandi maestri, potrebbe attingere 
sicura testimonianza dal citato monumento di Pietro da Noceto 
e dalla cappella di San Regolo, di cui parlerò in appresso. Ri- 
spettando poi ogni opinione, io espongo francamente la mia qual- 
siasi, e dico: che fra tutti gli artefici dei secoli XIV e XV il Della 
Quercia, abbenchè valentissimo ed ardito nell'arte, fu però 
uno dei tanti che si allontanarono da quella somiglianza 
di stile che vedesi tra gli artefici che operarono negli indicali 
secoli, e che segnarono il risorgimento dell'arte, seguendo le 
norme già tracciate da' grandi maestri pisani sotto la scorta 
della natura. Infatti, chi non ravvisa nei lavori di Benedetto 
da Maiano una vicinanza di stile colle opere di Antonio e 
Bernardo Rossellini, le quali alla lor volta si confondono spesso 
con quelle di Donato , di Luca e di Andrea della Robbia ? 
Mino, artefice più grazioso e gentile , tenne uno stile proprio, 
ma non però lontano dai suddetti scultori ; mentre Jacopo 

menle dello slesso Vincenzo la statua di un San Pietro, figura alquanto tozza Dell' in- 
sieme e di panni trattati senza veruna scelta, statavi depositata nel 1842 da 
Carlo Frediani. Ecco le epigrafi che si leggono la prima nel plinto e I' altra nel 
piedistallo : 

AN • D • M • D • VI • MEN • SEPT • ET OCT • 
PIUM ■ OPUS • V1NC • CIV1TAL • 



carlo q • Andrea Frediam 
depositò 

si d c c c x li i, 



( io ) 
Della Quercia, il Varrocchio , il Vecchietta (') ed il Tribolo, 
tendono ad un fare più sentito e lontano da quella sempli- 
cità che si ravvisa nel Civitali. 

Alcuni scrittori , e fra essi il Mazzarosa ( 2 ), asserirono che 
Matteo ebbe una maniera tutta sua nel trattare il bassorilievo 
in istile stiacciato, dandovi effetto con alcuni soltosquadra. A 
me pare invece il contrario , avendo riscontrata codesta par- 
ticolarità nelle opere di moltissimi artisti, le quali si ammirano 
cosi nelle città della Toscana , come in Verona , Mantova, Pa- 
dova, Venezia, ecc., e nei lavori di molti fra quegli scultori 
che nel secolo XV abbellirono la monumentale Certosa presso 
Pavia. In Firenze ne porgerebbero esempio il fregio de' putti 
danzanti scolpito da Donatello a concorrenza , se si può dire, 
di Luca della Robbia ( 3 ) , che si ammira nel già citato cor- 

(') Veggansi gli angioli scolpiti da tale artista ad ornamento del tabernacolo di 
San Domenico in Siena , ed altri suoi lavori. 

( 2 ) « Niuno, a quello ch'io sappia, ha scritto su questi bassorilievi né molto 
né poco; i quali però meritano, per quanto me ne pare, molta considerazione, 
giudicandoli di mano del Civitali. Infatti basta solo aver veduto una volta quei 
bassorilievi suoi all' altare di San Regolo nella nostra Cattedrale, per rimaner con- 
vinti di questa verità. Oltracciò è questo un genere di scultura che non ho mai 
visto praticare da altri fuori di lui. Anche I' anno in cui furono finiti ci dà lume, 
leggendovisi il 1496 » (Mazzarosa, Opere, Lucca, pe' tipi Giusti; 1841 , I. pa- 
gina 53 ). 

( 3 ) « Questo superbo lavoro come quegli egualmente bellissimi di Luca della 

Robbia furono fatti per decorare le cantorie degli organi del Duomo, ove 

stettero finché nel 1G88 per ismania di decorare il Coro della medesima chiesa 
furono (che vandalismo!) tolti da' loro posti, e poscia abbandonali nelle stanze 
dell' Opera finché non furono restituiti alla pubblica vista in questo luogo ». (Fan- 
tozzi, Guida di Firenze, pag. 118). 

Ho detto a concorrenza di Luca della Robbia , perchè prima di Donalo egli aveva 
scolpito altri bassi rilievi per la cantoria dello stesso Duomo ; ed il Vasari nella 
Vita di Luca della Robbia scrive, che gli Operai del Tempio i quali « oltre ai me- 
riti di Luca furono a ciò fare persuasi da M. Vieri de' Medici allora gran cittadino 
popolare, il quale molto amava Luca, gli diedero a fare l'anno 1 iQo l'ornamento 
di marmo dell'organo, che grandissimo faceva allora l'Opera ». (Vasari, Vite ecc., 
voi. Ili, pag. 61). 



( 11 ) 

ridoio della Galleria degli Uffizi , e quelli eseguiti nel pergamo 
esterno della Cattedrale di Prato per opera del medesimo Do- 
natello in compagnia di Michelozzo nel 1428, per ordine degli 
Operai della Cintola ( ! ). 

Che se talvolta Matteo si mostrò alquanto più secco nel 
profilare alcune figure, come sarebbe in due dei bassirilievi 
della Cappella di San Gio. Batta in Genova , non è a dire con 
ciò che in tutte le sue opere abbia egli praticata una tale ma- 
niera; giacché anzi nel basso rilievo esprimente la Fede, in 
quello della Vergine col putto in collo nel monumento del 
Noceto , ed in altri ancora , adoperò uno stile assai diverso ; 
il quale nondimeno non è mai lungi da quello de' suoi con- 
temporanei , e massime da Donatello ( 2 ). Ma troppo lungo sa- 
rebbe il citare quegli artefici che in somiglianti lavori usarono 
questa maniera non isconosciuta agli antichi; e che praticarono, 
appunto come il Civitali, quando più loro cadeva in acconcio 
gli scultori dei secoli XV e XVI, e specialmente Andrea Con- 
tucci da Monte Sansavino ne' suoi bassirilievi, i quali si am- 

(*) « Nel 1428 a dì 14 luglio gli Operai della Cintola dettano a fare il pergamo 
di fuori, dove si mostra la Cintola, a Donatello di Nicolò e Michele di Bartolom- 
meo scultori ». Diurni del Comune, e Casotti Spoglio A, ms. nella Roncio- 
niana , N. 58. (V. Baldanzi, Della Chiesa Cattedrale di Prato, ecc. pag. 77). 

( 2 ) Il Trenta , nelle Memorie e documenti per servire alla Storia del Du- 
cato di Lucca (voi. Vili, pag. 59), conferma quanto venne ora da me esposto, 
non ostante il dubbio di Giacomo Sardini, che il Civitali abbia avuti i primi inse- 
gnamenti da un Silvio Lucchese chiamato dal Lomazzo eccellente nella parte or- 
namentale. « Se volessimo appoggiarci (scrive il Trenta) ad una induzione anziché 
ad una testimonianza ben fondata, che ne dà il P. Bartolomeo Beverini ne' suoi 
Elogi degli illustri lucchesi , dovrebbe dirsi che Matteo nella sua giovinezza si 
fosse trasferito a Firenze a perfezionarsi nell' arte sotto la disciplina di Donatello. 
Ma quando anche non avesse egli contato allora che l'età di 18 anni, era divenuto 
paralitico il maestro ottuagenario. È a notarsi inoltre che nominandone il Vasari 
gli allievi, non fa menzione alcuna del Civitali. Per la qual cosa si potrà più presto 
supporre con molla ragionevolezza , che avendo arricchito Donatello di bassorilievi 
e di statue non solamente la patria, ma tutta ancora I' Italia, avesse campo perciò 
Matteo ne' suoi viaggi di osservarne i lavori e di prenderli a modello ». 



( « ) 

mirano nella Cappella dei Corbinelli a Santo Spirilo di Fi- 
renze. 

Francesco Kugler nel suo Manuale della Storia dell' Arte (') 
scrive che il Civitali eguaglia almeno Andrea Vcrocchio ; e , 
secondo il Forster non polrebbesi meglio paragonare che col 
pittore Domenico Ghirlandajo. Inoltre nella descrizione che 
dell' accennato bassorilievo della Fede vien fatta nella Illustra- 
zione della predetta Galleria degli Uffizi , è detto che i bas- 
sirilievi di Matteo sembrano tenere maggiore somiglianza con 
le pitture del Poliamolo , del Mantegna e d' altri dipintori , 
di quello che coi bassirilievi di Donato, del Ghibcrli e dei 
Robbia ( 2 ). A dire il vero io non saprei in verun modo rin- 
trecciare nell'opere di Matteo la voluta rassomiglianza; ag- 
giugnerò invece che tutti gli artisti sovra indicati tennero ma- 
niere affatto diverse fra loro, così pel modo di comporre come 
per lo stile delle pieghe, e che, per contrario, si possono 
benissimo istituire confronti tra Donato, il Ghiberti, il Robbia 
ed altri. Di tanto io mi persuasi nell'esame più volte fatto 
delle loro sculture sparse per le chiese di Firenze , o schierate 
in beli' ordine in quella insigne Galleria. 

Volendo ora accennare alcune delle opere scolpite dal Civi- 
tali per la sua patria, noterò il monumento già citato di Pietro 
da Noceto , il Tempietto del Volto Santo e 1' altare di San 
Regolo; il primo de' quali, scolpito nel 1472, come apparisce 
dalla relativa iscrizione, è opera veramente degna di tanto 
uomo, e di tale semplicità s' impronta da farne ricordare i più 
bei tempi dell' Arte italiana. 

Gli storici sono concordi nell' asserire che Matteo tolse il 
concetto di questo dal monumento che Desiderio da Seltignano 
fece per Carlo Marsuppini morto nel 1453, e che tuttora si 



(') Ed. Venezia, 1852, pag. 686. 
( 2 ) Galleria di Firenze; ivi 184 



vi 1846, voi. II. 



( 15 ) 
ammira in Sanla Croce di Firenze ; io però aggiungerei che il 
Civitali si servì più ancora dell'urna, del basamento e del 
riparto che Antonio Rossellini pose nel monumento del Cardi- 
nale di Portogallo a San Miniato al Monte; che infine i mo- 
numenti scolpiti da Mino ed allogati in Badia a Firenze, più 
assai che quello di Desiderio , gli giovarono forse in quanto 
spetti alla parte architettonica , nella condotta del monumento 
in discorso. E ciò fa credere che Matteo, facendo suo prò' di 
quanto era migliore nell'opere lasciate dai sommi maestri, ne 
usasse al bisogno con quello accorgimento che è proprio sol- 
tanto de' più celebri artisti. 

Avendo inoltre più volte osservati i monumenti del Marsup- 
pini e del Noceto , ho trovato che tra 1' insieme dell' uno e 
quello dell' altro non corre diversità alcuna ; e solo è notevole 
che il Settignano ornò il primo al basso del piedistallo di due 
angioletti, i quali tengono fra mani l'arme dei Marsuppini, e 
due altri ne collocò sulla cornice superiore intenti a sorreg- 
gere due festoni. L'urna poi é più ricca, mentre il Civitali 
ne preferi una di forma severa e senza decorazioni; per- 
chè quei pochi dettagli che vedonsi sul coperchio appartengono 
alla architettura. Nel Settignano pertanto è maggior gusto ed 
eleganza, per ciò che spetti alla parte ornativa; e nel Civitali 
invece si apprezza la severità delle membrature , le quali con- 
corrono a dare una forma più robusta all' insieme del monu- 
mento ('). Di questo per altro inutile sarebbe il farne più 
lunga descrizione, potendosene avere una esatta idea dalle Tavole 
che arricchiscono la Storia del Cicognara; onde io mi tratterrò 
di preferenza a ragionare del Tempio del Volto Santo. 

Addì 48 gennaio 1482 il Civitali stipulava il contratto a 
rogito del notaro Giovanni Medici, per 1' esecuzione di questo 

('j Michele Ridolfi, negli Scritti vari circa le belle arti, ha pubblicalo due 
documenti estrani dal protocollo del notaro Franciotti appartenenti al 1473, i quali 
riguardano la eseruzione del monumento in discorso. 



( 14 ) 

lavoro nel Duomo della sua patria, con Domenico Berlini, che 
fu ad un tempo suo protettore ed amico. Il Tempietto doveva 
essere di forma quadrata, ed eseguilo in tulio giusta un di- 
segno presentato dall' artista medesimo entro lo spazio di 
mesi trenta a datare dal febbraio allora prossimo; e si voleva 
che egli vi impiegasse lutto U suo isforsso et ingiegnio. Ma 
poco stante, per atto rogato dal notaro stesso, fu coli' accordo 
delle parti mutalo il disegno , e convenuto invece di farlo ot- 
tagono, a compiacenza del Vescovo e degli Operai di Santa Croce 
di Lucca, secondo un nuovo tipo presentato da Matteo. 

II Tempietto del Civitali può dirsi un vero modello di archi- 
tettura ; e sempre più cresce di pregio, quando si considera 
che quello innalzato dal famoso Bramante a San Pietro in Mon- 
torio a Roma gli é posteriore di \7 anni. Esso è di ordine 
composito , bella ed elegante ne è la proporzione , e svelta la 
forma; e tanta é l'armonia delle parti e la gentilezza delle 
modinature, da persuaderne doversi collocare questo architet- 
tonico lavoro fra' più degni dell' Arte dopo il risorgimento. Con- 
siderandolo attentamente, si scorge quale impegno ponesse 
Matteo nell' eseguirlo, e con quanta avvedutezza attingesse alle 
opere più pregiate della antichità. Le maschere, gli stemmi, i 
festoni che ricorrono lungo il fregio lo mostrano pure accurato 
nel lavoro dei più minuti dettagli : la cupoletta è tutta messa 
a maioliche di diversi colori, e divisa da costoloni dorali. 
Le otto griglie in ferro dorato , che rinserrano i tre ingressi 
ed i cinque finestroni , sono pure opera ingegnosissima di 
Matteo. 

Affermasi che verso la metà del secolo XVI il Tempietto fu 
ornato di putti con varii emblemi della Passione, i quali dice- 
vansi opera di Vincenzo Civitali ; ed il Mazzarosa aggiugne , 
che nel 4623 vi si allogavano quattro grandi statue sullo imba- 
samento. « Ma si trovò ai tempi nostri, egli continua, chi ebbe 
il giudizio e il coraggio di levare via e putti e statue nel- 



( 1» ) 

l'occasione d'indorare di nuovo la Cappella; e fu Don Pietro 
Pera canonico della Metropolitana, poi arcivescovo nostro (') ». 

Dietro all' intercolonnio sorge la statua di un San Sebastiano 
legato all' albero , che il Civitali si era obbligato di scolpire 
di marmo fino et bianco, di misura di braccia due e due 
terzi. Il nudo di tale figura è disegnato con tanta eleganza e 
verità da tener posto fra le più belle produzioni dell'epoca; e 
dalla medesima inoltre si arguisce che il Civitali dovette avere 
un tipo prediletto, vedendosi in genere ripetuto nell' altra dello 
stesso Santo che decora l' altare di San Regolo , ed anche 
moltissimo ricordandosi in quella di Adamo nella Cappella del 
Precursore in Genova ( 2 ). 

Resta ora ch'io dica dell'altare di San Regolo, scolpito da 
Matteo nel 1484. Da questo si vede quanto egli facesse conto 
delle opere dei sommi maestri toscani , e come si giovasse qui 
del concetto stesso del monumento di Baldassarre Cossa , già 
papa Giovanni XXIII , eseguito da Donatello e dal discepolo 
suo Michelozzo. Di ciò rende non dubbia testimonianza il ba- 
samento, ove sono i tre bassi rilievi adorni da iscrizioni ( 3 ) ; 

( J ) Mazzarosa , Illustrazione della Cappella del Volto Santo , Lucca , Tip. 
Giusti, 1836. 

( 2 ) Alcune iscrizioni si leggono solto di tale figura, cioè: Divus Sebastianus 
Martir; quindi: ut vivae m. * vera vita, motto che soleva usare il Berlini; e fi- 
nalmente: Sacellum Cruci dicatum vetustum ac deforme excitari et ornari, aram 
quoque a tergo divo Sebastiano poni sua impensa religiose curavit Dominicus 
Bertinius gullicanus lucensis sancte sedis secretarius ac Comes, mortis memor. 
Matheo Civitali Incensi archilecto anno mcccclxxxhii. 

Ed ai lati della figura stessa, in due scomparii del Tempietto intarsiali di marmo 
a colori , è scritto : 

VALET • VI • SUA • VERITAS • M • CCCCLXXXIIII. 
OPUS • MATHEI • C1VITAL • LUCEN. 

( 3 ; Ecco come si esprime a tale riguardo Michelozzo nella denunzia dei beni di 
lui e de' fratelli fatta agli ufficiali del Catasto di Firenze nel 1427: « Esercito 
larle dell' intaglio, compagno di Donato di Nicholò di Bello Bardi, detto Donatello, 
abbiamo fra le mani glinfrascritti lavori in due anni o incireba siamo stati chon- 
pagni , cioè : 



( 16 ) 

e ciò conforma sempre più il sospetto del eh. P. Vincenzo 

Marchese , clic il Civilali abbia fatti i suoi studi in Toscana, 
ove anzi parmi die più ti' ogni altro siasi egli proposto di 
imitare lo stile di Donato, giacché, a mio modo di vedere, non 
condusse opera che non ricordi il fare di questo artefice. 

Le tre ligure che stanno entro le nicchie, sono lavori mira- 
bili pel concetto e per la nobiltà con cui Matteo le compose ; 
abbenché in alcune parti non si ravvisi quella diligenza che 
egli praticò nei lavori per Genova. Esse rappresentano San Seba- 
stiano (che l'artista vesti giusta il costume del tempo), San Re- 
golo ed il Batista, la cui figura, ad onta che sia inferiore nella 
esecuzione, può dirsi una replica dell' Abachuc nel Duomo di 
Genova. Altrettanti bassirilievi sottoposti alle stesse, ed espri- 
menti il martirio di que' santi, sentono tutta 1 : ingenua scuola 
dei maestri toscani ('); e la Madonna col Divin Figlio, la 
quale fa capo al monumento del Santo cui è dedicato 1' al- 
tare , é condotta con sì raro artifizio e nobiltà, che la diresti 
opera di Mino, sebbene vi si scorga un fare più largo. 

« Una sepoltura per in Sco. Giovanni di Firenze per messer Baldassarre Coscia, 
Cardinale di Firenze, abbiamo avere a furia a latte nostre spese fior. 800 ». 
(V. Gaye, Carteggio inedito d'artisti, Firenze, Molini, 1839, voi. I, pag. 119). 

E nella casa ove questi artefici tenevano il proprio Studio , nella via detta ora 
de' Calzaiuoli, si legge una epigrafe modernamente appostavi, e concepita in questi 
termini : 

IN QUESTE MURA 

DONATELLO E MICHELOZZO COME FRATELLI 

LA SCULTURA ESERCITAVANO INGENTILIVANO 

(') Gli accennati bassi rilievi sono divisi dalle seguenti iscrizioni: 
(Di fronte) divo • rigulo • lucae • praesidi • nicolaus • noxetus • eques 
(Di fianco) opus • matiiei • civital • lucensis 

(Di fronte) in • eum • parentes • q • suos ■ pius ■ hoc ■ altare ■ posuit • ornavitq 
(Di fianco) ad- m • cccclxxxiiii 

E nella fronte dell' Urna : 

SANCTl REGULI 

MARTYRIS corpus 

HIC COLITUR 



( 17 ) 

Nel Commentario del P. Vincenzo Marchese si legge, che nel 
I486 il Civitali « firmava il contratto con 1' Operaio del Duomo 
di Pisa nel giorno 24 aprile, per sostituire agli ornamenti di 
stucco attorno alle cappelle di ventidue altari altrettanti fregi 
finissimi di marmo. Frattanto si davano all' artefice in acconto 
fiorini 20 d'oro, cioè lire 122; e altri pagamenti si trovano 
fatti negli anni 1487 e 1488. Vero è che di questi altari non 
ne fece che due, lasciando altrui la cura di eseguire gli altri 
con il suo disegno. Di ciò si ha un documento nelle Memorie 
del Trenta; per il quale si corregge il Da Morrona, che, fidato ad 
una tradizione, credette quegli adornamenti disegnati da Miche- 
langelo Buonarroti e scolpiti da Stagio Staggi di Pietrasanla. Si 
dee avvertire però che nell' imbasamento e nei pilastri delle 
cappelle suddette si leggono gli anni 1552, 1536 e 1592 (') ». 

Io non saprei dire quante volte m' abbia vedute le indicate 
cappelle, e come specialmente scorgessi la mano dello Staggi 
in quella de' Santi Martiri , ove si ammira il basso rilievo del- 
l' Ammannato ( 2 ; , e nel superbo altarino di San Biagio, monu- 
menti entrambi de' più ricchi in tal genere fra quanti se ne 
vedono in quel ricchissimo Duomo. Ho detto specialmente, perchè 
il modo di comporre dello Staggi si ravvisa pure in qualche altro 
lavoro, come sarebbero alcuni capitelli composti con teste di griffi, 
maschere, ecc.; ma se si eccettua l'altare di San Guido, il 
quale è finamente lavorato , gli altri sembrano piuttosto eseguili 
sui disegni di quell'artefice, che lavorati da lui stesso; perchè, 
ad onta che vi si scorga quella foggia di ornare che si incontra 

(') Marchese , 0|>. cit. 

( 2 ) V. Cicocnara , Stor. cit. A proposito delle indicate cappelle il Da Morrona 
(Pisa illustrata, voi. I, pag 496) riferisce il seguente documento: 

« A dì 25 aprile I486 al Pisano Antonio d' Jacopo Operaro del Duomo 

alluoga a M. Matteo di Giovanni Civitale da Lucclia per fare nel (lieto Duomo di 
Pisa l'ornamento di marmo di ventidue Cappelle d'altari le quali devono esser 

poste dove ora sono quelle a giesso Matteo si obbliga di fare eseghuire 

tutto I' ordine e lavori intagliati e schorniciati ecc. » 

2 



( IH ) 
sovente nelle opere dello Staggi , io non saprei vedervi nò la 
finezza della esecuzione , nò quel tocco leggero che tanto si ap- 
prezza nei lavori di lui. E però, tornando al Civitali, io con- 
corro nell' opinione del Da Morrona, che cioè per qualche insorto 
motivo egli abbandonasse l'incarico; né crederei che lo Staggi 
eseguisse i disegni lasciali dal Civilali , parendomi eh' ei fosse 
troppo valente nelle arti, per acconciarsi -ad eseguire progetti d'al- 
tri maestri ; tanto più che e per gusto e per fecondità di com- 
porre non era al certo inferiore a Matteo. In conferma delle 
quali cose è notevole, che mentre questi si ripeteva quasi sempre 
nelle sue opere, lo Staggi le tenne ognora variate e piene di 
artistiche difficoltà, di un disegno più elegante e di una ma- 
niera che vedesi attinta dall' antico. 

Altra opera del Civitali è quella statua di Nostra Donna col 
putto in braccio, sorretta da una specie di modiglione di forma 
rotonda, ornato di stemma, griffi, ecc., la quale si vede sull'an- 
golo meridionale della facciata di San Michele a Lucca ('); 
figura che oltre all' esservi improntato lo stile di Matteo , ri- 
corda moltissimo nel getto de' panni la Santa Elisabetta da 
lui scolpita per Genova; ed abbenchè sia di una maniera 
tonda nella lavorazione, è però più grandiosa nella forma delle 
pieghe. 

Nella Cappella del Santissimo Sacramento vedonsi inoltre di 
sua mano due graziosissimi angioletti , grandi quanto il vero , 
inginocchioni ai lati del Tabernacolo ottagono ; il quale subì , 
non so in quale epoca, alcuni cambiamenti, ed insieme a 
questi putti fu da Domenico Berlini commesso al Civitali nel 
1479. Il sentimento e la ingenuità impressa dallo scultore in 
questi mirabili angioletti è così viva, da non potersi abbastanza 
esprimere a parole; e tale poi è la semplicità e la giustezza della 
mossa, che a buon diritto siffatte sculture devono collocarsi nel 

(•) Qui pure nella faccia che gira all' intorno si legge il molto del Berlini; e 
poscia : Salutis portus M. Virgo spetiosa. 



( 19 ) 

novero dei lavori più belli usciti dall' ingegnoso scarpello di 
Matteo ('). Essi richiamano alla memoria quelli che il Rossel- 
lini scolpi nel già citato monumento del Cardinale di Portogallo, 
e più ancora gli altri del Perugino nel celebre quadro dell' As- 
sunzione , che al presente si ammira nella Galleria dell' Acca- 
demia di Belle Arti in Firenze. 

Circa la stessa epoca, e vivente ancora il Bertini, Matteo ne 
scolpì il monumento, il quale consiste in un busto di lutto ri- 
lievo (e non di basso rilievo come, per non so quale svista, lo 
disse il lucchese Mazzarosa) esprimente il ritratto di lui , collo- 
cato entro una nicchia rotonda, all'intorno di cui sono scritte que- 
ste parole : Brevi in sarcophago naviter tumulandus abibo ( 2 ). 
Quantunque tale scultura sia piena di vita, non parmi però 
che possa pareggiare in merito le opere summenzionate, essendo 
lavorata con molta secchezza di parti , e meno morbidamente 
modellala. 

Uno fra gli ultimi lavori dal Civitali eseguiti in patria è il 
pergamo , che vedesi addossato ad un pilastro a destra di chi 
entra nel maggior tempio di Lucca. Esso è di forma ottagona, 
e sorretto da quattro mensolette, donde si elevano l' una sull' altra 
due tazze ornate di scannellature, di maschere e d' aquilette 

(') Marchese , Coni. cit. 

( 2 ) Seguita poscia sotto del busto la presente iscrizione: 

• D0MIN1CUS BERTINUS 

LIJCEN • LATERANEN • ET CE 

SAREE AULARUM COMES 

AC SCE APL • SEDIS SECRETA 

RIUS TABERNACULO SALV 

ATORIS INSIGNI OPERE ERE 

SUO PROPRIUS EXC1LATO SI 

BI ET SUEVE RISALITE CONIUGI 

SUE INCOMPARABILI EORUMQ 

POSTERIS VIVUS DICAVIT SACRUM 

SALUTIS ANNO 

MCCCCLXXV1III. 



( 20 ) 

sorreggenti festoni di fiori e fruiti. Alcune ben intese membra- 
ture intagliate le coronano ; e le sormontano gli otto specchi 
del pergamo istesso, i quali sono intarsiati nel mezzodì marmi 
a colori, e fiancheggiati da ricche e ben intese lesene, con base 
e capitello finamente lavorali. Ad ogni angolo dell' ottagono, tra 
una lesena e l'altra, campeggia una specie di candelabrino pure 
intagliato; parecchie assai ricche modinalure fanno capo agli 
indicati specchi; e tanta infine è la giustezza delle proporzioni 
e degli oggetti delle sagome, che l' insieme forma una massa 
la quale può dirsi veramente gentile ('). 

Altri lavori sì di statuaria come di architettura si attribui- 
scono a questo valente artefice. Diconsi opera sua il Palazzo dei 
Lucchesini in Vignola a Massa Pisana , e quelli egualmente dei 

(') Il Trenta (Guida, ecc. pag. 32) ed il Corderò di San Quintino (Osserva- 
zioni sopra alcuni antichi monumenti di bette arti nello Stato Lucchese, 
pag. 96), il quale parlando di questo lavoro cita i libri dell' Opera di San Martino , 
affermando che esso fu eseguito da Matteo nel 1498, cioè due anni avanti della 
sua morte, avvenuta, secondo gli storici, in Lucca nel 12 ottobre loOl, contando 
allora il Civitali ranno 65 d'età. 

A perpetuarne la memoria i figli fecero scolpire sul suo sepolcro questa onore- 
vole iscrizione : 

D IM 

MATTHEI • C1VITALIS • AR 

CHITECT • ET SCULPT • RARISS 

HOC MONUMENTUM 

QUI • NON • SOLUM • PATRIAM 

SUAM ■ LUCAM • SED • UNIVERSAM 

ITAL • STAT • IMAC • Q • EXCEI.I. ■ 

ORN • QUAE • GRATIA • ET • ARTE 

CUM • OPERIDUS • PRAXITELIS 

PHYD • MVRON • SCOPEQUE 

CERTANT • 

VIXIT • AN • I.XV • MENS • UH • DIES 

VII 

AB • AN • D ■ MDI • XII • OCTO 

IOAN • ET • NICOLAUS • FILI1 

VIRT • AMAT • POS 



( 21 ) 
Bernarnondini e Cenami ('). Io non so se esistano documenti 
per attribuire con sicurezza tali opere a Matteo; nondimeno con- 
fesso di avere trovata in que' pochi ornamenti che fregiano tali 
fabbriche una certa analogia di stile colle opere di lui. Alcuni 
invece li vogliono fattura di Vincenzo Civitali già sopra men- 
zionato , essendoché la maniera di questi fregi è più vicina an- 
cora a quelli che si ammirano nel nuovo Battistero di San Fre- 
diano di Lucca da esso Vincenzo scolpito. 

Il Trenta inoltre, nelle sue Memorie sulla famiglia de' Civitali, 
aggiunge essere certo che, durante il suo soggiorno in Lucca, 
Matteo vi fece alcune statue di villani in naturalissimi atteggia- 
menti « le quali si additano tuttora qua e là pe' nostri giardini, 
come pure un bassorilievo pel refettorio nel monistero di San Pon- 
ziano, in cui vedesi effigiala Maria Vergine con 1' Arcangelo Ga- 
briele ». Altri lavori fece poi per la chiesa di Segromigno ; ed 
una statua in terra cotta esprimente San Sebastiano donò alla 
chiesa parrocchiale di Monte San Quirico, per collocarsi all'al- 
tare di San Leonardo. E finalmente tra il 1 471 e il 1484, 
come rilevasi da un libro dell'Opera di Santa Croce, incari- 
cossi « di fare nel pavimento della navata di mezzo un quadro 
grande di marmo a più colori commessi a disegno di stella con 
quattro tondi intorno, e di fogliami e fregio bianco ( 2 ) ». 

Del Civitali egualmente è la Madonna che vedesi nella colonna 
contigua al suo sepolcro in San Martino di Lucca ( 3 ), e a lui 
pure si ascrivono le figure di due monaci scolpite a bassorilievo 
su di una pietra, in ricordanza dei pietosi e caritatevoli ufficii cui 
i medesimi si prestarono durante la pestilenza che funestò la città 

(') Soprani, Vite de" pittori , scultori ed architetti ecc., voi. I, pag. 374; 
Trenta, Guida ecc. « 

( 2 ) Trenta, Memorie ecc. 

( 3 ) In delta colonna si legge : 

MATTHEUS • CIVITAL • SCULPT • NOS • GENUIT 
ET • MORS • DEO • PUROS • REDD1DIT • 



( 22 ) 

eli Lucca intorno al 1420. E cerio essi sono di un lavoro cosi 
squisito, da potersi non solo sostenere per opere del (livitali, ma 
da annoverarsi fra le più belle che egli abbia eseguite ('). Al- 
cuni dicono essere anche di Matteo la porta del tempio di N. S. 
della Rosa in Lucca, la quale vedesi tutta adorna d" intagli. In- 
fatti, sebbene la scultura non sia di lavorazione tanto accurata, 
è tale però da rammentare le opere di Donatello; ed in ispe- 
cial modo i putti scolpiti nell' architrave ricordano quelli dei 
sepolcri dei Gattamelata nella Basilica di Sant' Antonio in Pa- 
dova, ed altri fusi in bronzo per il paliotto dell' aitar maggiore 
nella stessa chiesa, opere delle più eleganti che uscissero dalle 
mani di Donatello medesimo. 

Si asserisce in ultimo spettare a Matteo un urna ed un lu- 
netto esistenti nella chiesa di San Romano pure in Lucca ; i 
quali lavori , quando fossero veramente di lui, converrebbe cre- 
dere eh' ei li eseguisse nella prima sua giovinezza, rimanendo al 
dissotto d' ogni altro. Parecchi affermano anche appartenergli 
una statua in terra cotta e dipinta, esprimente un San Barto- 
lommeo, che si ammira in Vallebuia, alla distanza di un miglio 
e mezzo da Lucca, nella chiesa intitolata a quel santo. In 
quanto al concetto essa direbbesi pressoché eguale a quella 
scolpita da Marco d' Agrate, la quale vedesi nel coro del Duomo 
di Milano ( 2 ). 

(') Questo basso rilievo vedevasi un tempo nella antica ed ora distrutta chiesa 
della Madonna , ove al presente è la Piazza Reale ; e poscia fu trasportato nella 
chiesuola della Madonnina presso la porta di San Pietro. 

( 2 ) In un grosso volume di fotografie, serbato nella Biblioteca Reale di Torino , 
ve ne hanno due le quali rappresentano una statua ed un bassorilievo, che diconsi 
opere di Matteo Givi tali , ed ora passarono all' estero. La prima raffigura una donna 
inginocchiata colle mani giunte, ed una specie di bcretto o cuffia in capo. Se io 
però dovessi giudicarne della maniera, con cui si vede trattata, non vi troverei il 
fare di quell'insigne maestro. L'altro, scoperto dall'ottimo amico mio prof. Con- 
sani, presso cui potei vederne il gesso, ha nel mezzo una testa d 1 uomo in profilo; 
e la fiancheggiano quattro candelabri frammisti ad emblemi consistenti in due 
mani annodate con palme e bindelli. 



( 23 ) 

§• H- 

Dovendo ora tenere parola delle opere di Matteo Civitali ese- 
guite in Genova, io mi limiterò ad accennarne soltanto il pregio 
artistico, avendo già lungamente scritto eleganti penne della 
estetica di esse, la quale d'altronde non entra nello scopo di 
questo lavoro. 

Non avendo potuto mai, per quanto vive istanze ne facessi, 
penetrare negli archivi della Consorteria di San Gio. Batta, nei 
quali pare probabile che possa esistere un qualche documento 
riguardante queste sculture, noi dobbiamo finora starci contenti 
alle conghietture. Frattanto abbiamo dal Negrotto (') la notizia 
di un decreto del 10 febbraio 1449 con cui il Senato di Genova 
stabilisce che, atterrata la vecchia Cappella del Precursore, già 
costrutta dalla famiglia dei Campanaro, una nuova se ne eri- 
gesse nel luogo istesso, e che nel 1451 si pose mano all' opera. 
Inoltre un documento del 2 gennaio 1461 ci fa conoscere come 
i Priori della Divozione o Confraternita del Battista allogassero 
allora , sotto certe condizioni , a maestro Vincenzo da Brescia abi- 
tante in Pavia la dipintura della Cappella medesima (-'). Ma un 

(') Negrotto, Descrizione della Metropolitana di S. Lorenzo, ms. presso di me. 

( 2 ) Atti del Notaro Oberto Foglietti!, nell' Archivio Notarile di Genova. 

In nomine Domini Amen. Nicoluus Adurnus et Lazarus de Auria Priores Devo- 
tionis almi Joliannis Baptistae, ac Antonius Gentilis et Luciaiuis de Kochu Priores 
de velerò parte una, et Magister Vincentius de Bressia pictor habitalor Papiae parte 
altera , sponte etc. 

Pervenerunt ad infrascripta pacta eie. 

Renunciantes etc. 

Videlicet quia dictus Magister Vincentius promisil dictis Prioribus praesentibus 
et stipulantibus depingere Capellam Sancii Johannis Baptistae in Ecclesia Januensi 
exislentem, tam in facie quam in coello ipsius Capellae, bene et de illis fìguris et 
imaginibus et prout dicti Prioribus placuerit; in qua pictura promisit quosvis collores 
et alia convertere ex ipsius Vincentii pecunia, exceptis argento et auro quac dicti 
Priores promiserunt traddere dicto Magistro Vicentio in ea somma de qua cisdem 



( 24 ) 
atto poi del 10 marzo 1478, rinvenuto nel Civico Archivio, fa 
chiaro che di queir epoca si erano, per cura dei Protettori stessi, 
molto avanzate le decorazioni, e che allora mancando essi di 
denaro, ricorsero per non lasciarle incomplete al Senato mede- 
simo, il quale decretò che per due anni consecutivi i Padri del 
Comune erogassero a beneficio di tale opera la somma di 200 
lire ('). Finalmente l' epigrafe che ricorre lungo il listello sot- 

placuerit; et prò cuius quidem picturac prclio et mercede dieti Vincenti i haberc de- 
beat ipse Magister tantum quantum diclis Prioribus videbitur et placuerit, et prò 
quo pretio dictus Magistcr Vincentius se remisit eorum descreplioni et arbitrio. 

Et quod quidem laborerium promisil dictus Vincentius indicare in kalcndis aprilis 
et ipsum perficere bene etc. 

Hoc acto quod casu quo dicti Domini Priores intra dictas kalendas Aprilis rcpe- 
rirent alium Magistrum Pictorcm qui eis magis idoncus videretur ipso Vicentio , 
teneatur dictus Vicenlius traddere et restituere diclis Prioribus ducatos quindecim 
auri eidem solutos prò arra seu caparra dicli laborcrii ; et prò ipsis reslituendis 
intercessi t Gaspar de Aqua, sub etc. Henuncians etc. 

Quae omnia etc. 

Sub etc. 

Ratis etc. 

Et proinde etc. 

Acto etc. 

Quod possint convenir! etc. 

Renunciantes dicti Vincentius et Gaspar etc. 

lurans dictus Vincentius etc. 

Millesimo quadringentesimo sexagesimo primo, die Veneris secunda Januarìi in 
Ecclesia Januensi videlicet intra dictam Capellam. 

Tesles Praesbiter Bartbolomeus de Pareto Praepositus Ecclcsiae Sancii Georgii 
Januensis et Baptista Carena oli ni Carletus. 

(') Chiesa dì San Lorenzo, filza II, num. 171. 

U78 die IO Martij. 

Illustris Dominus Prosper Adurnus Ducalis Januensis Gubernalor, e M.cum rjon- 
silium Dominorum Anlianorum in succienti et legitimo numero congregati. 

Auditis Antonio Justiniano et Sociis prioribus devotionis S.t' Johannis Baplistae 
dicentibus deesse siiti pecunias ad perficiendum opus inceptum ornamenti capelle 
majoris ecclesie S." Laurentij, quod relinquere imperfectum pudor essel, petenti- 
busque decerni ut D. patres Comunis ex decennio legatorum contribu.ini omni anno 
usque ad aliquot annos de libris ducentis, cum decenium illud non ob aliam causam 
impositum fuerit quam ad rcparationem ipsius ecclesie vel ornanientnm. Ex adverso 



(28 ) 

toposto al bassorilievo a sinistra, se appartenesse all'epoca, 
dimostrerebbe che i lavori sortirono il compimento correndo 
l'anno 1498 (f): 

Ho detto se appartenesse all' epoca, perchè avendo da vicino 
esaminali i lavori, ho potuto scorgere che il listello accennato è 
opera posteriore al bassorilievo in discorso, non solo per la confor- 
mazione dei caratteri, ma pel marmo diverso, e fu poi incastrato 
sotto dello stesso. Dalla attenta osservazione fatta più volte del 
bassorilievo che sorge di rimpello , ho potuto convincermi che 
anche in quest'ultimo venne praticata la medesima cosa, onde 
aver campo di collocarvi l'iscrizione che allude a' restauri del 
1 604, e che, per ricavarne maggiore spazio al listello, il marmo 
antico fu spianato di tal giusa che alcune figure ne vennero 
danneggiate. Io sono in ultimo pienamente convinto , che come 
il Cavitali segnò sempre il proprio nome in ogni lavoro, così ei 
non l'ommise neppure in questo, tanto più che lo lasciava 
fuori di patria, ed era fra' suoi uno di maggiore importanza. 

L'egregio mio amico il cav. Alizeri, nella sua pregiata Guida 
artistica di Genova , crede poter assegnare al \ 490 o in quel 
torno la venuta del Civitali in questa città; ma non è da ta- 
cersi che in tale anno il Civitali si trovava, per commissione 
del Senato di Lucca, occupato a costruire il gran ponte a due 

auditis ipsis palribus Comunis dicentibus non fuisse tale dccennium impositum ad 
ornamentimi sed solam reparationem , veruni imminere eis ad presens fabricam 
molis in qua necesse ei est pecunias multis modis invenire, ila ut cessante causa 
reparationis ipsius in nullo opere pecunie ipse melius errogari possint quam in fa- 
brica predicta. Demum re examinata ac considerata, statuerunt ac decreverunt 
quod palres Comunis solvant ex processa dicti decennii prioribus devotionis illius 
libras ducentas in anno usque ad duos annos , quorum primus sit presens annus , 
convertendas in opere ornamenti de quo supra fit menlio. 

In actis Gotardi Stellile Cancellarti. 

(') Divo Praecursori Franciscus Lomellinus et Antonius Saum Priores et 

CONSILIUM MOLTIPLICATA PECUNIA EXOLVERE 1496. 

Nel plinto si legge : Mater Divi Joannis Bapt . 



( 26 ) 
archi a Moriano sul Sorcino, il qualo è decantalo dagli scrittori 
come prodigio dell' arte , e tale invero da recar meraviglia a 
chiunque si abbatte a vederlo ('). 

E perchè inoltre io non esiterei a credere che Matteo abbia 
potuto aver parte come architetto nella suddetta Cappella , di 
che ragionerò specialmente in un lavoro sulle sculture che or- 
nano la fronte esterna della medesima ( 2 ); così a me pare che la 
venuta di questo artista fra noi dovrebbe di parecchi anni an- 
ticiparsi ; e , guardando all' epoca in cui minori occupazioni lo 
trattenevano in patria, sarei quasi per istabilirla intorno al co- 
minciare della seconda metà del secolo XV , cioè avanti che egli 
scolpisse il monumento del Noceto , il Tempietto del Volto Santo 
e l'altare di San Regolo. 

Sei sono le statue che il Civitali scolpì, alquanto più grandi 
del vero, per l' indicata Cappella del Precursore. L'eruditissimo 
Alizeri opina che Matteo non giugnesse mai per avventura a 
tanta perfezione, quanta ne mostrò in queste statue, nelle opere 
che fece in patria, se pure non vogliamo eccettuare l'altare 

(') Carlo Frediani nel suo Ragionamento storico intorno ad Alfonzo Citta- 
della scultore lucchese, pag. 41, mostra col seguente documento che il Civitali 
trovavasi nel 1498 a soggiornare in Carrara colla propria famiglia. « Per atti di 
Ser Pandolfo Ghirlanda, egli scrive, il 3 di aprile 1498 , Donna Isabeltha olim 
Nicolai Cordelarii de Camajoris civis lucensis , uxor magistri Mathei de Civi- 
tali habitantis ad presens Carrarìae, sculptoris, crea in suo procuratore il vene- 
rabile prete Girolamo Calzolari a rinunziare a Paolo Baldini di Lucca, marito di 
Donna Agnese di lei sorella, tutto ciò che a lei si può spettare. (Archivio di 
Carrara) ». 

( 2 ) È mio proponimento chiarire col criterio dell'arte, e per mezzo di raffronti 
il meglio che mi sia possibile, la scuola cui appartengono tali sculture, ed altre 
molte eseguite in Liguria da più artefici usciti da scuole diverse; poscia indagare 
il modo onde sono trattati i bassi rilievi che tanto arrichiscono la fronte, dell'in- 
dicata Cappella, i caratteri delle ligure, la condotta degli ornamenti ; infine ac- 
certare le variazioni che l' insieme di questo monumento ebbe a subire da' suoi 
primordi fino al secolo XVII 

A meglio agevolare poi ed assicurare gli accennati raffronti, io mi sono già da 
molti anni andato procurando i getti delle opere summenzionate. 



( 27 ) 

dì San Regolo ('). Ma molti dubbi io avrei per aderire all'opi- 
nione del valoroso scrittore; perché la scultura non solo, ma 
ben anco la parte ornamentale del monumento al Noceto può 
gareggiare con qualvogliasi opera di lui, per eleganza di con- 
cetto e severità di forme, per grandiosità di stile e finezza di 
esecuzione; mentre nel preaccennato altare , si hanno, come ho 
avvertito, alcune figure nelle quali, abbenchè sempre vi si 
scorga lo scalpello del grande artista, non si ravvisa tutta la 
fina condotta che si ammira in quelle di Genova. Del che si 
potrà facilmente convincere chi faccia un confronto tra la testa 
del San Sebastiano che è nell' altare medesimo e quella del- 
l' Adamo in San Lorenzo, la quale è di una assai più accurata 
lavorazione. 

La prima statua a mano manca di chi entra nella Cappella 
del Precursore rappresenta un Abramo, o come altri vuole, un 
Isaia; ed è figura, che per la giusta movenza e pel gesto spon- 
taneo delle pieghe, si può senza tema dire elegantissima; e con 
ragione il benemerito conte Cicognara la dice singolarmente os- 
servabile per la foggia dei vestimenti e per un certo grandioso 
che la distingue ( 2 ). A questa fa seguito quella di Santa Eli- 
sabetta; e nello stile di essa non meno che in quello delle altre 
due panneggiate si ravvisa forse un fare alquanto più secco, per 
ciò che è lavorazione e pel modo con cui sono dettagliale le 
pieghe. Difficile sarebbe il descrivere quanta sia la verità che 
vedesi in essa, e quanta ne sia giusta la mossa: la testa e 
le mani sono modellate con tanta verità, che si direbbero for- 
mate sul vero ( 3 ). La stessa viene fiancheggiata da un Eva ; 

Cj Alizeki, Guida artìstica per la città Genova, voi. I, pag. 61. 

( 2 j L'artefice segnò nel plinto le iniziali del proprio nome: 0. M. C. ; e nella 
opposta parte lo ripetè per intiero. 

( 3 ) Tale stntua è rotta nelle gambe, e fu riaggiustata con istucco : alcune pie- 
ghe sul davanti vennero rimesse in legno ; anche il bindello che tiene fra mani è 
rotto. Anche all' Àbramo manca il bindello che teneva colla destra ; e parte delle 
pieghe inferiori si vedono rifatte con legno. Né le altre statue vanno, qual più 



( 28 ) 
ma questa fu così malamente coperta da una pelliccia model- 
lata in istucco, che ornai non si può abbastanza discernere l' in- 
sieme della figura , la quale ora si giudicherebbe essere piuttosto 
di tozze proporzioni ( 1 ). Io più volle ho fatto voti ed uffìcii, 
perchè a si pregevole opera si togliesse cotale ingombro. 

Seguono alla opposta parte le statue dell' Adamo, di San Zac~ 
caria e del profeta Abacuch. L'Adamo è figura modellata con 
semplicità, grandiosità ed eleganza di forme; e però, quantunque 
mollo rispetti le opinioni del Mazzarosa, il quale con costante 
dottrina illustrò le opere di Matteo , confesso ingenuamente che 
non saprei ravvisare in essa i difetti da lui accennati , tanto 
più che essendo stata questa statua come quella d' Eva ideata 
e scolpita affatto nuda, venne anch'essa coperta di poi con una 
pelliccia che nuoce non poco all' insieme totale ; che anzi mi 
sembra di tale giustezza ed unità da stare degnamente accanto 
alle sovra descritte (*). 

Inutile sarebbe il tessere elogi dell' altra statua esprimente 
San Zaccheria, celebrala da quanti ne scrissero come una delle 
sculture più belle non solo del Civitali , di cui tutte le vince 
nella esecuzione, ma de' suoi tempi ; tanta ne è I' espressione e 

qual meno, esenti da guasti, i quali può credersi avvenissero intorno al 1604, in cui 
le statue furono rimosse per iniburroccliirne le nicchie. 1 pezzi mancanti io li vidi 
ancora allogati nelle nicchie medesime ; e. più volte feci istanza perchè quelle pre- 
ziose scultore venissero convenientemente ristaurate. Molti anni addietro un pio 
benefattore si era determinato a fa/ pulire queste opere dell'artefice lucchese; ed 
avea di fatto inviati alla cattedrale parecchi suoi contadini , i quali con pezzi di 
ruota ed arena si erano accinti al lavoro con un ardore degno invero d' impresa 
migliore. Trovandomi a caso tra via, ebbi ad avvedermi di quell'opera vandalica, 
e fattala immantinente cessare- ne resi edotto il Sindaco della nostra Città, il 
quale diede allora le più energiche provvidenze atte ad impedire che «niello sfregio 
avesse a rinnovarsi più mai. Pure le traccie della barbara operazione rimasero se- 
gnatamente impresse sulle guancic della statua di Eva, sul petto dell'Adamo e 
sulle mani dell' Abachuc. 

(') Nel plinto è scritto: Prima Mater. 

( 2 ) Ivi nel plinto: Primus Pabens. 



(29 ) 

la semplicità. Neil' ultima invece Matteo adoperò uno stile al- 
quanto più secco ne' panni ; ma nelle parti nude, è molta ve- 
rità , abbencbè , se si voglia , sembri alquanto esagerata la mossa 
totale (•). 

È pure opera del Civitali il grande lunetto che sta sovrap- 
posto alle prime tre statue ; diviso per mezzo di lesene ornale 
di base e capitello in tre scomparti. E perchè anche di questo 
superbo lavoro si ha lunga ed erudita descrizione negli scritti 
del Mazzarosa, io mi limiterò, onde evitare le repliche, a fare 
qualche osservazione per ciò che riguarda 1' arte e lo stile. 

In questo basso rilievo trovo che il Civitali usò due diverse 
maniere , cosi per la forma come pel modo di tenere i rilievi 
delle figure; di guisa che quelle dello scomparto a sinistra del 
riguardante, sia pel maggior rilievo e sia per una certa diver- 
sità della lavorazione , si scostano non solo da' compagni , ma 
direi da quanti altri ne uscirono dallo scalpello di lui. 11 primo 
raffigura la decollazione del Battista, ed è tale da richiamare 
alla mente i lavori eseguiti da Donatello per il pergamo di 
San Lorenzo in Firenze, non che le opere da lui condotte 
per la chiesa di Sant'Antonio di Padova, in cui diede non 
poche prove del suo valore. 

Nello scomparto mezzano invece, ove è espressa la cena di 
Erode , il Civitali tenne uno stile alquanto più secco. Volendolo 
raffrontare con quello che fregia il più volte accennato altare 
di San Regolo , e rappresenta , sebbene in più piccole propor- 
zioni, il soggetto medesimo, trovo che mentre nel nostro piac- 
que a Matteo di far presentare dalla danzatrice ad Erode la 
testa del Batista , in quello di Lucca invece egli introdusse il 
carnefice sul davanti della scena inginocchiato , e nell' atto di 
presentarla per comando del tiranno alla saltatrice predetta, la 
quale ne mostra particolare compiacimento , e sta come per 

(') Nel plinto: Auacuc.h P. , e di fianco 0. M. C. 



( 30 ; 

abbandonarci alla danza. La scena inoltre in quello della Cap- 
pella del Precursore succede in una ricca sala , decorata nella 
volta da cassettoni , cosi sloggiando Matteo nella prospettiva 
che può veramente dirsi bene inlesa ; e nella Ironie di essa 
può vedersi un saggio della sua perezia nella parte ornamen- 
tale, avendovi egli eseguito un fregio composto di due chimere 
alate a foggia di sfingi, fìancheggianti un vaso, e finientisi in 
un bizzarro intreccio , alla cui estremità sono scolpili a basso 
rilievo in profilo i busti di una donna e di un uomo coro- 
nato a guisa di imperatore. In questa sala si vedono due 
tavole imbandite, 1' una delle quali si distingue per essere ele- 
vata sopra un dado e messa con grande sfarzo ; ad essa si as- 
sidono il re e la regina , servili da un paggio il quale è ve- 
stito giusta il costume del secolo XV; all'altra stanno due 
commensali occupali in ragionamenti , ed essi pure sono ser- 
viti da un paggio. Nel basso rilievo dell' altare di San Regolo 
invece il Cavitali finse al destro lato Y ingresso del carcere, e 
sul davanti di esso ritto ancora sulle ginocchia il tronco del 
Battista. Ivi i paggi sono anche in maggior numero; e mentre 
due di essi stanno recando le vivande , un terzo alla opposta 
parte va rallegrando il convito col suono di un mandorlino. 
Finalmente nel terzo basso rilievo sono espressi due episodi, 
cioè la sepoltura del Batista e quando ne abbruciano il corpo ; 
con che il Civitali segui 1' usanza degli scultori e pittori dei 
suoi giorni , i quali in una sola tavola rappresentarono più 
storie. La scena è divisa da due lesene : a destra si vedono 
due uomini intenti a deporre in un sarcofago ornato da riparti 
la salma del Precursore , l' uno tenendolo per le braccia e 
1' altro per le ginocchia sporgenti ancora fuori dell' avello; altri 
due, fra i quali forse è il tiranno, vi stanno come spettatori. A 
sinistra poi s' innalza un rogo e sovr' esso lo scheletro del 
Batista , il quale tra il divampare delle fiamme che due uo- 
mini con forche attizzano maggiormente, si converte in cenere. 



( 31 ) 

Chiuderò questi appunti osservando come non sarei lungi 
dal credere che durante 1' esecuzione dei suddescritti lavori, se 
pure li fece in Genova, Matteo Civitali vi avesse alcuni aiuti 
e vi lasciasse discepoli. Di ciò fanno fede parecchie sculture le 
quali si vedono sparse nella nostra città, ed altre che conser- 
vate prima neh' ora demolita chiesa di San Francesco di Ca- 
stelletto , furono vendute e adoperate con altri pregevoli avanzi 
di antica statuaria, in pavimenti alla veneziana. Fra queste 
una ne noterò , sfuggita alla sperpero , ed ora esistente presso 
di me, per grazioso dono dell'egregio cav. Ignazio Gardella; 
essa consiste in un basso rilievo alto circa un metro, a' cui 
lati stanno due lesene scanalate, e nel mezzo una nicchia 
adorna di riparli e di una conchiglia. Ivi siede una figura di 
donna colle mani giunte , la quale nella maniera de' panni ri- 
corda la Madonna di tale artista in Santa Trinità, abbenchè in 
quest' ultima si scorga maggiore sceltezza di pieghe , ed un 
andamento più elegante (')• 

Osserverò infine che le opere del Civitali furono sempre 
tenute in grandissimo pregio fra noi. Di che si ha la miglior 
prova nelle ripetizioni che ne fecero valenti scultori nell' e- 
poca più bella dell' arti italiane ( 2 ). 



(*) È da avvertirsi che nella nostra la lesta e le braccia furono in goffa guisa 
rifatte. Nella estremità superiore della nicchia si legge : Ave Gratia Plena. 

( 2 ) Noteremo ad esempio la statua di Santa Elisabetta nella cappella di San 
Gio. Batta al Gesù, e quella della Santa stessa e di San Zaccheria a San Pietro 
di Banchi scolpile in sullo scorcio del secolo XVI da Taddeo Carlone. 



DELLE OPERE 



D! 



GIAN GIACOMO E GUGLIELMO DELLA PORTA 

E 

NICOLÒ DA CORTE 

IN GENOVA 
MEMORIA DEL SOCIO 

PROF. SANTO VARNI 



F 



ra gli artefici che dopo il Civitali ed il Contucci impiega- 
rono i propri scalpelli a decorare la sontuosa Cappella di San 
Giovanni Battista nella Metropolitana di Genova, devesi anno- 
verare Gian Giacomo del qm. Bartolommeo Della Porta, da Por- 
lezza nel Comasco, Provincia di Milano. Il quale, per invito del 
conte Filippino D' Oria, si recava tra noi in compagnia di Gu- 
glielmo suo figliuolo, e non nipote come scrissero il Baglioni, 
il Soprani, il Cicognara, ed altri recenti autori che si stettero 
alla loro asserzione , dopo di avere eseguite alcune opere in 
Milano non solo come statuario , ma come architetto , e lavorato 
in Pavia nel monumento di Gian Galeazzo Visconti conte di 
Virtù, e nel famosissimo tempio di quella Certosa unitamente 
a' più celebrati artisti de' suoi giorni ( 1 ). 

Gli storici assegnano all' anno \ 531 la venuta di Gian Gia- 
como in Genova; ma da una nota rinvenuta nel Manuale del 



(') Franche™, Storia e descrizione del Duomo di Milano, ivi, 4821 ; pag. 
144. Una visita alla Certosa presso Pavia , Milano , tip. Rivolta , 1836, pag. 
16. Si noti che in questo opuscolo Gian Giacomo è qualificato pavese. 



( 36 ) 
Cartolario delle spese de' Padri del Comune pel 1516, serbato 
nell' Archivio Civico, rilevo che un Gio. Giacomo detto di Pavia, 
ora appellato pittore ed ora scultore di marmi, fece la ricca lapide 
con decorazioni architettoniche, che vedesi incastrata nella parete 
di fianco alla chiesa di San Marco nella contrada del Molo , ed 
accenna alla purgazione del Porto cui si era data opera 
nel i513 ( , ). Ora questa lapide, a giudicarne dallo stile, ad 
altri non può ascriversi che al Della Porta , sia per la forma 
della architettura onde é composta, e sia per la foggia degli 
ornamenti e delle targhe ; e perciò sono d' opinione che questi 
anche molti anni anteriormente all' epoca segnata dagli scrit- 
tori fosse venuto in Genova. 

Altri documenti poi da me pure trovati nello stesso Archivio 
fanno fede che sino dal 4 530 vi dimorava Nicolò di Fran- 
cesco da Corte , scultore ed ornatista del lago di Lugano , il 
quale fabbricava i pilastri di una porta nuovamente aperta 
nella chiesa di San Lorenzo ( 2 ). 

Poiché Guglielmo venne in Genova , si innamorò delle ele- 
ganti opere di Perino del Vaga , il quale era allora occupato 
nell' abbellire il palazzo del principe Andrea D'Oria, e di tanto 
amore lo ricambiò, che non solo gli fu largo d'opere e di 
consigli , ma gli profferse in isposa una sua figliuola , abben- 
chè Guglielmo, che nudriva diverse inclinazioni, non accettasse 
la proposta. Avendo intanto Gio. Giacomo disegnata l' elegante 
architettura del superbo altare del Precursore ( 3 ), volendo far 
conoscere la bravura del figlio , lo propose ai deputati alla 



(') V. Documento I. 

( 2 ) V. Documento H. 

( 3 ) E non sepoltura, come dicono il Vasari {Vite ecc.) il Bagliom {Vite dei 
pittori, ecc. pag. 143) ed altri. Non è da passarsi in silenzio l'ingegnoso ri- 
piego usato da Gian Giacomo onde prolungare all'altezza delle altre, due colonne 
le quali rimanevano alquanto più corte, sormontandone la base da una specie di ca- 
nestro con fiori, che è cosa oltremodo elegante e graziosa. 



(37) 

fabbrica come scultore capace ad ornare gli specchi dei quattro 
piedistalli delle colonne dell'ombracolo (e non sedici piedistalli 
come scrisse il Vasari), e fecegli come a sperimento di sua 
perizia affidare V esecuzione di una delle figure di que' profeti 
che vi si vedono scolpiti a mezzo rilievo. 

Il desiderio di procacciarsi nuova gloria fecje sì che Guglielmo 
si accingesse con ardore a modellare la figura ; ed aiutato nel- 
l'opera da' consigli del padre e più da quelli del Vaga, fece 
cosa che molto piacque, e meritò che gli venissero commesse 
le altre quindici. Perlocché Guglielmo sempre più animato T 
si accinse di proposito al lavoro, coli' intendimento di imitare 
la maniera del maestro, come si scorge specialmente dal modo 
con cui mosse alcune delle figure, e come si appalesa in quel 
vezzo, direi, di atteggiare le stesse colle braccia elevate al di 
sopra del capo , che tanto si riscontra nelle figure di Perino 
nel predetto palazzo, ed in singoiar modo nella medaglia della 
gran sala esprimente la caduta dei giganti, e nelle pareli della 
Galleria dove ritrasse gli eroi della illustre prosapia dei D'Oria; 
sicché, volendo tener dietro a quanto si rileva dagli scrittori , 
vi sarebbe luogo a congetturare con fondamento che il Vaga som- 
ministrasse a Guglielmo i pensieri degli indicati profeti, quan- 
tunque questi, come si vede, li interpretasse a seconda della 
propria maniera licenziosa e caricata. 

Ad ingentilire ed aggiungere eleganza all' opera di Gio. Gia- 
como, concorse pure, a detta degli storici, il fecondo genio 
del Da Corte, il quale fregiò l' altare di così vari e nobili orna- 
menti, da non temere il confronto di quelli del Rovezzano e 
del da Maiano. 

Ridotta a compimento la Cappella del Precursore, i tre 
artefici impresero nel Duomo stesso il lavoro di quella di 
San Pietro , il cui giurepatronato spettava alla nobilissima fa- 
miglia de' Cibo, e la sepoltura di quel Giuliano che fu vescovo di 
Agrigento. Troviamo infatti che a' IO febbraio del Ì533 Bernardo 



(38) 

Donato del qm. Giovanni Sisto e Bernardo Pelliccia di Carrara , 
in solido, promettono a Gio. Giacomo della Porta e Nicolò da 
Corte di dar loro sul ponte de' Cattanei in Genova varii pezzi 
di marmo di diverse misure, per colonne, fregi, cornici, fascia- 
menti ed altro, non che l'urna e la statua giacente del de- 
funto prelato, ed ajtre sei statue per detto altare, a patto che 
tutte queste figure sieno di marmo "bello , bianco e senza vene 
delle cave di Polvaccio ('); quindi rileviamo dai Cartularii 
dei Padri del Comune , che il \ 3 giugno stesso anno maestro 
Nicolò da Corte fece da Pantaleo Piuma, scultore anch' esso, pa- 
gare all'Ufficio dei medesimi il diritto di lire 2 per avere ot- 
tenuta licenza di usare del pontone, per iscaricare diversi 
marmi ( 2 ). Finalmente sotto la data del 23 dicembre 1534 
si ha un atto, per cui Gio. Giacomo a nome proprio e del 
figlio Guglielmo, e Nicolò da Corte convengono fra loro circa 
la formazione di una società, la quale però da altri documenti 
estratti da' Cartularii della Repubblica si vede avere esistito 
in fatto sino dal 4 533 almeno, patteggiando che i pesi e gli 
emolumenti di tutti i lavori che avessero preso d'allora in 
poi ad eseguire , sarebbero stati fra loro divisi per terzo , e 
che nel presente convegno dovevasi anco intendere contemplato 
il preaccennato lavoro della Cappella degli Apostoli, onde aveano 
appunto avuta commissione dal suddetto vescovo agrigentino ( 3 ). 
Raffaello Soprani,, che attribuisce a Guglielmo soltanto le 
statue riposte nelle tre nicchie della Cappella in discorso, cosi 
si esprime nella Vita di questo artefice: « Nella nicchia di 

(•) V. Documento III. I.e cave di Polvaccio sono di una data antichissima , 
essendosene giovati anco i romani; ed i marmi che se ne estraggono sono gran- 
demente stimati e ricercati anche al dì d' oggi. 

(2) V. Documento IV. 

( s ) V. i Documenti V e VI. Dal Documento V si vede che la Società Porta e 
Corte acquistava in solido dei marmi dalla Signoria di Genova, e lavorava nel Pa- 
lazzo Ducale ancora nel 1541. 



(39) 

mezzo scolpi le figure di Gesù Cristo , e de' Santi Apostoli 
Pietro e Paolo. Nell'altra nicchia dalla parte del Vangelo, la 
figura di San Girolamo. Sono inoltre nella Cappella medesima 
sopra due piedistalli due altre figure, una d' Abramo e una di 
Mosé : il primo de' quali, tenendo con la sinistra una cartella, 
addita con la destra il promessogli Salvatore ; il secondo porta 
con le mani stese in fuori le due tavole della Legge. Ciasche- 
duna poi delle prefate statue rappresenta al di sotto a basso 
rilievo una stori etta spettante a quel Santo , che le sta sopra 
scolpito. Sotto la statua d' Abramo v'ha il sagrifizio ch'egli é 
per fare del figlio ; sotto quella di Mosè v' ha questo Legisla- 
tore, che riceve da Dio le due tavole ; al basso della statua di 
San Gio. Battista si vede il Santo medesimo in atto di essere 
diccollato; e a' piedi della statua di San Girolamo si vede que- 
st' altro Santo che fa penitenza nella spelonca. Parimente due 
rappresentazioni del martirio (sic) dei Santi Pietro e Paolo ri- 
spettivamente si vedono sotto le loro statue (') ». 

Il Vasari, nella Vita di Leone Leoni, notando i lavori ese- 
guiti in Genova da Guglielmo Della Porta, fra le statue della 
suddetta Cappella non gli ascrive che il Mosé. Nondimeno 
avendo osservato lo stile di questa figura, trovo ch'essa ri- 
corda piuttosto la maniera di Gio. Giacomo ; e ciò mi lascia 
dubitare che la medesima possa essere fattura del padre , o 
quanto meno che egli abbia avuta gran parte nella esecuzione 
di essa. Osservò anzi che avendola considerata da vicino, tro- 
vai che la testa ne era stata rotta, e fu quindi restaurata da 
uno scultore, che sente lo stile degli Orsolino, e di altri seicen- 
tisti. Ove invece si riconosce propriamente la schietta maniera 
di Guglielmo, si è nell' accennata statua d' Abramo; la quale, 
oltre che ricorda i suoi modi, è una delle opere più accurate 
del suo bizzarro scalpello , e mostra come egli abbia qui ten- 

(') Soprani, Vite de' pittori, scultori ecc., voi. I. pag, 408. 



(40) 

tato di imitare lo stile di Perino del Vaga perfino nei più mi- 
nuti dettagli. Così egualmente ascriverei a Gio. Giacomo la 
statua del Redentore, la quale benché sia di molto inferiore al 
Mosé per una trascurata lavorazione, onde si scosta anche da 
quella delle altre figure, è forse più semplice nel getto totale 
dei panni. E per avvalorare ognor più le mie idee, noterò la 
statua di Ansaldo Grimaldi che lo stesso Gio. Giacomo scol- 
piva nel 1 539: statua non accennata da alcuno, ma di cui io 
rinvenni i documenti , e che tuttodì si vede nella Sala di scrit- 
tura nel palazzo già delle Compere di San Giorgio; in che si 
scorge evidente la mano stessa che condusse il Redentore ('). 

Nelle rimanenti statue poi, abbenché vi si vedano la mano e 
lo stile dell'autore dell' Abramo, ciò non pertanto alcune parti 
di esse più esagerate non solo, ma di meno fina condotta, mi 
lasciano dubitare che Guglielmo ne facesse i modelli, e poscia 
in parte ne abbandonasse 1' esecuzione ai suoi consocii. Cosi 
pure si ravvisano opere di due artefici i due bassi rilievi che 
fregiano il basamento dell' altare , ove sono espresse alcune 
virtù, e diversi puttini atteggiati a mestizia e fiancheggianti 
parecchi simboli mortuarii. Quello dal manco lato si vede es- 
sere lavoro dell' autore della soprastante figura d' Abramo non 
solo, ma ricorda pur anco la maniera più bella di Guglielmo; 
I' altro invece, quantunque si conosca essere stato ideato dal 
medesimo, e non ne diversifichi per ciò che spetta alla com- 
posizione, é però goffo e rozzo nella esecuzione. 

Resterebbe ora a dire del monumento al vescovo Cibo. Ma 
una epigrafe che ricorre lungo il primo gradino dell'altare, 
ed ha la data dell'agosto 4 577, ne dà a conoscere che Giu- 
liano erasi fatto scavare il sepolcro nell' inferiore parte di essa, 
e che di queir epoca essendosi dovuto sopprimere, i nipoti di 
lui vollero almeno con questa lapide serbarne a' posteri la me- 

(0 V. Documento VII. 



(41 ) 

moria (*) ; né si ha notizia della figura giacente che lo sor- 
montava. E che gravi mutazioni subisse invero questa Cappella 
de' Cibo, lo prova il convegno passato nel \ 529 co' Padri del 
Comune e 1' architetto Domenico di Caranca , da me trovato 
nell'Archivio del Municipio; in forza del quale egli, fra l'altre 
cose, obbligavasi di fare sotto gli organi laterali nel Duomo 
due cappelle (cioè questa de' Santi Apostoli e 1' altra della 
Trinità, ora di Sant'Anna); e dal disegno unito al predetto con- 
tratto, abbenchè sia uno schizzo informe del solo prospetto, si 
rileva come le stesse erano composte di tre arcate nella fronte, 
sorrette da colonne e chiuse da balaustri o cancelli con tre in- 
gressi ( 2 ). Lo dimostrano egualmente i piedestalli delle figure 
che sono affatto irregolari ( 3 ), e la grandezza loro fa chiaro es- 
sere sproporzionate alle nicchie dove ora si vedono collocate (*); 
finalmente la loro attitùdine rivela ad evidenza non essere stato 
per niun conto intendimento dell'artista di così disporle; e la 
confusione de' bassi rilievi non incastrati al proprio luogo , 
talché sopra la statua di San Pietro è la conversione di San 
Paolo, e sopra l'altra di quest'ultimo è la liberazione dal car- 
cere spettante a San Pietro ( 5 ), e gli altri due a' fianchi 

(') Julianus Cibo episcopus Agrigentinus aram liane D. 0. M. ac preclaris 
fidei luminaribus Petro et Paulo pie olim dicarat sepulcrumque sibi inferius 
suffosswm posuerat. Ne autem tam egregii operis suppressum aucloris nomen 
et hominum memoria excideret, Nicolaus Spintela jureconsultus et Camilla Cybo 
uxor, ipsius Juliani nepotes, monumentum hoc adiiciendum curarunt anno Do- 
mini MDLXXVU mense augusti. 

( 2 ) V. Documento Vili. 

( 3 ) Vedansi i plinti dell' Abramo e del Mosè, i quali mostrano come in antico 
fossero di forma rotonda, e che punto non si prendono col vivo dei piedistalli sot- 
toposti. Si osservi ancora il fregio che gira intorno all'abside nella nicchia del 
Salvatore, composto a piccioli pezzi di più maniere lavorati. 

{*) Vedansi le due piccole nicchie praticate ai lati di quella summentovata del 
Salvatore , per far luogo alle statue degli Apostoli. 

( s ) Il Soprani ed altri storici, non avendo posto mente a' successivi lavori, 
spiegarono questo sconcio allegando che, quando le sculture di Guglielmo furono 



(42 ) 
della mensa guasti e rotti nelle braccia delle figure che stanno 
alla estremità, per farli capire nel luogo dove al presente si 
ammirano, tutto concorre a confermare la nostra opinione. 

Altri documenti da me scoperti mostrano che nell'anno 4536, 
a' 6 di marzo , Gio. Giacomo Della Porta e Nicolò da Corte 
si obbligavano col Magistrato de' Padri del Comune di Genova 
di costrurre in marmo una fontana pubblica o barchile sulla 
piazza nuova di Santo Ambrogio, sormontata da una figura 
esprimente Giano, e tutta fregiata d' intagli , per l' ammontare 
dei scudi Ì20 del sole ('). 

Nessuna notizia si ha dagli scrittori d'arte di questa fon- 
tana, ne è detto che sia avvenuto della figura sopraccennata. 
Io però credo che essa non altro fosse propriamente che quel 
busto il quale coronava in antico 1' architettura della fontana 
esistente sulla piazza del Campo, e che ora fa capo al put- 
tuale modernamente architettato dall' egregio cav. G. B. Re- 
zasco, sulla piazza di Sarzano ; il quale busto , benché si di- 
rebbe molto rifatto, lascia abbastanza vedere essere opera di 
Guglielmo. 

Il Soprani ed altri scrittori, parlando di costui, dicono che 
i lavori da esso condotti in Genova non lo occuparono più di 
sei anni ; ma la loro enumerazione basta di per se sola a per- 
suaderci del contrario, non essendo neppure a due volenterosi 
artefici, senza il concorso di bravi aiuti, possibile Io eseguirli 
in così breve spazio di tempo. Essi sono, oltre le figure dei 
sedici profeti per la cappella del Battista e le altre opere già 
ricordate, un gruppo di Ercole e Caco, una statua di Cerere 
pel palazzo Grimaldi, una santa Caterina da collocarsi sopra 
le porte dell' Acquasola ed ora esistente nel palazzo dell' Acca- 
collocate , egli se ne era di già par'ito alla volta di Roma. Lo stesso Soprani è 
pure da emendarsi ove dice che questi due bassirilievi raffigurano il martirio dei 
due Apostoli. 

(i) V. i Documenti IX a XIII. 



(43) 

demia Ligustica , una statua di santa Barbara (') , ecc. , e 
inoltre tre Grazie con quattro putti, che furono spedite in 
Fiandra al gran scudiero di Carlo V ( 2 ). Abbiamo infatti un 
documento del 13 febbraio i 538, dal quale si rileva che Gio. 
Giacomo Della Porta e socii avevano preso in affitto dai Gover- 
natori della Gabella de' fornai un mezzano sottostante al ter- 
razzo della Camera dello Ufficio de' Padri del Comune , conve- 
nendosi che la locazione durerebbe un anno ( 3 ) ; e dal Cartu- 
lario delle spese di quello Spettabile Ufficio rilevo che un Gio. 
Giacomo scultore, il quale credo non possa essere altri che il 
Della Porta, ricevette pagamento di lire 15 e soldi 10 per 
sua mercede dell'avere accomodata una lapide marmorea, 
nella quale era fatta menzione della purgazione di una fontana 
sulla piazza del Molo. In quanto poi alla figura accennata di 
Cerere, che il Soprani ed altri autori dicono scolpita da Gu- 
glielmo pel palazzo di Ansaldo Grimaldi , dirò prima di ogni 
cosa che lo stile delle due figure le quali ivi sormontano il 
timpano del portico non diversificano punto nello stile fra di loro, e 
che perciò si vede chiaro essere entrambe opere di una sola mano. 
Osservò inoltre che la maniera è lontana da quella di Guglielmo, 
essendo che in esse si scorge maggiore fermezza ed eleganza 
nella forma geometrica della figura non solo , ma ben anco in 
quella delle pieghe ; e però se giudicar si dovesse di quale au- 
tore queste si fossero, converrebbe dire eh' elle si accostano molto 
al fare di Silvio Cosini da Fiesole , il quale appunto in quel 
tempo si trovava in Genova ed operava nel palazzo del Prin- 



( ! ) Una picciola slalua di Santa Barbara si vede tuttora sopra la porla di una 
casa nella strada del Molo; ma quantunque alcuni scrittori la dicano opera di Gu- 
glielmo, essa non può appartenergli essendo di uno stile troppo diverso. Sotto della 
medesima si legge: Societas exterortm anno 1722. 

( 2 ) Soprani, Vite ecc. I. 408; Vasari, Ioc. cit. 

( 3 ) V. Documento XIV. 



( 44 ) 

cipe D' Oria (*). Oltre a ciò é d' uopo riflettere che nello 
scultore delle due figure in discorso si ravvisa un erede delle 
severe ed eleganti massime tra noi diffuse dal Buonaccorsi, e 
che non si andrebbe lungi dal vero opinando essere le mede- 
sime state scolpite col disegno di sì elegante maestro. Si op- 
porrà forse che Guglielmo lavorava anch' egli sopra i disegni di 
Perino ; ma se si prendano ad esaminare quante opere uscirono 
dal suo scarpello, si vedrà che niuna può pareggiare in sem- 
plicità le indicate figure, anche volendole raffrontare con quelle 
che egli scolpì più tardi col disegno del Buonarroti nel monu- 
mento di papa Paolo III in San Pietro di Roma, e dove non- 
dimeno mostrò tutto 1' artistico suo valore. Io non esito per- 
tanto a credere che il Soprani ed altri nell' indicare le dette 
statue, le confondessero invece con quelle che coronano il portico 
attiguo di fronte alla chiesa di San Luca , la cui struttura lo 
mostra opera di Guglielmo unitamente alle due figure che 
stanno in atto d' abbruciare alcune armi ( 2 ). 

(*) Questo artefice fu così bizzarro e svariato nelle sue composizioni ornamen- 
tali, e di un tocco sì ardito, che per lunga pezza ebbe molti imitatori. Ne fanno 
fede non pochi fregi intagliati sulla pietra di Promontorio, che adornano i portali 
di un buon numero di edilìzi in Genova. 

( J ) Al 1568 spetta una lettera di Cosimo I a Nicolò Grimaldi , la quale fu 
pubblicata dal Gaye nel suo Carteggio inedito d'artisti (voi. Ili, pag. 267), e 
che lascia campo a non poche induzioni. Essa è così concepita : 

« A messer Nicolò Grimaldi a Genova. 

« Molto magnifico messer Nicolò amico carissimo 

« Francesco Moschino scultore, homo nostro, mi fa intendere havervi dato certi 
disegni per una fabrica di uno palazzo, che volete fare in Genova, et di più di 
trattar con voi di condurli di mia marmi bianchi et misti di Seravezza; però ho 
voluto farli sapere che è persona virtuosa e intelligente da potervi servire , et io 
volentieri concederò i marmi bianchi et misti per questa vostra fabrica , maxime 
che di simili pietre mistie non ne troveresti altrove che quivi, sendovi di varie 
sorte da fare ogni lavoro, et li fo fede che da questo mio homo sarete ben ser- 
vito in tutto quello che Io impiegherete in questo affare, maxime sapendo lui che 
io vi tengo per amico ; però non vi dirò altro. Dio vi conservi sano. Di Vallom- 
brosa el dì 16 d'agosto 68 ». 



(45) 

Il Litta, nelle sue famiglie celebri d' Italia, dice fattura di 
Guglielmo stesso il monumento sepolcrale di Francesco Pallavi- 
cino vescovo di Aleria , esistente nella chiesa di Santa Maria 
Incoronata in Polcevera; ma quantunque io trovi che nella 
scultura della figura giacente e dell' urna sottoposta trasparisce 
lo stile di Guglielmo, pure né è talmente goffa la lavorazione, 
da lasciar credere che questo anziché dalle mani del Della Porta, 
sia piuttosto uscito dalla Società che da lui e dal Corte prendeva 
nome. È inoltre osservabile come il sodo su cui si imbasa il 
monumento , fregiato di epigrafe con ai lati due putti in atto 
di mestizia, é di una scultura più semplice, abbenchè di non 
fina condotta ('). 

Gli storici poi assegnano al Della Porta medesimo l' altro 
monumento di monsignor Cipriano Pallavicino arcivescovo di 
Genova, che sorge al sinistro lato dell'altare dei santi Apostoli 
in San Lorenzo. In questo però non si hanno tali sculture da 
potervi con bastevole sicurezza distinguere il carattere di tale ar- 
tista ; ma certo quelle poche che vi sono sentono discipline di- 
verse. La stessa osservazione può farsi per ciò che riguarda la 
parte architettonica, nell'insieme della quale si scorge un non 

Ora non potendo cader dubbio che il palazzo in discorso sia quello di Ansaldo 
Grimaldi, essendo il portico di questo P unico ove si trovano impiegati marmi mi- 
schi, supporrei che anche al Mosca possano appartenere le due statue che ne sor- 
montano il frontispizio, non essendo le stesse lontane dallo stile di lui. Potrebbesi 
anzi con qualche fondamento argomentare che egli si fermasse alcun tempo fra 
noi, e lavorasse in più fabbriche per P illustre famiglia, poiché delle membrature 
e dei capitelli eguali a quelli del portico d' Ansaldo si ammirano nel palazzo già 
del Duca Grimaldi nella salita di Castelletto, ed in altro che resta di fianco alla 
chiesa di San Pancrazio. 

(') Ecco l'epigrafe che vi si legge: Franciscus Pallavicinus aleriensis m- 
credibili animi tranquillitate bisquino lustris iam Pomae peractis imbecillitatem 
conditionis humanae agnoscens ad Patrios lares rediit ut honesto otio quie- 
sceret omni ambitione amota felicitatemque qua in publicis ac privatis usus est 
Beo aceeptam referens sacellum hoc cum dote ac ornamentis Beatae Virgini 
Mariae dicavit . . . anno salutis MDXXXXVlììì die XII octobris. 



( 46 ) 
so che di severo, che si crederebbe piuttosto opera di Gio. Gia- 
como ; e ciò potrebbe assumere aria di verosimiglianza , trovan- 
dosi che quattro anni precedentemente alla erezione del monu- 
mento in discorso, cioè nel 1 571 , Papa Pio V lo spediva per 
certe perizie al Bosco Alessandrino, dove faceva allora innalzare 
il sontuoso tempio di Santa Croce e d' Ognissanti (*). Mi acco- 
sterei invece al Gualdo, autore di una Relazione delle città di 
Bologna, Firenze, Genova e Lucca, ove attribuisce a Guglielmo 
alcune statue del Presbiterio] della nostra Cattedrale ( 2 ). Queste 
poi non possono essere che il San Luca ed il San Marco, es- 
sendoché il San Giovanni è opera del Montorsoli, e il San Matteo 
è fattura di un Giovanni Maria Passallo, scultore ignoto agli 
storici e che dimorava tra noi, come è chiaro per un docu- 
mento del 17 febbraio 1547 ( 3 ), e come si legge in un 



(*) e In un libriccino intitolato Misura della fabrica si nota come essendo 
slato mandato Giacomo Della Porla dal Pontefice a misurare tutte le muraglie fatte 
nella fabrica da maestri da muro e stimarle in compagnia dell' architetto della fa- 
brica Martino Longhi, e fissato essendo il prezzo della maestranza a baiocchi 31 
per ogni canna, ed essendo canne 82475, essa importò scudi d' oro in oro 26833 
e baiocchi 58, quali fanno scudi di moneta 32339 e baiocchi 58. Quale misura e 
stima di tutte le opere è stata fatta presenti li maestri da muro capi, cioè Filip- 
pino Chiezia, Gio. Maria della Bella di Marco, Domenico Pezzi da Coldre, Eliade 
Bianchi, e Raimondo da Brusino compagni, e sottoscritta Jacopo Della Porta eletto 
da N. S. Pio V, 4 novembre 1571 » (Istoria del Conv. di S. Croce e tutti i 
Santi, della Terra del Bosco, ms. ivi; pag. 53). 

( 2 ) « San Lorenzo è la cattedrale ... In questa è la cappella di san Gio. 
Batta . . . ornata di molte statue di mano di Matteo Civitali lucchese, d' Andrea 
Contucci, e di bassirilievi di Guglielmo dal Piombo (il Della Porta fu così chia- 
mato da poi che per la morte di fra Sebastiano Veneziano ebbe in Roma 1' ufficio 
del piombo) ; nel choro pure statue di detto dal Piombo e del Fratino (il Mon- 
torsoli) ». V. Relazioni delle città di Bologna , Fiorenza, Genova e Lucca 
descritte dal Co. Galeazzo Gualdo Priorato; Bologna, 1675. 

( 3 ) Ecco il documento estratto dal Cartulario della Repubblica [per 1' anno 1547, 
ove si trova il conto delle spese fatte dalla medesima per la demozione del pa- 
lazzo di Gian Luigi Fieschi sulla piazza di Santa Maria Inviolata : 1S47 , die 17 
decembris. Pro ioanne maria de pasalo sculptore prò resto predi marmorum 



(47) 

bindello che orna il plinto di detta statua, ove è scritto a 
grandi lettere Io. Maria Passalus, e che gli autori i quali 
ne ragionarono avrebbero pure scorto se si fossero dati mag- 
gior pena di esaminare questa figura e le altre, a vece di dirle 
o ricisamente d' artefici sconosciuti , o di lombardi senza più 
precise qualificazioni. Di ciò ho dovuto convincermi dietro ri- 
petuti esami e confronti praticati da vicino , e riconoscervi 
tutta la maniera di Guglielmo ; perché sebbene nel San Marco 
si ravvisi un non so che di più severo nello stile del pan- 
neggiare, per queir andamento perpendicolare delle pieghe, e non 
serpeggiato com' egli soleva usare , pure è notevole che qual- 
che volta Guglielmo accoppiò al licenzioso un fare più sem- 
plice , come può scorgersi ad esempio nell' indicata statua di 
Santa Caterina, opera delle più manierate di questo artefice e 
che nondimeno ha da un lato della tonaca qualche partito di 
pieghe, che quasi direbbesi non appartenere allo insieme totale 
della figura. Lodevole poi è il magistero con cui Guglielmo lavorò 
in ogni singola parte la testa di entrambe codeste statue; né 
è da ommettersi che quella del San Marco, sia per la lavora- 
zione e sia pel partito dei capelli e pel carattere, è una replica 
di quella di San Paolo nella cappella de' Cibo ; e che nel 
San Luca scorgendosi una maniera alquanto più tonda , po- 
trebbe sospettarsi che vi abbia avuta parte Gio. Giacomo (')• 

cisterne diete domus habere restabat qui petebat dictos lapides marmoreos ta- 
men quia vendita fuerunt magistro antonio roderio non fuit locus restitutionis 
sed visum fuit solvere residuum dicti pretti ut prò dicto magistro antonio 
lib. 36. sol. 16. 

La statua del Passallo sta degnamente a fianco di quella del Monlorsoli; molti 
sono i pregi che la arricchiscono, e quantunque nell' andamento e dettaglio dei 
panni mostri sentire il gusto, del tempo , che già si avvicinava alla decadenza , è 
composta con molta semplicità. 

(') Queste parole erano state già scritte, ed il presente lavoro si era letto alla 
Sezione di Belle Arti di questa Società, quande io provai il piacere di vedere 
la mia congettura avvalorata da autentici documenti. Imperciocché nei Cartulari! 



( 48) 
Tornando ora a costui diremo che intorno al \ 540 egli ese- 
guiva per commissione del Senato il gruppo marmoreo di San 
Tommaso che appressa la mano al costato di Cristo , che vi- 
desi fino a nostri giorni sopra le porte della Città che pren- 
devan nome da tal Santo , e dopo la demolizione delle me- 
desime fu collocata sopra l' ingresso del tempio a lui dedicato. 
Che tale gruppo sia opera di Gian Giacomo si rivela da 
documenti rinvenuti nell'Archivio del Governo, i quali stanno 
contro 1' asserzione di tutti gli storici che fin qui l' attribuirono 
a Guglielmo, abbenché ne siano lontani la lavorazione e lo 
stile , che in questa scultura si mostra goffo e pesante (')• 
Domenico Piaggio poi ne' suoi Monumenta Genuensia attri- 
buisce a Nicolò da Corte la statua di Cattaneo Pinello ( 2 ), 
il quale fu insigne ammiraglio e benefattore della patria ( 3 ). 
Quantunque io non conosca alcun altro autore il quale indichi 
in Guglielmo lo scultore della suddetta figura , pure con- 
correrei nell' opinione del Piaggio , scorgendovi tutta la ma- 
niera del Della Porta col quale , siccome più volte dicemmo , 
il Corte lavorava in società , e più uno sfoggio di orna- 



delle spese della Repubblica dall'anno 4549 al 1553 si rinvennero parecchie note 
donde apparisce che la statua dell'evangelista San Luca venne effettivamente scol- 
pita da Gian. Giacomo, il quale ne riportava in compenso la somma di lire 295. 
17. 9. V. Documento XV. 

(•) V. Documento XVI. 

(*) V. Piaggio, voi. V. car. 226. M. S. 

[}) V. Documento XVII. Riporto 1' epigrafe che si legge sotto la statua , la 
quale in oggi si vede collocata in capo allo scalone che mette al piano superiore 
del Palazzo Civico. Cutaneo Pinello B. ffi patricio viro qui a Carolo V re for- 
titer gesta in Gulete Tuneiique expeditione in ord. eq. inter sacr. aule comites 
et a secretis cooptatus insignibus militai', aliisque pluribus muneribus honoris 
causa donatus fuit a libera patria in primo etatis flore ad rempublicam ad- 
ministrandam ex gubernatoribus des. ad primos quosq. civitatis magistratus pro- 
vectus cum moriens loca C in D. Georgii coemptionibus unaq. quicquid iis locis 
accrevissel ad molem et portum reficiend. augendumque reliquisset PP. sta- 
tuam honoris causa P. 



( 49 ) 
menti trattati con singolare maestria. So che altri , moder- 
namente , la disse opera di fra Giovanni Angiolo da Mon- 
torsoli; ma io mi induco a credere che di tale asserzione 
sia stato causa il non avere instituiti minuti confronti fra 
le opere dei due artisti; e siasi fatto poi fondamento su 
quel modo diresti esagerato, che tennero tutti coloro i quali, 
ad onta che non potessero elevarsi all'altezza del genio di 
Michelangelo Buonarroti, pure lo presero ad imitare. Inoltre 
se si fossero poste ad esame le opere del Montorsoli propria- 
mente, anziché quelle che vennero eseguite dai varii artisti, i 
quali gli servirono d'aiuto nello spazio in che egli dimorò tra 
noi per la munificenza di Andrea D' Oria, sarebbesi di leggieri 
potuto avvertire quanto superiori elle sieno a quelle del da 
Corte, e quanto maggiori siano nel Montorsoli stesso la fermezza 
ed il magistero d' improntare in ogni lavoro le orme del di- 
vino Michelangelo. 

Al Corte egualmente si ascrive il Battesimo di Cristo che si 
vede sopra la porta di San Giovanni il Vecchio, presso di San 
Lorenzo; e così pure si crede potergli attribuire molti orna- 
menti di portali che si ammirano in varii palazzi della nostra 
Città, fra' quali quei bellissimi del palagio che la Repub- 
blica donava ad Andrea D'Oria ('). Ho già superiormente 



(*) Soprani, Op. cit. , I. 392. Nel Cartulario della Repubblica pel 1535 trovo 
che Nicolò da Corte ebbe commissione di eseguire gli ornamenti marmorei di una 
finestra della gran sala del Palazzo Ducale (V. Documento XVIII) j e a' 7 giugno 
del 1545 egli costituisse suo procuratore alle liti il notaro Francesco Pallavicino- 
Clavarino (Doc. XIX). Dal Cartulario poi de' Padri del Comune pel 1553 rilevo che 
ad un Gio. Giacomo scultore (il quale può credersi il Della Porta) furono pagate lire 
Va. 10 per avere eseguiti alcuni lavori ad una lapide (che finora si vide in una strada 
del molo e vedesi oggi nell' atrio del Palazzo Civico) allusiva alla mondazione di 
una fonte ivi allogata, ltern die 1 .« marcii. Pro magistro io. iacobo sculptore prò 
sua mercede aptandi lapidem marmar eum cum cornixiis et fulcimentis ac literis 
in eo mentionem facientibus de expedicione et evacuatione ac mundacione 
dicti fontis, lib. 13 sol. 10. 

4 



( so ) 

accennato che, secondo gli storici, il da Corte avrebbe fregiato 
di vaghissimi ornamenti l'ombracolo della cappella del Battista; 
ma se tali lavori possano poi dirsi veramente suoi , farò di 
chiarirlo in altra memoria. Per ora mi limiterò ad avvertire 
che non saprei come questi e gli altri due qui specificati, 
siensi potuti credere opere di un solo artefice ; perchè tanta e 
sì palese è la diversità di stile che passa fra l'uno e l'altro, 
tanto varia é la maniera degli ornati , da non lasciar dubbio 
che ognuno di essi appartenga ad un artefice ben diverso. Non 
posso quindi convenire col Soprani se non nell' attribuire che 
egli fa al da Corte il basso rilievo enunciato e le due lesene 
della porta a cui sta sovrapposto. 

Non pochi altri lavori si potrebbero assegnare alla Società 
dei Porta e del Corte in Genova ; e primo fra questi la statua 
di Pietro Gentile nel Palazzo di San Giorgio (an. 1549), nella 
quale si riscontra la mano e la lavorazione stessa di quella 
indicata parlando della statua del Pinello ; e aggiungerei che 
essendo il Corte valente assai negli ornati, volle farne ivi spe- 
ciale sfoggio, come può vedersi nello scanno su cui sta assiso il 
Gentile stesso ; e direi per ultimo che questi non sono lontani 
dagli ornamenti dei due capitelli della porta di San Giovanni 
ora nominata. 

Potrebbe poi dirsi opera de' Porta la statua di un altro 
Gentile, per nome Gerolamo, che vedesi collocata di fronte al- 
l' ingresso della Sala già de' Protettori delle Compere (') ; e 
specialmente a Guglielmo, stando al carattere della scultura, sa- 
rebbe da attribuirsi quella di Giano Grillo, che è la prima 
la quale s' incontri nel ridetto Palazzo sulla sinistra della 
grande scala d' ingresso. 



(') Nel fogliazzo <T instruraenli dal 1538 al 1541, nell'Archivio di San Gior- 
gio, sotto la data del 21 aprile 1539 si hanno registrate: expensae factae per' 
metere imago sive statua nobilis domini Geronimi Gentilis. 



— 51 — 

Passando ad altri lavori, accenneremo ancora come usciti 
dalla officina dei predetti artefici, recandone tutta la impronta, 
il portico del palazzo già Salvago, sulla piazza di questo nome, 
sormontato dalle figure di due selvaggi; 1' altro nel vico 
della Casana, che ha ne' piedistalli due bassi rilievi rappre- 
sentanti le forze d' Ercole ; due figure di donne che abbru- 
ciano armi, le quali vedonsi collocate sopra V ingresso del pa- 
lazzo ora Croce in piazza De Marini; e finalmente il portico 
del palazzo ora Spinola nella contrada degli orefici , ricco di 
figure e telamoni. 

Concludo la presente Memoria accennando che quando Gio. 
Giacomo e Guglielmo Della Porta vennero tra noi, non vi 
giungeva più nuova la loro famiglia, essendo che di un mae- 
stro Gio. Antonio Della Porta, scultore di pietre ( f ) , ho rin- 
venuta memoria sotto la data del 17 giugno 1508, in cui gli 
furono pagate per conto de' Padri del Comune lire sei geno- 
vine, per prezzo di pilastri marmorei con iscultura, da collo- 
carsi alla loggetta che restava tra i ponti della mercanzia e 
della legna. 

Di un Gio. Giacomo Porta poi, non saprei dire però se ap- 
partenente alla famiglia degli insigni artefici, ho trovato alcuni 
documenti spettanti alla prima metà del secolo XVII ; e da 
questi rilevo che del 1 630 gli fu concessa licenza di scaricare 
marmi, che del 1639 e 1640 gli si pagavano varie somme 
per lavori ; e così pure dal Cartulario de' Padri del Comune 
pel 1644, sotto il 1° gennaio, estrassi una nota, la quale mo- 
stra che il Porta medesimo, Rocco Pellone e Domenico Casella 



(') Faccio osservare die questo nome di scultore di pietre, sculptor lapidimi, 
si dava allora anche a' più celebri artisti, dei quali si trova menzione in alcuni 
documenti, come p. e. piccapietra, taglialegna, ecc. 11 Cicognara , che nella sua 
erudita Storia della scultura parla di un Tommaso e di un Gio. Batta Della Porta, 
non fa alcuna menzione di questo Antonio. V. Documento XX. 



— 52 — 

in solido conducevano a fitto un locale fra il ponte de' Calvi e 
la Darsena, ove in quell'epoca si trovavano radunati gli Studii 
di non pochi artisti (*). 

Anche della famiglia dei Corte, posteriormente a Nicolò , si 
conservano fra noi copiose notizie. E, per tacere dei pittori 
Valerio, Cesare e Davidde, noti già per le storie, ricorderemo 
un Dionisio Corte, il quale sotto il 5 ottobre 4 679 si obbli- 
gava ad incrostare di marmo quattro pilastri nella chiesa della 
Maddalena ( 2 ). 

Queste brevi note bastino intanto ad emendare alcuni errori 
nei quali caddero gli scrittori nostri, a riguardo degli artisti 
summenzionati. Ciò solo io tenni di mira nel dettare i pre- 
senti appunti; né volli estendermi oltre a ciò ch'eglino esegui- 
rono fra noi , considerando che delle opere loro lasciate altrove, 
già scrissero coscienziosi e valentissimi autori. 



(') V i Documenti XXI, XXII e XXIII. 

( 2 ) A pag. 8 di un registro ms. esistente nel!' Archivio Parocchiale di questa 
chiesa, si legge: « Nel 1679 si determinò di coprir di marmi li quattro pilastri 
che sostengono la cupola ed alli 5 ottobre si convenne col maestro marmoraio 

Dionisio Corte, che li coprisse pel prezzo di lire seimila Il P. Gio. Batta 

Vigo, somasco, nel suo testamento ordinò non solo si ultimasse detto lavoro , ma 
che si facesse pure il pulpito marmoreo con la sua scala ed ornato di marmi , il 
tutto a sue spese ». 



DOCUMENTI 



DOCUMENTO I. 

Mercede pagata a Giovanni Giacomo da Pavia , per la lapide che ricorda la pur- 
gazione del Porto di Genova. 

1516, 16 Luglio 
(Manuale del Cartolario dei PP. del Comune , pel 1516) 

* 1516, die 16 Iulii. 

Magister Johannes Jacobus de papia pictor prò Augustino de Signorio per 
eum solut. magistris antelami qui posuerunt lapidem ad muros ecclesie 
Sancti Marci , et laboratoribus qui portaverunt lapides , et prò calce et 
arena, ac solut. pictori qui fecit literas dicto lapidi, et aliis, ut conti- 
netur in ratione deposita per ipsum sub die 24 ianuarii de 1515 v. prò 
dicto L. 18. 8. 

Expense diverse prò magistro Jo. Jacobo de papia Sculptore marmorum , 
solidata ratione per D. Jo. Baptam De Francis Gonerillum, unum ex officia- 
libus de 513 cui per dictum officium data fuerat cura lapidis positi ad 
muros ecclesie Sancti Marci, in quo descripta sunt gesta per dictum officium 
de 513 suorum temporum inter dictam ecclesiam et pontem Cattaneorum 
v. prò dicto L. 106. 19. 



( 36 ) 

DOCUMENTO II. 

Memoria di Nicolò da Corte 

1530, 14 Novembre 

(Cartulario delle spese de' Padri del Comune, anno 4530, pag. 158) 

Magister Nicolaus de Curie sculptor ad pontem Cattaneorum habens cu- 
ram construendi pillastratas porte nuper fabricate in ecclexia Sancti Laurentii 
prò D. Augustino Lomellino D. Baptiste sciita 10 L. 34. 10. 



DOCUMENTO III. 

Donato del qm. Gio. Sisto e Bernardo Pelliccia promettono a Gio. Giacomo Della 
Porta e Nicolò da Corte di dar loro sul ponte dei Cattanei in Genova varii 
pezzi di marmo di diverse misure. 

1533, 10 Febbraio 
( Filza dei rogiti di Giacomo Villamarino nell' Archivio Notarile ) 

In nomine Domini Amen. Donalus quondam Johannis Sisti et Bernardus 
Pelisa quondam Francisci dictus Bocho, ambo de Carraria, et quilibet ipsorum 
in solidum, sponte ex eorum et cuiuslibet eorum certa scientia nulloque iuris 
vel facti errore ducti seu modo aliquo circumventi, sed omni modo, iure, via 
et forma quibus melius potuerunt et possunt per se haeredes et successores 
suos quoscumque promisserunt et promittunt Mpgistris Johanni Jacobo de la 
Porta et Nicolao de Curte Francisci Mediolanensibus et sculptoribus prae- 
sentibus se ipsos Donatum et Bernardum et quemlibet eorum in solidum ut 
supra dare, traddere et seu dari traddi et consignari facere dictis Magistris 
Johanni Jacobo et Nicolao praesentibus et acceptantibus prò se haeredibus et 
successoribus suis quibuscumque etc. hic in Janua ad pontem Cattaneorum 
numerum peciorum lapidum marmoreorum de qualitate et mensura ac mo- 
dis et formis in appapiro hic in praesenti instrumento infilsato et alteram 
copiam tradditam dictis Magistris Johanni Jacobo manu eorum et seu alteri 
eorum scripto, et in omnibus et omnia prout in dictis appapiris continetur 
(quibus habeatur relacio). Et qui quidem Donatus et Bernardus praesentes 
ut supra etc. promisserunt et promittunt in solidum ut supra dictis Magistris 
Johanni Jacobo et Nicolao praesentibus ut supra etc. consignare seu consi- 



(87) 

gnari facere Barchatam unam dictorum lapidum marmoreorum de quibus 
in dictis appapiris hic in Janua ad Pontem Cattaneorum in et per totum 
praesentem mensem februarii; restum vero dictorum lapidum marmoreorum 
de quibus in dictis appapiris dare, traddere et consignare, seu dari, traddi et 
consignari facere ut supra ad dictum Pontem Cattaneorum infra et per to- 
tum mensem Maii proxime ,venturum , expensis tamen dictorum Donati et 
Bernardi, exclusa tamen cabella dictorum marmoreorum consignandorum ut 
supra ad Pontem Cattaneorum quae solvi debet per dictos Johannem Jaco- 
bum et Nicolaum. Et ex precio dictorum lapidum marmoreorum et seu in 
solucione eorum dicti Donatus et Bernardus confessi fuerunt et confilentur 
habuisse et recepisse scuta viginti auri solis a dictis Johanne Jacobo et Ni- 
colao praesentibus ut supra etc. et prout constat apodixia dictae confessionis 
existente penes dictos Johannem Jacobum et Nicolaum etc. 

Benunciantes etc. 

Et versa vice dicti Magistri Johannes Jacobus et Nicolaus sponte promis- 
serunt et promittunt dictis Donato et Bernardo praesentibus et ut supra ac- 
ceptantibus ac stipulantibus etc. se ipsos Johannem Jacobum et Nicolaum 
dare et solvere precium dictorum lapidum marmoreorum seu omne id et 
totum quicquid et quantum sunt inter eos de acordio statim facta consigna- 
cione dictorum lapidum marmoreorum dictis Johanni Jacobo et Nicolao su- 
per dictum Pontem Cattaneorum, ornai exceptione et contradictione remotis, 
ac etiam promisserunt et promittunt solvere cabellam dictorum lapidum mar- 
moreorum, et sic conservare indemnes dictos Johannem Jacobum et Nicolaum 
e dieta Cabella etc. 

Sub etc. Benunciantes etc. Quae omnia eie. Sub poena dupli etc. Batis etc. 
Et proinde etc. 

Acto pacto expresso inter dictas partes solemni stipulatone vaiato quod 
casu quo dicti Donatus et Bernardus infra dictum tempus non dederint, traddi- 
derint nec consignaverint, seu dari, traddi et consignari fecerint dictis Johanni 
Jacobo et Nicolao super dictum Pontem Cattaneorum lotam summam dictorum 
lapidum marmoreorum de quibus in dictis appapiris, dicti Donatus et Bernar- 
dus cadant et cecidisse intelligantur ex nunc in poenam Ducatorum vigin- 
tiquinque auri , et quos ex nunc dare et solvere promisserunt et promittunt 
dictis Johanni Jacobo et Nicolao ut supra praesentibus in casu contrafactionis 
et quibus liceat et licitum sit talli casu mittere unum hominem ad emendum 
tot lapides marmoreos quot ipsi Donatus et Bernardus tenerentur consignare 
dictis Johanni Jacobo et Nicolao, et mittere barchas ad onerandum talles la- 
pides marmoreos, et omnes expensas faciendas tam per dictum hominem mit- 



( «8 ) 

tendum ut supra quam prò barchis mittendis ad onerandum talles lapides 
marmoreos ut supra dicti Donatus et Bernardus promisserunt et promittunt 
solvere dictis Johanni Jacobo et Nicolao, et ultra etiam omnia eorum damna, 
expensas et interesse faciendas et paciendas in casu non consignacionis prae- 
diclorum lapidum marmoreorum, et sie promisserunt et promittunt dicti Do- 
natus et Bernardus dictis Johanni Jacobo et Nicolao praesentibus ut supra etc. 

Acto ut supra etc. 

Quod dicti Johannes Jacobus et Nicolaus teneantur et obligati sint et sic 
promisserunt et promittunt dictis Donato et Bernardo praesentibus et accep- 
tantibus dare solvere precium et valutam dictorum lapidum marmoreorum 
inter eos conventum statini et sine aliqua mora post consignacionem dicto- 
rum lapidum, in qua consignacione elligantur et elligi debeant duae personae, 
unam videlicet prò parte dictorum Donati et Bernardi et alteram prò parte 
dictorum Johannis Jacobi et Nicolai, cui attribuerunt potestatem et bailiam 
revidendi dictos lapides marmoreos si sunt longitudinis, latitudinis et grossitu- 
dinis inter eos conventae, et de quibus in dictis appapiris ut supra expressis; 
et casu quo dicti Johannes Jacobus et Nicolaus habita consignacione dictorum 
omnium lapidum marmareorum de quibus supra in dictis appapiris a dictis 
Donato et Bernardo, quod dicti Johannes Jacobus et Nicolaus per totum illud 
tempus quod steterint dicti Johannes Jacobus et Nicolaus ad faciendam solu- 
cionem et pagamentum dictorum lapidum marmoreorum de quibus supra , 
teneantur et obligati sint solvere dictis Donato et Bernardo omnes expensas 
faciendas per ipsos prò victu eorum in praesenti civitate, ac omnes alias si 
quae facere opporteret in rehabendo et recuperando precio et solucione dicto- 
rum lapidum marmoreorum per dictos Donatum et Bernardum, et ulterius 
eorum jornatas quas amitterent prò recuperanda talli solucione et satisfactione 
eorum dictorum lapidum marmoreorum ut supra etc. 

Acto etc. 

Quod omnes figurae et sic figura mortui [debent esse pulcrae albae sine 
vene et marmore (sic) de lo polvazo, et simililer capitelli intelligantur esse 
marmoris tallis sortis etc. 

De quibus omnibus etc. 

Actum Januae in Bancis, videlicet in Banco posito sub domo quondam 
spectabilis Domini Magistri Pauli Gentilis fixici , anno Dominicae Nativitatis 
millesimo quingentesimo trigesimotertio, indictione quinta secundum Januae 
cursum, die lunae decima februarii hora vigesima secunda vel circa, praesen- 
tibus Johanne Baptista de Borzexio quondam Nicolai et Nicolaus de canali de 
Rapallo Johannis testibus ad praemissa vocatis et rogatis etc. 



(39) 

Lapides marmoreos consignandos per Bernardum Donatum quondam Johan- 
nis Sisti de Carraria et Bernardum Pelisam dictum Boeho quondam Francisci 
ambo de Carraria dictis Magistris Johanni Jacobo de Porta et Nicolao de 
Gurte sculptoribus Mediolanensibus iuxta formam instrumenti. 

Et primo lapides quatuor de longitudine parmorum quinque et quartorum 
trium de latitudine parmorum quatuor de grositudine unius parmeti. 

Item columpnas octo de longitudine parmorum octo tercii duo et de gro- 
situdine parmi unius et quarti unius. 

Item basas octo in tabula de longitudine parmi unius terciae partis duorum 
et de grositudine quartorum trium. 

Item capitellos octo in tabula de parmo uno et tercii duo et de grositudine 
parmi unius. 

Item archetrabes duos de longitudine parmorum quatuor de latitudine 
parmi unius cum dimidio et de grositudine quartorum tres. 

Item pecium unum de longitudine parmorum quatuordecim cum dimidio 
de latitudine quartorum tres. 

Item pecium unum de cronica (sic) de longitudine parmorum sexdecim de 
latitudine parmi unius et tercio uno et de grositudine parmi unius. 

Item duas cronicas de longitudine parmorum sex de latitudine parmi unius 
et tercii unius et de grositudine parmi medii. 

Item frixium unum de longitudine parmorum tresdecim et quartorum 
trium et de latitudine parmi unius et de grositudine parmi medii. 

Item pecios quatuor de longitudine parmorum quatuor de latitudine parmi 
unius et de grositudine parmi medii. 

Item pecium unum de longitudine parmorum sex et tercii unius de lati- 
tudine parmi unius et de grositudine parmi medii. 

Item pecios duos de longitudine parmorum sex de latitudine parmi unius 
cum dimidio et de grositudine parmi medii de marmori vanati. 

Item pecios duos de longitudine parmorum tres de latitudine parmi medii 
de vanato. 

Item schalinura unum de longitudine parmorum duodecim de latitudine 
parmi unius de grositudine quartorum trium venati. 

Item pecium unum de longitudine parmorum novem et tercii duo et de 
latitudine parmi unius et de grositudine quartorum tres venati. 

Item lapidem unam de longitudine parmorum septem et tercii unius et de 
latitudine parmorum duorum cum dimidio et 'de grositudine parmi unius 
cum dimidio. 

Item mortuum unum de longitudine parmorum septem de latitudine par- 



( 60 ) 

morum duorum cum dimidio et de grositudine iti capite parmos duos cum 
dimidio et ad pedes parmurn unum cun dimidio. 

Itcm (iguram unam de longitudine parmorum quinque de latitudine par- 
morum trium cum dimidio et de grositudine parmorum duorum. 

Item figuras quinque de longitudine parmorum septem cum dimidio de 
latitudine parmorum trium et de grositudine parmi unius cum dimidio. 

Item istoriam unam de longitudine parmorum septem cum dimidio et de 
latitudine parmor.um septem et de grositudine parmi unius cum dimidio. 

Item pecium unum de longitudine parmorum septem cum dimidio et de 
latitudine parmorum qualuor et de grositudine parmi unius scarsi. 

Item pecios quatuor de longitudine parmorum trium de latitudine parmi 
unius cum dimidio et de grositudine parmi medii. 

Item pecios duos de longitudine parmorum trium de latitudine parmorum 
duorum et de grositudine parmi medii. 

Item pecios quatuor de longitudine parmorum sex cum dimidio de latitu- 
dine parmi unius et tercii duo et de grositudine parmi medii. 

Item pecios duos de longitudine parmorum sex cum dimidio de latitudine 
parmorum duorum et de grositudine parmi medii. 

Item lapides duos de longitudine parmorum sex et tereiorum duorum de 
latitudine parmorum quatuor et de grositudine parmi unius del Polvazo 
de ma. 

Item lapides duos de longitudine parmorum quatuor quartorum trium de 
latitudine parmorum quatuor de grositudine tereiorum duorum del Polvazo. 

Item pecium unum de longitudine parmorum quindecim tereiorum duo- 
rum de latitudine parmi unius cum dimidio de grositudine parmi unius 
scarsi digiti duo. 

Item pecium unum de longitudine parmorum decem de latitudine parmi 
unius et tercii unius et de grositudine parmi uuius scarsi. 

Item dadum unum de longitudine parmorum uudecim tercii unius de la- 
titudine parmi unius et tercii unius et de grositudine parmi unius. 

Item pecium unum in longitudine parmorum octo de latitudine parmi 
unius de grositudine parmi unius scarsi. 

Item basas duas in tabula de parmis duobus et de grositudine quartorum 
trium. 

Declarando quod figuras et moituum et capitellos sint et esse debeant 
pulcrae et albae sine venae de marmore de lo Pulvazo. 



(61 ) 
DOCUMENTO IV. 

Pagamento fatlo da Nicolò da Corte , per licenza ottenuta di usare del pontone. 

1533, 13 Giugno. 
(Manuale del Cartolario ecc. pel 1533 ) 

Magister Pantaleo Piuma prò Magistro Nicolao de Gurte sculptore prò li- 
centia sibi data adoperandi pontonum prò exonerandis diversis marmoribus 
iuxta ordinerà spedati oflìcii , prò officio L. 2. 



DOCUMENTO V. 

Pagamenti varii fatti dalla Repubblica a Gio. Giacomo Della Porta e Nicolò 
da Corte scultori. 

' 1533-1541 

( Cartulari! della Repubblica , negli Archivi Governativi ) 

C. R. 1533-34, pag. 42. 

Millesimo quingentesimo trigesimo quarto di vigesima septima Martii. 

Ratio marmorum conductorum ex Carraria de ordine D. Andreae Justi- 
niani et sociorum Deputatorum tunc temporis super fabrica salae magnae 
prò portale ipsius salae prò carratis triginta duabus consignalis per M. Rer- 

nardum de Pelisa de Carraria Petro Armerio quae fuerunt prò prò 

ipso Magistro Bernardino ad Se. 3. prò carata, deductis tamen ex ipsis sol. 7. 
prò singulo carro super carris 40 nomine Comunis expeditis in Dugaua 
V> Se. 96 deductis Se. 4. sol. 4. prò ipsa Dugana , restant Se. 92 minus 
sol. h prò dicto et dictus prò M. co D. Simone Cibo de Recho mandato 
MM. D. Duorum L. 317. 4. 

Recepimus 1534 die 15 Aprilis in carratis triginta duabus marmoro- 
rum venditis et consignatis Magistris Johanni Jacobo de la Porta et sociis 
in eis L 282. 14. 

Item in damno habito in dictis marmis in Comune Januae . » 34. 10. 



C. R. 1535-34, pag. 43. 
Millesimo quingentesimo trigesimo quarto die decimaquinta Aprilis. 
Magister Joannes Jacobus de la Porta et Nicolaus di Curie Sculploìrs in 
solidum prò carratis triginta duobus marmororum eis consignatorum de acor- 



( 62 ) 

dio cum M. ci * D. Joanne Baptista et Simone Se. 80. et sol. 05 , minus 
Se. 10. de eo constaverunt vigore instrumenti in actis Jeronimi, V. a prò ra- 

tione marmororum L. 282. 14. 

Dimidia in feslo Saneli Michaelis Se. 11. in Nativitate Divi Johannis 
baptistae ratione mandati. 



C, R. 1035, pag. 13. 
Millesimo quingciitcsimo trigesimo quinto die secunda Januarii. 

Magisler Joannes Jacobus de la Porta et Nicolaus de Curie marmorarii 
prò Cartulario praecedenti prò ilio de 43 prò introito . . L. 0. 44. 40. 

Recepimus 1535 die 23 Augusti in quanto asseritur expen- 
didisse in exoneracione pecii marmoris in Comune Januae . » 0. 14. 10. 



C. R. 1530, pag. 80. 
Millesimo quingentesimo trigesimo sexto die vigesimanona Maii. 

Magistri Joannes Jacobus de la Porta et Nicolaus de Curie Sculptores in 
solidum prò M. co D. Jacobo Italiano in solucionem finestrae marmoreae fien- 
dae ut in instrumento manu Jeronimi L. 545. » » 

Item prò dicto Magistro iWco/ao] prò precio habito per eum 
prò eo » 80. 5. » 



C. R. 1538, pag. 14. 
Millesimo quingentesimo trigesimo oclavo die secunda Januarii. 

Magistri Joannes Jacobus de la Porta et Nicolaus de Curie Sculptores in 
solidum prò Cart." praecedenti prò ilio de 22 prò introyto praesentis L. 80. 5. 



C. R. 1559, pag. 11. 
Millesimo quingentesimo trigesimo nono die secunda Januarii. 

Joannes Jacobus de Porta et Nicolaus de Curie Sculptores prò Cart. rio 
praecedenti in ilio 14 prò introitu L. 8G. 50. » 



Millesimo quingentesimo trigesimo nono die secunda Januarii. 

Joannes Jacobus de Porla et Nicolaus de Curie Sculptores prò Cart.''" 
praecedenti in ilio 14 prò introitu L. 80. 5. » 

Dependit dictum debilum ab allis totidem in solucionem fabricae cancel- 
lorum aulae mamiae Palacii. 



( 63) 

C. R. 1540 pag. 13. 
Millesimo quingentesimo quadragesimo die secunda Januarii. 
Joannes Jacobus de Porla et Nicolaus de Curie Sculptores prò Cartulario 

praecedenti in ilio in 146 prò introita L. 86. 5. ». 

Pecuniae ipsae fuerunt eis traditae super consteo cancellorum aulae magnae. 



C. R. 1541, pag. 10. 
Millesimo quingentesimo quadragesimo primo die tenia Januarii. 
Joannes Jacobus de Porla et Nicolaus de Curie Sculptores prò Cartulario 
praecedenti in ilio in 13. prò introitu praesenlis . . . L. 86. 5. 



DOCUMENTO VI. 



Confessione di società fra Gian Giacomo e Guglielmo Della Porta e Nicolò da Corte. 

1534 , 23 Dicembre. 
( Filza dei rogiti di Giacomo Villamarino nelP Ardi. Not. ) 

In nomine Domini Amen. Magister Johannes Jacobus de la Porta quondam 
Bartholomei suo nomine ac nomine Gulliermi eius filii et prò quo etc, sub etc, 
ex una parte et Magister Nicolaus de Curte Francisci , Mediolanenses scul- 
ptores ex altera, pervenerunt et pervenisse confessi fuerunt et confitentur ad 
infrascripta pacta compositionem compromissum et alia quibus infra etc. 

Renunciantes etc. 

Videlicet quia virtute et ex causa dictorum compositionis pactorum et 
compromissi dicti Johannes Jacobus suo et dicto nomine ex una et dictus 
Nicolaus ex altera promisserunt et promitlunt uni alteri et alteri uni quod 
omne opus quod dicti Johannes Jacobus et Nicolaus de caetero accipient ad 
faciendum et perficiendum tam in praesenti Civitate quam extra praesentem 
Civitatem, quod omne lucrum et emolumentum percipiendum ex praedictis 
operibus inlelligalur spedare et pertinere dicto Magistro Johanni Jacobo prò 
una tercia parte, prò una alia tercia parte dicto Gulliermo filio dicti Johannis 
Jacobi, et prò reliqua tercia parte dicto Magistro Nicolao, et similiter si quod 
dannum sequeretur, quod Deus advertat in futurum, intelligatur spedare prò 
lercio cuilibet dictorum conlrahentium et sic intelligatur comprehensum opus 
quod restat ad perficiendum Reverendi Domini Episcopi Agrigenti quod re- 
poni debet in Ecclesia Sancii Laurentii Januae. 



( 64) 

El quia elicti Magislri Johannes Jacobus et Nicolaus habuerunt et recepe- 
perunt a praefacto Reverendo Domino Episcopo aequales peccunias exclusis 
primis scutis centum contentantur et volunt quod revidealur opus per eos et 
quemlibet eorum factum prò* opere dicti Reverendi Domini Episcopi ab ho- 
die in antea, et quod ille qui lecerit plus opus ille tallis qui reperietur fecisse 
minus dictus tallis teneatur rellicere illi talli qui fecerit plus opus omne id 
quod cognitum et declaratum fuerit per infrascriptos arbitros et arbitratores, 
et sic promisseruut et promittunt uni alteri el alteri uni sub etc. Acto etc. 
Quod si aliquis dictorum Johannis Jacobi , Gulliermi et Nicolai intenderent 
velie recedere a dicto acordio et convenio inter eos ut supra capto , intelli- 
gatur (juod omne opus incaeptum finiri debeat per eos et ante tallem reces- 
sionem a dicto convenio et accordio dictus tallis qui vellet et intenderei re- 
cedere teneatur et obligatus sit, et sic promisserunt et promittunt, uni alteri 
et alteri uni notificare eorum volumtatem per tres menses ante lallem reces- 
sionem, et hoc sub poena scutorum centum auri solis in quam cadat et ce- 
cidisse intelligatur qui conlrafecerit praesenti convenio et accordio, et magis 
quantum importaret causam i'raudis sub etc. 

Quae omnia etc. Sub poena dupli etc. Ratlis etc. Et proinde etc. 

Insuper dictus Johannes Jacobus suo et dicto nomine ex una et dictus 
Nicolaus ex altera de et super omnibus et singulis litiibus causis quaestio- 
nibus differcntiis et controversiis vertentibus et veni sperantibus inter diclas 
partes tam de praeterito quam prò futuro et usque quo durabit suprascrip- 
tum convenium el acordium inter eos, se se compromisserunt ac plenum 
amplum largum liberum et generale compromissum fecerunt et faciunt in 
Petrum Muletum Ponsertum quondam Jacobi et Antonium de Semino picto- 
rem tamquam in ipsarum parcium arbitros et arbitratores et amicabiles 
compositores et communes amicos ellectos et assumptos per et inter dictas 
partes. 

Dantes etc. De iure et de facto etc. Remittentes etc. Emologantes etc. 
Promitlentes etc. Renunciantes legi etc. Quae omnia eie. Sub poena Duca- 
torum vigintiquinque etc. In quam etc. Parti eie. 

Et durare voluerunt praesens compromissum et bailiam diciorum arbitro- 
rum per mensem unum postquam finitum erit suprascriptum convenium t;t 
acordium inter eos ut supra factum. Acto etc. Quod dicti arbitri et arbitra- 
tores non possint iuraii nec allegari prò suspectis. Acto etc. Quod casu di- 
scordiae diclae partes ellegere debeanl tercium, et casu quo dictae partes non 
se concordarent ellectioni dicti tercii quod Domini Sindicatores possint elligere 
dictum tercium etc. 



( 65 ) 

De quibus omnibus etc. 

Actum Jajouae in platea Nobilium de Marinis in apotheca dicti Petri Pon- 
serti, anno Domimene Nativitalis millesimo quingentesimo trigesimo quarto, 
Indictione septima secundum Januae cursum, die Mercurii vigesimatertia 
Decembris, hora vigesima tertia vel circa, praesentibus Francisco de Varixio 
berretario quondam Johannis et Laurenlio Cremorino quondam Petri civibixs 
Januensibus testibus ad praemissa vocalis et rogatis etc. 



DOCUMENTO VII. 



Pagamenti fatti a Gian Giacomo Della Porta per la statua di Ansaldo Grimaldi 

'I «39- 1547 
( Cartulari! della Repubblica sopra citati ) 

C. R. 1559, pag. 170 (1). 

1559, 51 Marcii. Magister Joannes Jacobus Mediolanensis Sctdplor prò 
Magnifico Domino Jacobo de Premenlorio Masario infra solucionem suae 
mercedis fabricae Statuae marmoreae Magnifici Domini Ansa Idi de Grimaldis 
mandato Magnificorum Dominorum Procuratorum . . . L. 50. » 

limi sexta Septembris prò M. co D. Rernardo Justiniano Masario 
infra solucionem ut supra » 86. 5 



C. R. 1540, pag. 51. 

Millesimo quingentesimo quadragesimo die vigesima Januarii. 

Magister Joannes Jacobus de Porta Sculptor prò Cartulario praecedenti 

in ilio 170 super eius mercede Statuae Magnifici Domini Ansaldi Grimaldi 

prò mandato L. 136. 5. 

(1) In questo stesso Cartolario sotto la data del 2 gennaio si legge: M. D. 
Ansaldus de Grimaldis ex Collegio M. D. Procuratorum prò cartulario antece- 
denti etc. Può quindi arguirsi che il Grimaldi fosse ancora vivente, quando gli fu 
eretta la statua. 

Nel Cartolario B delle Colonne di S. Giorgio, an. 1795-6, foglio 29 verso, si 
legge : « In virtù di decreto del Ser. m ° Senato fu permesso agli eredi di detto 
q.' n Ansaldo disporre della . . . somma di L. 1814 ss. 6 . . . , per spendersi in 
mettersi la statua di marmo del medesimo q. m Ansaldo, la quale prima dell'anno 
1684 esisteva nella sala grande del Real Palazzo t. 

5 



< 66 ) 

Item die 1!).' Februarii prò M. eo D. Bernardo lustiniano 
Massario L 72. 9 



C. R. 4541 , pag. 29. 

Millesimo quingentesimo quadragesimo primo die terlia Januarii. 

Magister Joannes Jacobus de Porta Sculptor prò Cartulario praecedenti 
in ilio 51, super eius mercede statuae quondam Domini Ansaldi de (iii- 
maldis prò m.° L. 208. 14. 

Item die vigesima octava dicti prò magnifico Domino Ber- 
nardo Iusliniano Massario » 136. 0. 



C. R. 1546, pag. 86. 
Millesimo quingentesimo quadragesimo sexto die trigesima prima Maii. 

Joannes Jacobus de Porta Sculptor prò Magnifico Domino Antonio Cibo de 
Ottone Massario infra solucionem mercedis fabricae Statuae Magnifici Domini 
Ansaldi de Grimaldis mandato Magnificorum Dominorum Cbiistophori et 
Joannis Baptistae L. 34. » 

Item die sexta Iulii prò Auguslino prò m. t0 prò dieta causa . » 27. 4. 

Item die vigesima quinta Octobris prò precio minarum sex 
Grauorum r. ta ad L. 6 singula prò Leonardo Ricio prò Cartula- 
rio provisionis frumentorum . » 3(>. » 

Item die decima septima Decembris prò Augustino Lomellino 
Porro supra Statua Magnifici Domini Ansaldi de mandato Magni- 
ficorum Dominorum Cbristophori et Joannis Baptistae babentium 
curam » 68. » 



C. R. 1547, pag. 34. 
Millesimo quingentesimo quadragesimo septimo die decima Januarii. 

Joannes Jacobus de Porta Sculptor prò Cartulario praecedenti in ilio cart. 
86 super Statua Magnifici Domini Ansaldi prò ni. 1 ". . . L. 165. 4. 

Item die 25. a Aprilis prò Augustino Lomellino Porro, et hoc 
de ordine M. ci D. Christopori, prò residuo mercedis laborerii 



( 67 ) 
Statuae D. Ansaldi de Grimaldis, firmo manente debito de 
libris 36 L 40. 16. 



DOCUMENTO Vili. 

Contratto passato fra i Padri del Comune e maestro Domenico De Marchesii di 
Caranca, col quale questi si obbliga d'eseguire vani lavori in S. Lorenzo. 

1529 
(Fogliazzo d' Atti dei Padri del Comune dal 1528 al 1532, num. 229, 
nell' Archivio Civico) 

In Nomine Domini Amen etc. 

M. ci D. Auguslinus Lomelinus D. Baptae, et Benedictus de Franchis de 
Viali duo ex patribus Comunis, nomine et vice reliquorum colegarum suorum, 
pervenerunt ad infrascripta pacta et compositioDes cum M. ro Domino de 
Marchexiis de Charancha ut infra. 

Et primo: 

Chel prefato M. r0 Domenico debie fare una porta dove al presente he la 
capella de la Trinità di quella attesa e larghesa che li sera ordinato. 

Item fare una porta per intrar in ihostra tuta a coperto contigua ala in- 
trata dela capella de Sancto Jo. Baptista. 

Item de tradure o vero fare una secrestieta nela dieta capella e la porta 
de la quale ha da esser sotto la statua de Sancto Johanne , he ha da essere 
fora de la capella tanto largha e longa quanto sera capace il sitto. 

Item che si debie lassiar lo addito che Rev. ra0 Archiepiscopo possie descen- 
dere in giesia. 

Item che debbia desfar la schala e la porta de la secrestia grande e tra- 
mutar la dieta porta acanto ala porta de la secrestia picola. 

Item che debia fare doe capelle sotto lorgano proportionate alo sitto de le 
porte de le secrestie, volte, altari, schalini, e altri ornamenti necesarii a 
suo judicio. 

Item chel facia nel sitto dove al presente he landito de la secrestia grande, 
una secrestieta per reponere la capsia de Sancto Jo. Baptista. 

Item che a la porta da intrare in ihostra debie fare la sua coperta , e 
reponere le lapide auree sopra ad essa porta. 

Item che lo squadrar de le petre de la secrestieta nova e vechia in epsa 
capella le debia fare , e meterle a loco. 



( 68 ; 

Item chel debia faro ale diete doe capello, e al sitto de S. tl " Jacobo pe- 
dostali , coione , baso , capitoli , architravi , frixi , eornixoni , pilaslreti , luto 
a uno ordine, incomensando al canto de la capella de Nostra Dona perfino al 
pilastro de S. ct0 .Io. Baptista di mannaro cioè de quelli qu;ili sono cossi a 
dette capelle come sono ne la giesia majore e de Sancto Joanne da poter 
lavorare. 

Item elio li epitafii quali sono sotto lorgano li debia riponero sopra la 
porla nova de la secrestia grande. 

Che le prodicle cose e lavorerj li debie fare puliti , honorati , cum quella 
architetura che richiede il loco. 

1 quali lavorerj debieno esser forniti per luto il di octo do decembre. 

Et per pagamento cossi de sua mercede e opere, e manuali, scharpeliiii, 
atrati , zeli , e altro cose contingente ad epsi lavorerj, si contenta de finirli 
in tuto e per tuto corno si he detto di sopra per precio de lire 500 de mo- 
neta de Genova, le quali li prefati M. ci 1). Augustino e Benedici^ deputati 
corno si he dotto de sopra a nome del prefato Ollicio promeleno pagarle in 
questo modo, cioè ex nunc libre 100, il resto a la rata secondo il lavorerio 
che lui l'ara , adeo che finito il lavorerio sie finito il pagamento. 

Se intonde che il prefato M. r0 Domenico non sie obligalo de melerò no de 
fare il portaro de la porta dove al presente he la capella de la Trinità, anci 
sie e si debia fare ale speze del Comune. 

Presentibus D. Stephano de Oliva et D. Bernardo de Boveriis canonicis 
diete ecclesie. Testata per me Andream Rebechum Notarium 



DOCUMENTO IX. 

Contratto passato fra i PP. del Comune , ed i maestri Gio. Giacomo e Guglielmo 
Della Porta e Nicolò da Corte, circa I' esecuzione della pubblica, fonte di Piazza 
Nuova 

1336-1342. 
( Atti de' PP. del Comune , an. 1336-42 ) 

I536 die lunae 6 Marcii. 

El spedato Officio de li Sig." Padri de lo excolso Comune di Genoa 
siaudo in pieno numero , li nomi de quali sono M. co Jo. Bapta di Vivaldo 
Sophia, M. c0 Hectore de Fiesco, e M. co Simone Spinola qm D. Jo. Bapte, 



( 09 ) 

a nome e vexenda del Prefato Comune da una banda , e Maestri Johan Ja- 
cobo de la Porta, Nicholao de Curte e Guglielmo de [la Porta del detto M. 
Jo. Jacopo Scultori de la presente cita , e ciascheduno de loro per il tuto da 
latra banda, per ogni ragione e spontaneamente perveneno a la infrascripta 
compositione , promissione e pacti sopra il lavorerio infrascripto. Rinun- 
tiando etc. 

Soe per cagione de la detta compositione, pacto e altre cose dette de so- 
pra e apreso si dirano li predelti M. Jo. Jacopo , Nicolao e Guillelmo in 
solidum ut supra hano promesso e promettono ni li p.*' Sig. ri Padri del Co-* 
mune presenti e a me Notaro farli uno fonte chiamato brachile da metter 
in Piasa Nova de Sancto Ambrosio nel locho sollito per cavarne acqua ad 
uso publico ; quale fonte o sia brachile debia essere con octo facie de mar- 
maro biancho mayhato quale sie in bontà e bellesa , e de diametro per de 
fora palmi dece, e di altessa a la proporcione con una pilla e uno scalino 
con una figura sopra epsa pilla de Jano e che tuti li intagj e lavori di detto 
fonte o sia brachile siano bene spichati e lavorati. Et demum in tuto e per 
tuto debia essere corno appar in lo dissegno havuto da epsi Maestri de epso 
fonte, sott iscripto per Nicolao Spinola de Signorio. Et hoc intra et per totum 
mennem Maj proxime venlurum , remotis quibuscumque cavillationibus. 

Et per contra el p. t0 Spedato Officio ha promesso e promette ali delti Mae- 
stri Jo. Jacopo , Nicolao e Guillelmo prezenti per il pretio e lavorerio di 
detto fonte o sia brachile di dare e pagar a epsi Maestri scudi 420 del sole 
o sie la valupta di epsi a la jornala in arbitrio del p.° Spedato Officio. 

El he per paclo che detto fonte o sie lavorerio sempre debie esser e si 
intenda in satisfactione del pref. Sp. t0 Officio , e in caxo che non lo fussi a 
judicio di epso Officio , possi in tal caxo el pref. Sp. t0 Officio da la soma 
predetta di scudi 120 sminuir e levar tuto quello e (pianto a lui paressi 
conveniente. 

Et eliam sotto pena in caxo di contrafactione a quanto si contiene nel 
presente contracto per parte di detti Maestri Jo. Jacopo e compagni di scudi 
25 d' oro applicandi a judicio del p. t0 Officio, a quale judicio et demum a 
tuto si remetleno li detti Maestri , e promettono di stare. Le quali cose etc. 
solto pena etc. 

Teslimonj Francesco Imperiale Joardo q. m Ambrosj , e Nicolao De Signorio 
notario. 



( 70 ) 

DOCUMENTO X. 

Proclama circa la detta fonte, donde si evince la ultimazione della stessa. 

1537, 26 Febbraio 

( Atti citali ) 

Per parte e comandamento del Spedato Officio de li Signori Padri de lo 
Excelzo Comune di Cenoa si ordina e comanda a ciaschaduna persona de 
che sorte se sie, che non ardisca o presuma di condure muli o cavali o sie 
altre bestie de chi si voglia sorte ad abeverare al brachile de novo fatto in 
la Piazza di Sancto Ambrogio sotto pena etc. etc. 

Nicolaus Spinola De Signorio 
Notarius. 



DOCUMENTO XI. 



Mandato di pagamento a favore di Gio. Giacomo Della Porta e socii. 

1538, 18 Gennaio. 

( Atti citati ). 

1538, die veneris 18 ianuarii in vesperis ad Cameram. 
Spectatum Officium D. Patrum Comunis Januae in pieno ordinavit solvi debere 
M. n Jo. Jacobo de Porta Scultori presenti et requirenti restum quod habere 
restant ipse M. Io. Jacobus et Socii prò pretio brachilis , non obstante quod 
virtute Cartulari ipsius Sp. li Officii appareal totum dictum restum spedare 
M." Nicolao de Curte uni ex dictis sociis, attento quia ipse M. Jo. Jacobus 
suo nomine et Guliermi filii sui quibus spectant due tertie partes pretii dicti 
brachilis habuerunt in diversis partitis ultra didas duas terlias partes eis 
spectantes , dumodo tamen ipse M. Jo. Jacobus in receptione dictarum pe- 
cuniarum prò resto pretii dicti brachilis det fidejussionem dictum restum 
dare et solvere ipsi Sp. t0 Officio seu agentibus prò eo intra annos duos, 
salvo si intra dicium tempus dictus M. Jo. Jacobus exclarari faciet dictum 
restum pretii dicti brachilis spedare et pertinere ipsi M.° Jo. Jacobo suo et 
nomine dicti Guliermi, et non dicto M.° Nicolao, vel intra dictum tempus 
faciet quod dictus Nicolaus vel persona prò eo legitima contentus sit quod 
dictae pecuniae quae sunt restum predicti brachilis ipsi M.° Jo. Jacobo sol- 
vantur. Et hoc sine aliqua excusatione. 






( 71 ) 

DOCUMENTO XII. 

Allo di sottomissione passato da Stefano Fieschi a favore di Gio. Giacomo 
Della Porta, acciocché questi possa ricevere il saldo del prezzo dovutogli per 
I' esecuzione del Barellile. 

1538, 23 Gennaio 
(Atti citati). 

1S38 , die mercurii 23 ianuarii in terciis, ad Cameram. 
Supradictus Jo. Jacobus de Porta habens noticiam de suprascripta ordi- 
nalione facta per Spectatum Officium , volens habere dictum restum pretii 
dicti bracliilis, quae sunt librae quinquaginta soldi undecim Januae: sponte et 
cum proptestacione quod ipse intendit dicium restum sibi in totum spedare, 
attento quia ut dicit ipse pe fec. opus dicti bracliilis ac etiam fecit gradum 
unum, schalinum videlicet primum apud solum, de quo nullam solucionem 
habuit a Sp. t0 Officio, attento quia ipsum Spectatum Officium pretendebat eos 
esse incursos in penas contentas tam in instrumento quam in preceptis eis 
factis , ac aliis de causis noluit solvere, et de consteo ipsi Nicolao pretendit 
spedare suam partem , ac etiam dicit quod omnes peccunias habilas per 
ipsum M. Jo. Jacobum semper divixit inter eos ut suo tempore diclo Nicolao 
se ofert probare, et etiam attento quia ipse pretendit totum dictum laborerium 
fecisse in sua apotecha et cum suis magistris, lamen volens dictas peccunias 
habere, promissit et promittit dicto Sp. t0 Off. absenti, et mihi notario et diclo 
Officio seu personae prò eo legitimae restituere in omnibus prout in suprascri- 
pta ordinacione fit menlio intra dicium tempus in dieta ordinacione contentum 
sub ipotecha etc. Et prò eo et ejus precibus solemniter intercessit et fidejussit 
Stephanus Fliscus quantum prò libris 54 Januae tantum. Sub etc. Renuncians 
etc. Tesles Baptista de Agnola q. m Marci, et Paulus de Lomellino q. Josephi. 



DOCUMENTO XIII. 

Decreto de* PP. del Comune relativo a quanto sopra. 
. 1542, 3<1 Marzo. 
(Atti citati) 

1542, die veneris ultima marti! in vesperis ad Cameram. 
Spectatum Officium D. Patrum Comunis in pieno numero congregatum , 
audito M.° Johanne Jacobo de la Porta dicente in anno de 1538 per ante- 



( 72 ) 

cessores ipsius Sp." Officii fuisse solutas ipsi M." .Io. Jacobo lihras 50 Januae 
prò resto preiii brachilis platee nove fabricali per ipsum M. .Io. Jacobum et 
socio», cum promissione (juod casu quo M. Nicolaus de Curte ejus socius in 
fabricatione dicti brachilis non contentaretur de dieta solutione quod U'nere- 
tur ipse M.' .lo. Jacobus ad rcstitutioneni dictarum librarum 50 ipso Sp.'° 
Ofiìcio , et prout de dieta promissione constat in actis ipsius Sp. li Officii sub 
dicto anno die 23 .Ianuarii, dicentc eliam quod Johannes Dominicus de Curte 
de laco Logani tamquam procurato!' et procuratorio nomine dicti Nicolai ejus 
fratris vigore instrumenti manu Jacobi Villamarini Notarli in observatioùe, et 
attento quia per arbitros electos intcr dictos M. Johannem Jacobum suo el no- 
mine Guliermi ejus filii ex una ac dictum .Io. Dominicum de la Curte pro- 
curatorem dicti Nicolai ejus fratris ex altera fuit declaralum dictas libras 50 
de quibus supra spedare ipsis M. Jo. Jacobo et Guiliermo, quitavit et libera- 
vii dictum Spectalum OUiciuin prò diclis libris 50, dixitque et declarat dictas 
libras 50 solutas per dictos D. Patres Comunis ipsi M. Jo. Jacobo fuisse 
el esse bene soluptas , et prout de dieta quitatione constat instromento manu 
dicti Jacobi Villamarini Notarii die li februarj quod exhibel , et propterca 
requirente promissionem peripsum faclam et fidejussionem per ipsum presti - 
tam cassari et annullali; visoque dicto instromento ut supra exhibito per di- 
ctum M. Jo. Jacobum el contentis in eo : Ideo omni etc, cassavi! et annul- 
lavi! ac cassat et annullat dictas promissionem et fidejussionem per ipsum fa- 
ctam et preslitam de persona Stefani de Flisco de libris 54 , ac prò cassa 
et nulla haberi voluit et maudavit perinde ac si facta et prestila non fuisset. 
Presente , instante et requirente dicto M. r0 Jo. Jacobo. 



DOCUMENTO XIV. 

Pagamento di fitto dovuto da Gio. Giacomo Della Porta e sotii ai Padri del 
Comune. 

1538. 
(Cartolario ecc. an. -1538, pag. 108, 270) 

1558, die 16 ianuarii. Magistri Joannes Jacobus de Porta Nicolaus de 
Curte et Guillelmus de Porta filius dicti. Jo. Jacobi sculptores, prò guberna- 
toribus cabelle pancogolorum accipiente dicto magistro Jo. Jacobo . L. 9. 

1538, die 2 ianuarii. Gubernatores cabelle pancogolorum prò cartulario 
antecedenti prò ilio 268, prò iutroitu . . , . . L. 9. 



( 73 ) 

1539, die 20 tannarti. A magislro Joanne Jacobo Porta et sociis deferente 
Oberlo de Silvarina per nianus Pauli De Vinelli . . . . L. 9. 

1538, 13 februarii. Pro pensione mediani subtus terratiam Camere Spo- 
etati Un'idi eis locati prò anno uno ineepto secunda presenlis mensis februarii 
et finitura 2 februarii de 1339 valent prò inlroitu pensionum locorum du- 
gane panis venalis . . . . . . . . . . L. 9 



DOCUMENTO XV. 



Pagamenti falli dalla Repubblica a Gio. Giacomo Della Porla, per la statua di 
San Luca. 

I o5 1 — 1553, 

(Cartolarli delle spese della Repubblica) 
CI 1551 , pag. 24 

Yesbus. Millesimo quingenlcsimo quinquagesimo primo die secunda Januarii. 
Joanncs Jacobus de Porta prò Cartulario praeoedenti in ilio cari. 28, prò 
introitu L. 49. (i 



C. R. 1552, pag. -151. 
Veshus. Millesimo quingentesimo quinquagesimo secundo die vigesima tenia 
Decembris. 

Joannes Jacobus de Porta sculptor prò Augustino Lomellino Porro Capserio 
ei solutis mandato M. li D. Christophori et duorum de mano super residuo 
pretii slaluae marmoris reponendae in Ecclesia maiori. . L. 100. » » 

Item die 30." Decembris prò diclo Augustino Capserio ei 
solutis ut supra mandato eie » 40. » » 

Item per ipso debitore in racione debilorum tirato a Car- 
tulario de 1551 prò dieta ratione » 19. 0. » 



C. R. 1553, pag. 37. 

Veshus. Millesimo quingentesimo quinquagesimo tertio die secunda Januarii. 

Joannes Jacobus de Porta Sculptor prò Cartulario praecedenti in ilio cart. 

131, super pretio statuae ad imaginem Sancii Lucae Evangeìistae prò 

introhu L. 189. fi. » 



( 74 ) 
Item die 28." Januarii prò Stephano Cavagnario et sociis 
mag. ci ' prò pretio de minis duabus Granorum dislribucionis 

prò Cartulario supra Ì5S2 » 18. » » 

Item pio Augustino Lomellino Porro Capserio in comple- 
mento mercedis slaluae marmoree Sancii Lucae . . . » 88. 11. 9 



Recepimus die 28." Januarii in resto precii slaluae ad ima- 
yinem Sancii Lucae Evangelistae in Cartulario Ecclesiae 
Sancii Laurenlii » 295. 17. 9 



DOCUMENTO XVI. 



Conio di Gio. Giacomo Della Porta riguardante il gruppo di Cristo e S. Tommaso. 

1540-1543. 
( Cartularium Tcrtium fabricae moenium, nell' Arch. Gov. , pag. 12, 13, 53) 

* MDXXXX die XX Marlij. 

Laborerium Sancii Thome prò magistro Johanne Jacobo Della Porla prò pre- 
tio unius Sancti marmari positi super diclam portam scuta duodecim de 
acordio prò magistro Johanne Jacobo L. 10. 1. 3 

* MDXXXX die XX Marlij. 
Magister Joannes Jacobus Della Porta prò Augustino Lomelino 

Porro . . . . . . . . . . .»!.>»>» 

Item die xvm Septembris. In petiis tribus marmarorum 
existentium super ponten Cattaneorum prò figuris. Pro consteo 
ipsorum prò Carratis xvnu ad scuta A singula Carrata scuta 
lxxvi ; prò expensis sui missi in Carraria scuta iiij et prò 
uaulo ad rationem de solidis A sinqula Carrata . . . » 52.1. » » 



DOCUMENTO XVII. 



Estratto dal testamento di Cattaneo Pinello a rogito del Notaro Alberto Lomel- 
lino-Veneroso. 

1551, 19 Settembre. 
(Atti de'PP. del Comune, anni 1557-58, n.o 174) 

Declarans ac ordinuus (diclas testatorj etiam quod Palres Comunis qui 
prò tempore fuerint, sive qui de predictis (Portus et Moduli) caram habe- 



( 75) 

rem teneantur et debeant statim secuta morte ipisius domini testatoris erigere 
seu erigi facere in sala Palacii residentiae dominorum Patrum Comunis, quod 
et qui prò tempore erunt , slatuam unam marmoream ad ipsius domini testa- 
toris elJigiem, insignitam ornamentis equestris ordinis, ita quod translalo Palatio 
alibi , ibi et statua transferatur cum epitaphio marmoreo cum verbis ordi- 
nandis per . . . et hoc ad finem et effectum ceterorum civium animos in- 
ducendum ad . . . opus portus et moduli cordi habendum. 



DOCUMENTO XVIH. 



Conto di Nicolò da Corte per lavori fatti nella gran sala del Palazzo Ducale. 
( Cartolari! della Repubblica ) 

C. R. 1535, pag. 268. 
Millesimo quingentesimo trigesimo quinto die tertia Novembris. 
Magister Nicolaus de Curie Scultor prò scutis viginti quinque habilis a 
Magnifico D. Jacobo .Italiano in solucione unius finestrae fabricandae cum 
laboreriis marmoris ad salam magnani palacii de qua obligatione conslat in 
strumento hodie rogato per me Georgium Ambrosium et infilato. Quod la- 
borerium debet poni perfectum intra festa Resurrectionis Domini proxime de 
536 ut in dicto instrumento continetur, v.» prò eo M. co D. Jacobo . L. 86. 5. 



C. R. 1536, pag. 25. 
Millesimo quingentesimo trigesimo sexto die secunda Januarii. 

Magister Nicolaus de Curie Scultor qui debet fabricare ornamenta mar- 
moris prò fenestris sale magnae prò Cartulario praecedenli prò ilio 268, prò 
introitu . L. 86. 5. 



DOCUMENTO XIX. 



Nicolò da Corte fa procura a Francesco Pallavicino Clavarino Notaro. 

1543, 7 Giugno 

(Atti del Notaro Giacomo Villamarino) 

In nomine Domini Amen. Magister Nicolaus de Curte Sculptor quondam 
Francisci omni modo iure via et forma quibus melius potuit et potest fecit, 



( 76 ) 

constimi!,, creavit et selemniter ordinavit ot ordinat suum cerlufn veruni et 
legitimum nuntium et procuralorcm , et alias prout melius iien dici ac esse 
potest, et loco sui posuit et ponit Franciscum Palavicinum Clavarinum No- 
tarium absentem tamquam praesenlem. 

Ad omnes et singulas littes causas quaestiones differentias et controversias 
quae et quas dictus constituens habet ac habere sperat aut habilurus est 
cum quibuscumque personis et persona , comuni , corpore , collegio et uni- 
versitate , et lam cum cartis, scripturis , instrumentis , apodixiis et testibus 
quarn sine , corani quocumque Judice , Officio, Praeside et Magistratu tam 
ecclesiastico quatn saeculari et tam civili quam criminali et tam in agendo 
quam in defendendo. Et ad libeJlum et libellos etc. Ampia etc. Ad littes etc 
In forma etc. Dans etc. Promittens etc. Sub etc. Et volens etc. Intercedens 
eie. Sub etc. Renuncians etc. 

De quibus omnibus et singulis suprascriptis rogaverunt me Jacobum Vila- 
marinum Notarium etc. 

Actum Januae in prima salla Pallacii Commuuis vocata Frascbea, videlicet 
ad Banchum mei Nolani infrascripli, anno Dominicae Nativitatis millesimo 
quingentesimo quadragesimo tercio, Jndictione quintadecima secundum Januae 
cursum, die Jovis septima Junii , hora quintadecima vel circa, praesentibus 
Nicolao Bianco Tbomae et Filipo de Rocba Jeronimi civibus Januae, testibus 
ad praemissa vocatis et rogalis. 



DOCUMENTO XX. 



Memoria di Giovanni Antonio Della Porta Scultore. 

1508, 17 Giugno 

(Cartulario delle spese de 1 PP. del Comune, an. 4508, pag. 79) 

Pro Joanne Antonio de Porta Sculptore lapidum prò resto precii lapidis 
marmorei positi uni dictorum pillastrorum (i) cum scruptura , attento quia 
in Cartulario Ollìcii de 1506 babuit libras 10, et dictus prò Joanne Petro de 
Bissono in Baptista Testana L. 6. 



(1) Della loggctta fra il ponte della Mercanzia e quello delle Legna. 



( 77 ) 

DOCUMÉNTO XXI. 

Licenza di scaricare marmi concessa a Gio. Giacomo Porta Scultore. 

1630, 13 Novembre 

(Manuale dei decreti de' PP. del Comune, 1628-30) 

Johann! Jacobo Porte concessa licentia exonerandi supra Pontem Spinulo- 
rum marmora ex duobus barcis , prò ipsis Mine aafferenda intra dies quim- 
que , qua de causa pignus librarum centum deponat hac lege quod nisi intra 
dictos 5 dies illa abstullerit , sit pignus ipso jure Camere , ad caleulos ipso 
audito , et ita ei notificatum corani Magistratu. 



DOCUMENTO XXII. 

Conto di varii lavori eseguiti da Gio. Giacomo Porta. 

1639-1640 

( Mandati de' PP. del Comune) 



Adì 17 Dicembre 1639. 

Voi Casiero dei Molti Illustri Signori Padri de il Comune di Genova pa- 
gherete a Maestro Giachomo Porta schopelino lipre sinchuanta/quale si paglia 
a bon conto de i sedile fati et quali che si a di fare sopra la piasa di S.'° 

Siro et deli sedili sono di pietra di Finale L. 50. 

Francesco Da Nove Architeto. 
E vaglia con firma del Prest. mo Sig. Felice Demari Deputato. 

Felice De Mari Deputato. 
Gio. Filippo. 
16-40. 
Li molto Illustri Sigg. Padri del Comune devono per uu pezzo di inalino 
posto al Ponte de' Calvi per li canoni fatto d' ordine da M.° Francesco Da 

Nove capo d'opra lungo palmi 9. 4.. L. 50. 

Francesco Da Nove Architeto. 
1610 a 18 Agosto. 
Saldato detto conto in Lire sessantotto soldi 7 e denari otto da pagarsi a 



( 78 ) 

Giacomo Porla con la firma delti presi.™' Sigg. Andrea Ferrari e Felice 
De Mari Deputali L. 08. 7. 8. 

Gio. Filippo. 

Andrea Ferrari. 

Felice De Mari Deputalo. 



DOCUMENTO XXIII. 



Conto di Giacomo Porla e socii, per fitto di cui erano debitori verso de'PP. del 
Comune. 

1644, 1 Gennaio 
(Cartulario ecc. 1644, fog. 103) 

Rocco Pellone , Giacomo Porta e Domenico Casella in solidum conduttori 
di silo n. u 7 in Strada Nuova fra li Calvi e la Darsina , per quanto stanno 
in debito nel Cartulario precedente pag. Ì89, valuta per introito . L. (14. 



DELLA VITA PRIVATA 
DEI GENOVESI 

DISSERTAZIONE DEL SOCIO 

LUIGI TOMMASO BELGR.4N0 



JL aluni fra gli storici dei secoli XIII e XIV, i quali ci hanno 
lasciata una dipintura a larghi tratti de' tempi cui seguitarono 
a breve distanza, descrivono i costumi degli italiani tutti spi- 
ranti semplicità, e quasi diremmo ancora selvatichezza. A' giorni 
dell' imperadore Federigo II, cosi diceva Ricobaldo Ferrarese, 
rozzi erano in Italia riti e costumi. Gli uomini portavano mitre 
di ferree squame ; a cena marito e moglie mangiavano a un 
solo piatto, né usavan legni da tagliare; uno o due bicchieri 
bastavano ad una famiglia. Di notte illuminavan le mense con 
lucerne o faci, cui sosteneva un donzello; ma non vedeansi 
candele. Gli uomini vestivano rozze lane o pelliccie; le donne 
stavansi paghe a tuniche di pignolato , anco allora che anda- 
vano a marito; poco o nessun uso faceasi d'oro o d'argento; 
e si era parchissimi nel mangiare. I plebei tre dì per settimana 
pascevano carni fresche. Allora desinavano erbaggi cotti colle 
carni; e fornivasi la cena co' resti delle medesime fredde e 
riposte; né tutti beveano vino all'estate. Di poca somma sti- 
mavansi ricchi. Picciole eran le canove, non ampli i granai. 
Lieve dote bastava a collocar le fanciulle ; né zitelle , né spose 



( 82 ) 
costumavano fregi preziosi intorno il capo ; e le donne legavan 
le tempia e le guancie di larghe bende , cui annodavano sotto 
il mento. Gli uomini faceano loro gloria di cavalli e d' armi ; 
i nobili poneanla nel noverare di molte torri fra i loro ster- 
minati possessi ('). 

Se non che, il raccontato da siffatti lodatori de' tempi tra- 
scorsi trovasi contraddetto da parecchi altri scrittori , non 
meno de' primi gravi ed attendibili ; e però, anzicchè pigliare 
alla lettera 1' esposizione loro , conviene ammettere con Cesare 
Cantù , che Ricobaldo Ferrarese e i suoi compagni volcano , 
esagerando il confronto, far rimprovero al fasto dei loro tempi, 
« come noi sentiamo tuttodì esaltare dai vecchi i costumi sobrii 
e schietti che correvano in loro gioventù, e che pure forma- 
vano soggetto di beffe e rimproveri ai poeti, ai comici, ai 
predicatori d' allora. Se mai 1' esiglio nostro sarà prolungato , 
anche noi ne' tardi anni rimpiangeremo la beata semplicità e 
l' ingenua fede che correva ne' tempi di nostra giovinezza » ( 2 ). 
D' altra parte , é necessario strettamente il distinguere da' Co- 
muni e dalle Signorie di dentro terra le città marittime, come 
quelle che sorsero prima delle altre a libertà, e colle conquiste e 
i commerci, di che ebbero anzi l'indirizzo che il maneggio, di 
buon ora entrarono nella via delle ricchezze e dello incivilimento. 

Per procedere con ordine nello svolgimento del lavoro propo- 
stomi intorno la vita privata de' genovesi, occorrerà ch'io tocchi 
anzitutto di ciò che si attiene alle loro abitazioni ; dica poscia 
del mangiare e del vestire ; e infine mi soffermi a ritrarne il 
costume. 

Le mie ricerche si drizzano specialmente all' età di mezzo ; 
tuttavia mi è occorso di dovere più d' una volta varcare il 
confine , allo scopo di meglio completare le notizie fornite ; 

(') Ricobaldi Ferrariensis Compilatio Chronologica , apud Muratori Script Rer. 
Hai. IX, 247. 
( 2 j Cantò, Storia Univ.; voi. XI. 



( 83) 
non senza fiducia che l' importanza e novità delle slesse mi 
valga di scudo appo i benevoli. 



I. 



Lungo il secolo XII le case de' cittadini erano per la mag- 
gior parte costrutte in legno. Ciò spiega perchè tra gli obblighi 
del Cintraco , o banditore del Comune, fosse quello di dovere 
ne' giorni in cui spirava il vento d' aquilone andare intorno 
pel castello, la città ed il borgo ammonendo ciascuno che in- 
vigilasse al fuoco (*); e ne fa accorti del perchè in breve ora 
un incendio distruggesse la contradadi san t' Ambrogio (1122), 
e quasi tutto il quartiere di Palazzolo (1179); ed in Mercato 
vecchio, ne' banchi de' cambiatori (1213), divampassero oltre 
a cinquantaquattro edifìzii. 

Anche nel secolo successivo trovansi ricordate le case di legno, 
ma probabilmente per la sola ragione che ne esistevano ancora 
di quelle innalzate negli anteriori. Il Fogliazzo de' Notari ha 
memoria della casa di legname dei figliuoli di Nicola Embrone , 
sotto l'anno 1227 ( 2 ). Nel 1251 tre fratelli Di Negro cedono i 
diritti che loro competono su alcune case di legno poste in 
Sosiglia ( 3 ); e nel 1253 Giovanni Bisaccia dà in locazione un 
edificio ligneo sito sulla piazza de' Lercari ( 4 ). Ma, quel che è 
più, lo stesso Comune teneva in siffatte case i proprii ufficii, 
come si apprende da un atto del 1 .° febbraio 1 251 , nel quale 
Nicolò Conte ed Ansaldo Di Negro affermano che Bonifazio 
Fornari e i suoi consorti aveano locato al Comune e al Po- 
destà domum , sive astricum cum domibus lignaminis , per 
V annuo censo di lire 70, ed alle condizioni con cui Y aveva 

(') Lib. Jurium Reipub. Genuen. I. 78. 

I, 3 ) Id. I. 452. 

( 2 ) Foliatium Notariorum, Ms. della Civico-Beriana; voi. I, car. 85. 

(«) Id. I. 520. 



( 8l ) 

temila Guido di Corrigia podestà dell'anno precedente (')• 
Tuttavia i nobili e gli agiati cittadini non tardarono ad edificarsi 
più comode e solide abitazioni; che anzi parecchi documenti 
se ne hanno spettanti allo stesso secolo XII. Queste si alza- 
vano per lo più a quattro o cinque palchi , compreso il terreno ; 
ed erano comunemente costrutte in pietre fino al secondo piano , 
e quindi di mattoni insino al tetto ; poiché le cave di pietre 
prima della invenzione della polvere furono troppo costose ( 2 ). 
Il tetto poi si copriva con ardesie di Lavagna ; e le finestre 
venivano decorate e spartite da agili colonnette, sulle quali non 
di rado giravansi archi di sesto acuto, ovvero di tutto sesto. 
La tradizione ci insegna poi , che quei branchi di ferro che 
ne' più antichi edifizi veggiamo ancora al dì d' oggi murati 
lateralmente al di fuori delle finestre medesime, non erano vani 
ornamenti , ma necessari ordigni per adagiarvi i lunghi remi , 
allorché i navili guerreschi o mercantili entravano in riposo. 

(') Fol. Not. voi. II, par. I, car. 6. Infatti un inslrumento del 18 aprile 1 2-JO 
dicesi actum ianue in palatio fornarionum in quo potestas habitat. (Ibid. 37). 

( 2 ) Le cave di pietra erano allora, come al presente , a Capo di Faro, nel colle 
di Carignano ed in Albaro. Per atto del 29 ottobre 1225 Oberto abate di san Be- 
nigno a Capo di Faro concede a maestro Alberto Strurigozzo la facoltà di far pie- 
tre nel monte ove sorge il detto monastero, cioè in quella parte che confina tra 
il coltivato, 1' Ospedale ed il mare (Fol. Not. I. 171). Vedansi pure nel Liber 
Jurium (I. 1254 e seguenti) le concessioni di simil genere per Carignano ed Al- 
baro fatte a frate Oliverio monaco cisterciense , architetto del nostro Molo assai 
prima di Marino Boccanegra , e del Palazzo che fu poi di S. Giorgio ed è ora 
della Dogana. V. Belgrano, Documenti genovesi sulle Crociate di Luigi IX di 
Francia, pag. 334 e seguenti. Giovanni d'Auton, cronista del re Luigi XII, che 
nel 1502 accompagnò a Genova quel monarca, così parla delle case d'allora: 
« Les maisons sont toutes à quatre ou à cinq etage de hauteur, fermées et clo- 
ses de grosses portes de fer et vóutées de pierre , pour obvicr au danger du feu , 
et dessus toutes pavées , de manière que Fon peut aller et cheminer par amont , 
jusques au bout de la rue, aussi à l'aise comme par la nef dime église bien car- 
relée de grosses pierres de faix et de cailloux; de barres de fer, de lances et 
de dards , et de louts harnois sont cellcs maisons garnies à suffire i (V. Chro- 
niques de Jean d'Auton pubiiées par Paul L. Jacob, Paris 1835, voi. n. p. 209. 



( 83) 

Le navi genovesi , al paro di quelle delle altre repubbliche 
d'Italia, e segnatamente di Venezia, Amalfi e Pisa, veleg- 
giando del continuo verso 1' Oriente , e mantenendo relazioni 
e commerci coi paesi de' Califfi , appresero alla patria la moda 
e 1' amore delle maraviglie ammirate colà; e cosi furono cagione 
che gli italiani, allontanandosi poco a poco dal gusto bisantino 
e longobardo, che regnava dapprima nelle loro città, predili- 
gessero quello degli arabi, e il mantenessero per lungo volgere 
di tempi in singolare onoranza. Incapaci per altro ad elevare 
di per se stessi ornate fabbriche in quella rinascenza delle 
arti, bene spesso guastarono gli antichi monumenti per crearne 
de' nuovi; e quindi avvenne che frutto delle loro navigazioni, 
o trofeo di segnalate vittorie, fossero talfìata colonne di diaspro, 
di porfido o d'altre preziose materie, le quali, tolte a' più 
venerandi od insigni edificii, seco traevano per crescere decoro, 
imponenza e bellezza alle porte ovvero al peristilio delle loro 
cattedrali. Racconta Caffaro che i genovesi , reduci dall' impresa 
di Cesarea (H 01), aveano" levate dal tempio di Giuda Maccabeo 
dodici colonne di marmo venato di rosso, giallo e verde, e 
della circonferenza di ben 4 5 palmi, e quelle caricate su di 
una nave, la quale avea diretta la prora verso la patria, 
quando, cedendo forse all' enorme peso, miseramente s' infranse 
nel golfo di Satalia (*). 

Ma dalla magnificenza onde allora si fece pompa non più 
veduta nella casa di Dio, a quella delle abitazioni degli uomini 

(') Pertz, Monumenta Gennaniae Histoiica; XVIIJ. In Venezia all'ingresso 
della porta che mette al Battisleo di S. Marco, moslransi tuttora due colonne qua- 
drate di marmo, che diconsi trofei di una vittoria ottenuta sui genovesi. Affermasi da 
taluno che siffatti pilastri si trovavano nel cortile della fortezza de' nostri in Tole- 
maide, e che i veneti ne li asportassero intorno il 1256; vuoisi da altri che ivi soste- 
nessero invece una parte della entrata alla chiesa di san Saba ove i genovesi stessi 
eransi allora affortificati. Vi si mirano poi scolpite le armi della croce, comuni a 
Genova ed all' Ordine degli Spedalieri acritani (V. Cicogna, Inscrizioni veneziane, 
voi, I, p. 252. 379; Giustiniani, Annali di Genova, I. 424). 



( 88 ) 
corse breve intervallo; e bene scrisse il eh. conte Cibrario, 
che già nei secoli XII e XIII i privati cittadini di Venezia e 
di Genova , aveano sicuramente dimore più belle che non van- 
tassero i re oltramontani ed oltramarini ('). Sontuoso edificio 
dovette essere per fermo quello , che Oltobono di Salario nel 
1 1 91 prometteva costrurre ad Oberto Bollette Doveva elevarsi 
33 piedi fuori terra , aver le mura principali tutte di pietra 
viva, distribuzioni di volte e di piani; essere adorno di colonne 
e capitelli vermigli , e rischiarato, oltre le minori aperture, da 
tre bifore o balconate, con isporti ed archetti ( 2 ). 

Di colonne ad uso di private costruzioni è pur memoria in 
altro contratto dell' anno medesimo. Ivi Stefano di Zartex si 
obbliga a consegnare nel porticello di Deiva a Lanfranco Hi- 
cheri dodici colonnette di pietra vermiglia delle cave di Passano, 
coi relativi capitelli; e si dichiara mallevadore della promessa 
un maestro Guglielmo Guarnerio ( 3 ). Nel Ì2I0 Giraldo da 

(') Cibrario, Economia Politica; voi. II, p. 68. 

(*) Fol. Not. I. 34. 

( 3 ) Id. I. 33. A meglio chiarire l'argomento, diamo qui le misure di alcune case, 
quali rilevansi da autentici documenti. 

1267. Casa di Jacopino Spinola, in Corneliano: Cubiti 32 in lunghezza ed 8 i j 2 
in lunghezza (Fol. Not. I. 584). 

1398. Casa di Damiano Sauli, in Genova: Larga in prospetto cannelle 3, piedi 
2, pollici i; ne' fianchi cannelle 4. 2. 0. (Id. voi. Il, parte li, 150). 

1401. Casa d' Jacopo Pallavicino, in Genova: cannelle 5. 16. in lunghezza, e 
2. 5. 13 in larghezza (ld. ibid. 220). 

1401. Casa di Giovanni di Frevanle, in Genova: Lung. 5. cannelle 5. 4. 0; 
larg. e. 2. 1. 2. (Id. ibid. 222). 

1401. Casa di Argenta Grimaldi, vedova di Andreolo Fieschi , in Genova: Lung. 
e. 4. 3. 6; larg. e 2. 6. 11. (Id. ibid. 112). 

1479. Casa di Barlolommeo di Zoagli, nella contrada di Chiavica: Lung. e. 8. 
6. 17; larg. e. 2. 2. 10. (Id. IV. 934). 

1480. Casa di Damiano Giustiniani, in Albaro: Lung. e. 8 e palmi 16; larg. e. 
8. e palmi 7. (Td. ibid. 957). 

1480. Palazzo (domus magna) di Raffaele Vivaldi, in Marassi: Lung. e. 5. 6. 
17; larg. e. 3. 3. 11. (Id. ibid. 9oo). 



( 87 ) 
Carrara e socii si convengono di provvedere in Genova ad 
Jacopo di Levanto, ovvero a maestro Giordano di lui cognato, 
'19 colonnelli della lunghezza di palmi 6 , 29 archetti , 24 qua- 
dri, e 50 rotondi; il tutto di marmo bianco di Carrara, oppure 
nero di Lucca (')• E il 7 febbraio 1253, Ricupero da Portove- 
nere promette di consegnarne ad Oberto Spinola altre quindici 
colonnette, buone, sane e belle, della lunghezza di otto palmi ( 2 ). 
Le signorili abitazioni aveano ampii porticati al dissotto; i 
quali mentre davano aspetto di sveltezza alle fabbriche, veni- 
vano in aiuto delle vie ora strette ed ora tortuose della città ( 3 ). 
Di porticati siffatti si eressero i primi in riva al mare, dove 
oggi diciamo Sotloripa, e nelle adiacenze di S. Pancrazio. 
Nel Libro dei Giuri si legge che i Consoli del 4 4 34, i quali 
esercitavano allora il potere edilizio ( 4 ), assentirono a Marcinone 
Della Volta ed a più altri cittadini la facoltà di occupare un 
tratto di suolo pubblico lungo la Ripa, e drizzare in questo 
parecchie colonne equidistanti , per voltarvi gli archi delle loro 
case. La stessa licenza diedero a Gandolfo di Buonvicino, per- 

Nel 1162 per la costruzione di un muro lungo piedi 16 1 [ 2 , nella contrada di 
Chiavica, si pagano lire 20; e lire 1 e soldi 6 nel 1210, per ogni cannella di muro 
dello spessore di un mattone e mezzo. Nel 1277 tante pietre bastevoli a costrurre 
una cannella di muraglia costano soldi 5. Nel 1302 e 1315 un moggio di calce 
vale lire 0. 13. 6; e nel 1383 lire 1. 5. 0. In quest' ultimo anno i mattoni 
ferrigni vendevansi lire 3. 10. al migliaio; lire 2. 10 i rossi, e lire 2 i bianchi. 
(Foliat. Not.J. 

('j Notulario di Raimondo Medico, car. 13 verso (nell'Archivio notarile di Genova). 

( 2 ) Il prezzo si stabilisce in soldi 9 per ogni palmo (Notulario di Guidone da 
S. Ambrogio). 

( 3 ) II precitato Giovanni d'Auton afferma che le contrade di Genova « soni 
longues, et étroites, à passer seulement trois hommes à pied de front on un som- 
mier chargé des coffres » (Voi. II, p. 209). 

( 4 ) Per atto del 10 luglio 1156, i consoli Lanfranco Pevere ed Enrico D'Oria 
lodano, che Piccamiglio ed i suoi fratelli potestatem habeant ponendi duas co- 
lumpnas ligneas in anteriori parte domus sue de fossatello, et hoc sine contra- 
dictione consulutus ianue et communis populi (Chartarum li, 339;. 



( 88 ) 
che ponesse tre colonne avanti il paramuro della casa de' suoi 
figliuoli , e tre nella contigua via di S. Pancrazio. Le dimen- 
sioni di tali colonne \ariavano di frequente; ma l'altezza non 
potea sorvanzare i dieci palmi; la forma doveva essere qua- 
drata per quelle che riuscivano agli angoli degli edilìzi, e 
cilindrica per le restanti. 

Anche al dì d' oggi , oltre gli avanzi di Sotloripa , abbiamo 
traccie di porticati, sebbene d'epoche meno rimote, nella via 
de' Giustiniani, la quale é fama predilegessero i nostri antichi 
a passeggiata d' inverno , nell' altra di S. Luca , e nei nume- 
rosi viottoli che da quest' ultima scendono al mare. Quivi in 
buona parte degli edifìzi miransi ancora gli archi presso che 
sempre di sesto acuto e d' ampia voluta, sorretti da robuste 
colonne , con capitelli ora intagliati, ed ora di pietre semplice- 
mente corniciate ('). 

Tra le vie della città alcune erano costrutte in pendio , altre 
affatto piane, e per la maggior parte selciate in mattoni; tal- 
ché quando piovea la città restava netta, come se fosse stata 
lavata a posta ( 2 ). Un atto del 1314 portava, che i frati del 
monastero di santo Stefano dovessero fare arizorari de lateribus 
feriolis stratam sive viam pubblicani ab archis qui sunt in 
dieta via usque ad macellum Marini ( 3 ). Inoltre fino da quei 
giorni erano aperti sotterranei condotti o cunicoli, per lo sfogo 
delle acque, le quali per mezzo delle chiaviche si scaricavano 
in mare ; ed una multa di cento soldi si comminava a coloro 
che si fossero attentati di chiuderne gli sbocchi ( 4 ). 

(') Da questi porticati si ricavarono poscia le botteghe e i magazzini attuali. 

( 2 ) Giustiniani, Annali di Genova; voi. I, pag. 75. E nuovamente, sotto 1' anno 
4509 (voi. II, p. 637): « Ripararono questi Padri (del Comune) in molti luoghi 
le vie della città; e fecero silciare quelle di mattoni , che fu grande ornamento 
della città ». 

( 3 ) Miscellanee storiche, Ms. del sec. XVIII, presso il cav. Emanuele Ageno. 

( 4 ) Conslitulioncs Palrum Communis, Codice membranaceo dell'Archivio Civico, 
car. 8. 



( 89 ) 
Erano le case dei nobili non qua e là disseminate; ma quasi 
a gruppi disposte in dati punti della città. Abitavano le alture 
del colle di Macagnana, e prolungavansi fino alla chiesa di S. 
Nazaro, ora S. Maria delle Grazie, i Castello e gli Embriaci; 
de' quali aveano i primi una torre presso san Damiano ; pos- 
sedeano i secondi quella che luttodi giganteggia in sulla cima 
di sì elevata regione , ed altra presso la porta detta di san- 
t' Andrea ( 1 ). Abitavano gli Zaccaria nella contrada da essi de- 
nominata, e nella contigua di Piazzalunga; ed ivi presso, in 
vicinanza di S. Donato , i Salvaghi , donde ancora piglia nome 
una piazza ( 2 ). Seguitavano i Giustiniani nella contrada di 
Chiavica, a cui mutarono poscia nel proprio 1' appellativo ; e 
quivi pure i marchesi di Gavi , giurato eh' ebbero Y abitacolo 
della città; cingeano il Mercato di S. Giorgio le case de' Vento, 
e quelle de' Volta, poi Cattaneo, colla lor chiesa edificata in 
onore del martire san Torpete, e consecrata nel 4 180; e queste 
famiglie contavano ben cinque torri, di cui 1' una vedemmo 
ancora testé cadere sotto improvvidi colpi ( 3 ). Erano lungo il 
Cannéto i Baliani (d' onde 1' archivolto corrottamente appellalo 
Bajano) e gli Scotti , appo de' quali ebbe stanza nel 1 359 
santa Caterina da Siena reduce d' Avignone ; e presso la 
stessa via sorgevano le abitazioni de' Sauli , donde s' intitola 

(') Nel 1228 Gugliemo d'Alessio promette a Guglielmo del qm. Ugone Embriaco 
di consegnargli, alla riva del porto di Genova, dodici mila mattoni ad ipsius tur- 
rim faciendam (Fol. Not. I. 282). Nel 1251 lo stesso Guglielmo ed Embriaco 
suo fratello danno a fitto a Borgo di Firenze la torre che possiedono a porta san- 
t'Andrea (Id. voi. II, par. I, 210). 

( 2 ) Esiste tuttora su questa piazza un palazzo il cui portico è sormontato da 
due figure marmoree di selvaggi, per fare allusione al casato , di cui dovevano 
sorreggere io stemma. Tali statue ricordano il fare robusto di Gian Giacomo e 
Guglielmo Della Porta. V. Vakui , Delle opere dei Della Porta, pag. 51. 

( 3 ) Però l'egregio amico mio signor Francesco Podestà ce ne ha conservato fe- 
dele ricordo in una sua bella dipintura o studio (com'egli modestamente si piacque 
d' intitolarla), che venne esposta nella mostra della Società Promolrice di Belle 
Arti il novembre del 1865. 



( ( .)0 ; 

tatlo di una piazzuola, circondata da nobili edifizii decorali in 
sullo siile dell'aureo cinquecento. Intorniavano la cattedrali! ili 
san Lorenzo, e piegavano fino alla collegiata di san Donato i 
Fieschi, per ogni ragione d'ecclesiastiche dignità, di civili 
magistrature, di militari imprese in casa e fuori illustri; talché 
la patria avrebbe a pregiarsene singolarmente, se parecchi di 
loro ambiziosi ed irrequieti non le avessero causati giorni di 
lagrime e di sangue. Aveano eziandio preso a stanza il subur- 
bano colle di Carignano, a breve intervallo da' Sauli; e fu 
appunto per 1' opera di questi due casati che si videro sorgere 
su quella ridente collina il severo tempio di santa Maria in 
Vialata (sec, XIII), e la basilica dei santi Fabiano e Sebastiano, 
monumento insigne che, raccomandando alla posterità il nome 
di Bendinello Sauli, cresce a mille doppi la gloria dell' immor- 
tale perugino Galeazzo Alessi (■). 

Fiancheggiava pure il maggior tempio , e teneva in quelle 
adiacenze due torri, un ramo della famiglia Di Negro, il quale 
s' intitolava di san Lorenzo, per distinguersi dall' altro che 
abitava in vicinanza e si diceva de' Banchi. Ivi erano inoltre i 
De Marini , dai quali ha nome un vicolo ed una piazza, e gli 
Usodimare, cui spettava la proprietà di quell'arco che esiste 
oggi ancora presso le Cinque Lampadi ( 2 ) ; nel Campo dei 
fabbri, ora Campetto, abitavano gli Imperiali; nella prossima 
Sosiglia i Piccamiglio e nella Domocolta, in vicinanza dei 

( ! ) Giovanni d' Aulon (voi. II, p. 221) ricorda che a 1 suoi giorni, per ^■ce- 
dere al famoso palazzo de' Fieschi sul colle di Vialata , occorreva salire oltre a 
cento gradini. Il Federici (Famiglia Fiesca, p. 13) scrive poi che i Signori di 
Lavagna erano dal Comune singolarmente privilegiati « in quanto ne' loro soli pa- 
lazzi , e nel d' intorno , era osservata la franchiggia et immunità dalla forza della 
Giustizia ad ognuno ; nella maniera appunto eh' ora si riveriscono le sagrate 
chiese. Perchè vi erano certi segni scolpiti in marmo , e particolarmente a quel di 
Violaro , ultra quae non licebat satelitibus homines infestare ; et ancor se ne 
vedono alcuni ». 

( 2 ) Ciò si rileva da documenti dei secoli XIV, XV e XVI. Miscellanee Ageno. 






( 91 ) 
templi, oggi distrutti, di santo Egidio e san Domenico, 1 Da 
Passano, de' quali un imponente edilìzio tuttora esiste e co- 
steggia il nostro massimo teatro. Le numerose abitazioni dei 
D' Oria erano venute circuendo la chiesa di san Matteo , cui 
nel 1-125 aveva edificata Martino della lor gente, resosi monaco 
a san Fruttuoso di Capodimonte; ma giugneano sino all' altura 
detta di Serravalle, dove tuttavia sorge la torre che per più 
secoli nomossi di Oria (') , e dove eran le case di queir Acel- 
lino e de' suoi compagni, che furono vendute nel 1291 al 
Comune, onde far luogo al Palazzo della Signoria. 

Procedendo verso Lucoli s' incontravano le principesche di- 
moro e le torri di quelli fra gli Spinoli, che aveano avuto a 
capo Guglielmo, uno dei sette figli di Oberto seniore ( 2 ). Gli 
altri rami di così degno e potente casato abitavano co' Grimaldi 
non molto lungi da Banchi ; e insieme con essi posta mano 
all' erezione del tempio di san Luca , ne aveano del 1 1 92 fatto 
omaggio all' arcivescovo Bonifazio ( 3 ). 

Centro ad altre illustri famiglie era ugualmente la chiesa di 
san Pancrazio , cui aveano edificata i Pallavicini , i Calvi , i 
Falamonica ; dal piano di Fossatello all' altura di S. Agnese 
distendevansi i Lomellini, che lasciarono il nome ad una nobile 
via, e nella splendida ricostruzione della Nunziata al Guastato 
legarono ai posteri la ricordanza delle ricchezze che derivavano 
immense dalla signoria di Tabarca. Venivavano finalmente in 
Via del Campo gli Zerbi ed i Ghizolfi, de' quali vedesi ancora 
di fianco al tempietto di san Marcellino una torre ; ed i Cibo , 

(') Belgrano, Documenti sulle Crociate di Ludovico IX, pag. 201. La torre 
si eleva sul sinistro lato del Palazzo già Criminale, ed oggi degli Archivi Gover- 
nativi. 

( 2 ) Presso gli Spinola di Lucoli alloggiarono nel 1 296 Carlo li re di Sicilia, e 
nel 1305 Carlo duca di Puglia; ed in casa di Stefano Spinola in Piccapielra, 
prese alloggio il papa Adriano VI nel 1322. 

( 3 j Fol. Noi. 1 35. 



( 02 ) 
che , avuto il patronato dello stesso , vi fecero poscia ammi- 
nistrare il battesimo a quel Giambattista figliuolo di Arano , 
che del 1484 fu eletto sommo pontefice col nome di Inno- 
cenzo Vili ('). 

Ma di torri ve ne avea ben molte più di quelle eh' io non 
ho ricordalo ; conciossiachè ogni famiglia nobile ne possedesse 
alcuna. E però Genova al paro di altre città, avria potuto con 
ragione appellarsi turrita. S' io ponga mano, come ne ho 1' a- 
nimo, alle notizie topografiche genovesi del medio evo , sarà 
allora il caso di fare una enumerazione, il più che si possa 
completa , di codesti edifìzi. Qui mi sia lecito collocare fra 
quelle di maggiore importanza e per isloriche memorie più 
note, le torri de' Porcelli e degli Avvocati, dei Leccavelli, dei 
Bulbonoso, De' Corte, dei Della Turca e de' Pevere. 

Erano le torri una fiera maledizione, ed una continua minaccia 
alla tranquillità dello Stato ; imperocché ne' tempi di caldo 
parteggiare , facile era 1' afforzatisi , e dall' allo di quelle com- 
battere lunghe, interminabili fazioni. Onde gli autori del Breve 
Consolare del li 43, correndone replicate volte all'assalto, ora 
miravano a distruggerle, ora ad abbassarle, ed ora ad impedire 
che le nuove levassero troppo alta la testa ( 2 ). Voleva infatti 
la legge che quest' ultime non potessero innalzarsi oltre gli 
ottanta piedi ; il che tiene di un editto d'Augusto ricordato da 
Strabone , sul divieto di erigere le fabbriche private più di 
seltanta piedi ( 3 ). Ma tale disposizione de' nostri Consoli, co- 
mecché osservata per alcun tempo ( 4 ), dovette in seguito ca- 

(') Miscellanee Ageno; Cartularium Cabellae Possessionum anni 1414, nell'Ar- 
chivio di San Giorgio. 

( 2 ) Monumenta Hisloriae Patriae: Leges Municipale^: Capitoli 2G, 27, 'ò\ e 68 
del Breve. 

( 3 ) Geographia; Parigi, Didot, 1853, lib. V, cap. IH, § 7, pag. 196. 

( 4 ) Per atto del 1.° giugno 1160 Alberico promette a Lanfranco Bacemo di por- 
tare la torre di lui all' altezza di ottanta piedi (Mon. Hist. l'ut. Chat tai uhi , 
voi. II, col. 653). 



( 93 ) 
dere in dimenticanza; giacché 1' annalista Oltobuono Scriba 
rammentando come il fiero podestà Drudo Marcellino la tor- 
nasse in vigore (1196), osserva che i predecessori di quel ma- 
gistrato, per non averla fatta osservare peccatimi incurrerant 
iuramenti. Bensì aveva il Comune diversi anni avanti emanato 
un decreto (M80), per cui vietavansi le comunicazioni da una 
casa all' altra col mezzo di volte o coperture di legno sospese 
sovra la pubblica via ; e datone per ragione che i Richieri 
avendo presa ad innalzare con tal fine una torre in vicinanza 
della chiesa di san Lorenzo , eransene levati per la città infi- 
niti rumori di contese e discordie ( f ). 

Per quello che è della loro costruzione, ripelasi delle torri ciò 
che delle case abbiam detto. Di pietra il basamento, ed il re- 
stante dell'edificio sino a metà; quindi d'opera laterizia. Vi 
hanno però eccezioni non infrequenti in favore della pietra; e 
sovra tutte è rimarchevole la torre degli Embriaci a Castello 
già sopra ricordata; la quale è senza variazione murata a grandi 
bozze, e sorge isolata dal suolo ad una altezza di ben 165 palmi. 
Le finestre assai rare cadeano le une sulle altre; cominciavano 
con larghe aperture; ma più giugneano al basso e più si ristrin- 
gevano , fino ad assumere l' aspetto di semplici fori. Coronava 
per lo più 1' edifizio una cimasa con doppio o triplo ordine 
d'archetti, e ornata da teste di muttoli o travi a sperone, quali 
pur vedonsi intorno la facciata de' templi di san Matteo, san- 
t' Agostino e santo Stefano, e s'incontrano assai di frequente 
nelle fabbriche veneziane. L'interno disponeasi a più ripiani, o 
solai; e vi si ascendeva con semplici scale a piuoli , perchè il 
presidio avesse agio di ritirarle con seco, ed in caso d' assalto 
crescer così potesse a' nemici gli ostacoli ad espugnare la 
fortezza. 

La barbara costumanza in forza di cui venivano uguagliate 

(«) Jurìum I, 313. 



( H ) 
al suolo le case appartenenti a' ribelli (ed in que' tempi di con- 
tinue fazioni , a seconda del partito vincitore o vinto ci aveano 
sempre ribelli), ne ha privati di non pochi monumenti dell'an- 
tica grandezza. Tale era per fermo la casa di Fulcone da Ca- 
stello (1190), cui il precitato Ottobuono Scriba appella prezio- 
sissima, e di che ci offre imagine, quantunque languida, una 
miniatura del Codice parigino di Caffaro, riprodotta nell'edizione 
del Pertz; tale quella di Opizzino Spinola presso al tempio, ora 
demolito, di santa Caterina, adorna di statue, e distrutta nell'in- 
cendio con che i guelfi nel 1 309 presero aspra vendetta de' ghi- 
bellini ('). Dovrò poi dire che si facessero alcuni moderni, cui 
non accecava per fermo lo spirito di fazione? Ognuno ricorda 
la sorte del palazzo de' Giustiniani ( 2 ), il quale per la gran- 
diosità dell' architettura primeggiava tra quanti sorgeano nella 
regione di Castello, ed era oltremodo ricco di pregiate scul- 
ture dei secoli XIII e XVI; né vi ha alcuno che non lamenti 
come un recente ristauro ascondesse sotto uno strato d' intonaco 
i capitelli del palazzo Grimaldi, sull' angolo sinistro della piazza 
di San Luca , i quali erano ornati di figure equestri sul genere 
di quelle che vuoisi avere scolpite l'infelice Calendario per l'in- 
comparabile edifìcio di san Marco in Venezia. 

Rimangono però tuttavia in piedi alcune fabbriche, le quali 
valgono a ritrarci il robusto ed ornato costume di que' giorni. 
Sono fra questi due palazzi in via Lucoli , altri nel vicolo degli 
indoratori e nella contrada di San Bernardo, quelli donali dalla 
Repubblica a Lamba e Andrea D'Oria sulla piazza di S. Matteo, 

(*) Il 22 e 23 dicembre del 1414 furono abbruciale molle case in piazza dei 
Banchi e nella vicina contrada al mare di fronte alla Zecca ; altre molte ne furono 
incendiate tra il 2 gennaio e il 12 febbraio del successivo 1415 nelle vie di 
San Siro e San Giacomo all' Acquasola ; e di quest' epoca vennero pure arsi ben 
cinque palazzi in quella di Piccapietra (Giustiniani, II. 270, 271). 

( 2 ) Comunemente appellato il Festone, da che le sue ampie sale aprivansi, nella 
stagione del Carnevale, alle maggiori feste pubbliche di hallo, che avessero luogo 
in Genova. 



( 98 ) 
e quello de' Serra, oggi Podestà (') nel vico del Santo Sepolcro, 
ove sono a notarsi 1' elegante scala colla bella ringhiera lavorata 
di marmi a trafori sullo stile teutonico del secolo XV, non che 
le imposte delle finestre su cui vedonsi intagliati alcuni fogli di 
membrane bizzarramente rivoltati , perocché tal genere di deco- 
rare non di rado s' incontra nelle antichità della Francia ( 2 ) Ma 
sopra tutti notevole è il palazzo che prospetta la piazza delle 
Fontane Morose , e venne da Jacopo Spinola edificato sullo im- 
basamento della torre di sua famiglia, cui i guelfi aveano sman- 
tellata nell'epoca già detta del 1309. Sono quivi in bene ornate 
nicchie cinque statue; e ritraggono, oltre la figura di un armi- 
gero, alcuni illustri personaggi di quel casato ( 3 ). 

Scrive il Giustiniani, che in sugli esordi del secolo XVI la 
città ripartivasi in trenta parrocchie, e contava 6298 case, una 
gran parte delle quali, abitate dalla plebe, formavano da quattro 
a cinque fuochi. Soggiunge quindi: « E perchè fra queste case or 
ne sono molte lavorate di bianchi e neri marmi per metà insino 
al secondo solaro , in questo si dimostra la modestia, e parcità 
de' nostri antichi, i quali non permettevano che le case si fab- 
bricassero insino al letto con simil struttura e tanta spesa. E se 
ve ne sono alcune lavorate di somiglianti pietre insino al tetto, li 

(') L'egregio proprietario ha testé, con esempio lodevolissimo quantunque troppo 
raramente imitato, fatto sgombrare dall'intonaco onde era stato coperto (verisi- 
milmente all' epoca della rivoltura del 1797) il bassorilievo marmoreo che sormonta 
1' ingresso del palazzo medesimo. Questa scultura è circondala da ricco fregio 
composto di putti e fogliami; e rappresenta San Giorgio a cavallo, con ai lati due 
angeli i quali sormontano uno scudo cimato con entro la scacchiera dei Serra. 

( 2 ) Assellineau , Meubles et objets divers du moijen age. 

( 3 ) Jacopo Spinola morì nel dicembre del 1411 , e fu sepolto in Santa Caterina 
di Lucoli, ove se ne leggeva l'epigrafe riportata dal cav. Alizeri (Guida artistica 
di Genova, II, 533). La tradizione che i marmi del palazzo Fieschi in Vialata , 
distrutto nel 1547, sieno venuti ad abbellire questo degli Spinola non ha ombra di 
fondamento, come provò lo stesso Alizeri; e però il cav. Celesia (Congiura del 
conte G. L. Fieschi, p. 193), comecché dubitativamente , non avrebbe dovuto mai 
riprodurla. 



( 96 ) 

è stato concesso per avere operato qualche l'atto egregio in uti- 
lità della patria (') ». 

Le facciate delle nostre case non vanno affatto scevre da or- 
namenti ; e sono il più delle volte cordoni e sagome lavorate in 
pietra nera di Promontorio, ed un ordine di piccoli archi, ora 
a sesto acuto ed ora di tutto sesto, il quale ricorrendo lungo 
la facciata, divide il piano inferiore o sodo della fabbrica , dalle 
più elevate parti di essa. Talvolta inoltre vi hanno stemmi , o 
tavolette, scudi e targhe, con entro lettere iniziali; tal altra bassi 
rilievi raffiguranti il simbolo dell' agnello di Dio( 2 ), Cristo nel se- 
polcro o risorto, la Vergine col putto, la xMaddalena col vaso 
degli unguenti , ovvero Santa Caterina martire colla ruota e la 
palma. 

Sono poi ammirabili quegli antichi edifizi, per le ricche de- 
corazioni onde si abbellano specialmente i portali. Parecchi fra 
questi hanno gli stipiti e l' a-chitrave ornati da medaglie espri- 
menti ritratti di Cesari , il cui nome non è talvolta privo d' a- 
nalogia con quello del padrone del luogo ; altri vanno adorni da 
vaghi intrecci di fogliami o grappoli d'uva, da leggiadri can- 
delabrini, da guerreschi trofei, da scherzi bizzarri di mostri, 
delfini uccelletti e putti; e sormontati da bassi rilievi rappresen- 
tanti il più di frequente l' Annumcala, il Presepe o San Giorgio; 
i quali , non che allo stile, alla foggia dell' armature e de' panni, 
chiaramente accusano la scuola ora toscana , ora veneta ed ora 
lombarda. Senza dire di que' resti d' antichità maggiore , che 

(') Giustiniani, Annali; voi. I, pag. 72. 

( 2 ) Altrove opinai come a moltiplicare nelle nostre sculture la rappresenta- 
zione di codesto simbolo, il quale è per altro escnzialmcnte cristiano, abbia 
potuto non lievemente contribuire il sigillo adottato dal Governo popolare creato 
nel 1257, col capitaneato di Guglielmo Boccanegra. In un rogito del notaio Gio- 
vanni di Amandolesio si nota, die in tale sigillo erat sculptus agnus fèrens ve- 
xillum cum cruce super astam vcxilli. Circumscriptio dicti sigilli lalis erat: 

ILEBS JANI MAGNOS REI'RIMENS EST AGNUS IN AGNOS. (V. BELGRANO , / Sigilli (lei 

Comune di Genova, nel voi. I della Rivista della Numismatica antica e moderna). 



( 97 ) 
possono francameli le ascriversi alla pisana ; la quale , mercè gli 
ingegni privilegiati di Nicola, di Giovanni, di Nino e d'Andrea 
(sec. XIII e XIV), sali ad altissima rinomanza, e dopo essersi 
diffusa in Italia, ne superò i confini, portando ovunque la ri- 
generazione dell'arti, ed affrancandole dalla servitù bisantina, 
che, troppo ligia agli insegnamenti tradizionali, impediva i liberi 
e arditi voli del genio. Due finalmente tra siffatti portali, raffi- 
gurano in belle composizioni di putti e d' armigeri , di cavalli e 
di centauri, il trionfo dell' arme dei D'Oria e degli Spinola, ti- 
rate da carri d' eccellente lavoro, e collocate sovra tazze ornate 
di festoni e baccellature ('). 

Né vuoisi tacere dell'ampiezza e nobiltà dei vestiboli; il cui 
vólto è per lo più formato a padiglione, e ripartito da spine o 
costoloni a crociera, convergenti al centro indicato da una pa- 
tera dorata , e scolpita con fregi e stemmi , ovvero con le fi- 
gure del Padre Eterno, della Vergineo di San Giorgio, circon- 
dati alcuna volta da teste d' angioli spiranti grazia e venustà 
raffaelesca. S' imbasano poi tali spine su capitelli che fanno uf- 
ficio d' imposte , e sono ricchi di finissimo non meno che sva- 
riato lavoro: intrecci d'ornamenti del più puro e squisito gusto, 
draghi e chimere, leoni alati, mascherette, larve e simili biz- 
zarrie, ond' erano sì fecondi gli artisti del cinquecento, in capo 
ai quali, per quello che a noi s' attiene, vogliono aver posto Silvio 
Cosini da Fiesole, Stagio Stagi da Pietrasanta e Andrea Con- 
tucci da Monte San Savino. 

Sui ripiani delle scale si elevano colonne per sostegno delle 

0) I portali onde si fa cenno, e che spettano evidentemente ad un solo artista, 
sono murati all' ingresso del palazzo Spinola, ora Romanengo , innalzato nel 1531 
(questa data si legge in uno dei capitelli del cortile) . e del palazzo già D' Oria 
ed oggi Viti nella contrada dei Garibaldi, presso la chiesa di San Matteo. Nei pie- 
distalli delle lesene che fiancheggiano l' ingresso di un caseggiato nel vico della 
Casana e quello del palazzo Spinola in via degli orefici sono scolpite le forze 
d'Ercole; ed il eh. Vanii crede ravvisare in siffatte storie lo stile dei Della Porta 
(Op. cit. p. 51). 

7 



( 98 ) 
medesime; ovvero sorgono piedistalli intagliati, con suvvi busti 
il più spesso ritratti dall antico, ovvero ligure di leoni, di pan- 
tere, di sfingi e d'altri animali simbolici o fantastici. Qualche 
volta le pareti si ricoprono di maioliche dai vivaci e risplendenti 
colori; i cui quadretti, ad arte commessi, rappresentano vaghe 
storie, o composizioni ornamentali sopra modo graziose. 

È degno di nota quanto ricorda il Giustiniani della casa d' Ja- 
copo Valdettaro; la quale, dice egli, era fornita di una scala 
tanto magnifica e bella, che forse non avea pari in Italia ('). 

Le case erano dotate d'ogni comodità. Aveano sale e retrosale, 
camere e retrocamere, mezzani e rimezzani, il gineceo, o appar- 
tamento delle donne, e gli androniti, ossia l'appartamento degli 
uomini ( 2 ); né mancavano di caminate ove far fuoco in inverno, e 
che solevano esssere con peculiar cura adornate; perocché ivi ezian- 
dio que' buoni antichi riceveano talvolta o convitavano. Per atto 
del 1250 Baldovino Pomari promette ad Jacopo Riccio di di- 
pingergli una camera a fondo vermiglio con rose bianche , ed 
una cantinata a fondo bianco e rose vermiglie ( 3 ). Nel 1368 
il Comune avendo fatto innalzare a San Michele di Fassolo un 
palazzo, vi fece dipingere la cappella per mano d'Antonio Vacca, 
la Geminata da un maestro Giovannino , e da Oberto di Mone- 
glia quattro camere ed un solaio ( 4 ). 

Erano inoltre le case provvedute di cantine sotterranee, d'orti 
pensili o terrazzi , di forni e di bagni. Trovo memoria del forno 
de' Guercio allo svolto di Rivotorbido nel 1290, e di quello dei 
Lomellini nella contrada di San Vittore il 1414; del bagno di 
Balduino Guercio, poco discosto da San Lorenzo, il 1190 ( 5 ). 

(') Giustiniani , I. 67. 

( 2 ) Id. 1. 

( 3 j Notulario di Bartolommeo Fornari, cir. 56 recto. 

( 4 ) Cartolario della fabbrica di quel palazzo, nell'Archivio di San Giorgio. 

( 5 ) Miscellanee Ageno- Ma sopra tutti bellissimo ed ammirabile fu senza fallo 
quel bagno , che Galeazzo Alessi ideò e eostrusse in un palazzo che Giambattista 
Grimaldi aveva in Bisagno ; e che ci viene minutamente descritto da Giorgio Vasari 



( 99 ) 
Aveanvi pure de' bagni pubblici ; ed erano di questo numero 
quello di Rivotorbido, di che ho la prima notizia del 1191 , e 
che essendo proprio del monastero Santo Stefano, venne da quel- 
l'abate conceduto in locazione, assieme agli utensili, ad un Lan- 
franco Cavalargo (1 1 ottobre 1 232) per l'annuo censo di lire 24 ('); 
quello sito in vicinanza della chiesa di San Donato (an. 1270, 
1350), e l'altro prò usti hominum in Fossatello (1308) (-). 

Ogni famiglia finalmente, ovvero più casati riuniti in consorzio 
od albergo (di che si ha memoria a partire dal secolo XIV) , 
possedeva una stanza pubblica , detta loggia ; ed in quella 
adunavansi di giorno e di notte ; vuoi per conversare o per 
trattare di negozi. Cito fra le tante quelle dei D' Oria sulla 
piazza di san Matteo, e degli Spinola all'angolo della salita 
di santa Caterina; quelle dei De Mari e Di Negro in piazza de' 



(Vite, XIII. 126): <r Questo, che è di forma tondo, ha nel mezzo un laghetto , 
nel quale si possono bagnare comodamente otto o dieci persone; il quale laghetto 
ha l'acqua calda da quattro teste di mostri marini, che pare escano dal lago; e 
la fredda da altrettante rane, che sono sopra le dette teste dei mostri. Gira intorno 
al detto lago , a cui si scende per tre gradi in cerchio , uno spazio quanto a due 
persone può bastare a passeggiare commodamente. Il muro di tutto il circuito è 
partito in otto spazii : in quattro sono quattro gran nicchie , ciascuna delle quali 
riceve un vaso tondo, che, alzandosi poco da terra, mezzo entra nella nicchia e 
mezzo resta fuora, ed in mezzo di ciascun d'essi può bagnarsi un uomo, venendo 
l'acqua fredda e calda da un mascherone, che la getta per le corna, e la ripiglia, 
quando bisogna, per bocca. In una dell'altre quattro parti è la porta; e nell'altre 
tre sono finestre e luoghi da sedere : e tutte l' otto parti sono divise da termini , 
che reggono la cornice dove posa la volta ritonda di tutto il bagno ; di mezzo alla 
qual volta pende una gran palla di vetro cristallino, nella quale è dipinta la sfera 
del cielo , e dentro essa il globo della terra ; e da questa in alcune parti, quando 
altri usa il bagno di notte , viene chiarissimo lume , che rende il luogo luminoso 
come se fosse di mezzogiorno. Lascio dire il comodo dell' antibagno, lo spogliatoio, 
il bagnetto, quali son pieni di istucchi , e le piture ch'adornano il luogo, per 
non essere più lungo di quello che bisogni ; basta, che non son punto disformi a 
tant' opera ». 

(>) Miscellanee citate. Fol. Not. I. 222. 

( 2 ) Stesse Miscellanee. 



i 100 ) 
Banchi (1332 e 1 427; ('); dei Lereari e Camilla insieme uniti, 
onde ò fatto ricordo in una epigrafe del 1444, che tuttavia si 
legge nel vico Indoratori; e quella de' Maruffi di che ho 
memoria sotto il 1414 (-). Alcune eziandio erano pubbliche; 
cioè quella di porta sant'Andrea (1296), quella di san Donato 
(1444), e l'altra sita nella contrada di Piccapietra, o me- 
glio dei piccapietre, giacche non vi ha dubbio esserle derivalo 
quel nome dalle officine che ivi tenevano i marmorai e scul- 
tori, come antichi documenti ne fanno fede ( 3 ). Quando trat- 
terò delle corporazioni degli artigiani e de' forastieri stabiliti 
nella nostra città, farò conoscere quelle che essi pure in buon 
numero vi teneano;come i pisani da san Torpete (1274) (*), 

(') Ibidj ed Jurium II, eoi. 1459. 

( 2 ) Miscellanee precitate. 

( 3 ) Col modesto nome di piccapietre, di maestri di pietre e simili, inlilolaronsi 
anticamente anche i più insigni artisti. Dal 1500 in poi trovo pure stabiliti pa- 
recchi sludii di scultori lungo la via de' ponti al mare, o nel Guastato (Vaiini , 
Elenco di documenti artistici, ccc). 

( 4 j 11 culto di questo martire pisano dei tempi di Nerone, fu senza fallo intro- 
dotto in Genova dai mercanti di Pisa , nel modo slesso con cui i lucchesi , che 
aveano stanza presso la Foce del Disagno , portarono fra noi quello della gloriosa 
loro concittadina, santa Zita, al cui nome è dedicata la chiesa eretta nella loca- 
lità medesima. 11 Pasqua ricorda come ivi pure, nella facciata di quella dei Dieci- 
mila Crocifissi, esistesse una lapide del 1255, colla epigrafe: sepulcrum mercatorum 
lucensium (V. Memorie e sepolcri di Genova e suburbi, Ms. della Civico-Bcriana , 
pagina 72). 

Importante assai per la storia è la seguente notizia , che io desumo dai Bollan- 
disti {Ada sanctorum, die 17 mai): Nell'anno 1470 Giovanni Cossa , luogote- 
nente generale del re Renato in Provenza , concedette in feudo a Raffaello da 
Garessio la signoria del luogo di Saint-Tropez , allora deserto ; ed il Garessio vi 
condusse dalla riviera ligustica ben sessanta famiglie, le quali edificaronvi il pre- 
sente borgo ed una nuova chiesa in onore di quel santo. L' origine adunque della 
moderna citlà di Saint-Tropez è cosa nostra ; ed i suoi abitatori, con nobile com- 
piacenza , ricordano tuttora i vincoli onde sono a noi collegati. Ne è prova la So- 
cietà delle regate, ivi costituitasi nel 1862; la quale fondandosi appunto su que- 
sti legami , chiedeva per mezzo del Maire al nostro Municipio il dono di due 
stendardi , l'uno divisato ai colori nazionali e V altro ornato della temuta croce 
dell'antica Repubblica Genovese, da distribuirsi in premio a coloro che avessero trion- 



( 101 ) 

i greci al Molo (1302 e 1346), i lucchesi alla stazione de' 
Malocelli («). 

Le finestre di tela bianca e sottile inoliata od incerata, e 
qualche volta dipinta ad ornamenti o figure, lasciavano pene- 
trare nelle domestiche stanze appena una dubbia luce. Correndo 
il 1395 fu sequestralo in casa di Nicolò Cereghino barconus 
uno inceratus ( 2 ) ; ma del '1410 Cione di Leucio da Pisa già 
teneva in Genova bottega da vetraio , e riceveva ad appren- 
dere l' arte sua Ranieri Marenco da Novi , al quale prometteva 
d" insegnarla completamente in due anni ( 3 ) ; e del 1 464 i Pro- 
tettori delle Compere di san Giorgio assegnavano a Lanzarotto 
Vederio d' Altare, magistrum vìirorum suffìcientem plUrimwn 
in arte sua, non che a' suoi figli , Bartolommeo e Giovanni Bat- 
tista, tutti dimoranti in Caffa, il salario mensile di un sommo ( 4 ). 
Inoltre nel 1484 i vetrai di già formavano in Genova una spe- 
ciale corporazione ( 5 ); di cui due anni appresso erano consoli 
Giambattista de Verberiis e Giovanni Antonio Ponte ( 6 ). Tuttavia 

fato nelle solenni corse del 18 maggio 1864. Il Municipio assentiva di buon grado 
alla domanda ; e spediva pertanto a quella volta due superbi vessilli , i quali ve- 
nivano accolti da que 1 cittadini col più vivo trasporto , in mezzo alle grida di 
evviva alla Metropoli della Liguria. 
(') Fol. NoL, I. 546. 

( 2 ) Registri delle confische di beni mobili a' ribelli, nell'Archivio di San Giorgio. 
In Oneglia ancora verso la prima metà del secolo scorso si trovavano appena dodici 
case, le quali avessero invetriate di lusso, cioè tessute con liste di piombo. Le 
altre erano chiuse a tela detta stamegna (Pira., Storia d' Oneglia, voi. I, p. 70). 

( 3 ) Notulario di Giuliano Cannolla, dal 1408 al 1410, car. 219 verso. 

( 4 ) Litterarum Officii S. Georgii 1464-75 (Archivio delle Compere), sotto la 
data del 28 giugno 1464. 

( 5 ) Nel fogliazzo del cancelliere Lazzaro Ponzone (an. 1483-4), si leggono sotto 
il 22 dicembre 1484 diversi capitoli conceduti a quest'arte (V. l'audecta antiquoruin 
foliatiorum etc ; ms. dell'Archivio Governativo di Genova). A Venezia, ove del- 
l'industria vetraria abbiamo certe notizie e documenti fino dal secolo sii, i vetrai 
si trovavano di già uniti in corporazione nel 1268 (V. Cenni storici sull'industria 
del vetro, nel voi xxvii del Politecnico, p. 106). 

( 6 ) Fogliazzo d'atti dei Padri del Comune dal 1481 al 1489, n.° 3 (Archivio Civico). 



( 102 ) 

la prima memoria eh' io mi ho rinvenuta dell' applicazione dei 
vetri, non è anteriore al 1490 ('). Di tale anno leggo pagate 
lire sei a frate Agostino da Gavi , qui facit fenestras vilreas 
nella camera supcriore del Palazzo di san Giorgio, ed altre lire 
cinque in acconto del prezzo de' vetri adoperati nelle porte del 
Palazzo medesimo {-). Qui per altro ò verisimile che si trattasse 
di vetri dipinti, o colorati con fregi e slemmi, come quelli che 
appariamo essersi poco appresso collocati a spese del Comune 
alle porte e finestre del Coro, della cappella di san Sebastiano, 
ed agli sportelli dell'organo in san Lorenzo (1509-1567). Frate 
Angiolo da Firenze, Giovanni Angiolo da Milano, ed un prete 
Giuliano Castruccio ne furono gli artefici ; quest'ultimo lavorò 
eziandio intorno alle finestre del Palazzo del Comune, ed al fa- 
nale della Lanterna a Capo di Faro ( 3 ). 

Quanto a suppellettili e masserizie , poche città ne aveano forse 
come la nostra di si ricche e preziose; talché Luigi XII di 
Francia ebbe a dire , in aria quasi di rimprovero , che le case 
de' genovesi erano più doviziose e meglio fornite della stessa 
sua reggia. 

Solevano allora i nobili ornare i proprii palazzi con dipinture 
od imprese, che erano figure e motti accennanti a cose da essi 
fatte e a quelle del proprio casato , ovvero a simboli di virtù e 
d'inclinazione od altro di simigliante. e ornarne eziandio con 
ricami le vesti e con isculture i mobili e le armi. Questa usanza 
propagossi in particolare in Italia dopo la calata di Carlo vili; e 
della invenzione delle imprese vennero allora e poi singolar- 
mente richiesti letterati e poeti d'altissimo grido: l'Ariosto, il 
Molza, il Sannazaro, il Giovio, ed altri assai (*). Narra Giovanni 

(') In Francia, parecchi anni avanti, Luigi xi aveva ordinato che negli apparta- 
menti signorili le massiccie porte di legno si avessero a surrogare da altre a vetri 
bianchi, con sottili mastietti di ferro (Cenni sovra citati, p. 112). 

( 2 j Manuale munitionum minutarum , an. 1490, nell'Archivio di san Giorgio. 

( 3 j Varni, Elenco ecc., p. 23-26. 

{*) Cantu', Storia degli Italiani, HI. 716. 



( io" ) 
Boccaccio come a' suoi tempi vivesse in Genova Erminio Grimaldo, 
il quale, quantunque di ricchezza ogni altro avanzasse che 
italico fosse, pur nondimeno era si ritenuto nello spendere in 
prò degli altri, fino a derivargli nome di messere Erminio Avarizia, 
col quale soleva comunemente venire appellato. Avendosi pertanto 
costui fatta murare di nuovo una casa assai bella, ed introdottovi 
un giorno a visitarla un giullare, o borsiere , di molta riputazione, 
chiamato Guglielmo (') ; poiché gliel'ebbe mostrata, il venne pregando 
volesse insegnargli com'ei potesse farvi dipingere in sala alcuna cosa 
non prima veduta. Al che prontamente il giullare: Fateci dipingere 
la Cortesia. « Come messer Hermino (soggiunge il novelliere) udì 
questa parola , così subitamente il prese una vergogna tale , che 
ella ebbe forza di fargli mutare animo quasi tutto in contrario 
da quello che infino ad quella hora aveva avuto, et disse : 
Messere Guglelmo io ce la farò dipingere in maniere, che mai 
né voi né altri con ragione mi potrà più dire, che io non 
1' abbia veduta né conosciuta. Et da questo dì innanzi (di tanta 
virtù fu la parola di Guglelmo decta) fu il più liberale et 
il più gratioso gentile huomo , et quello che più et forastieri 
et i cittadini honorò , che altro che in Genova fosse a' tempi 
suoi » ( 2 ). 

Ricorda Paolo Giovio nel suo Dialogo delle imprese militari 
et amorose , tre averne egli ideate per compiacere ad Ottobono 
e Sinibaldo fratelli del Fiesco, le quali vedeansi dipinte in più 

( ! ) Guglielmo borsiere, fiorentino, fa molto accetto nelle corti de' grandi pel suo 
ingegno e In sua p ; acevolezza. Dante lo pone fra' sodomiti : e tinge che d' lui così 
gli parli .Iacopo Rusticucci (Inf. svi): 

Cortesia e valor , dì, se dimora 
Nella nostra città, sì come suole, 
se del tutto se ri è gito fìtora ? 
Clic Guglielmo Borsiere , il guai sì duole 
Con noi p«.r poco, e va là co ì compagni . 
Assai ne cruccia con le sue paiole. 
( 2 ) Boccaccio , Decamerone; Giornata prima, novella vii. 



( 104 ) 

luoghi del loro palazzo io Violata. Rappresentava la prima un 
elefante assalito da un dragone, e volea significare la vendetta 
che i Fieschi presa aveano de' Fregosi per la morte del conte 
Girolamo Fiesco; raffigurava l'altra una nidiata d'alcioni in pieno 
e tranquillo mare, e volea dire che i Fieschi ben sapeano atten- 
dere opportuno il tempo a levar V armi insieme agli Adorni con- 
tro a' Fregosi stessi. Laterza, coli' azzurro del ciclo lutto trapunto 
di stelle, il bussolo della calamita sur una carta idrografica, ed 
il motto aspicit unam, mirava a rassicurare la donna amata 
da Sinibaldo , come essa sola, fra le molte che corteggiate aveva , 
ne possedesse il cuore e veramente fosse la dama de' suoi pen- 
sieri. Quest' impresa fu pure la più felice; e il Vescovo di Nocera 
se ne compiace , ricordando come venisse anco approvata e com- 
mendata assai da Paolo Panza segretario del Conte. 

Né vuoisi lasciarne passare in silenzio una quarta , dallo stesso 
Giovio ideata a richiesta di Girolamo Adorno. Il quale innamo- 
morato forte di una donzella per bellezza e pudicizia rara, vo- 
leva significarle che come lo amor di lei sarebbe stato principio 
alla sua felicità, così il rifiuto congiunto ai travagli della sua 
vita di partigiano, gliene avrebbe accelerato il termine. Avvisossi 
pertanto il Giovio che all' amoroso caso si affacesse la rappre- 
sentanza del fulmine di Giove, col motto expiabit aut obruet; 
giacche il fulmine, secondo Giulio Ossequente, venendo dopo i 
travagli imponea fine ai medesimi, e giugnendo nella buona 
fortuna metteva un argine ai sorrisi e capricci di questa volubile 
diva. Siffatta impresa ebbe poi la singoiar ventura di essere en- 
comiata dal Navagero, colorita dalla valorosa mano di Tiziano 
Vecellio, ed intagliata dall' eccellente Agnolo di Madonna rica- 
matore veneziano. 

Più lungo discorso vogliono per se le tappezzerie , od arazzi , 
de' quali niuno è sinora che abbia scritto fra noi. L'uso di queste 
fu in antico ristretto a' monasteri ed alle chiese; ma nel se- 
colo xn imprese a farsi comune anche tra' nobili e ricchi citta- 



( 105 — 

di ni ('). Eccellenti tappezzerie si fabbricavano allora a Bahnesa, 
città dell'Egitto e capo luogo d'una provincia del Nilo ('-) ; e 
già in quel torno erano rinomale le manifatture di Fiandra. 
Ma nel secolo xvi , quesl' ultime presero uno sviluppo grandis- 
simo, e nel seguente toccarono all'apogeo della prosperità. I pro- 
dotti di Arras furono sopra tutti così apprezzati , che se ne man- 
darono anco in Levante; onde si legge che all'epoca della catti- 
vità del Conte di Nivernais presso de' turchi , venisse pure spedita 
a Baiazzette una tappezzeria lavorata in Arras, rappresentante 
le battaglie d'Alessandro Macedone ( 3 ). In Italia vive ancora la 
denominazione di arazzi, non per altro che per designare le 
belle tappezzerie, vengano esse di Fiandra o d'altre parti. 

Una convenzione stipulata iM 1 55 fra Emanuele Comneno e i ge- 
novesi , portava che queir imperadore bisantino dovesse ogni anno 
fare omaggio alla Signoria di tre pallii , e di un altro all'Arcive- 
scovo. Di que' pregevoli tributi però niuno se ne conserva al di 
d'oggi ; né è da credere che molti ne ricevesse il Comune , poiché 
quel trattato concluso al solo scopo di allontanare i genovesi dalle 
parti di Federigo Barbarossa, fu posto assai di frequente da 
banda così da Emanuele come da' successori di lui. Quel pallio 
infatti che al presente si custodisce nel Civico Palazzo, ha, giusta 
ogni probabilità, una ben diversa derivazione; e furono per av- 
ventura gli abitanti di Pera coloro che, intorno alla metà del 
secolo xiii, ordinarono il prezioso tessuto , e ne fecero offerta 
alla madre patria {''). 

(') Un inventare) dei mobili di Buonsignoro da San Giorgio, redatto il 20 aprile 
■1214, ricorda già tapetum unum vetus (Nottdario di Enrico Porta, I, 29 recto). 

(-) Depping, Hist. du commerce etc, I. 72. 

( 3 ) Depping, I. 313. 

(*j Serra , Discorso intorno ad un pallio portato da Costantinopoli a Genova 
nel secolo xiiij Cibr.irio, Nota sopra un pallio o velo figurato, ecc. Questo tes- 
suto è lungo circa lo palmi e alto oltre i cinque; le figure sono il sesto del na- 
turale. Fra i varii gruppi uno ve ne ha di proporzioni maggiori , e rappresenta san 
Lorenzo in atto d'introdurre l'imperatore Michele PaleoIngo nella chiesa de' genovesi 



( 106 ) 

Quel drappo è di seta porporina, ricamato a figure d'aurei e 
serici fili conteste, e circondalo da vaghi fogliami ugualmente lavo- 
rati in oro. Contiene in venti gruppi distribuiti in due piani le 
storie dei santi martiri Sisto papa, Lorenzo ed Ippolito; e quanto 
vi resta di fondo è seminato da croci rinchiuse entro un cerchietto, 
e pure ad oro intcssute. 

Riferisce Nicolò da Curbio, testimonio di veduta, che nel 
solenne ricevimento preparato da Genova per ben due volte (1244 
e 1251) al pontefice Innocenzo iv, le vie e le piazze della città 
erano tutte adobbate con panni serici , panni dorati e tappeti 
dipinti, cioè tessuti a figure ('). 

Nel 1274 la nostra chiesa di sant'Ambrogio possedeva duo 
tapeta a festis et tria quotidiana, cum ocellis et aliud de pur- 
pura cum leonibus ( 2 ); nel 1275 il cardinale Ottobuono Fieschi, 
poi papa Adriano v, legava alla chiesa di sant'Adriano di Tri- 
goso i suoi tre migliori tappeti^); ed in un alto del 1354 si 
nomina tapetum unum magnimi ad arma illorum de Castro 
et Tarigorum ( 4 ). Al quale proposito è bene notare , che appunto 
nei secoli xiv e xv fu assai generale l'usanza d' intessere nelle 
tappezzerie gli stemmi di coloro cui appartenevano, o per ordine 
de' quali erano state confezionate ( 5 ). 

In un inventaro del 1390 sono ricordati tapeti duo magni e 
tapeti duo parvi ( 6 ); e di tappezzerie è pure menzione frequen- 
tissima nei registri delle confische di beni a' ribelli intorno l' epoca 
stessa (1390-95). Finalmente, del 1395 Aleramo De Mari mer- 
cante genovese ed Alano Dionys, oDiennys, mercante parigino, 
vendettero al Duca d'Orleans un tappetto d'alto liccio, rappre- 

(') Muratori, Script. Rer. Hai. Ili, par. I, col. 592, pa-sim. 

(') Nottilario di Stefano di Corrado da Lavagna, car. 23-4. 

( 3 ) Federici, Famiglia Fiesca (Documenti), p. 132. 

(<) Fol. Not., voi. Ili , par. II. 55. 

( J j Jubinal, Recherches sur l'usage et l'origines des tapisseries , eie.; p. 29. 

( 6 j Notulario di Oberto Foguetta seniore, car. 144. 






( l0 ~ ) 

sentante la storia di papa Diodato ('). Il quale è fama guarisse 
un ladro , baciandolo. Infine tra le stoffe eh' erano sulle galee 
aragonesi , onde trionfò la flotta condotta da Biagio Asserelo 
(1435), sono degne di speciale memoria un pallio colle armi 
del re Alfonso, e un paramento di tappezzerie guarnito di oro (-). 

La brevità a cui s' informano i documenti donde ho tratta la 
miglior parte delle presenti notizie, non dice né lascia indovi- 
nare a quale fabbrica appartenessero tali tappezzerie; ma non 
crederei di cadere in errore, asserendo che non tutte ci vennero 
di Fiandra. Anche in Italia vi ebbero fabbriche riputatissime di 
tal fatta prodotti; e specialmente a Firenze, Ferrara, Man- 
tova e Venezia , ove di que' tessuti si facea molta pompa nel- 
1' occasione degli sponsali del Doge ( 3 ). Forse non ne manca- 
rono a Genova stessa; giacché un capitolo dello Statuto dei 
tessitori di seta del 1432 sembra accennarvi. Ivi è detto che niun 
fabbricante possa giovarsi delle opere o figure che saranno di- 
segnate per altri , né alcun pittore osi colorire per più artefici 
una medesima composizione ('*). 

Le storie anticamente rappresentate nelle tappezzerie erano 
svariatissime. Talvolta riproduceano azioni mitologiche, avveni- 
menti desunti dalla storia passata o dalla contemporanea; tal 
altra i fatti d'Oliviero, d'Orlando, di Lancilolto del Lago, ed 
altri fra' più arditi e vasti concetti de' romanzieri e poeti ; le 
occupazioni villereccie, che sono più particolari dei varii mesi 
e delle diverse stagioni; caccie amorose, dame leggiadre che 
pettinano la criniera a' leoni, e simili gentili allegorie. Raffi- 
guravano finalmente (e ciò in ispecie a datare dal secolo xv , 

(') JlJBINAL, 0|). CU., p. 21. 

( 2 ) Introitus et exitus galearum, an. 1435. Archivio di San Giorgio. 

( 3 ) Sacchi, Sulle feste ecc. de' Municipii Italiani nel medio ero; Milano, 1829; 
pag. 47. 

( 4 ) Statuto e documenti dell'arte dei tessitori di panni serici. Codice membranaceo 
ms. della Bibl. Universitaria, p. 15. 



( 108 ) 
in cui agli spirili cavallereschi incominciarono a prevalere lo 
controversie religiose) i fatti dell' antico e del nuovo Testa- 
mento. 

Ma io non saprei dire quali tappezzerie possano vincere per 
Y ampiezza delle proporzioni, la grandiosità del comporre e la bel- 
lezza dello eseguimento , que' Trionfi istoriati sulle traccie degli 
splendidi versi del Petrarca, di una parte de' quali, che è a 
dire de' superstiti , può ben chiamarsi fortunato possessore l' esi- 
mio pittore Giambattista Villa, de' monumenti dell'arti belle e 
d' ogni maniera ligustiche antichità indagatore solerte e racco- 
glitore diligente, indefesso. Riduconsi questi arazzi a tre storie 
intere, e ad alcuni avanzi delle altre quattro. L'oculatissimo 
Villa ebbe ad acquistarli or fanno diversi anni ; ma li trovò in 
condizioni così desolanti, da rivelare ben tosto come per lungo 
spazio di tempo fossero stati non diremo oggetto d'indifferenza, 
ma di colpevole trascuranza. Ond' egli , con quello amore o 
quella perizia di che gli si vuol dare somma lode, avendone ri- 
composte le sparse membra, può con tutta ragione portare il 
vanto di avere richiamate siffatte preziosità ad una nuova esi- 
stenza. 

L' autore di quest' opera , che basterebbe a rendere immortali 
più artefici , si è tenuto coscienziosamente fedele alla poesia 
donde trasse l'ispirazione; e però non lieve diletto si procac- 
cerebbe colui che, osservando gli arazzi, portasse in pari tempo 
gli occhi al lesto del divino Cantore. Ognuna delle tre storie 
tuttavia complete, le quali rappresentano i Trionfi della Castità, 
della Morte e della Fama, racchiude pertanto più centinaia di 
figure ; le quali secondo i varii piani su cui sono disposte , ora 
sorpassano il vero ed ora vanno digradando, facendosi più e più 
minori del naturale. Sonvi inoltre cavalli ed elefanti , dromedarii 
e bufali; e per giunta campeggiano nel fondo svariate vedute di 
paese, o ricche composizioni d'architettura e prospettiva; e tutto 
all'intorno del panno ricorre un largo fregio intessuto a fogliami 






( 109 ) 

e grappoli il' uva, oppure a festoni composti d'ogni specie di 
frutti. 

L' economia della presente Memoria non comporta eh' io venga 
facendo di questi arazzi una circostanziata descrizione; e ben 
mi avvedo d'altronde che dinanzi a tanti pregi riuniti mi ver- 
rebbero meno le forze. Conciossiachè vi hanno parti le quali 
nulla invidiano alle più finite cose d'Alberto Duro; e vi hanno 
gruppi che, per castigatezza di disegno e soavità d'espressioni, 
neppure la cederebbono ai più cari e dilicati lavori della scuola 
di frate Giovanni da Fiesole. In mezzo a tanta disparità, e insieme 
a tanta copia di squisite bellezze , pendono incerti i migliori fra 
gli intendenti ; e vanno dichiarando ardua cosa il profferire di 
tanta opera un giudizio adequato. Se a me profano lice avventu- 
rare una conghiettura, direi siffatte storie eseguite sopra disegno 
d' artista tedesco ; e varrebbe a porgemene indizio la figura di 
Giulio Cesare sotto le cui sembianze viene replicatamente ri- 
tratto Federigo III imperadore di Germania, e quella di Lucrezia 
la quale offre l' imagine coronata d' Eleonora di Portogallo sposa 
a quel principe. 

Nel Trionfo della Castità , sul culmine d' una loggia a destra 
del riguardante, vedesi in cifre arabiche la data del 1470. 
Forse in alcuno dei quadri perduti leggeasi il nome , od almeno 
il monogramma del fabbricante. 

De' varii brani due ne citerò io solamente, 1' uno del Trionfo del 
Tempo, l'altro di quello dell'Eternità; perocché in entrambi 
vi ha la figura di Colui che a' gran nomi è gran veneno , 
cosi nobilmente disegnata e con tanta grandiosità panneggiata, 
che invano si cercherebbe cosa la quale più perfetta fosse ed 
insieme di maggior verità nell'espressione, e di tanta naturalezza 
nella movenza e nello abbandono. 

Per ragione di epoca e di merito vengono in seguito le tap- 
pezzerie, che oggi possedè l'Ospedale di Pammatone, da' gai 
colori e dalle graziose composizioni. Sono esse intessute di seta, 



( no ) 

con fili d'oro e d' argento , e rappresentano i lavori campagnuoli 
de' dodici mesi ('); ogni quadro è ricco di figure grandi quasi 
il vero, e di vedute prospettiche le più svariale. Le intornia un 
fregio intrecciato da putti sorreggenti medaglie con busti di 
guerrieri antichi, oppure con deità del Paganesimo, Giove coi 
fulmini seduto sull'aquila, Giunone regina, Nettuno col tridente 
che guida i cavalli marini, ecc., e da ghirlande di fiori e di 
frutti , annodati da nastri svolazzanti , e frammezzati da eleganti 
cartelle risvoltate secondo il gusto del tempo. Nella parte superiore 
vedesi inoltre ripetuto più volte lo stemma De Franchi ; e questo, 
mentre vale a farci conoscere la famiglia cui erano destinati 
siffatti arazzi , ne lascia comprendere che i medesimi caddero 
nel patrimonio dell' Ospedale per opera di queir Ottaviano op- 
pure di quell'Antonio De Franchi, i quali vollero che il pio Sta- 
bilimento fosse erede delle loro sostanze. 

Né, a quel ch'io mi avviso, riuscirebbe impossibile il rin- 
tracciarne l'autore; perchè nel fregio onde è circondata la storia 
del mese d'aprile veggonsi disposte in nesso le lettere P D M, 
seguite da una specie di giglio. La qual cosa, unita al costume che 
indossano le figure, il quale in più di esse nettamente si chiarisce 
francese del secolo xvi , ma non più in là dei tempi di Fran- 
cesco I, ne induce a credere con molta somiglianza di vero, 
che gli arazzi in discorso siano usciti da una di quelle fabbri- 
che di Francia, che quel re cavalleresco liberalmente incoraggiò e 
prolesse, e senza più venuti fuori dall' officina di Pasquier de Mor- 
taigne tappezziere di Parigi; il quale nel 1529 aveva, fra le 
altre cose, l' incarico di fare per lo stesso monarca una tappez- 
zeria colla storia di Leda, circondata da ninfe e da satiri ( 2 ). 

Vero è che al mio ragionamento si opporrebbe il detto del 

(') Anche Carlo V di Francia aveva tra' suoi numerosi arazzi ung... tappiz à 
ouvraige, ou soni les douze mois de l'an (Jubinal, p. 25). Nelle nostre tap- 
pezzerie sonvi pure i segni dello Zodiaco rispondenti a ciascun mese. 

( 2 ) Jumnal, op. cit. ; p. 79. 



( ni ) 

eh. Jubinal ; il quale ebbe già ad asserire, che né in Francia né 
in Fiandra fecesi alcuna tappezzeria in seta o filo d'oro ('). Ma 

quel medesimo storico non tarda a ricredersi per ciò che ha 
tratto alla sua patria , scrivendo che nelle manifatture di Fon- 
tainebleau , fondate appunto da re Francesco e donde uscirono 
gli arazzi del Louvre, mescolavansi con rara abilità i fili d'oro 
e d'argento ( 2 ); e quanto alle Fiandre, è più che bastevole 
il notare come papa Leone X non altrove che ad Arras facesse 
eseguire sui cartoni di Raffaello gli arazzi del Valicano, i quali 
sono un misto di lana , seta ed oro ( 3 ). 

Appartenevano eziandio alle manifatture di Fiandra, e v'erano 
state, come si crede, lavorate per la Corte di Francia sotto il 
regno di Luigi XII, dieci tappezzerie ad alto liccio, in oro 
ed argento , rappresentanti la storia di David e Bersabea. In 
seguito per altro appartennero al Duca d' Jorch , passarono 

( 1 ) JlJDINAL, p. 22. 

( 2 ) IH. p. 78. Lo stesso autore poi, così in questa come nella sua grand' opera 
Le anciennes tapisseries historiées, e sempre fondandosi sulla ragione da noi 
provata insussistente, non che sulla finezza d'esecuzione, opina sieno usciti dalle 
fabbriche veneziane o fiorentine i quattordici arazzi della Chaise-Dieu , i quali 
sono di seta ed oro, e rappresentano storie comparate del vecchio e del nuovo 
Testamento. 

Per quanto ci stieno a cuore i vanti della patria italiana, crediamo dovere opporre 
alcun che agli argomenti dello egregio illustratore di quelle stupende produzioni. Il 
vestire delle figure ricorda completamente il costume tedesco, e l'arcangelo che an- 
nunzia la B. V. (Tavola IV) somiglia in tutto quegli angeloni il cui concetto è 
quasi esclusivo agli artisti teutonici nella rappresentazione di tale mistero. Non 
sono infrequenti gli esempi che di ciò potremmo addurre in Genova stessa ; ma 
scegliamo fra tutti quello della Nunziata dipinta a fresco nel convento di santa 
Maria di Castello da Giusto d'Alemagna, correndo il 1454. Inoltre certe foggie 
di berretti, che hanno in capo diverse figure espresse in tali arazzi, trovansi pure 
identiche nelle medaglie dei profeti che sono dipinti ugualmente nel chiostro ci- 
tato, e spettano anch'esse al secolo xv. Può vedersene un saggio nella Tavola di 
Michea a pag. 266 del voi. ni della Storia della pittura italiana di Giovanni 
Rosini. 

( 3 ) Quatremere de Quncy, Istoria della vita e delle opere di Raffaello Sanzio; 
Milano, 1829 > p. 348. 



— 112 

quindi a' marchesi Spinola in Genova, da questi ai Serra; e 
tornarono finalmente in Francia, dove oggi ammiransi nel Museo 
di Clugny ('). 

Narra il Vasari che Pierino del Vaga stando in Genova, 
disegnasse pel principe Andrea D'Oria la maggior delle storie di 
Didone tratte dall' Eneide, per farne panni d'arazzi; e lavorasse 
i cartoni di un grandissimo numero di drapperie per le galee di 
quel grande , ed i maggiori stendardi che si potesse fare per 
ornamento e bellezza di quelle ( 2 ). Sul disegno del Buonaccorsi 
vedesi pure eseguito un arazzo , che in oggi possedè il già lodato 
pittore Villa. Rappresenta l'incontro di Ulisse con Penelope, ed 
è rinserrato da un fregio assai ben composto con mascherette , 
sfingi, e figure di donne che suonano e cantano. 

Bartolommeo Paschetti da Verona, che nel 1602 stampò un 
volume sul vivere e conversare dei genovesi, ci fa conoscere che 
l'uso delle tappezzerie presso de' nobili era allora generale ( 3 ). 
E col medico veronese pur si accorda il Gualdo , scrivendo che 
nei palazzi di Genova « non mancano tappezzerie finissime , non 
pitture eccellenti, non galanterie curiose, e non altre cose con- 
venevoli alla grandezza e magnificenza » ( 4 ). Né io chiuderei 
invero sì prestamente questo cenno, se anco alla sfuggita 
volessi tener parola di tutte quelle che furono o sono ancora 
tra noi; abbenchè per la maggior parte sconosciute o ne- 
glette dagli espositori de' nostri artistici monumenti. Cito non- 
dimeno un quadretto rappresentante la regina Saba , e quat- 
tro grandi storie d' Alessandro il Macedone , eseguite su dise- 
gno che si appalesa del Rubens, pur custodite a Pammatone; 
un quadro di Cristo colla Veronica, lavorato sul disegno di 
Raffaello Sanzio, e posseduto dal marchese Francesco Balbi- 

(') Catalogne du Musee des Thermes et de l'Hotel de Clugny; Paris, p. 218. 

( 2 ) Vasari, Vite, X. 162. 172. 

( 3 ) Paschetti, Del vivere ecc. dei genovesi, p. 133. 

( 4 ) Gualdo Priorato . Relazione delle città di Bologna , Fiorenza , Genova e 
Lucca, ecc. Bologna, 1675; p. 92. 



( 113 ) 
Sonarega; un paliolto d'altare, nella chiesa di sant'Ambrogio, 
raffigurante la Circoncisione, e lavorato in seta, argento e oro da 
un Giovanni de Clerc( , / ) ; diverse repliche degli arazzi già ricordati 
del Vaticano, nel palazzo del marchese Francesco Spinola in piazza 
Pelliccieria ( 2 ) ; e più altre eseguite su cartoni che rivelano la 
scuola dell' Urbinate , in quello che sorge presso l' antico tempio 
di san Donato , e che sino a' giorni nostri fu proprietà de' mar- 



(') In questa bellissima composizione vedonsi meglio che venti figure, il terzo 
circa del naturale. Il nome di JAN . DE . CLERO si legge nella parte superiore 
del fregio, ed è tessuto in oro. A tergo poi è segnato due volte l'anno 1645; 
e vi sono dipinti l'evangelista san Matteo, e lo stemma Pallavicino. Il che ci dà 
a conoscere come la commissione dell' egregio lavoro si debba a codesta nobilissima 
famiglia. 

La slessa chiesa di sant'Ambrogio ha pure un paliolto lavorato di scia e d'oro 
sopra un fondo di tela d'argento, che merita se rie faccia memoria. Havvi nel centro 
di esso un gran vaso di fiori, tra i quali si eleva una medaglia raffigurante la Vergine 
col putto, circondata da parecchi serafini, e lo fiancheggiano due angioli graziosissimi , 
i quali si convertono in ornamenti svariati e leggiadri. Lo stile di quest'opera, ed 
in ispecie della medaglia (abbenchè, per riparare ai danni che il tempo ha cagionali 
alla seta, sia stata in parte dipinta), ricorda moltissimo quello di Domenico Piola, 
al quale, giusta ciò che ne pensiamo, vorrebbe ascriversene il disegno. 

Chi poi amasse imprendere a discorrere del ricamo appo noi , nel quale si levò 
a tanta perfezione la venerabile Tommasina Fieschi, non dovrebbe omettere gli 
altri paliotti che nella medesima chiesa si custodiscono, e sono lavorati a graziosi 
intrecci di fiori e fronde su tela d'oro e d'argento, o sopra velluto nero; dovrebbe 
esaminare il paramento o ternario, che s'accompagna al paliotto che abbiam 
detto del Piola, e di cui havvene uno simile a santa Maria di Castello indossato già 
da papa Pio VII; gli correrebbe necessità di ricordare quello che la Repubblica 
.nel secolo XVII donava alla chiesa del santo Sepolcro di Gerusalemme, e che 
tornato, non è molto in Genova, per cagione di restauri, fu pure dagli intendenti 
giudicato eseguito sui disegni del Piola. Ma innanzi a lultociò vorrebbero collocarsi 
altre notizie e monumenti assai; e primo il pluviale che dicesi vestito da papa 
Gelasio II, quando fece nel 1118 la solenne consecrazione della nostra Cattedrale. 
È questo intessuto con seta ed oro finissimo; ha nel fregio un Dio Padre, con 
sedici figure di santi sotto gotici baldacchini; e nel cappuccio istoriata di rilievo 
la Presentazione della Beata Vergine al tempio. 

( 2 ) Nei fregi laterali sono le lettere M A in nesso ; e al di sotto due B fram- 
mezzati da una specie di scudo. 

s 



t Ili ; 
elicsi Ferretto; due allegorie presso il marchese Giuseppe Durazzo; 
tre storie di Diana nella reggia di S. M. ; una storia d' Alessandro 
che tronca il nodo gordiano, appo V egregio Villa (') ; e due di Mosè 
nel Palazzo Ducale. Qucsl' ultime si dicono eseguite in Fiandra 
sui cartoni di Luca Cambiaso, e ciò assume verosimiglianza 
grandissima, quando penso che pure in quelle Provincie lavorossi 
la miglior parte delle statue e dei bassirilievi d' argento che ador- 
nano l'arca del Corpus Domini, avendo Luca eseguiti i modelli 
di alcune fra quelle imagi ni ( 2 ). 

Seguono altri arazzi nei palazzi de' patrizi Domenico ed Orso 
Serra, Camillo Pallavicino, Giorgio D'Oria, Agostino Adorno, 
presso il marchese Piuma, nel palazzo Schiaffino in via san 
Bernardo, nella chiesa di san Filippo Neri, nell'abbazia di 
sant'Antonio di Prè, ecc.; quattro composizioni freschissime de' 
Gobelini, rappresentanti le scienze e l'arti, nel palazzo Negrolto- 
Cambiaso alla Nunziata, e tre altre in casa Villa, eseguite sovra 
disegni del fiammingo David Teniers, chiamalo il Proteo della 
pittura, ed esprimenti la state, l'autunno e l'inverno, con bam- 
bocciate e scene campagnuole di sorprendente naturalezza e verità, 
quali sapeva farle egli solo. 

Per mostrare poi sempre meglio quanto doveano essere forniti 
d' arazzi i nostri antichi , ricorderò ancora che nelle lettere del 
cardinale Mazzarini a Giannettino Giustiniani , più volte si trova 
raccomandato di vegliare se vi avesse in Genova l'occasione di 
fare acquisto d'importanti tappezzerie; del cui novero per fermo 
era quella di che scriveva il Cardinale addì 24 luglio del 1G47. 
« Ho veduta (diceva), la nota de' mobili del signor Almirante 
di Castiglia, ma mi paiono i prezzi eccessivi et esorbitanti , e par- 
ticolarmente quello della tapezzeria, che altre volte mi fu proposta 

(') Nel fregio sono le iniziali F. V. II. 

( 2 ) Varni, Elenco ecc., p. 30. Sono probabile fattura del Cambiaso la statua della 
Carità, nella cappella del Sacramento in san Lorenzo, e quella sovrapposta al- 
l'ingresso della chiesa di san Giuseppe, rappresentante il titolare. 



per spesa ili sei mila scudi in circa; onde lascieremo che il signor 
Agostino Ayroli e Giovanni Battista Mari gareggino fra di loro 
per la compra di essa » ( 1 ). Era questa, come dicevasi, una ca- 
mera d'arazzi, rappresentanti alcune storie d'Amore, e venne 
comperata in effetto dall'Airoli , il quale ricchissimo era a segno 
che in una sola volta fornì alla Corte di Francia ben dodici 
mila doppie (-')• Ma il Cardinale non potendo sì agevolmente 
dimenticarla, tanto doveva essere bella e preziosa, con lettera 
del 25 gennaio 1 G58 tornava sull'argomento, e scriveva: « Mi 
ricordo di quella tapezzeria degli amori che haveva il medesimo 
Ayroli (il quale ora forse era morto) ; e persuadendomi che adesso 
possasi prendere a buon mercato , prego V. S. d' informarsene 
e darmene qualche nuova ». Anche questa volta però rimasero 
senza frutto i desiilerii del gran ministro di Francia; imperocché, 
avendo fondamento di vero ciò eh' erasi venuto immaginando, 
cosi replicava: « Quanto alla tapezzeria, V. S. ha fatto benis- 
simo a non avanzarsi più delle dieci mila pezze da otto reali , 
perchè le fabbriche che si fanno oggidì esquisitamenle in questo 
Regno, e la quantità di tapezzerie di maraviglioso lavoro che 
sono venute d'Inghilterra, han ridotto questa mercatanzia a 
bassissimo prezzo » (3). 

Di altri arazzi é pure specificata memoria nelle lettere stesse: 
« Se il padrone della tapezzaria, che si ritrova nelle mani 
del signor Balbi, volesse veramente disfarsene, potrei applicarvi; 
ma il pretendere di sforzarvelo non è giusto » ( 4 ). 



('j Mazzarini , Lettere a Gianettino Giustiniani, edite dall' illustre marchese 
Vincenzo Ricci nel voi. IV della Miscellanea di Storia Italiana; p. 76. 

( 2 ) Mazzarini, Lettere mss. alla Civico-Beriana. 

( 3 ) Lettere edite dal march. Ricci, p. 195 e 196. 

( 4 ) Lettera del 21 agosto 1659; ibid., p. 208. Noto ancora die in un palazzo 
dei marchesi Adorno in piazza Banchi, verso il 1700 esisteva un quadro di No- 
stro Signore in croce, di tappezzeria (Inventario ms. presso G. B. Villa). Altri 
arazzi trovansi pure nel palazzo Rebora , in San Pier d' Arena. 



( 11" ) 

Non erano tuttavia gli arazzi i soli paramenti usitati a' giorni 
di cui favelliamo ; che anzi le castella specialmente si ornavano 
con pelli concie, argentate o dorate, con arabeschi e figure, assai 
meglio capaci a resistere alle ingiurie dell' umidore, di quello che 
non lo fossero i fragili tessuti. Pare che gli italiani, presso 
de' quali fino dal secolo XV si conoscevano a fondo i rari 
metodi di conciare, preparare e incamozzare le pelli (secondo 
ne fa luminosa fede il libro appellato Plicto, stampato in Ve- 
nezia nel successivo), insegnassero l'arte di queste tappezzerie agli 
spagnuoli, i quali poscia a loro volta l' introdussero in Francia. 

Giovavano in particolare all'ufficio di tali adornamenti le pelli 
di montone o di capra ; le quali , poich' erano riquadrate , 
venivano insieme commesse per cuciture o incollature. Fabbri- 
cavansi più che altrove a Cordova, a Venezia, e più tardi 
(sec. XVI) anco a Ferrara (*), dove tuttora è \iva la denomi- 
nazione di cuori d' oro ( 2 ); e molto ritraevano di que' fondi 
dorati e lavorati a graffito , i quali tanto di frequente s' incon- 
trano nelle pitture in tavola del medio evo. 

Due pezzi ne ha Giambattista Villa acquistali in Liguria. 
Spetta 1' uno al cadere del secolo XV, é lavoro italiano , ed 
offre alcuni rabeschi d' oro assai gentili ripartiti da eleganti 
candelabri impressi su fondo azzurro , donde traluce per ra- 
gione di risalto maggiore una preparatura d' argento ; 1' altro 
appartiene al secolo XVI , direbbesi opera spagnuola, ed é un 
intreccio meno dilicato di fogliami lavorati in oro sovra uno 
strato d' argento. 

(') Ivi il primo fabbricatore di cui si ha memoria è Pietro Ruinctti da Bologna, 
nel 1554. L' ultimo venditore è Francesco D'Oria, senza fallo genovese, citato in 
una partita di pagamento del 28 giugno 4720 V. Cittadella , Notizie relative a 
Ferrara, p. 654, 655. 

( 2 ) In Francia chiamaronsi or basane (da basane, alluda o cuoio sottile), e 
bergames. Nel secolo passato molli cuoi dorati si fabbricarono in Parigi, Lione ed 
Avignone. Dalla Fiandra ne venivano eziandio in gran copia, e quelli di Malines 
erano i più pregiati fra tutti. Al presente quest' arte è assai limitata. 



( H7 ) 

Né in pregio minore tenevansi allora le tele dipinte, ossiano 
istoriate, al paro degli arazzi. Nel registro delle varie offerte 
fatte da' genovesi pel soccorso della città di Caffa , si nota 
(i 456) che Paola Chiavari diede cameram unam felle , vide- 
licet pecie quinque (') ; in una calega di beni esistenti nella 
casa di Domenico Lomellini (1 475) si cita : ameram unam 
tele depicte , cum suis cortinis tele viridis ( 2 ). E quanto alle 
cortine é opportuno il soggiungere, che oggetto di grande ri- 
cercatezza e lusso furono pure quest' esse nel medio evo ; di 
guisa tale, che nella loro confezione si videro non raramente 
impiegate superbe tappezzerie. In un inventare del ^l 389 si re- 
gistra una cortina di tela dipinta, colle insegne de' Mosca ( 3 ); 
tra' beni confiscati a Guglielmo Tornitore é nominata ugual- 
mente una cortina di tela dipinta ( 4 ) ; e nella abitazione di 
Gambattista Della Rocca , in vicinanza del Carmine , esisteva 
una portiera di tappezzaria di Fiandra ( 5 ). 

Fra gli oggetti che noi signorili appartamenti spiravano mag- 
gior lusso , trionfava il letto adorno di sculture e di fregi 
d' eccellente lavoro, coperto di ricchi drappi e ricche pelliccie; 
e sormontato da un padiglione di seta guernito di pezzi d' oro 
e di nastri, cui sorregeano colonne maestrevolmente intagliate. 
Grandissima pompa di belle coperte faceano le dame in occa- 
sione di puerperio; né insolito era, anche fra principesse, il 
chiederle a prestanza ; comecché in ciò non si conoscessero 
allora vergogna o riserbatezza ( 6 ). 

In un testamento del 11 56 è memoria di un letto dipinto , 



(') Manuale di note per la indulgenza concedala da papa Nicolò V a coloro che 
soccorreranno ai bisogni di Calta (Archivio di san Giorgio). 
( 2 ) Fogliazzo del notavo Ouerto Foglietta, pel 1475. 
(•'') Fol. Not. voi II, par. II, 158. 

( 4 ) Registro delle confische a' ribelli, pel 1300. 

( 5 ) Inventario ms. presso G. B. Villa. 

(6) Cibramo, Ec. Poi. voi. II. 65. 



(118 ) 

due coperte e due letizuoli ('); e del 1312 si citano una col- 
Ire di boccasino bianco de basti* largis, e due lenzuola di tre 
e quattro tele ( 2 ). Un inventaro dell' anno stesso fa menzione 
di una coperta di pelli, quattro cuscini e sedici lenzuola, straor- 
dinaria copia a que' giorni ( 3 ); e in atto del 1389 si ricordano 
una foderelta di seta ricamata per guanciale, ed un lenzuolo a 
due tele ricamato , e adorno di tre fregi lavorati con seta ed 
oro (*). Nella eredità del giureconsulto Matteo de Illionibus 
vengono annoverati un copertoio burdo (voce araba che signi- 
fica stoffa variegata) , . cogli .orli di cendato , ed una cortina 
da letto col cuopricelo di seta cilestre ( 5 ). Nel 1475 si vendono 
in pubblica calega dieci paia di lenzuoli di seta, ed uno di 
pannolano bianco; parecchie coltri, e fra esse una di camocato 
morello e verde per bagno; un copriletto di tappezzeria color 
verde , ed uno di tappezzeria con figure ( 6 ). Il quale ultimo 
parmi in certo modo si possa rassomigliare a quelle ricchissime 
coperture de' letti che usavano i romani, e le chiamavano vesles, 
ov' erano rappresentale figure gigantesche, e composizioni tratte 
da soggetti favolosi od eroici ( 7 ). 

L' egregio Villa più volte menzionato possiede poi un copri- 
letto di damasco celeste, ricamato in oro, con intrecci vaghis- 
simi di fogliami , delfini e mostri all' ingiro , col pellicano nel 

(') Chartarum II. 310. Quantunque spettante ad epoca lontana dalle nostre in- 
dagini, ci sia permesso riferire dal Ratti continuatore del Soprani (voi 11, p. .'><)), 
la memoria di un letto che il genovese Filippo Parodi (sec. XVII) avea scolpito 
per commissione de' Brignole. Quel biografo l'appella un complesso, anzi un mi- 
racolo dell' ingegno e dell' arte. 

(, 2 ) Fol. Noi. voi. Il, par. Il, H4. 

( 3 ) Notaro Ambrogio di Rapallo, car. 10. 

(*) Fol. Not. voi. II, par. II, car. 158. Nell'inventario già citato di G. R. 
Della Rocca sono: due pezzi di padiglione bianco di filo antico, ed un paro 
lenzuoli con pizzi antichi. 

( 5 ) Notaro Oblrto Foglietta seniore, car. 210. 

( 6 ) Fogliazzo del notaio Obekto Foglietta, pel 1475, n. dio. 
i' 7 ) Jubinal. Eecherches eie, p. 9. 



( H9 ) 
mezzo , ed ai lati quattro aquilette dei D' Oria , ai quali in 
origine appartenne. L' opera è indubitatamente del secolo xvi; 
né male , per avventura , si apporrebbe chi si avvisasse 
averne fornito il disegno Perino del Vaga , ed eseguitolo quel 
Nicolò Viniziano, che il Vasari appella raro ed unico maestro 
di ricami; pe' consigli e buoni uffici del quale il Buonaccorsi 
era appunto venuto a Genova, e quivi entrato al servigio e 
nelle grazie del Principe D' Oria ( 1 ). 

Ricordo fra' mobili, a titolo di mera curiosità, gagia una de 
papagalio ( 2 ); ed una banderuola dipinta , ed ornata dei se- 
guenti esametri : 

Mota , meo fiata , plusquam lupus oris hiatu 
Mordax pellit oves , fugo muscas , follo calores ( 3 ). 

(2) Vasari, Vite, X. 157. 

( 2 ) Oberto Foglietta seniore, cai". 144, an. 1.390. Nell'aprile deH86C, mi avvenni 
anche a leggere anche in parrecchi giornali la seguente notizia : « Il signor Clapisson, 
morto or ora a Parigi , lasciò nella sua collezione di curiosità una spinetta del 
xvi secolo, la quale non varrebbe meno di 00,000 franchi. La tastiera è in lapis- 
lazzuli ed agate di mirabile bellezza: il bossolo ornato d'avorio ed arricchito di 
2500 pietre preziose incassate nell' argento. Questa spinetta era slata trovata a 
Genova alcun tempo fa , ed acquistata da Clapisson a prezzo dei maggiori sacri- 
fici , se si bada alla sua modestissima fortuna ». 

( 3 ) Spotohno , Stor. Leti., I. 298. A proposilo del ventaglio leggo in F.nrico 
Stefano: « Nos dómes francoises doivent aux dames italiennes ceste invention 
» d' esventail.... Ceste invention avet couru beaucoup de pays, et estoit bien lasse 
j» avanl qu' elle vinst à nos franceses.... Terence, Ovide et Martial appellent fla- 
y> bellum ce que nons disons un esventail : les italiens le nomment ventola , ou 
» sventolo: et aucuns d'enlr'eux, d'un mot plus approchant du nostre, ventaglio, 
» ou sventaglio. Et encore semble que quclques-uns prononcent ventato, ou sven- 
» laio » V. Dialogues du nouveau langage francois italianizé , et autrement 
desguizé , principalement entre les court isan de ce temps. A Envers , par Guil- 
laume Nieige , 1578. Un volumetto in-8 piccolo, rarissimo; p. 163-4. Questo 
libro, stampato la prima volta a Ginevra nel 1578, valse all'autore una severa 
ammonizione dal Consiglio di quella città ; dalla quale lo Stefano reputò quindi 
prudente I' assentarsi per quel tempo. V. Bruxet , Manuel du Libraire , voi. li , 
col. 1076. 

Di «pie ' giorni erano pure considerati come oggetti di mobilio gli schiavi, al 



( 120 ) 

Ma non si debbono lasciar cadere in dimenticanza i ricchi 
stipi o forzieri, il più delle volte lavorati con intagli e scul- 
ture, esprimenti fatti d'arme o mitologici, danze di putti ed 
ogni genere bizzarrie, nelle quali non isdegnavano di por mano 
anche gli artefici i più valenti. Perino del Vaga forni il di- 
segno d' alcuni per la principesca famiglia dei D' Oria ; e vuoisi 
appunto riguardare come avanzo di altro fra tali mobili quel 
ricco basso rilievo, rappresentante due trionfi del sommo An- 
drea ( ! ) , oggidì posseduto dall'esimio comm. Santo Varni; il 
quale nella sua privata dimora ha con rara intelligenza e con 
amore caldissimo adunata copia infinita d' artistici e d' archeo- 
logici monumenti. Né vo' tacere di quattro altri forzieri, scol- 
piti già per la casa de' Lercari ; e de' quali al presente , due 
fanno di se bella mostra nelle aule del Regio Palazzo in Torino, 
e due trovarono liberale ospitalità sotto cielo straniero. Sono essi 
foggiati a guisa d' elegantissime urne , e si elevano sul dorso 
di quattro sfingi. Agli spigoli vi hanno figure di schiavi, a mo' 

lucroso traffico de' quali Venezia e Genova assai per tempo si dedicarono. Nell'in- 
ventaro de' beni di Guglielmo Scarsaria è notata saracenam unam cum libertalis 
condicione ( Chartarum 11 J; e del 1390 fra' mobili di Bartolomeo d' Jacopo 
si ricordano sciata una nomine Catarina, servus unus nomine Georgius (Obehto 
Foglietta, car. Hi); e del 1404 fra gli oggetti spettanti ad Antonio di Serravalle 
quandam sclavam vocatam Melicha de progenie tartarorum , etalis annorum 
vigiliti vel circa, la quale si valuta 60 lire; e tra' beni di Matteo de Illionibus 
quandam sclavam vocatam Archasiam de progenie iarchasorum, etatis annorum 
XXXXV vel circa, prò hbris L; e sclavum unum de progenie tartarorum, etatis 
annorum XXXX vel circa, prò libris XXXX (li. car. 240. 246). 

In un documento del 1390 vengono pure nominati ferramenta prò ferrandis 
sclavis (Fol. Not., voi II. par. II. 161); e lo Statuto del 1336 punisce con pubbli- 
che battiture e col taglio del naso quel fabbro, che, senza il comando del proprie- 
tario, avrà sferrato alcuno di quegli infelici (Miscellanee Ageno, n. VIII, p. 42). 

Finalmente un atto del 1392 fa menzione della bottega di Giorgio da Feggino, 
rivenditore di schiavi , sita nella contrada de' Marini (Fot. Not., voi. e par. II, 
car. 253) 

(') Il ritratto del Principe e della di lui moglie Peretta Usodimare, vedonsi 
pure scolpili in questo importante frammento. 



( 121 ) 

dei daci prigionieri, che vedonsi in Roma nell' arco di Costan- 
tino. La fronte è ornata da uno stemma (') fiancheggiato, da 
putti; e negli specchi di faccia e dai lati sono ad alto rilievo 
scolpite le fatiche e forze d' Ercole, sì vantate ne' fasti della 
Mitologia; ovvero le più celebrate divinità marine. Composizioni 
ricchissime di figure, e di uno stile così robusto da rivelarci 
un valoroso imitatore delle opere del Montarsoli. Forse anche 
se ne potrebbe direttamente ascrivere a tale artista il modello , 
ma sopra tutto al genio fecondissimo del Buonaccorsi il concetto ( 2 ). 
Il coperchio è decorato anch' esso da membrature bellissime , ed 
intagliato con baccelli e vaghi intrecci ornamentali. 

Voglionsi poi allogare fra' mobili le sacre imagini auree o 
gemmate ( 3 ) , e più comunemente dipinte , le quali venivano 
designate col nome generico di maestà. Nel novero degli oggetti 
confiscati a' ribelli (1390-1396), non poche sono le maestà di 



(') L' egregio prof. Varili, cui debbo queste notizie, aggiunge aver veduto nella 
Galleria degli Uffizi in Firenze uno schizzo del Vaga, ben poco dissimile dagli 
accennati forzieri. V uso di questi mobili durò assai vivo sino alla meta circa del 
secolo xvii ; ma allora non pochi e mediocri artefici ne fecero un semplice oggetto 
di speculazione, ora copiando malamente i lavori migliori, ed ora decorandoli sem- 
plicemente di figure allegoriche , ecc. 

( 2 ) Rappresentava le insegne dei Lercari ; ma oggi vi furono sostituite quelle 
della R. Casa Sabauda. 

( 3 ) Di queste erano anche assai largamente provvedute le chiese. Nel 1250 quella 
di santa Maria di Castello possedeva un foglio d' argento per l'altare della Beata 
Vergine , ed un secondo coli' effigie di san Pietro , oltre un mosaico rappresen- 
tante lo Spirito Santo ; e nel 1442 aveva un foglio per l'aitar maggiore, con perle 
e smeraldi. (Viìna, L'antica Collegiata dì Castello, I. p. 85 e 244). Nel 1272 
la pieve di Vollri serbava tra' suoi arredi un foglio d' argento, ornato di perle e 
d' imagini (Muzio, Origine di S. Maria di Volt/ri, ms. nella Civica Biblioteca). 
Nel 1274 la chiesa di sant'Ambrogio di Genova contava, tra gli oggetti preziosi, 
tre fogli d' argento, de' quali uno guarnito con perle, un secondo coli' imagine della 
Beata Vergine e cinque angioletti, ed un altro con quella dell' apostolo Giacomo e 
d'altri sette santi {Notulario di Stefano di Corrado da Lavagna, car. 23-4). E 
nel 1467 il monastero delle domenicane de' santi Giacomo e Filippo all' Acquasola 
possedeva: tre tavole d' argento con varii sanl : e cogli stemmi della famiglia Di Negro; 



( r22 ) 

.santi; e notasi clic Antonio (Inarco ne possedeva ima sopra 
modo bellissima. 

Ne' trittici poi e ne' dittici, ovvero nelle croci ili pregiali 
metalli, ed istoriate ori figure talora colorate o fuse, talora im- 
presse o cesellate, oppure di legno, alcuna volta dorato, con 
finissimi lavori di stile bisanlino ad intagli e trafori ('), si di- 
sponeano in beli' ordine le reliquie; ma per lo più chindevansi 
entro teche d'oro o d'argento contorniate di perle, ovvero 
anche di rame con ornamenti a graffiti e smalti, o in cofanetti 
di cristallo e d' avorio leggiadramente scolpiti. 

Jacopo di Piazzalunga, notaio, possedeva (1275) una bussola 
d' elefante munita d' argento ( 2 ) ; fra gli oggetti spettanti a 
Pietro diacono della chiesa d' Egita in Portogallo (1277) nove- 
ravansi una bella Bibbia (biblia una pulcli.ru,) , ed una pisside 
d'avorio con entro molte reliquie ( 3 ); e la chiesa di santa 

cinque altre tavole, una delle quali con I' effìgie dei titolari del monastero mede- 
simo; una maestà argentea, con reliquie e la figura della Vergine, ornata di gemme; 
una tavola di san Giovanni Battista ricca d'argento, e due piccole maestà, con 
isportelli de duabus arvetis (V. Muzio, Apparato dell' istoria dei monasteri del- 
l' Ordine di san Domenico in Genova, ms. della Civico-Beriana). 

(•) Il prelodato pittore Villa possedè due croci assai belle de' secoli XIII e XIV. 

La più antica è di rame dorato, e si adornava di dicci ligure in bronzo di tutto 
rilievo. Ora non ve ne restano che otto, e sono: il Crocifisso, la B. V., la Mad- 
dalena, san Giovanni evangelista, ed altro santo con un libro aperto nella destra 
(forse san Girolamo); Dio Padre, la cui imagine ricorda quella che vedesi scolpita 
nel lunotto sovra la porta maggiore del nostro san Lorenzo, il Precursore col- 
P agnello , ed un santo pontefice ( forse san Gregorio ) 

L' altra è di legno, e vi sono dipinti in alcuni tondi da un lato il Padre Eterno, 
Gesù Crocifisso, la B. V. e san Giovanni; e dalla opposta parte Cristo ed i quattro 
evangelisti. 

Assai pregiata doveva poi essere una croce lignea , in qua est crucifixus leva- 
tas de Ugno (ossia la storia della Deposizione), che del 1311 Bernardo coltellinaio 
e spadaio di Narbona vendette alla precitala chiesa di santa Maria di Castello. Il 
prezzo di 15 lire onde fu pagata bastava allora, e bastò a tulio il secolo XV, per 
la limosina di mille messe (Notulario di Damiano da Camogu, car. 105). 

( 2 ) Notulario di Vivaldo Della Porta. 

(3) fot. Not., voi. Il, par- I, 180. 



( 125 ; 

Maria di Castello (1442) vantavasi di una bussola d'avorio, 
in qua est de lacle beate virginis (')! Di cristallo di rocca è 
la croce papale, con un bel pezzo del santo legno, che Adriano V 
legò alla chiesa del Salvatore in Lavagna, dove tuttora si cu- 
stodisce; e di cristallo fu eziandio ne' secoli innanzi al XVI 
il tabernacolo, nel quale solea recarsi l'ostia consecrata per 
la città nel di solenne del Corpus Domini ( 2 ). Un taberna- 
colo di cristallo si cita pure ncll' inventare degli arredi spet- 
tanti al monastero de' santi Giacomo e Filippo, redatto il 14 
luglio 1497 0). 

Ma celebri sopra le altre reliquie e meritevoli di essere in 
ispecial modo ricordate , due sono segnatamente : l' Imagine 
Edessena, più nota sotto il nome di Santo Sudario e la croce 
delta in antico di sant' Elena e quindi de' Zaccaria. Ebbe la 
prima Leonardo Montaldo, che fu poi doge, da Giovanni Paleo- 
iogo imperatore d' Oriente, e per volontà di lui tuttogiorno si 
venera a san Bartolommeo degli Armeni. La tela che rappre- 
senta il sacro volto è stesa sur una lastra di oro purissimo; e 
si abbellisce con ricchi fregi della stessa materia. La seconda 
é un bel monumento artistico de' bassi tempi , e le è degna 
stanza il Tesoro della nostra Cattedrale. La croce è d' oro e 
d' argento , ma sopra il metallo brillano in buon numero ful- 
gidissime gemme. Le stanno in capo la figura di Cristo , nel 
centro la Vergine, al fondo san Giovanni Crisostomo, ed ai 
lati gli arcangioli Gabriele e Michele ( 4 ). 



(') Vigna, op. cit. I. 244. 

( 2 ) Pandecta antiijuorum foliatiorum et liltrorum. Ms dell' Archivio Governa- 
tivo. 

C 3 ) Muzio, Apparato ecc. Ms. 

( 4 ) Intorno a quesla croce vedasi la nota 34 dell' avv. Ansaldo alla Cronichetla 
dei He di Gerusalemme (Atti della Società Ligure di Storia Patria, voi. I, p. 73). 

Per atto del 20 aprile 1 4GG nobilis Jofredus Lomellinus et sodi conveniunl 
cum magistro Johanne de Valerio fubro quod ipse magister Joannes faciet pedem 



( 124 ) 

Siffatte reliquie ed imagini aveansi in conto di carissime gioie , 
e riponevansi tra queste unitamente ai rosarii talvolta d'oro o di 
pietre dure, di cristallo di rocca, d' ambra, di corallo, e tal altra di 
semplice legno, cui però derivavano singolarissimo pregio le opere 
portentose o bizzarre degli ingegni, che intorno vi si erano 
travagliati. È celebre Damiano Lercari, che fiorì verso il 1480, 
e sopra un osso di cerasa scolpì l'effigie dell'arcangelo Michele, 
e de' santi Cristoforo e Giorgio ; e sopra un nocciuolo di pesca 
lavorò di basso rilievo la Passione del Redentore ('). 

Filippo Santacroce, detto il Pippo, da Urbino, protetto dal 
conte Filippino D'Oria, di povero pastore divenne anch'esso 
ottimo intagliatore sì in legno, che in avorio ed in pietra; di 
guisa tale, che sovra un osso di ciliegio ritentò le prove del 
Lercari, e con bravura lo superò, ripetendovi la storia della 
Passione, e sovra dodici ossa di susine scolpì i ritratti dei 
primi Cesari, i quali passarono poscia al Granduca di Toscana, 
per dono fattogliene da Nicolò Promontorio ( 2 ). Voglionsi inol- 
tre ascrivere con ogni probabilità al medesimo artefice altri 
sette nocciuoli posseduti dall' erudito don Angelo Remondini, 
rettore di sant' Antonino di Casamavari, i quali, senza fallo, 
compongono una coroncina ad onore dell'Addolorata; ed essendo 
da ambe le parti scolpiti su fondi levigati e lucidi, rappresen- 
tano quattordici storie di Cristo, ricche d'assai figure, e di- 
chiarate da versetti per lo più scritturali ( 3 ). 

unum cruci veraci, vulgariter nuncupate de Zachariis, de argento sterline- deau- 
rato et exmaldato, et cum imaginibus, et ut continetur in designo; et dominus 
Venturinus Bonromeus se obligare debet prò dicto magistro Joanne occasione 
argenti eidem consignandi (Fot. Noi. voi. IV. 732). 
(') Soprani, Vite ecc., I. 24. 

( 2 ) Soprani, Vite ecc., I. 425. 

( 3 ) La dimensione di cinque fra questi nocciuoli e di millimetri 16 per 12; uno 
(cioè il quarto) ne ha 15 per 14, e l'altro (cioè il sesto) 20 per 17. I motti sono 
scritti assai scorrettamente sugli orli della circonferenza; e le lettere hanno l'al- 
tezza di un millimetro. 



( 125 ) 

Ma il Lercari ed il Pippo hanno dopo più secoli trovato un 
emulo valoroso, nel nostro vivente concittadino Gustavo Parodi; 
il quale, abbenché privo del lume degli occhi, sa trattare il 
marmo con perizia non comune, e in fatto di pazienti lavori 
sullo stile dei già ricordati meravigliare ciascuno ('). 



Soggiungo la descrizione di ciascuna storia , e me ne dichiaro tenuto alla cor- 
tesia dell' egregio possessore. 

I. Il Redentore colla croce sugli omeri , seguito dalla Veronica , ed il motto : 

EGO • SOM • LVX • MVNDI. 

Cristo risorgente, colla bandiera, e due angioli ai lati del sepolcro: resvretio • iesvs. 

II. Vocazione di san Pietro, cogli accessorii del mare e della nave, e la figura 
di quel pescatore che, pur chiamato da Gesù, non volle seguirlo: seqvek • me. 

Gesù a mensa, con quattro discepoli: simon aamas -me -ego -te -pa -ovas -meas. 

III. Cristo sul lido, e un uomo seminudo che ve lo ha seguito; in alto mare 
una barchetta con cinque discepoli. Questa storia è forse allusiva a quanto si narra 
da san Matteo (cap. xiv, verso 27), allorché Gesù apparso agli apostoli disse loro: 
Ego sum nolite timere. 

Il Salvatore con cinque discepoli a mensa , giusta il raccontato da san Giovanni 
(cap. x. xi. xn). 

Questo nocciuolo non ha scritta di sorta, benché vi si vegga il bindello per inci- 
dervi i caratteri. 

IV. Il Crocifisso in mezzo ai ladroni, la Vergine a' pie' del tronco salutare, e 
parecchi soldati con aste e lancie , tra i quali Abenadar in atto di porgere al Sal- 
vatore la spugna intinta nell'aceto: siti- o. 

La Crocifissione, e due soldati a cavallo. Uno di essi, Longino, apre colla lancia 
il costato a Gesù ; ed al basso vedesi la Vergine sorretta dalle due Marie : mors • 

MEA • VITA • TVA. 

V. Gesù ed i ladroni , ai quali due soldati con bastoni percuotono le gambe. 
Vi è pure la Vergine in piedi. 

Anche questo nocciuolo manca di leggenda , ma vi è i! listino su cui inciderla. 

VI. Gesù crocifisso coi due ladroni: chosvma • tom • est. 

La Deposizione di croce, con Nicodemo, Giuseppe d' Arimalea ed altro pie- 
toso: * • qvi • passvs • es • prò • ncbis. Questa scultura vuoisi anteporre alle 
altre così per la bella composizione, come per un rilievo maggiore. 

VII. La discesa di Cristo al limbo, colle figure di due patriarchi e del demonio: 

DESSEND1T • AD • INFEROS. 

Replica della Risurrezione, di cui al N. I: surexit. 

(') Moltissime sono le opere che il signor Parodi, cieco e sordo fino dalla pueri- 
zia, ha condotte su pezzi d' avorio e di corno, ossa di pesche, ecc; come scatoline, 



( ree ) 

Grande sfoggio facevasi allora di orerie, coralli e gioie; e poro 
i genovesi, atteso di buon ora al commercio delle medesime, 
ne aveano fino dal secolo XII costituito un ramo importante 
di lucro, siccome ce ne è prova il Notulario di Giovanni 
Scriba. 

Nel 1121 l'annalista Caffaro invialo a Roma per guadagnare 
il favore del Concilio di Lalerano alla causa del suo Comune 
contro i pisani , per riguardo alla giurisdizione di Corsica, pro- 
metteva che avrebbe dato fra le altre cose uno smeraldo alla 
moglie di Pietro Leone, ed un niello a quest'ultimo ('). Ed 
erano al certo que' donativi rara cosa e di gran pregio; con- 
ciossiachè Teofdo , il quale visse nel secolo XI , e ne' suoi 
scritti insegnò pel primo come si facessero le niellature , dà 
vanto particolare di questo trovato alla Russia ( 2 ). 

Del 1157 Alda Burone lega le proprie gemme alle sue 
figliuole; e nell'anno antecedente fra i beni di Raimondo Pi- 
cenado citansi anella d' oro ( 3 ). 

Ma un documento di particolare interesse a questo riguardo, 
egli é senza dubbio la lettera di papa Innocenzo III all' Arci- 
vescovo di Genova, del 4 novembre 1204. Di quell'anno 
Baldovino imperadore di Costantinopoli avea spediti al Pontefice 
parecchi presenti, fra' quali un carbonchio del valore di mille 
marchi d'argento, un anello, un' imagine d'oro ed una d' ar- 



canestri, annoila, teste d'animali e simili. Col solo sussidio del tatto, egli ha 
scolpita su legno di pero la propria effigie , tanto conforme all' originale che non 
saprebbe desiderarsi maggiore; ed ha eseguito pure in legno un busto del re Carlo 
Alberto , il quale rimase siffattamente ammirato dello stupendo lavoro , che volle 
gratificarne l'autore coli' assegnargli un'annua pensione. Del Parodi si hanno anche 
a stampa varie lodate poesie. 

(') Pi-.RTZ, XVIII. 350. 

( 2 ) Theophili presbiteri diversarum artium schedula. Quest' opera fu voltata 
in lingua francese dai signori Escalopier e Guichard , e pubblicata nel 1844 in 
Parigi, sotto il titolo di Essai sur les divers arts etc. 

( 3 ) Chartarum, n. 309. 378. 



( m ) 

genio, con ornamenti di pietre preziose, due croci d'oro, un 
ampolla di cristallo ed una d' argento, una scodella dorata, due 
cofanetti e due scili pure d' argento, e circa dugento fra topazi, 
smeraldi e rubini. Ma volle sfortuna che la nave, su cui il 
Maestro de' templari di Lombardia recava tante preziosità , 
riparasse nel porto di Modone; perocché ivi alcune galere de' 
genovesi, nemici allora di queir augusto, s' impadronirono facil- 
mente della ricca preda, e la recarono, come in trionfo, alla 
patria (*). 

Né vuole passarsi in silenzio la rara copia d' ogni specie 
d' oggetti preziosi, che s' acquistò una eletta di balestrieri ge- 
novesi alla espugnazione della città di Vittoria ( 1 248) , sorta 
per opera di Federigo II in quel di Parma; imperocché, al dire 
del cronista, que' valorosi non solamente arricchirono se stessi, 
ma diedero materia di inricchire a più persone ; perché i 
balestrieri e gli altri non conoscendo bene le perle, le gioie 
e V altre cose, le vendevano per molto minor prezzo di quanto 
valevano ( 2 ). II simile avvenne più tardi (1435) alla squadra che, 
duce Biagio Assereto , ruppe nelle acque di Ponza la flotta 
aragonese ; ma allora le prede furono poste in comune , e 
ciascuno ne ebbe di poi una parte ( 3 ). 

Del 1253 Giuseppe da Brindisi, nunzio del Be di Sicilia, 
compra in Genova da Jacopo Bozzoli e socii, al prezzo di 917 



(') Balutius, Epistolae Innocentii III, lib. VII, ep. 174; Raynalous, Annalcs 
Eccles., vi.l. I. 4 81. 

( 2 ) Giustiniani, I. 407. 

( 3 ) Tra le moltissime orerie registrate per questo fatto nel volume Introitus et 
exitus galearum, an. 1435 (Archivio di S. Giorgio), noto a solo titolo di curio- 
sità: maiestates quatuor in parte argenti; crux una argenti curri pede argenti; 
tabula una argentata quarti habuit magnificus dominus capilaneus (1' Assereto); 
tabule quatuor argentate cum diversis figuris ; anuli tres argenti cum petris ; 
anulus parcus cum turchexia; anuìus unns argenti cum corniola; anulus unus 
auri; sarcirolus (sic) unus argenti supra deaurati cum armis rcgis aragonum 
et cicilie. 



( liH ) 

uncie di taieni , quattro vasi d'onice e calcedonio, de' quali 
uno ha fregi d' oro, con reliquie del santo legno; cinquantanove 
perle orientali , venti topazii , centoquarantasclte zaffiri e due 
corna di zaffiro orientale (forse contro la iettatura); 348 pietre 
dure, parte incise e parte da intagliare; 132 cammei, tra' quali 
uno guernilo di perle, con entro un pezzo della vera croce; e 
centoundici anelli d' oro, con diamanti, rubini, zaffiri, topazi, cri- 
sopazi, smeraldi, ed altre pietre di non meno pregiata natura ( j ). 

In un inventaro del 1 31 2 si enumerano dodici anella d' oro 
e tre di argento ( 2 ); e nel 1348 settantotto perle del comples- 
sivo peso di 271 caratti si vendono lire 625 ( 3 ); ma nell'anno 
appresso due sole si stimano lire 1300 ( 4 ). Il che vale a farci 
comprendere la bellezza e rarità di quest' ultime. 

Nello stesso anno 1348 si cita un sigillo d'argento coli' arme 
de' Lercari ( 5 ); e del 1390 un sigillo di oro colle insegne de' 
Lomellini ( 6 ); inoltre parecchi zaffiri, diamanti e corniole, un 
monile adorno di 149 perle del peso di 54 carati, ed un si- 
gillo d'argento ( 7 ); molti anelli con pietre; un agnusdei d' ar- 
gento, ed una resta di ambre ( 8 ). 

Nel 1388 il Comune presentò di un balascio ( 9 ) del valore 
di 250 lire Pietro di Gandia vescovo di Vicenza; il quale , a 
nome di Gian Galeazzo Visconti, aveva assoluti i genovesi dal 

(') Notulario di B. Fornari, car. 154 verso. 

( 2 ) Protocollo del notaio Ambrogio di Rapallo , car. IO. 

( 3 ) Fol. Not., voi. III. pur. li. <I10. 

( 4 ) Fol. Not. , voi. III. par. II. 63. 

( 5 ) Fol. Not., voi. III. par. I. 125. 

( 6 ) Registri di confische a' ribelli, nell'Archivio di san Giorgio. 

( 7 ) Notulario d' Oberto Foglietta, car. 144. 

( 8 ) Fol, Not., voi. II. par. II. 161. 

( 9 ) Balascio , sorte di pietra preziosa , o meglio varietà di colore del rubino 
spinello. Si appella così da Balachan, nome persiano del Pegù, donde vengono ori- 
ginariamente quelle pietre. 

« Qual fia balascio in che lo sol percuota ». 

Dante, Parad. IX. 69. 



( 129 ) 

pagamento di trecentomila fiorini , loro imposto col trattato di 
pace del 3 luglio 1367 (<). 

Con atto del Ì433 vengono sequestrate 72 perle poste al- 
l' intorno di una veste di clamellotto acamocato , un vezzo 
guarnito di 758 perle, una ghirlanda per donna, con 180 perle, 
ed altre 377 non impiegate in opera alcuna ( 2 ). Nel 1474 
Ludovico marchese di Mantova compera da alcuni membri della 
famiglia Giustiniani una margarita grossa in forma di mandorla, 
del peso di 28 carati e 2 /3> e ne P a g a •' prezzo nella somma 
di 1500 ducati d'oro di Venezia ( 3 ). 

Finalmente nel 1 480 Percivalle Vistarino procuratore di 
Guglielmo marchese di Monferrato , vende a Luca Pinello e 
Francesco Spinola un collare d' oro, in quattro pezzi, del peso 
di oncie 6 e denari 22 Va, adorno di sedici perle, otto rubini, 
ed otto grossi diamanti , de' quali uno in forma di cuore e 
1' altro a mo' di scudetto; una croce d' oro tempestata di venti 
diamanti, e da cui pende una perla; un fermaglio d'oro, con 
due perle e cinque diamanti ; un secondo con tre perle , un 
balascio ed uno scudetto in diamanti ; un terzo con uno sme- 
raldo, un rubino, una perla, una rosa composta di cinque dia- 
manti ; ed un quarto adorno di nove diamanti ; due corone , 
nell' una delle quali vedonsi incassati cinque diamanti , e nel- 
1' altra un egual numero di siffatte pietre, onde componesi un 
giglio, oltre a due smeraldi e ad un rubino ( 4 ). 

(') Così P atto di remissione come il trattato di pace leggonsi nel Liber Jurium, 
II, 745. 4127. Stefano di Garbadua cancelliere del Vescovo, ed estensore dell' atto, 
ebbe in dono lire 62 i / 2 (Cartolario della Masseria del Comune pel 1388, del- 
l' Archivio di san Giorgio). 

(2) Fol. Not. voi. II, par. II. 113. 

( 3 ) Fol. Not. voi. II, par. IV. 810. 

( 4 ) Fogliazzo del notaio Obeiuo Foglietta giuniore, pel 1480, n.° 293. Sotto 
questa vendita però nascondesi un prestito. Infatti, il dì 27 giugno dell'anno 
appresso, Luca Pinello dichiara avere ricevute dal Vistarino lire 10,400 mutuale al 
Marchese di Monferrato, e gli restituisce le gioie sopra descritte (Fol. Not. IV. 982). 

Nel fogliazzo poi del cancelliere Francesco Borlasca (Archivio di san Giorgio) si 

9 



( 130 ) 

E qui poi il luogo di rammentare come fosse allora in gran 
voga e pregio 1' arte dello intagliare le pietre dure; imperocché 
tra' nomi del Marmita da Parma, di Giovanni dalle Corniole, 
Domenico de' Cammei , e più altri meritamente famosi , vuol 
essere annoverato quello del genovese Giacomo Tagliacarne. 
Intagliava costui le gemme, ed effigiavale a meraviglia; e l' opere 
di lui ricercatissime erano in tutta Italia. Onde il suo con- 
temporaneo Camillo Leonardo, bene a diritto il ricorda fra 
coloro che maggiormente si distinguevano in cotal magistero ('). 

Quanto a' coralli, vetusto del pari che attivo ne fu eziandio 
appo noi il commercio. Esercitavan la pesca di quel prezioso 
prodotto gli abitatori delle borgate di Nervi , Recco , Sori e 
Rapallo ; i quali esploravano i pelagi nativi ed in ispecie i 
golferelli di Portofino; e conducevansi di poi a farne traffico 
in ogni parte del mondo. 

Al corallo de' nostri mari Fazio degli Uberti, gentil poeta, 
del secolo di Dante , consacra queste terzine : 

Lo mar liguro ingenera corallo 

Nel fondo suo , a modo d' arboscello , 

Pallido di color tra bianco e giallo. 
Si spezza come vetro il ramicello 

Quando si pesca , e quando più è grosso 

E con più rami, tanto più è bello. 



trova questa ricevuta: * 4 494 adì ultimo de decembre in la XV. Noy anfreone 
usodemare et Jeronimo Giustiniano da la banca, doy de lo magnifico officio de 
sancto georgio, habiamo ricevuto da lo illustre signor Francesco cibo le infra- 
scripte gioe , per certi bisogni che al presente ne achade. Zoe uno gioelo chia- 
mato el robino core cum una punta de diamante. Una perla tonda pendente 
circondata da doy dragii de diamante cum le teste de smerardi. Una croceta 
de diamanti cum tre perle pendente ligata in uno vezo de perle quarantasuy 
tonde de karati IV in circa. Uno gioelelo cum una spineta in mezo cum doy 
diamanti da li canti in tavola e uno smeraldo in mezo cum una perla pen- 
dente in mezo. 
(') Camilli Leonardi Pisaurensis Speculum lapidum, etc. Lib. Ili, cap. II. 



( 131 ) 

Siccome il cielo vede , divien rosso , 

E non più si trasforma di colore , 

Ma fassi forte e duro al par d' un osso. 
Conforta al riguardar la vista e il cuore 

Averne seco quando il fulgor cade , 

Pietra non è più util, uè migliore ('). 

Con instrumento del 1.° ottobre 1222, Oberto Ismaele costi- 
tuisce procuratori a riscuotere trecentocinquanta bisanti acco- 
modali a Guglielmo Guercio e Marchisio di Rodoano , per 
l'acquisto d'una partita d'oro e di corallo ( 2 ); ed in atto del 
20 luglio 1356 si fa menzione di una somma di 28 fiorini o 
genovini impiegati in coralli, anella ed agnusdei ( 3 ). Più tardi 
(1479-1480) si hanno provvidenze riguardanti l'introduzione dei 
coralli stessi in città ( 4 ); e finalmente (2 marzo 1492, 20 dicembre 
1498) i capitoli degli artefici dai quali venivano lavorati ( 5 ). 

Nel 1493 i Protettori delle Compere di san Giorgio appal- 
tarono per un quinquennio a Francesco Oliva e Girolamo 
Ilione la facoltà di pescare il corallo nelle acque di Calvi; e 
stipularono riceverne il prezzo di lire 2000 dal primo e lire 
3000 dal secondo, oltre 1' adempimento d' alcuni obblighi par- 
ticolari a ciascheduno degli appaltatori («). 

(') Dittamondo, lib. Ili, e. XI. Vedi anche Celesia, Dante in Liguria, p. 40. 

( 2 ) Notulario di maestro Salomone, car. 101 verso. 

( 3 ) Fol. Not., voi III, par. II, car. 204. 

( 4 ) Archivi Generali del Regno in Torino (Carte di Genova), Registri 1049 e 
4053. 

( 5 ) Pandecta citata. 

( 6 ) La concessione per Girolamo Ilione riguardava 1' alto mare e due miglia di 
costa a partire dal monte della Sagra; giacché più oltre estendendosi (dice l'atto) 
sarebbesi entrati nello spazio di mare conceduto a Melchiorre Negrone , il quale 
abbracciava venti miglia di costa a capite gulfi adiacii procedendo versus calvum. 
Obbligo particolare dell' Ilione era quello di erigere in qualche punto del lit- 
torale a lui conceduto una torre, per tutela e rifugio dei pescatori. All'Oliva invece, 
che doveva esercitare la pesca dalla banda di Capo Corso, correva il carico di far 
ricerca di miniere in tutta 1' isola di Corsica. I Protettori però aveano anche 



( 132 ) 

Le gioie ' poi solevano riporsi in piccoli scrigni , i quali 
appellavansi arche; ed erano costrutti di noce o d'ebano, 
a spartimenti architettonici, con pietre, bassi rilievi e statue 
d' avorio , di bronzo , d' argento , ovvero adorni da quadri di 
commesso raffiguranti uccelletti e mostri , delfini e tritoni , 
mascherette e larve , sirene e sfingi , oppure fatti mitologici e 
battaglie d' antichi eroi. Nelle quali opere s' impiegarono eccel- 
lentissimi artefici ; e Ira gli altri quel genovese Nicolò Rocca- 
tagliata, che fu discepolo a Cesare Groppi riputato argentiere 
di Milano, e levò di se tanta fama in patria ed a Venezia, 
quando la memoria di Benvenuto Cellini era sì fresca, e viva 
durava ancora appo tutti ( ( ). 

Ma quelle gioie non erano destinate a solo confentamento e 
sfogo di pompe e vanità : perchè coloro che se ne ornavano 
ben sapeano deporre a tempo que' vezzi, e farne omaggio alla 
patria, con nobile emulazione ed ardore. Così avvenne del 1 147, 
quando il Comune indisse guerra ai mori delle Baleari; e cosi 
accadde il 1301, allorquando le dame genovesi, commosse 
all' eloquenza di frate Filippo da Savona, vendettero le dorerie 
e gli argenti , per sussidiare V allestimento d' una squadra in 
aiuto del Kan di Persia contro de' turchi, e preparare le lan- 
de e gli usberghi che esse medesime divisavano di vestire 
per crescere il numero dei combattenti ( 2 ). 

promesso di ricompensamelo in -qualche modo, conferendogli in seguito la luogote- 
nenza di Algaiola (V. Fogliazzo della Podesteria di Calvi, nell'Archivio di S. 
Giorgio). 

(*} Soprani, Vite ecc., Genova, 1674; p. 88. Neil' inventario de' mobili di G. B. 
Della Torre 'luglio 1725), ms. presso il pittore Villa, si nota : Un scagliette- d' ebano e 
pietre di vari colori, guarnito con sei figure d' argento, e quattro lionetti e due 
pometti pure d' argento, con il suo piede con figura d' huomo, e una bestia. 

( 2 ) Furono promotrici della impresa , che poscia non ebbe effetto per mutato 
divisamento del Governo, le pie e nobili donne Anna di Carmandino, Giovanna 
de' Ghizolfi, Caterina De Franchi, Anna D' Oria, Sabina Spinola, Maria Grimaldi, 
Paola De Carli, Sabina e Paola Cibo (Serra, Storia dell'antica Liguria e di 
Genova; Lib. V, cap. I.). 



( 133 ) 

Anche di Luciano D'Oria si narra, che, navigando i mari 
della Schiavonia, e trovandosi 1' armata in grandissima penuria 
di vittovaglie , il buon capitano con rara liberalità partisse 
fra' più bisognosi soldati tutta la sua argenteria, che non era 
di poco valore ; né più altro restandogli, ad un remalore che 
si moriva di fame, donasse la fìbbia della propria cintura ('). 

Vogliono eziandio annoverarsi tra le gioie i libri di devo- 
zione, ufficiuoli, salteri e simili, bellamente scritti su pergamene, 
di cui erano le più stimabili per candore e finezza quelle 
d'agnello nato morto, adorni bene spesso di ornamenti e di 
storie alluminate, e coperti d' argento, di ricche pelli, o panni 
d' oro e di velluto, con fermagli e borchie guernite di gemme. 

Nel \ 1 57 Alda Burone già nominata lasciava alla chiesa di 
Bisagno un saltero ( : ); legato doppiamente notevole, perchè fa 
supporre nella testatrice 1' uso dell' ufficioe la scienza di lettere; 
ciò eh' era certamente rarissimo a queir epoca fuori delle città 
marittime italiane, anche appo dame di paraggio o principesse. 

Ma senza cercarne minuti esempi, valga all' uopo il Manuale 
di Bartolomeo de' Lupotli da Novara, pittore ignoto agli storici; 
il quale dimorato essendo a Genova intorno un decennio 
assiduamente operando, ricorda avere scritti, indorati e coloriti 
più salteri ed officii , de' quali quattro per la sola famiglia 
de' Campofregoso ( 3 ). 

Neppure al di d' oggi, dopo tanto correre di secoli e rimu- 
tare di fortune, può dirsi lieve il numero di sì preziosi orazio- 
narii appo noi ; ma tutti cedon la palma a que* due che in 
antico appartennero a' marchesi Spinola ( 4 ) , ed ora sono 

0) Giustiniani, Annali, IL 4 21. 

( 2 ) Chartarum II, 378. 

( 3 ) Manuale Bartho/omei de Lupolis de Novaria, nel!' Archivio di san Giorgio. 

( 4 ) Da ambe le faccie della coperta di ciascun volume, la quale è di maroc- 
chino rosso con meandri dorati , è impressa in oro l' insegna di quel casato. La per- 
gamena è candida e sottilissima; il carattere gotico, ed alternato di rosso e di nero 



( 154 ) 

proprii di quel ramo de' Serra che dei preclari nomi di 
Giancarlo e Girolamo segnatamente si onora; perocché a libri 
siffatti né l' Inghilterra né il Portogallo, benché ricchi di tanti 
tesori, potrebbono forse contrapporre rivali. 

Giusta 1' usanza de' tempi, hanno essi cominciamento da un 
Calendario , cui decora un bel fregio dove si rappresentano i 
segni dello Zodiaco ed i lavori contadineschi particolari de' 
varii mesi, ovvero le consuetudini relative alle diverse stagioni, 
sommamente pregevoli per la ricercatezza e verità del costume 
con che é vestita ogni figura ; statue di santi a chiaroscuro 
alluminate d'oro e di bronzo, collocate entro tempietti; e 
svariatissime composizioni ornamentali del più puro stile teuto- 
nico, frammezzate a medaglie con istorie a colori delle preci- 
pue festività della Chiesa ('). 

Gli ufficii poi e le orazioni si abbellano di larghi ed aurei 
fregi, con ricchi partiti d'architettura, e sempre nuove deco- 
razioni di medaglie e di figure sopra modo ammirabili ed 
eccellenti: fiori e perle, farfalle, pavoni ed ogni generazione 
d' uccelli, tanto vivi e naturali quanto farli possa ingegno 
umano; scherzi di scimmie, di cervi, di cani, torneamenti e 
feste d' amore, o pugne di demoni, ed altre mille fantasie onde 
fa miglior prova l' imaginosa mente di un artista, cui Dio 
abbia impressa maggiore orma di se. 

Mi passo delle capitali che vi sono profuse, e dipinte su fondo 
d' oro , e così pure d' ogni altro accessorio ; ma come esprimere 

(*) La Biblioteca dell' illustre sig. march. Marcello Durazzo, a cui rendiamo grazie 
di avercene gentilmente consentito 1' accesso, vanta fra le sue preziosità diversi 
libri di preghiere e salteri , preceduti pur essi dal Calendario. Uno ve ne ha fra 
gli altri del secolo XIV assai ricco di miniature a colori ed oro; un secondo, non meno 
pregevole, del successivo, colle rubriche scritte in francese; ed un terzo con ara- 
beschi e fregi superbamente lavorati da un Carlo Maineri, sacerdote cremonese, nel 
1472. Questi due ultimi volumi furono già di spettanza del Duca d3 la Valiere, 
dalla cui Libreria non poche rarità passarono al march. Giacomo Filippo Dura/.zo, 
verso il cadere del secolo che ci ha precorsi. 



( 135) 
la meraviglia di che ci colma la rara copia de' quadri, i quali 
in entrambi i volumi sono di proporzioni e di numero maggiori 
assai dell'usato? ( ! ) Rappresentano storie comparate del vecchio 

(') Primo Orazionario 

f. Santa Veronica. 

2. La Trinità. Il concetto è identico a quella stampa ci' Alberto Duro, di cui la 
Civico-Beriana custodisce il disegno originale. 

3. Interno di una stupenda basilica di stile gotico, dove alcuni sacerdoti ricca- 
mente parati cantano la messa in onore della SS. Triade. 

4. Risurrezione di Lazzaro. 

5. La messa de' morti. 

6. Discesa dello Spirito Santo sopra gli apostoli adunati nel Cenacolo. 

7. La messa della Pentecoste. 

8. La gloria di tutti i santi. 

9. La messa della loro festività. 

10. La messa de! Corpus Domini. 

11. La Crocifissione di Gesù; e nel fregio le storie della Passione. 

12. La messa della santa Croce. 

13. La Beata Vergine col putto, seduta in Irono, fiancheggiata da due angioli i 
quali suonano 1' arpa ed il cimbalo. 

14. La messa della Madonna. 

15. San Giovanni che scrive nell' isola di Patmos. 

16. San Luca, mentre scrive il Vangelo. Raccomandato ad un cavalletto vedesi 
il ritratto della B. V., che la leggenda vuole dipinto da quel santo. 

17. San Matteo scrivente. 

18. San Marco nella stessa attitudine. 

19. L' Annunciata. 

20. Visita di Maria a santa Elisabetta. 

21. Arrivo di san Giuseppe e della Madonna a Betlemme. Natività di Gesù 
Cristo. Danza di contadini. 

22. L' angiolo che annunzia ai pastori il Natale. 

23. L'adorazione dei Magi. 

24. La Circoncisione. 

25. La fuga in Egitto. 

26. La morte della B. V. 

27. Incoronazione della Madonna. 

28. Gesù deposto di Croce. 

29. David che prega; colla veduta di Gerusalemme, ad imitazione di una citta 
del medio evo. 



( 136 ) 
e nuovo Testamento, della vita di Cristo e della Vergine; figure 
d' arcangioli, d' apostoli, d' evangelisti, di martiri, di vergini, di 

30. La sepoltura di un monaco. 

31. La B. V. col bambino, incoronata da due angioli (Luca d'Olanda). 

32. Quadro simbolico, rappresentante i patimenti di Gesù bambino (Lo stesso). 

33. La messa di san Gregorio. 

34. L'angelo custode. 

35. L' arcangelo san Michele, vestito di armatura. 

36. San Giambattista nel deserto. 

37. L' evangelista san Giovanni. 

38. San Pietro. 

39. San Paolo. 

40. San Giacomo, vestito da pellegrino, col bordone in mimo. 

41. Sant' Andrea. 

42. San Tommaso. 

43. San Mattia. 

44. San Filippo. 

45. San Bartolommeo. 

46. San Cornelio papa. 

47. San Marco. 

48. San Barnaba. 

49. Santo Stefano protomartire. 

50. San Lorenzo. 

51. San Giorgio a cavallo, in atto di ferire il drago. Ha lo scudo colla croce 
di Genova, cioè rossa in campo bianca. 

52. San Girolamo nel deserto. È vestito degli abiti cardinalizii. 

53. Sant'Antonio abate, nella foresta. 

54. San Martino vescovo. 

55. Sant'Oberto, vestito delle insegne episcopali, col corno in mano ed un 
cervo a lato, per denotare essere egli il protettore della caccia. 

56. San Francesco d' Assisi in alto di ricevere le stimmate. 

57. Sant'Anna, la B. V. ed il bambino (Alberto Duro). 

58. Santa Maria Maddalena. 

59. Santa Caterina vergine e martire. 

60. Santa Barbara. 

61. Santa Chiara. 

62. Santa Margherita, che schiaccia un mostro. 
. 63. Santa Elisabetta regina d' Ungheria. 

64. Sant' Elena colla croce (Alberto Duro). 

65. Santa Susanna. Il pittore confondendo questa santa colla casta donna di cui 



( 137 ) 
dottori , di monaci ; e ve ne hanno parecchie di tanta eccel- 
lenza, che a buon diritto piglian nome da que' sommi che 

parlano i sucri libri , la ha rappresentata in atto di entrare nel bagno , mentre 
vedonsi nascosti fra gli alberi i due vecchioni. 

66. Santa Apollonia. 

67. La gloria di tutti i santi confessori (Alberto Duro). 

68. San Vincenzo; e da lontano il martirio del medesimo. 

69. Sant'Antonio di Padova, il quale, alla presenza degli increduli, costringe 
I' asina ad adorare il Sacramento. 

70. San Benedetto nella caverna, tentato dal demonio (Alberto Duro). 

71. La B. V. che allatta il putto, ed è venerata da san Bernardo (Lo stesso). 

72. Sani' Atanasio. 

Secondo Ohazionario 



1. Incontro di Cristo colla Veronica (Alberto Duro). 

2. Il Salvatore, che tiene in mano il globo sormontalo dalla croce. 

3. La Trinità. 

4. La Cena in Emaus. 

5. La Parabola del ricco Epulone. 

6. Il ricco Epulone cacciato all' Inferno. (Composizione dantesca). 

7. La discesa dello Spirilo Santo. 

8. Edificazione della torre di Babele; e adorazione del vitello d'oro. La prima 
di queste composizioni ricorda la pittura del Gozzoli nel Camposanto di Pisa. 

9. La gloria dei santi. 

10. La gloria delle sante. 

11. La processione del Sacramento, il quale è recato sovra un bianco destriere. 
Vi assiste il pontefice in sedia gestatoria (Alberto Duro). 

12. La manna nel Deserto. 

13. La Crocifissione. 

44. II serpente di bronzo adorato dagli ebrei. 

15. La Madonna col putto assisa in trono, e circondata da varii angioli e sante. 

16. Il Libro della generazione, giusta il vangelo di san Matteo. Vi ha un albero 
il quale mettendo radice nei visceri di Giuda, si diparte in tanti rami quante sono 

' le figure che rappresentano i varii ascendenti della B. Vergine. 

17. San Giovanni nell'isola di Patmos, in atto di scrivere (Alberto Duro). 

18. Le visioni di detto santo, ovvero l'Apocalisse. 

19. San Luca intento a scrivere il Vangelo. 

20. San Matteo nel medesimo atteggiamento. 

21. San Marco nell'attitudine stessa. 



( 138 ) 

furono Alberto Duro e Luca di Leida , rara coppia d' artefici 

e d' amici. Vana cosa però è tentare la descrizione di tante e 

22. L'Annunciazione della B. V. 

23. Mosè nel roveto ardente; ed una turba di suonatori, coi relativi strumenti. 

24. Visita della B. V. a santa Elisabetta (Alberto Duro). 

25. Parecchie storie della Passione di Cristo (Lo stesso). 

26. Natività di Gesù (Lo stesso). 

27. Seguono la storia della Passione (Id.) 

28. Il Presepe. 

29. Continuazione della storia predetta (Luca d' Olanda). 

30. L' adorazione dei Magi. 

31. Seguito della Passione (Lo stesso). 

32. La Circoncisione. 

33. Continuazione della Passione (Lo stesso). 

34. Strage degli innocenti, e fuga in Egitto (Alberto Duro). 

35. Segue come sopra (Lo stesso). 

36. Sepoltura ed assunzione della B. V. 

37. Fine della storia relativa alla Passione (Lo slesso). 

38. Incoronazione di Maria (Lo stesso). 

39. 11 giudizio finale (Luca d' Olanda). 

40. David penitente (Alberto Duro/ 

41. La mor'e del giusto. 

42. La messa dei defunti. 

43. San Girolamo, come al num. 52 del primo Orazionario. 

44. La Madonna col putto. 

45. La risurrezione di Cristo. 

46. Morte ed assunzione al Cielo della B. V. (Alberto" Duro). 

47. L'arcangelo Michele, pressoché identico nel tipo e nel!' armatura al num 35 
dell' anzidetto volume. 

48. Il Precursore. 

49. Gli apostoli Pietro e Paolo. 

50. San Giacomo maggiore. 

51. Santo Stefano. 

52. San Sebastiano vestito alla foggia olandese, coli' arco ed una freccia. 

53. San Cristoforo. 

54. San Giuliano. 

55. La gloria de' santi martiri. 

56. Le stimmate di san Francesco d' Assisi (Alberto Duro). 

57. Sant'Antonio di Padova. 

58. San Domenico di Guzman. 



( 159 ) 
si disformi bellezze, di tanti nuovi e peregrini concetti; ond' io 
ne segno in calce l' elenco , lasciando che ognuno ne porti 
giudizio da se medesimo. 

Dopo gli orazionarii accennali vuole a ragione aver posto ono- 



59. San Nicolò vescovo di Bari. 

60. La gloria de' santi confessori. 

61. Sant'Anna e la Madonna col putto. 

62. Santa Maria Maddalena. 

63. Santa Caterina vergine e martire. 

64. Santa Barbara. 

65. Santa Chiara. 

66. Santa Elisabetta. 

67. La gloria delle sante vergini. 

68. La gloria di tutti i santi. 

69. La messa della Croce. 

70. Gesù adorato da parecchi di voti. 

71. San Leone papa. 

Nolo ancora che gli stessi marchesi Serra possedono altri due orazionarii miniati 
sul gusto dei precedenti. Il loro merito però è di gran lunga inferiore a questi ; 
appartengono al cominciamento del secolo XVI , e si direbbero I ivoro di scuola 
tedesca. 

Un quinto, membranaceo pur esso e ricco di miniature e di fregi, spetta ai primi 
anni della stampa, ed è sconosciuto al Brunet. Nell'ultima pagina si legge: Finit 

offlcium beate Marie Verginis Parisius noviter impressum. Opera Germani 

Hardouyni commorantis ante palatium ad intersignium dive Margarete. 

Nella Collezione Villa, si hanno quattro miniature, di altro codice di preghiere, 
le quali, per lo stile e pel formato, assai rammentano quelle dei suddescritti orazio- 
narii. I soggetti sono i seguenti : 

i. Un devoto genuflesso, con un libro aperto dinanzi, in atto di pregare, nello 
interno di una chiesa. Questa era probabilmente la prima delle miniature onde si 
arrichiva il volume, e volea rappresentare il personaggio che I' avea commesso. Nel 
fregio, sotto il ritratto, vi ha una tavoletta , e dentro ad una ghirlanda due mani 
insieme congiunte, e le lettere a m sormontate da una corona. 

2. Il martirio di santo Stefano. 

3. Un santo pontefice (forse Gregorio Magno). 

4. L'associazione di un cadavere al sepolcro. Il corteggio esce dal tempio, per 
recarsi al cimitero. La composizione è quasi identica al mira. 50 del primo orazio- 
nario de' marchesi Serra. 



( 140 ) 

revolissimo queir ufficiuolo che in oggi custodisce la Civico-Be- 
riana, per legato del benemerito march. Marchello Luigi Durazzo. 
È scritto in lettera d' oro della più perfetta forma romana , su 
pergamena tinta di porpora; colle iniziali miniale a leggiadri 
e sempre variati intrecci d' ornamenti e di figure, tra le quali 
è un Mercurio della più rara beltà e squisita finitezza. 

Contiene anch'esso il Calendario, cui rinserrano fregi allu- 
minati con putti , medaglie , aquile , sfingi e mascherelte , e 
con ai lati ugualmente i segni zodiacali e le campestri occu- 
pazioni. 

Le grandi composizioni ascendono a diciannove; e special- 
mente raffiguranno istorie di Cristo e della Vergine. Argomento 
alla prima si è la preghiera di Maria; e le succede una 
tavola tripartita , e fiancheggiata da quattro colonne d' ordine 
composito , non che dalle figure di una sibilla e d' Isaia profeta, 
con un gruppo di vaghi angioletti nella base, i quali intendono 
a sostenere uno scudo. Nello scomparto di mezzo è 1' Annun- 
ciata , negli altri si legge il titolo dell' officio. Alle Lodi vi 
ha santa Elisabetta visitata dalla Madonna, con un fregio di 
arabeschi intrecciati a medaglie, ed alcune figure le quali com- 
pongono un trofeo militare romano. A Prima si rappresenta 
il Presepe; a Terza la Circoncisione; a Sesta Y Adorazione dei 
Magi: a Nona san Giuseppe col putto in braccio, la Madonna 
e san Gioachino, con due vezzosi angioletti in alto ; a Vespro 
la fuga in Egitto; e al Completorio Gesù in mezzo a' dottori, 
colla veduta del tempio mirabilmente condotta. 

Alla Messa, e dentro a leggiadra cornice intorniata da un 
fregio con putti sur un terreno smaltato di fiori, é la Vergine 
in trono col divin Pargolo, e con ai lati i santi Girolamo ed 
Antonio di Padova ; indi un sacerdote riccamente parato , il 
quale celebra 1' augusto sagrificio alla presenza di più de voli. 
Gli ornati sono messi a sfingi e mascherette ; ed hanno al 
centro un medaglione con san Giovanni evangelista. 



( 141 ) 

Alle preghiere de' morti due figure d' uomo e di donna 
vestite a bruno e piangenti ai lati di un sepolcro , col motto 
Miser emini mei, alcune croci funeree e due teschii, ricercano 
1' animo di profonda mestizia, e vivamente richiamano 1' uomo 
alla polve. 

All' ufficio della Pentecoste vedesi espresso il Battesimo di 
Cristo; e gli è posta a rincontro la discesa dello Spirito Santo 
sovra gli apostoli. Ai salmi è Davidde , il quale verga su 
tavoletta i sensi del suo dolore ; poi lo stesso Re penitente , e 
in una medaglia il giovine pastore che seco mena in trionfo la 
testa di Golia. 

Alle litanie della Vergine vi hanno tre figure in atto di 
cantare ; e sono di una vivezza e verità , che senza prò' si 
tenterebbe ridire. 

Finalmente all' ufficio della Croce evvi da un lato la sepol- 
tura del Redentore, con fondo di paese e la veduta del Golgota; 
e dall' altro una delle Marie genuflessa ai pie' del tronco di sal- 
vazione. Circonda il primo quadro una cornice alluminata in oro, 
con leggiadri ornamenti, sormontata da una cimasa composta di 
arabeschi e teste d' angioli ; e s' imbasa sur una specie di 
paliotto a chiaroscuro , con ai lati due sfingi e nel centro un 
medaglione ( 1 ). Corona il secondo un fregietto dilicatissimo; ed 
è sorretto da mensole fiancheggiate da putti ( 2 ). 

Intorno all' autore di sì ammirabile e dilicato lavoro è que- 
stione , o meglio , assoluta oscurità. Il eh. conte Cibrario lo 
direbbe fattura del beato Angelico , se l' indole degli ornati 
non lo chiarisse d' epoca alquanto più tarda. E per vero que- 
sta è sì nettamente spiccata, che senza ambagi avvisa lo stile 
con cui si decorava in sul cadere del quattrocento ; ma quanto 



(') Vi è scritto: xpo • crvcif • hvmam • generis • lìb. 

( 2 ) Entro un disco si legge: ecce • crvcem - domini • nostri . jesv • christi • 

FVGITE • PARTES • ADVERSE. 



( 142 ) 

al merito delle miniature, cosi il prelodato Cibrario come l'e- 
gregio cav. Alizeri inchinano a ravvisarvi gradazioni diverse ; 
e quindi più d' una mano operatrice ; perocché, a senso di 
quest'ultimo, si intravvederebbe in alcune l' impronta della 
scuola toscana , ed in altre il fare della romana , con espres- 
sioni ed atti perugineschi ('). 

A me sia lecito il dipartirmi dal giudizio di que' dottissimi; 
e colla autorità dell' esimio piltore cav. Giuseppe Isola, il quale 
acconsentì gentilmente d' essermi guida nell' esame del prezioso 
volume, attribuirlo piuttosto a pennello di veneto artista. È a 
notarsi che fra tutte le figure dei devoti i quali ascoltan la messa, 
precipuamente si distingue quella togata di un senatore vene- 
ziano , decorato di stola come usavano per l' appunto que' 
magistrati; e ciò, per avventura, non poteva ragionevolmente 
cadere in pensiero ad altri fuorché ad un suddito della Regina 
dell' Adria. 

Per quello poi che è della sospettata pluralità d' artefici e 
della diversità di modi, ella é eziandio di gran peso 1' opinione 
dell'Isola, il quale ritiene che della composizione delle storie 
si debba concedere vanto ad un solo; ed ammette che 1' artista, 
chiunque egli sia, abbia potuto venirsi aiutando nella condotta 
del proprio lavoro di studi e d' opere preesistenti, donde la 
disparità delle maniere, e fatto eseguire alcuno de' quadri minori 
a' suoi discepoli, donde la gradazione dei meriti ( 2 ). 

Ma basti oramai degli officii e libri di devozione ; imperocché 
non lievi cose ci rimangono a dire degli altri codici sacri o 
profani. 



(') Cibrario, Econ. Polit., I. 476; Alizeri, Guida artistica di Genova, II. 125. 

( 2 ) In origine il volume era fasciato di velluto; ma a questo, di già consunto e lacero, 
venne di recente sostituita una copertura di marrocehino rosso. Gli corre intorno 
un lungo e spesso fregio d' argento cesellato ne' più bei giorni del secolo XVI , 
con putti , maschere e candelabri , ed è fermato da otto grosse borchie dorate in 
sugli angoli. 



( 143) 

Soleano questi riporsi in armarii di noce ; né poteano 
essere gran che numerosi, ove si voglia considerare il dispendio 
gravissimo della pergamena, lo stipendio degli ammanuensi e 
degli alluminalori, e la difficoltà somma di trovare gli esem- 
plari delle opere, che s' avea desiderio di possedere trascritte. 
Quindi é che le persone agiate, e gli stessi principi, duravano 
grandi fatiche a raccogliere venti o trenta volumi, e nella ri- 
cerca di questi consumavan la vita. 

Per dare un saggio del valore de' libri a' tempi di cui discorro, 
noto che del 1 158 un messale per la chiesa di San Pier d' A- 
rena fu pagato 3 lire (140 franchi), per bene intendere il 
qual prezzo non é inutile 1' osservare come dell' anno medesimo 
lire 481. 18. 6 di Genova si cambino con once 81 d'oro in 
Palermo (')• Nel 4 248 un esemplare dell' Instituta costò lire 
4 5 (fr. 426. 24). Nel 4 252 il Digesto vecchio si vende per 
lire 40 (fr. 249. 52); nel 4 266 il libro d'Avicenna si acquista 
per 30 lire e 2 soldi (fr. 772. 54); nel 4 307 un Breviario 
si paga lire 7 (fr. 201. 44); e nel 4 310 i genovesi, ch'erano 
a studio in Bologna, fanno collettivamente la compera di un 
Inforziate membranaceo al prezzo di lire 4 5 '/ 2 (fr. 446. 04). 
Nel 4 433 un inessale scritto in pergamena e legato in cuoio 
si paga 48 ducati d' oro (fr. 4 032. 76); un altro é venduto 
dieci anni dopo al monastero del Boschetto per lire 77 (fran- 
chi 799. 40); ed un terzo si acquista il 1444 per lire 80 
(fr. 8I9. 53) dalla Commenda di Prò. Un volume della Bibbia 
pel convento della Misericordia di Taggia si paga ancora du- 
cati 20 (fr. 430. 32) nel 1469 ( 2 ). 



(') Fol. Not. i. 9. 

( 2 ) Fol. Not-, Manuale Barth. de Lupotis , ed altri mss. Nella Statistica delle 
Biblioteche del Regno d' Italia (Firenze, 1865, pag. xxi), si legge a proposito 
del valore de 1 codici innanzi l'invenzione della stampa, questa riflessione, la quale 
parmi che dalle cifre suaddotle riceva ampia conferma: « Si computa che il prezzo 
medio di un volume fosse di 580 lire; onde una collezione di 500 volumi dovea 



( 144 ) 

Correndo il 1 235 Ugo Fieschi dà in pegno del bando , o 
come oggi diremmo, a (itolo di deposito, in una causa ver- 
tente tra i Fieschi ed il comune d' Albcnga, le Decretali, un 
volume del Codice, V Inforziate , con tre libri del Codice, e 
l' Instituta ('). Neil' inventaro de' beni di Giacomo di Langasco 
giureconsulto (11 maggio 1239), si notano i libri seguenti: 
l' Instituta, Y Autentico , tre libri del Codice, il Digesto nuovo 
e il Digesto vecchio, Y Inforziate, il Decreto, la Brocarda, 
ossia Brocardica d' Azone de' Ramenghi ( 2 ) , i Casi legali di 
Guglielmo da Cavriano, la Somma del Piacentino, quella 
d' Azone predetto ed il Codice ( 3 ). Ma questa piccola biblioteca 
legale, osserva il eh. P. Spotorno, sarà tenuta come un tesoro, 
quando si consideri che l'anno stesso (12 luglio 1239) Gio- 
vanni economo del Palazzo Arcivescovile costituisce Simone 
de' Bandoni da Vercelli suo procuratore, al solo scopo di rice- 
vere un libro dei Decreti da Mainardo primicerio della nostra 
Cattedrale ( 4 ) 

Nel 1253 la chiesa di santa Maria di Castello possedeva un 
libro del vecchio Testamento ed uno di profezie, un terzo per 
la Quaresima ed un Altro appellato di Cananea ; due omeliarii, 
un passionale, sei antifonarii, quattro messali, un evangeliario, 
due epistolarii , due libri dell' Ordine ed uno intitolato Sum- 
mum Bonum, un commento a Giobbe e tre volumi di glosse 
alla Bibbia, tre pastorali, un saltero scompleto, due quaderni 
d' evangelii, un orazionario, il libro della Genesi e la leggenda 
di san Leonardo. Ai quali più tardi (sec. xv) s' aggiunsero 
un messale votivo, due graduali per tutto l'anno, un libro di 



costare circa trecento mila lire; e fa meraviglia come sempiici privati abbiano po- 
tuto mettere insieme sì numerose raccolte ». 
(>) Fol. Not., i. 330. 

( 2 ) Trattato di questioni in materia difficile e dubbia. 

( 3 ) Fot. Not., i. 114. 

( 4 ) Id. i. 231. Spotorno, Storia Letteraria della Liguria, i. 310. 



( 145 ) 

canto collo segrete ed i prefazii, un martirologio, le glosse al 
saltero, le opere di san Bernardo, le Morali di san Gregorio, 
ed altri parecchi ('). 

Ma non tutte le collegiate, i conventi e le pievi, benché 
dovessero , secondo i canoni e le antichissime consuetudini , 
mantenere una scuola ad uso de' cherici , poteano vantare tanta 
dovizia di libri. Nel 4272 la pieve di Voltri annoverava due 
anti fonarti , due messali, due passionali, un breviario, un 
saltero e il libro de\Y Ordine ( 2 ). Nel 4 365 maestro 3Tanuele 
da Lagneto, fisico, dichiara avere a prestanza dal convento di 
san Domenico di Genova cinque volumi coperti di cuoio e 
fermati a catena nell' armario de' libri di quel convento , a 
cui promette restituirli tosto che gliene sarà fatta richiesta. 
Conteneva il primo tutti i Problemi d' Aristotile ; racchiu- 
deva il secondo i Commenti di Pietro d' Abano sovra quel- 
1' opera; leggeasi nel terzo il Commento sul libro degli Ani- 
mali pure dello Stagirita ; eran nel quarto quelli d' Alberto 
Magno sui libri delle piante, de' minerali, della natura del 
luogo, del moto processivo , de' moti degli animali; e serba- 
vansi uniti nel quinto i Commenti dello stesso Alberto sui 
trattati dell' anima, del senso e sensato, della memoria e remi- 



ci Vigna, U ant'ea Collegiata di Castello, i. 184, 233, 243, 263, 270. 

( 2 ) Muzio, Pieve di. Santa Maria di Voltri, ms. della Civico-Beriana. 
Nel 1274 la chiesa di santo Ambrogio di Genova possedeva i codici seguenti: 
il vecchio e nuovo Testamento, partiti in due volumi ; passionarium, salmonarium, 
umili ar ium , salmonarium unum de quadragesima , antifonarium nocturnum , 
breviarium unum nocturnum, duo antifonaria diurna, avangelistarium, episto- 
larium, duo psalteria, missarium unum magnum, duo missaria parva , manua- 
rium unum, quemdam librum florum evangeliorum de littera antiqua, quaternos 
odo, tres videlicet prò officio sancti Ambrosii, unum a sequenciis et alium a 
mortuis, et alium de passionibus, et duos annuarios, cartinam unam a quadra- 
gesima, quamdam scripturam statutorum sive ordinamentorum diete ecclesie 
scriptum manu Jacobi yscmbardi m • ce • nono decimo, die nono iulii, ilem 
regislrum instrumentorum terrarum et possessionum diete ecclesie (Notulario di 
Stefano di Corrado da Lavagna, car. 23). 

io 



( 146 ) 

niscenza, dell' intelletto ed intelligibile , della morte e della 
vita, dello .sonno e della veglia , della spirazione e respira- 
zione , dell' origine dell' anima, delle età, del cielo e del 
mondo ('). 

Nel 1480 infine, e così buon tratto ancora dopo l'inven- 
zione della stampa, la cattedrale di Ventimiglia possedeva non 
più che due volumi del vecchio e nuovo Testamento, un Pon- 
tificale e quattro messali , un graduale, un evangeliario ed un 
epistolario, tre salteri, un breviario ed un antifonario, un 
libro di sermoni ed un codice delle vite de' santi, nel quale 
vuole forse riconoscersi il celebre Martirologio del secolo x, 
che di presente possedè la Civico-Beriana ( 2 ). E nel 4 497 il 
monastero dei santi Giacomo e Filippo dell' Acquasola, enume- 
rava : una Bibbia , un saltero miniato , un processionale , un 
breviario, sette antifonarii, un evangelistario, un epistolario, 
tre lezionarii, due leggendarii delle vite de' santi, un terzo 
di quelle dei Santi Padri , ed un quarto contenente la storia 
degli apostoli titolari del monastero medesimo, sei graduali, 
due messali membranacei ed uno cartaceo, un omeliario, due 
libri di rubriche , uno de' quali specialmente notevole perchè 
scritto in volgare, un libro di sequenze ed uno di canto, un 
calendario, e finalmente cinque altri codici designati colla sem- 
plice o troppo generica indicazione di libro di carta, libro 
legato di cuoio, libro piccolo, celestario e liber unus apapiri 
plurium nationum ( 3 ) 

Neil' inventaro dei beni d' Jacopo di Piazzalunga notaio , 
redatto il 1275, si notano cinque volumi di romanzi, de' quali 
tre sono scritti de intera minuta ( i ). E s' inlenda romanzi di 



(') Muzio , L' ordine dei Predicatori, ms. della Civico-Beriana. 

( 2 ) Rossi, Storia di Dolceacqua, p. 101. 

( 3 ) Muzio, Apparalo dell' istoria dei monasteri dell' ordine di san Domenico, 
nis. della Civico-Beriana. 

( 4 j Protocollo del notaio Vivaldo Della Porta. 



( H7 ) 
cavalleria ; de' quali vuoisi considerare come prototipo la Cro- 
naca di Turpino. Fra quelli che aveano maggior fama in tale 
età, si contavano il romanzo del re Artù od Arturo, che nel 
sesto secolo valorosamente pugnò contro i sassoni ; la storia di 
Giuseppe d' Arimatea (sec. xn) e quella di Merlino l' incanta- 
tore scritta avanti il 1 1 50 ; il Bruto d' Inghilterra, che fu il 
primo romanzo in versi francesi e venne compiuto da Eustazio 
Wistaccio nel 1151; il San Graal o La Tavola ri tonda, che 
ha per autore Filippo conte di Fiandra, morto nel 1191, e fu 
recato in poesia francese da Cristiano di Troyes ; il quale voltò 
eziandio in que' metri la storia delle imprese di Lancilotto del 
Lago , nudrito dalla fata Viviana e innamorato della regina 
Giovanna ('). 

Nello stesso anno 1275 il cardinale Ottobuono Fieschi dispo- 
neva nel suo testamento de' proprii codici: legava alla chiesa del 
Salvatore in Lavagna una Bibbia postillata, e 1' Ordinario dei 
vescovi e delle altre gerarchie; al monastero di sant' Eustachio 
di Chiavari breviarium mugnum notatimi ad imaginem beate 
virginis cum tiburio argenteo ; a Percivalle Fiesco suo fratello 
una Bibbia chiosata in un volume , che aveva appartenuto a 
maestro Alberto notaio, e che dovea sempre rimanere in pos- 
sesso de' Conti di Lavagna , secondo lo stesso Alberto aveva 
disposto ; ad Albertino suo nipote una Bibbia con brevi note 
(cum glossis parvulis), che già era stata di papa Innocenzo IV, 
e le Decretali coli' Apparato di esso Pontefice, cui ne era pure 
appartenuto il volume, il quale pertanto può credersi fosse 
1' originale dell' opera; ai canonici di santo Adriano di Trigoso, 
infine, lasciava 1' uso, ed ai Fieschi patroni la proprietà, dello 

0) Nella Biblioteca del march. Marcello Durazzo si custodiscono in codici miniali 
del secolo xiv due copie dell' opera di frate Guglielmo Dequilleville : Le roman 
des trois pelerinages , saroir : le premier de V homme durant qu'il est en vie , 
le second de l'àme séparée du corps, et le troisiewe de Notre Seigneur J C. 
en forme de monatasseron. 



( 148 ) 

intero Corpo del (jhih civile, la Somma di Azono, il Decreto 
coli' Apparato di Giovanni, le Decretali coli' Apparato di 
Bernardo, la Somma d' Uguccione sopra il Decreto, quella di 
Gotlofredo e tutti gli altri libri che possedeva di teologia , 
dialettica, fisica e grammatica ('). 

« Poteva il cardinale Fieschi come ricchissimo, giustamente 
soggiunge lo Spotorno, raccogliere i libri accennati; ad ogni 
altro sarebbe stalo troppo difficile ( 2 ) ». La cura poi che il 
testatore metteva a disporne è una prova novella della grande 
stima in cui siffatti codici doveano essere tenuti. 

Ma per ciò appunto farà sempre meravigliare anche ogni 
più mezzano conoscitore , la rara biblioteca che possedeva 
a' suoi giorni Bartolommeo di Jacopo genovese ( 3 ). Eccone la 
nota , quale io la desumo dall' inventaro de' beni ad esso 
appartenenti, sotto la data del 12 gennaio 1390. 

Il Timeo di Platone, i libri dell'Etica, della Retorica e 
della Politica d' Aristotile , e della prima inoltre due esem- 
plari (*); Macrobio , Policrate , tre Deche di Tito Livio, le 
opere di Plinio , e in separato codice gli elogii de viris illu- 
slribus ; quindi 1' Eneide di Virgilio, e in altro volume raccolti 



(') Federici, Famiglia Fiesca, p. 129. 

( 2 ) Spotorno, Star. Lett. i. 312. 

( 3 ) Un documento riguardante questo leggisla si trova nel Cartolario della Mas- 
seria del Comune di Genova ( fol. 27), sotto la data del 26 gennaio 1364. Ivi si 
legge: Bartolomeus de Jacopo... prò integra solucione et satisfacione expensa- 
rum per eum factarum in itinere per eum facto ad partes Provincie in avi- 
nione in nemausii et montepessulano , ad instanciam quorumdam mercatorum 
civitatis ianue, prò tractando concordiam eum provincialibus occasione marcha- 
rum seti reprehensadarum concessarum contra ianuenses quibusdam provincia- 
libus montispesulani per dominum regem franchorum. Librae cclxii. sol. x. 

( 4 ) Torna opportuno il notare che nella età di mezzo la filosofia fu specialmente 
studiata sulle opere d' Aristotile, il cui Organum tradotto da Boezio non ripugnava 
alla cattolica fede. Nel secolo xiv però cominciossi a studiare colla aristotelica la 
filosofia platonica ; e nel successivo , per opera di Marsilio Ficino e degli altri 
letterati protetti dai Medici, Platone riportò sullo Stagirita un trionfo quasi compiuto. 



{ 149 ) 

tutti gli scritti dello insigne mantovano ; i versi u" Orazio, e di 
questi un secondo esemplare commentato ; le opere d' Ovidio, 
e in altro codice le sole lettere ; Lucano, poi Cicerone de officiis, 
de amicitia , la Retorica e le Filippiche ; Apuleio , Esopo , 
Donato , le opere di Quintiliano , ed in apposito codice le 
Declamazioni allo stesso attribuite ; novella prova che se il 
codice del monastero di san Gallo, rinvenuto nel 4 414 dal 
famoso Poggio Bracciolino, ha potuto valere a produrre in 
piena luce gli scritti di quel retore romano, questi non erano 
però sconosciuti a' letterati de' secoli precedenti. Leonardo Are- 
lino, infatti, mentre levava a cielo la scoperta di Poggio, di- 
chiarava eh' egli aveva da lungo ammirata e letta la metà delle 
lnstituzioni Oratorie. Vengono poi nel catalogo le scritture 
di Solino, di Seneca, e di quest'ultimo separatamente le Tra- 
gedie ; due esemplari di Valerio Massimo ; Servio , Svetonio , 
Vegezio , Anneo Floro e Plauto ; sant' Isidoro delle etimologie 
e delle differenze ; Prospero d' Aquitania, e la Retorica d' E- 
gidio ; lo stesso del regime de' principi e del governo dei re ; 
un volume di Cronache mantovane ; Dante la Monarchia e le 
opere; indi la Commedia e le glosse alla stessa; poscia il 
Decreto di Graziano, le Decretali, il Sesto ed il Trattalo 
dell' Arcidiacono (Guidone de Baysio) sovra quel libro ; le 
opere di papa Innocenzo IV, cioè gli Apparati sulle Decretali 
ed il Trattato delle eccezioni; il Digesto vecchio, il Digesto 
nuovo e 1' Inforziato; tre esemplari del Codice, la Lettura di 
Cino da Pistoia e quella di Butrigario ; il Volume , i Casi 
delle Decretali , V Instituta ; Dino delle regole del diritto , ed 
un Vocabolario giuridico ( Vocabulistarium iuris ) ; la Somma 
delle Decretali, quella d' Azone de' Bamenghi, due copie del- 
l' altra d' Egidio , o meglio il Trattato di costui su quella 
d' Azone predetto; la Lettura dell' Abate , Ossian note alla 
Somma del medesimo Azone, e le opere di Pietro Caprario; 
un grosso volume della Ribbia , e la stessa in piccolo codice 



( 180 ) 
trascritta; le Concordanze di questa, e quelle degli Evangclii ; 
le Epistole di san Paolo e due esemplari di quelle di san 
Girolamo; Giuseppe Flavio le antichità giudaiche ( t ); Boezio, 
de Consolatone Philosophiae ; sant'Agostino le Confessioni, 
la Citta di Dio , e tre volumi di trattati sopra la Genesi ed 
altri sacri libri; quindi varie opere del santo Vescovo d" Ippona 
e del massimo dottore san Girolamo in un solo codice unite ; 
Orosio, le Morali di san Gregorio, una Storia ecclesiastica 
ed una Storia scolastica, il Maestro delle sentenze e gli scritti 
di san Tommaso d' Aquino sulla filosofia morale ; il libro de 
■ignorantia , un salterò , ed un saltero con glosse. In tutto 
novantasei volumi : divizia tale onde avrebbe superbito non un 
privato , sibbene un principe ! Ma l' inventare prosegue ancora, 
e registra una carta da navigare, ossia un atlante idrografico, 
ed un martilogio ( 2 ). Di una ca.rta marittima con certe scrit- 
ture, cssiano dichiarazioni e leggende a mo' di quelle che veg- 
gonsi nella Carla catalana del 1375 e nell' altra di Andrea 
Benincasa del 1476, è pur memoria fra gli oggetti sequestrali 
al ribelle Gaspare Coccalosso nel 1395; e dicesi poi venduta ad 
un Pietro di Egidio, pel prezzo di una lira (fr. t3. 32) ( 3 ) ; e 
sotto il 1 456 trovo notata eziandio papam (vnapam) mundi unam, 
e cartam unam longobardie (*). Ma quanto al martilogio è oppor- 
tuno osservare col eh. cav. Desimoni, che questo inventaro è 
forse 1' alto più antico nel quale si faccia parola di tale stru- 
mento importantissimo alla navigazione ( 5 ). 

Noto in ultimo, che del 1393 si registrano come spettanti 
a Francesco arcivescovo scismatico di Torres, morto a Genova 

(') Un codice del secolo xiv, membranaceo in foglio, colle iniziali colorale, se 
ne custodisce al presente nella Biblioteca del march. Marcello Durazzo. 
( 2 ) Notutario di Oberto Foglietta seniore, car. 144. 
( s ) Foglietta, car. 238. 

( 4 ) Manuale di noie per l'indulgenza di Caffo, (Archivio di san Giorgio). 

( 5 ) Belgrano, Rendiconto dei lavori fatti dalla Società Ligure di Storia Patria 
pei triennio I862-I8G4: p. 108, 118. 



( 151 ) 

neh" ospedale di san Benedetto a Fassolo , un libro appellato 
Flos sanctorum, un Pontificale, un codice cartaceo di sermoni 
scritti in lingua saracena , ed un libro intitolato Giovannino, , 
esteso in idioma parigino ( ( ) ; e ricordo che del 1405 si danno 
a Franca, vedova del già mentovato giurisperito Matteo de 
Illionibus , come parte dovutale della pingue eredità del ma- 
rito, il Digesto vecchio , il nuovo e 1' Inforziate ; il Codice , 
due esemplari delle Decretali, il Sesto e 1' Apparato sul Sesto, 
Bartolo sopra il Digesto nuovo e sulV Infornato , la Somma 
di Gotlofredo , Jacopo , Dino e Butrigario. Questi quattordici 
volumi si valutano a giudizio di periti lire 166 di genovini; 
ciò che torna in lire 2120. 36 della odierna moneta. E qui 
mi arresto per non entrare a dire delle vere librerie, onde 
Genova non ebbe mai difetto ; giacché queste vogliono trovare 
acconcio luogo in apposita Memoria, per cui di già raccolsi ele- 
menti in buon dato, e che avrà per titolo Scienze e Lettere ( 2 ). 
A Genova i copisti de' manoscritti si antichi come moderni, 
i venditori di libri ed i cariai, costituivano una classe o cor- 
porazione assai numerosa ; e tra gli atti del cancelliere Giorgio 
de Via ( 3 ) leggevansi gli statuti particolari a queir arli. Per 

(') Fot. Noi., voi. e par. n, car 144. 

( 2 ) Non posso però difendermi dal produrre la nota dei libri, che i genovesi tro- 
varono nel 1435 sulla flotta aragonese. Eccoli, come veggonsi accennati nel Registro 
Galearum introitus et exitus per tale anno, serbato nell' Archivio di san Giorgio : 
Liber unus innovimi, liber unus gradualis in canta , liber alter gradualis in 
cantu, liber unus oracionalium, codegus ( codex ) unus talis qaalis , liber adi- 
cionum clecretalium, liber unus medicinalium in apapiro medium in volgari 
(mezzo in volgare) , liber decrelalium, liber allei' decretalium, liber sextì boni- 
facii, liber clementine, liber unus lecture supra decretalibus , liber lecture do- 
mini innocentii supra decretalibus , liber lecture in apapiro , liber lecture se- 
quentis predictum in apapiro , libcrculus unus parvus in apapiro , biblia una 
completa, missale unum, liber moralium in lingua catalana, graduale unum , 
missale unum, missale unum in canta. 

( 3 ) Cioè fra il 1431 e il 145o. V. Pandecta antiquorum folialiorum ecc., Del- 
l' Archivio di Governo. 

Al num. 3 del fogliazzo d'Alti de' Padri del Comune dal 1481 al 1489, si legge 



( 152 ) 

la qual cosa, quando Matteo Moravo e Michele da Monaco (1474) 
introdussero la prima volta fra noi V arte della Tipografia , 
ed il Moravo prese a stamparvi il Supplemento di Nicolò da 
Osimo alla Somma Pisanella (■), quella consorteria supplicò 
il Senato affinchè discacciasse i novatori ; ed ottenuto ancora un 
breve trionfo sul trovato di Guttemberg, affrettassi a rivedere 
i proprii capitoli, e quelli riordinati su basi più consentanee ai 
nuovi tempi , ne riportò dalla Repubblica 1' approvazione cor- 
rendo il 4 481 ( 2 ). 

Da un codice della nostra Biblioteca Universitaria ho notizia 
di uno scrittore, miniatore e legatore cognominato de Varisio, 
il quale viveva nel secolo xm e lenea bottega nel vico del 
Filo ; e da un registro della gabella delle succesioni ricavo 
che del 4 420 morì a Genova maestro Donato da Cuma, scrit- 
tore anch' esso di libri ( 3 ). Lo storico Gerolamo Serra cita 
come esistente nella privata sua Biblioteca una traduzione la- 
tina delle lettere attribuite a Falari tiranno d' Agrigento, rico- 
piata da Antonio di Bozzolo (*), sotto-cancelliere della Repub- 
blica nel 4 465; e nella ricchissima e sceltissima libreria del 
marchese Marcello Durazzo si custodiscono la Cronaca Eusebiana 



il nome di Francesco de' Monaldi, consul scriptorum librorum pel 1 486 (Archivio 
Civico). 

(*) Un esemplare di quest' opera colle iniziali colorate esiste nella Biblioteca 
Durazzo. È in foglio e porta la data di Genova 1475. 

Mattia Moravo riparò in Napoli, e vi stampava ancora nel 1490 un'opera del 
Pontano, di cui si conserva pure un esemplare nella citata Biblioteca. 

( 2 ) Pandecta citata. È questa la più recente memoria eh' io ni' abbia trovala 
dell'arte degli ammanuensi. Nel 1480 Giovanni Cavallo, ricalcale le orme del Moravo 
e del Monaco, avea stampato in Genova la Glossa d' Annio da Viterbo sull'Apo- 
calissi ; poi vennero altri , e contro 1' utilità dell' invenzione mal resse lo spirito 
di casta e fecero cattiva prova i decreti ufficiali. 

( 3 ) Gabella defunctorum restantium, an. 1430, nell'Archivio di san Giorgio. 

( 4 ) Erroneamente il Serra {Discorso IV) l'appella Btigollo. Vidi io nella stessa 
Biblioteca una Bibbia membranacea in foglio del secolo xm , e probabilmente del 
1262, assai ben conservata e ricca di moltissime miniature alluminate d'oro. 



( 153 ) 
fatta scrivere nel 1399 in Firenze da Pileo De Marini , poscia 
arcivescovo di Genova ('); un codice di Giustino appartenuto 
in origine a Luca Interiano e quindi passato al Duca de la 
Valiere; le Commedie di Terenzio scritte nel 1441 da Barto- 
lommeo Della Torre; un Quinto Curzio compito nei 1445 dal 
notaro Nicolò di Loggia a spese d' Antonio Grillo, uomo assai 
benemerito delle lettere , ma sconosciuto allo Spotorno ; la 
Divina Commedia illustrata coi commenti di Benedetto nel 
1408 e scritta da Bonifazio degli Avvocati nel 1454 (*); e 
l'opera di Giambattista Perignano, inedita finora, ma assai 
pregiata, la quale è indirizzata a Domenico D'Oria ( 3 ) primo 
signore d'Oneglia e capitano deL Sacro Palazzo in Boma sotto 
papa Innocenzo Vili, ed ha per argomento le guerre de' genovesi 
contro Venezia, e i D'Oria che nelle medesime si resero illustri. 

I codici sovra citati hanno tutti le iniziali messe a colori 
ed oro; alcuni sono adorni eziandio con leggiadri arabeschi, 
ed altri abbondano di pregevoli miniature ( 4 ). 

Bartolorameo da Novara , il cui Manuale già mi occorse di 
ricordare parlando de' libri di devozione , era non solo minia- 
tore, ma legatore, preparatore ed ammanuense. Bamenta egli 
infatti di avere fra gli altri libri replicatamente scritte le opere 
di Virgilio e d' Ovidio, le favole esopiane e la Grammatica di 
Donato , con frontispizi bene spesso alluminati , non che un 
volume di Tragedie col fregio dorato e più lettere colorite per 
Nicolò da Campofregoso ; di aver miniata per lo stesso una 

0) Nel primo foglio vedesi colorito Io stemma di quel prelato. 

( 2 ) Un codice della Commedia scritto nel 1336 ad istanza del pavese Beccano 
de' Beccaria podestà di Genova, vedevasi all'Esposizione Dantesca in Firenze nel 
maggio del 1865 (V. Cantò, Relazione all' Istituto Lombardo di scienze e let- 
tere sul sesto centenario di Dante). 

( 3 ) Chiamavasi comunemente il Capitano Domenicaccio. 

( 4 ) Vedasi per queste e per le altre infinite preziosità custodite nella Libreria 
Durazzo il Catalogo della Biblioteca di un amatore bibliofilo, impresso senza data 
e colla indicazione d' Italia. 



( 154 ) 

scrittura di cui tace il titolo, e por altri un volume pur di 
Tragedie ; eseguite tre copie del Dottrinale, tre degli scritti di 
Prospero d' Aquitania, e averne adorni parecchi esemplari ; 
alluminale oltre dugento capitali in un Plauto, trascritto un 
Calendario e coloritovi in fronte lo stemma dei D' Oria; legali 
due libri per ordine di Stangalino camerlingo di Tommaso da 
Campofregoso ; Squadernali breviarii , messali ed una copia 
delle rubriche del Battesimo. Nelle quali svariate operazioni 
dell' arte sua, ma specialmente al miniare, aveva egli aiutatori 
Pietro da Bergamo, Antonio di Maddalena, frate Giovanni An- 
tonio Biccio, Antonio di Rimazorio e Giovanni da Montcncro ('). 

Ma valentissimo Dell' arte dello alluminare fu sopra ogni 
altro a' suoi tempi un genovese di casa Cibo, conosciuto sotto 
il nome di Monge o Monaco dell' isole d' oro , ossia d' Jeres. 
Fiori costui fra il cadere del secolo xiv e i primi albori del 
successivo ( 2 ) ; e fu ad un tempo eccellente nella pittura e in 
ogni sorta di lettere, non escluso il trovare de' provenzali, nella 
cui lingua compose un volume di rime , che intitolò ad Elisa 
del Balzo contessa di Avellino. Resosi monaco a sant' Onorato 
Lerinense, e fatto bibliotecario di quel convento, il quale, per 
V egregia liberalità de' Conti di Provenza e d' altri personaggi 
cospicui, vantava una libreria eh' era in fama di non aver pari 
in Europa , egli ne fu il più solerte ristauratore. 

Soleva il Cibo ritirarsi ogni anno al. romitaggio che il suo 
monistero teneva ad Jeres ; ed ivi col trascorrere della mite 
stagione applicava l' ingegno versatile a ricercare e studiare gli 
animaletti e gli uccelli , che vi erano di (ante specie sì diffe- 
renti da quelli di qua dal mare. Traducea poi siffatti studi e 
quelli di marine e di paesi, ond' era pure vaghissimo , in dili- 
genti pitture; e di queste lasciò in morte una raccolta infinita ; 



(■) Manuale Bartholomci de Lupolis de Novaiia. MS. 
( 2 i Morì a sant' Onoralo di Lcrino^ volgendo il 1408. 






( 155 ) 

dove era tutto si bene espresso, e contraffatto al vivo, che 
1' occhio dell' uomo giudicato avrebbe queir artificio non altro 
essere con la realtà che una medesima cosa. 

Avendo poi scoperto nell' anzidetta Bibliotoca un singolare 
manoscritto, nel quale si contenevano le insegne e le notizie 
delle precipue famiglie d' Aragona, di Provenza e d' Italia, cui 
Alfonso II avea falle adunare da un monaco nominato Ermen- 
lere, insieme alle poesie de' migliori fra' menestrieri della Pro- 
venza , con un compendio della lor vita , il Cibo si mise 
all' opera di purgarne il testo ; e quello ricopiato su pergamena 
bellissima , con perfetlo magistero e varietà di caratteri e di 
colori e disegni ornatolo, con ricchezza e leggiadria non prima 
vedute, mandò a presentare il volume a Luigi II re di Sicilia. 
Di che la sua Corte rimase grandemente ammirata ; e più genti- 
luomini ottennero dal loro signore la grazia di far copiare quel 
libro nella stessa sua forma, e coi medesimi fregi. Forse del 
volume originale oggi si pregia la Biblioteca del Vaticano; ma 
è probabile che le copie eleganti diffuse in Napoli, nella Sicilia 
e in tutto il resto d' Italia, siano le medesime che vennero 
sopra quello esemplate. 

Compose inoltre il Cibo un nuovo libro , nel quale narrò i 
fatti e le vittorie degli Aragonesi conti di Provenza, scrisse 
ugualmente un ufficinolo della Madonna ; e di entrambi i co- 
dici arricchiti di miniature fé' presente a Giolanda, che fu poi 
madre del re Renato (')• 

Infine la Cronaca del Convento della Misericordia di Taggia 
ha memoria di frate Marco da Briga ( 1508), che fu ottimo 

(') Nostradamus, Vile de' poeti provenzali, p. 248 ; Fgrrario, Storia ed ana- 
lisi degli antichi romanzi di cavalleria, i. 233; Spotorno, Stor. Leti. II. 214. 
Due secoli appresso fu grande imitatore degli sludi del Cibo Giambattista Castello, 
detto il Bergamasco , dalla città dove nacque, ma venuto a Genova sino da' più 
teneri anni. I possessori delle opere di lui custodivano come gioielli; e tanta fu 
la sua fama, che Filippo II chiamatolo in Ispagna, gli commise di miniare i sacri 
libri dell' Escuriale, e gliene diede larghissima ricompensa. 



( 156 ) 

sacerdote ed insigne scrittore dei libri corali di quella chiesa; 
i quali rubati poscia dai turchi (1564), vennero ricuperati dai 
padri predicatori di Tolone (')• 

Ma io non potrei augurarmi più degna chiusa all' argomento, 
di quella che ho in pronto, colla notizia di un Commento di 
Nicolò de Lira sulla Bibbia, il quale si custodisce all' Ambro- 
siana in Milano, e vuole annoverarsi fra' migliori ornamenti di 
quello Instituto. Appartenne al cardinale Federigo da Campo- 
fregoso, che giovanissimo ancora fu arcivescovo di Salerno, ed 
ebbe meritata fama di liberalità principesca; che indefesso rac- 
coglitore di codici , molti ne adunò di gran prezzo , e dello 
studio de' santi libri assai si piacque, specialmente nella solitu- 
dine di san Benigno a Dijon, di che Francesco I conferta avcagli 
1' abbadia. 

È un volume in pergamena del più gran formato, scritto a 
due colonne, in caratteri semigotici; tutto asperso di minii nelle 
capitali, ed improntato di figure e simboli nelle intestazioni poste 
al principio de' Commenti, di mano in mano che succedonsi i 
varii libri delle Sante Scritture ( 2 ). Tre carte poi sono di una 
bellezza più singolare che rara. La prima, contenente il Prologo, 
è tutta circondata da vasi di fióri e frutti, cornucopie e ghir- 
lande, e reca fra le iniziali del possessore ( 3 ) lo stemma de' 
Campofregoso cui soverchia la corona ducale , ed un compasso 
a cui s' intreccia il motto Per non fallir. A pie delle insegne, 
ed in atto di camminare, è un quadrupede il quale arieggia il 
volpe, col capo ritto e l'orecchio teso, come chi nutre presen- 
timento di cosa che ancor non vegga. Né vi ha dubbio che l'al- 
legoria si riferisce allo accorgimento della famiglia, non disgiunto 

(') Calvus, Chronica Convenlus S. M. Misericordiarum Tubine, ms. della Civico- 
Beriana. 

( 2 ) Al Genesi , per es. , vedonsi dipinti gli arredi sacerdolali dell' ebraica reli- 
gione. 

( 3 ) Cioè : F dal Iato sinistro, e C. F. dal destro. 



( 187 ) 
invero da quello particolare di chi commise tant' opera; concios- 
siachè Federigo seppe all' uopo valentemente combattere in prò 
del fratello Ottaviano contro a' Fieschi e gli Adorni. 

Il secondo foglio è ugualmente fregiato di festoni e di fiori ; 
e vi si raffigura in sei compartimenti la Creazione del mondo, 
con a' pie' dell' Eterno alcune macchiette esprimenti 1' Asia e 
V Europa; quindi una pleiade d'adoratori, papi, patriarchi, ve- 
scovi e cherici , nei quali forse sì adombrano gì' innumerevoli 
commentatori delle sagre carte; ed ai lati centauri, sirene, du- 
roni e simili, anch' essi inchinati, come a dimostrare l'inci- 
vilimento che dalla Bibbia proviene. 

Il terzo nondimeno è ancora più notevole; e rappresenta il 
passaggio dell' Eritreo; a sinistra gli ebrei in salvo, a destra gli 
egizii che entrano con tripudio nelle acque, e vi si affogano. 

Ma col volume l'opera non si termina; anzi nemmeno questo 
codice può dirsi compiuto, se si guarda agli ultimi fogli in cui si 
vedono schizzi e disegni alluminati in parte soltanto; onde è me- 
stieri supporla interrotta. 

A quale poi fra tanti eccellenti artisti del secolo XVI si abbia 
a dar lode di si squisito lavoro, non apparisce dal monumento. 
A me basti l'averlo descritto, e soggiungere che papa Giulio II 
fatta miniare in sette volumi una Bibbia colle esposizioni di Ni- 
colò de Lira da un maestro Vincenzo, che forse fu Vincenzo da 
San Gimignano più compagno che discepolo a Raffaello d' Urbino, 
mandolla in dono ad Emanuele di Portogallo, in ricompensa del 
primo oro dell' Indie offertogli da quel Re ('). Vorrano ora gli 
intelligenti riconoscere la mano dello stesso artista nella Bibbia 
del Fregoso, amico e parente di quel Pontefice? ( 2 ). 

(') Cibrario , Econ. Polit. I. 485. 

( 2 ) Materia a proseguire 1' impreso ragionamento offrirebbero i libri miniati ad 
uso de' monasteri e delle chiese; ma questi non fanno parte del proposito nostro. 
Siaci nondimento permesso il far memoria d'alcuni, e primamente di quegli anlifonarii 
che ora possiede la Civica Biblioteca. Spettarono agli Olivetani di Final Pia, e furono 



( 198 < 
II 

Diciamo ora di ciò che meglio o più comunemente si piaces- 
sero i palali de' nostri vecchi. 

Due pasti facevano essi, il pranzo e la cena. Carni di bue, di 
cinghiali , caprioli , montoni , agnelli e castrati di Corsica e di 

miniali da BartolommeoNeroni, detto il Riccio, architetto insieme e dipintore, il più 
che si acquistasse fama di valoroso tra gli scolari del Sodoma. 

Gli eruditi commentatori del Vasari ( Vite, XI.) non conoscono del Riccio opera 
più antica delle pitture da lui condotte, volgendo il 1534, nella Collegiata d'Asciano, 
nò saprebbono decidere s'egli abbia a dirsi fiorentino o sanesc. Ma l'epigrafe che 
si legge in fronte al primo de' nostri antifonari!' , ci dà a conoscere che il lavoro 
dei medesimi precede di due anni le pitture anzidette, anzi di tre se si guardi alla 
miniatura della gloria de' santi ove è scritto il 1531 ; e che il Neroni è fuor di 
contrasto sanese. L'epigrafe dice: f. adf.odatvs de mocoetia scripsit. r. pater 

ANGELVS ALMNGANENSIS GENERAMS ABDAS TACERE FECIT ANNO DOMINI MDXXXIJ. MAGISTER 
BARTIIOLOMEVS DICTVS RIXVS SENENSIS MINIAVIT. 

Dei dodici volumi però onde consta la collezione , quattro soltanto hanno opere 
del Neroni, nò tutte sono finite. Eccone un breve cenno. 

Voi. i. I ritratti dell'Abate, dello scrittole Àngiolo d' Albenga e del Riccio, in 
più che mezza figura. Quest' ultimo è rappresentato assai giovane , con lunga e 
bionda capigliatura. 

Seguono cinque storie, cioè : La gloria della R. Vergine, l'Annunciazione, la Visita 
a Santa Elisabetta, la nascita della Madonna, e alcuni santi in atto di venerarla. 

Voi. ir. L'Annunciata, il Presepio e l'Adorazione dei Magi. 

Voi. ni. La Risurrezione di Cristo, 1' Ascensione, la discesa dello Spirito Santo, 
e Gesù che tiene colla sinistra la croce , mentre dal costato gli spiccia il sangue. 

Voi. iv. Il martirio dell'apostolo sant'Andrea, san Benedetto tentato dal De- 
monio, e lo stesso patriarca nella solitudine; 1' Annunciazione della Beata Vergine, 
1' Arcangelo Michele, la nascila del Precursore, gli Apostoli Pietro e Paolo, la Vi- 
sitazione; la Madonna della Neve, la Trasfigurazione, il Martirio di San Lorenzo, 
la nalivitù di Maria, la gloria de' santi, ed una mezza figura di santa Cecilia. 

Le capitali sono pure in ciascun volume alluminate , e qua e là vi hanno fregi 
svariati, composti al solito di fogliami, candelabri, putti, maschere, tavolette, ecc. 

Altri e non meno importanti codici sono quelli diedi presente possiede l'egregio 
signor marchese Manfredo Da Passano, dalla cui squisita cortesia ripeto l'averli 
potuti a mio bell'agio esaminare. Tali volumi sono in numero di dieci, compreso 
uno a stampa; e diconsi appartenuti a quel Gian Gioachino Da Passano che. 



( W9 ) 
Piemonte (Statuto genovese del 1383 Ms. della Biblioteca Uni- 
versitaria), pollame, pesca e cacciagione, erano le sostanze 

nelle prime decadi del secolo XVI, sali a gran rinomanza, ed in più occasioni bene 
meritò della patria. Costui spedito da Ottaviano Fregoso a re Francesco I di Francia, 
vi perorò con calore la causa della sua Repubblica ; e trovata presso quel principe 
cavalleresco lieta ed onorevole accoglienza , prese stanza nella Corte di lui , e fu 
in seguito dal medesimo adoperato in rilevanti ufficii ed ambascerie. Si racconta che 
egli andasse pure in missione presso Enrico Vili re d'Inghilterra, e che appunto 
da questo monarca ricevesse in dono i volumi in discorso. Si aggiunge ancora, che i 
medesimi aveano per lo innanzi fatta bella mostra nella Reale Cappella di Westminster. 

Quanto V'abbia di vero in siffatte tradizioni, ignoro; ma non credo privo d'u- 
tilità il fornire una ordinata indicazione delle storie, che oltre alle capitali per Io 
più riccamente alluminate , e ad una sterminata copia di fregi bizzarramente e 
svariatamente composti di tazze, candelabrini e inascheretle, di figure, d'animali, di 
chimere e simili, su fondo d'oro e d'azzurro, arricchiscono tanto ciascuno di co- 
desti volumi. 

I. Missale ad sacrosancte romane ecclesie usum nane cum variis addila- 
mentis et in fine devotis prosis vel sequentiis ante hac nusquam visis. In alma 
Parisiorum accademia anno domini virtutum conditorisque mundi millesimo quin- 
gentesimo decimo septimo. Segue lo stemma d' Inghilterra , e finalmente : Venalia 
habentur sub signo graticule et in vico novo nostre domine sub signo sancti 
Joannis evangeliste. 

1. Il sacrificio della Messa. 

2. Gesù nell'orto, tradito da Giuda. 

3. Gesù, seguito da armigeri, s'incammina al Calvario. 

4. Flagellazione di Cristo. 
o. La Crocifissione. 

6. Le Marie ai pie' della croce. 

7. La Risurrezione di Cristo. 
7. Discesa dello Spirito Santo. 

9. Infanzia della Beata Vergine. 

10. Presentazione della B. V. al tempio. 

11. L' Annunciazione. 

12. La B. V. incontra S. Elisabetta. 

13. Natività della Madonna. 

14. La SS. Trinità, coi simboli dei quattro evangelisti. 
13. Gesù Crocifisso. 

16. L' Annunciata. 

17. La morte che ferisce un uomo. 

18. Cristo abbracciato alla Croce, con intorno gli strumenti della Passione. 



( 160 j 

che s'imbandivano alle lor mense; e servivansi parte schiette, 
arrostite o lesse, e parte inorpellate con torte e galantine, o rotte 

11. Evangeliario coperto da due alti rilievi d' argento dorato, rappresentanti l'uno la 
B. V. con san Giovanni ai piedi della croce, e l'altro la Risurrezione del Salvatore. 

4. L'apostolo san Matteo in atto di scrivere. 

2. La Madonna e S. Giuseppe, entro una loggia sorretta da colonnine. 

3. Adorazione dei Magi. 

4. Strage degli innocenti. 
8. Fuga in Egitto. 

6. Tentazione di Cristo nel deserto, col demonio in abito da monaco. 

7. I santi martiri. 

8. 1 santi confessori. 

9-10. Gesù che istruisce gli apostoli. 

41. Un contadino in atto di recidere un albero (omnis arbor qui non facit 
fructum excidetur). 

12. La guarigione del lebbroso. 

13. San Pietro sulle acque (Quid timetis modicae (idei? ) 

14. Il paralitico risanato. 

15. Vocazione di S. Matteo. 

16. Gesù pregato dal Principe di risuscitargli la figliuola (S. Malh. cap. IX). 
47* Vocazione degli apostoli. 

18-19. Gesù ed i santi martiri. 

20. Il Precursore. 

21. I santi martiri. 

22. Gesù circondato dagli scribi e farisei. 

25. Un contadino in atto di spargere delle sementi ( Similis est regnum coelorum 
Uomini qui seminavi t bonum semen in agro suo). 

24. Gesù spiega la parabola : Simile est regnum coelorum thesauro ali- 
scondito et e. 

25. Gesù in mezzo agli scribi e farisei. 

26. Gesù risana 1' ossesso. 

27. Gli apostoli Pietro e Paolo. 

28. I santi martiri, recandosi la croce sugli omeri, seguono il Redentore. 

29. La Trasfigurazione sul Tabor. 

30. L' arcangelo Michele. 

31. Gesù predica la riconciliazione: Si peccaverit in te frater tuus vade et 
corripe eum. 

32. Un principe con un servo ai piedi , per riscontro alla parabola : Simile est 
regnum coelorum homini regi qui voluit ralionem ponere cum servis sui». 

33. Gesù in mezzo ai farisei. 



( 161 ) 

in salse, nelle quali spiegavano tutto l' ardore il pepe e il pepe 
lungo, il garofano, la noce moscata, la cannella, il gengevero, la 



34. Gesù circondato dagli apostoli. 

35. Gli operai della vigna, ed il padre di famiglia (Simile est rcgnum coelorum 
homini patri familias qui exiit primo mane conducere operarios in vineum). 

36. I figli di Zebedeo e la loro madre dinanzi a Gesù. 

37. Gesù in mezzo agli apostoli. 

38. Gli apostoli Giacomo e Giovanni. 

39. Solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme. 

40. Gesù caccia dal tempio i mercanti. 

41. Il padre di famiglia manda i servi a ricevere il frutto della vigna (S. Math. 
cap. xxi ). 

42. Il convito del Re per le nozze del suo figliuolo (S. Math. cap. xxu). 

43. Gesù interrogato dai farisei circa il tributo da pagarsi a Cesare (S. Math., 
cap. xxn). 

44. Gesù in mezzo ai farisei. 

45. Gesù predica alle turbe. 

46. Martirio di santo Stefano. 

47. I santi martiri. 

48. Gesù piange sull'eccidio di Gerusalemme. 

49. I santi confessori. 

50. Le sante vergini. 

51. Allusione della parabola dei talenti consegnati dal padrone ai proprii servi. 

52. Il giudizio universale. 

53. Giuda riceve l' infame prezzo del tradimento. 

54. Le Marie alla tomba di Cristo. 

55. Gesù mostra a S. Tommaso le piaghe. 

56. S. Marco che scrive il Vangelo. 

57. Decollazione di san Gio. Battista. 

58. La navicella sbattuta dalla tempesta, mentre Gesù passeggia sulle onde. 

59. La guarigione del sordo-muto. 

60. La moltiplicazione dei pani e dei pesci. 

61. Guarigione di un ossesso. 

62. Gesù in mezzo ai fanciulli. 

63. Gesù fra i discepoli. 

64. Ecce Homo. 

65. Giuseppe d' Arimatea. 

66. Le Marie al sepolcro. 

67. Apparizione di Gesù ai discepoli. 

il 



( 162 ; 

galanga, il macis, il cubebbe, e simili altre delizie. L uso di queste 
era cresciuto a dismisura dopo le prime crociate; e d' alcune fra 

III. Volume secondo dell'Evangeliario, coperto con alti rilievi, esprimenti l'Annun- 
ciazione della B. V. ed il Giudizio Universale, ricco di molte figure. Le miniature 
di questo codice sono assai più delicate di quelle del precedente. 

1. S. Luca in atto di scrivere il Vangelo. 

2. S. Zaccaria all'altare, mentre l'angelo gli predice la nascita del Precursore. 

3. V Annunciata. 

4. Visitazione di S. Elisabetta. 

5. Natività di S. Gio. Battista. 

6. Il Presepe. 

7. Gesù bambino adorato dai pastori. 

8. La Circoncisione. 

9. Purificazione della B. Vergine. 

10. Gesù disputa coi dottori nel tempio. 

11. Predicazione del Battista. 

12. Tentazione di Cristo nel deserto. 

13. Gesù in mezzo ai farisei. 

14. Gesù guarisce la suocera di Simone. 

15. Gesù presso al lago di Genezarelh. 

16. Gesù risana il paralitico. 

17. Vocazione di san Matteo. 

18. Gesù guarisce gli storpii. 

19. Gesù predica ai discepoli. 

20. Gesù richiama alla vita il figliuolo della vedova di Naim. 

21. La Maddalena che lava i piedi a Gesù. 

22. La parabola del seminatore (identica al num. 23 del codice precedente ). 

23. Il Padre Eterno circondato dai simboli degli evangelisti. 

24. I santi Lorenzo, Sebastiano ed altri martiri. 

23. Il samaritano che medica le ferite al viandante aggredito dai ladroni. 

26. Annunciazione della B. Vergine. 

27. Gesù in mezzo ai discepoli. 

28. Gesù risana il muto. 

29. La Concezione della B. V. L'artista volendo rappresentare questo mistero, 
ha qui raffigurali i santi Gioachino ed Anna in atto di abbracciarsi. 

30-33. Gesù in mezzo ai discepoli. 

34. Gesù predica alle turbe. 

35. Gesù guarisce un infermo. . 

36. Il convito dei poveri (S. Luca, cap. XIII). 

37. Gesù predica alle turbe. 



( 163 ) 
esse, come del pepe, può ben dirsi che faceasi allora quel consumo 
che oggi si fa dello zucchero e del caffè. 



38- Gesù fra i pubblicani. 

39. 11 figliuolo prodigo. 

40. Il padrone chiede ragione al fittavolo della condotta della vigna ( S. Luca 
cap. xvi ). 

41. 11 ricco epulone. 

42. La guarigione dei lebbrosi. 

43. La preghiera del fariseo e del pubblicano. 

44. La guarigione del cieco. 
43. La conversione di Zaccheo. 

46. Gesù erudisce i discepoli. 

47. Gesù piange sopra Gerusalemme. 

48. Gesù predice ai discepoli l'eccidio della stessa città. 

49. Gesù annuncia il Giudizio universale. 

50. Giuda riceve il prezzo del suo misfatto. 

51. Apparizione di Gesù in Emaus. 

52. Gesù mostra le piaghe a san Tommaso. 

53. San Giovanni nell'isola di Patmos. 

54. Il Precursore addita Gesù alle turbe. 

55. Le nozze di Cana. 

56. Gesù caccia i profanatori del tempio. 

57. Nicodemo davanti a Gesù. 

58. Gesù in mezzo ai discepoli. 

59. La Samaritana al pozzo. 

60. Il principe prega Gesù che gli torni in vita la figliuola. 

61. La piscina probatica. 

62. Gesù in mezzo ai discepoli. 

63. La moltiplicazione dei pani. 
64-67. Gesù in mezzo ai discepoli. 

68. Gesù in Galilea. 

69. Gesù nel tempio. 

70. Gesù sorpreso nell' orto. 

71. La donna adultera. 
72-74. Predicazione di Gesù. 
75 La guarigione del cieco. 
76-77. Predicazione di Gesù. 

78. Cristo circondato da' giudei. 

79. Risurrezione di Lazzaro. 

80. Il Consiglio dei pontefici (S. Johann., cap. xii). 



( 164 ) 

1 genovesi le esportavano in grandissima copia dall' Armenia, 
colla quale aveano "antiche relazioni di traffico e di politica ; e 

81. La Maddalena ai piedi di Gesù. 

82. Ingresso del Salvatore in Gerusalemme. 

83. Gesù in mezzo ai discepoli. 

84. Gesù lava i piedi agli apostoli. 
75-94. Gesù in mezzo ai discepoli. 

95. Orazione di Gesù nell'orto. 

96. Gesù nell'orlo, e i discepoli immersi nel sonno. 

97. La Maddalena al sepolcro di Cristo. 

98. Apparizione di Gesù, in abito da ortolano. 

99. Gesù si palesa ai discepoli. 
400. Cristo e san Tommaso. 

101. Gesù presso al lago di Tiberiade. 

102. Gesù conferma san Pietro principe degli apostoli. 

103. Gesù con ai Iati san Pietfo e san Giovanni. 

IV. Antifonario. 

1. Discesa dello Spirito Santo. 

2. La SS. Triade. 

3. Il ricco epulone. 

4. La processione del Corpus Domini. 

5. Il convito del padre di famiglia ai poverelli (S. Luca, cap. xm ). 

6. Gesù ammaestra le turbe. 

7. Gli apostoli che hanno gettate le reti . 

8. Predicazione di Gesù. 

9-40. La moltiplicazione dei pani. 

11. Allusione all'introito: Suscepimus Deus misericordiam tuam in medio 
templi tui, eie- (Dominica Vili post PenlhecostJ. 
' 12. Gesù piange sovra Gerusalemme. 

13. Cacciala dei profanatori del tempio. 

14. La guarigione del mulo. 

15. Risanamento del sordo. 

16. Il samaritano che medica le piaghe dell'aggredito. 

17. La guarigione dei lebbrosi ( S. Lue, cap. xvm). 

18. Gesù spiega ai discepoli il gran precetto: Nemo potest duobus dominis 
servire (S. Math. , cap. vi). 

19. Il convito nuziale (S. Lue, cap. xmj. 

20. Gesù in mezzo ai discepoli. 



( 165 ) 
ne fornivano direttamente le altre nazioni per via di mare o di 
terra. Da Milano, eh' era uno dei più importanti centri di con- 

21. La guarigione del paralitico. 

22. Le nozze reali. 

23. Il regolo ai piedi di Gesù (S. Johann. , cap. ix ). 

24. Il Re dimette al proprio vassallo il debito che ha verso di lui ( S. Matti , 
cap. xvm). 

25. Gesù interrogato sulla prestazione del tributo a Cesare. 

26. Gesù guarisce la donna dal flusso del sangue (S. Malh. , cap. ix ). 

V. Secondo Antifonario. 

4. Molti santi pontefici, vescovi, re, principi, ecc. Uno dei re indossa un 
manto azzurro, seminato di gigli d'oro. Il che potrebbe per avventura far nascere 
il sospetto che questi codici sieno stali lavorati in Francia , piuttosto che in In- 
ghilterra, donde la tradizione vorrebbe derivarli., I tipi delle figure sono ben lon- 
tani da quella gentilezza e sveltezza, onde solevano allora improntarle gli artisti 
italiani. 

2. Il giudizio universale. 

3-4. La predicazione del Battista. 

5. Purificazione della B. V. Da questa sino al n.° 41 le miniature si mostrano 
più finite, e senza fallo condotte da mano più dilicata 

6. Gesù nel tempio, in mezzo ai dottori. 

7. Le nozze di Gana, con bella veduta di un loggiato, e fondo di paese in distanza. 

8. Gesù dona la vista al cieco. 

9. Gli operai della vigna. 

10. Predicazione di Gesù. 

41. Un poverello chiede la limosina presso le soglie d'una chiesa; Gesù lo be- 
nedice. 

42. Tentazione di Gesù nel deserto. 

4 3. La regina Ester davanti ad Assuero. 



VI. 



Terzo Antifonario. 



1. Gesù guarisce l'ossesso. 

2. La moltiplicazione dei pani. 

3. Gesù lapidato nel tempio da' giudei {S. Johann. , cap. vm). 

4. Trionfale ingresso del Salvatore in Gerusalemme. 

5. La consecrazione di una chiesa. L' architettura di questa è uguale a quella 
del tempio, che si vede rappresentato nella miniai ara n.° 3. 



( 100 ) 
suino, recavansi i nostri a Verona - ; e quivi , rimontando la vallata 
dell'Adige, frequentavano la famosa fiera di Bolzano, donde i 

VII. Quarto Antifonario. 

1. L' Annunciata. 

2. La sepoltura di un cadavere. 

3. Gesù rizzato in croce sovra una gran piscina. Dalle ferite del suo corpo sgorga 
copiosamente il sangue ; e clero e popolo se ne abbeverano. Con ciò si indica il 
mistero di nostra Redenzione. 

4. 11 trionfo della fede. 

Vili. • Quinto Antifonario. 

1. La Cena Domini. 

2. La Risurrezione di Cristo. 

3. S. Tommaso appressa la mano al costato di Gesù. 
4-5. 11 Redentore in mezzo agli apostoli. 

6. Gesù annunzia agli apostoli la discesa del Paraclito, 

7. Gesù circondato dagli Apostoli. 

8. L' Ascensione. 

9. La messa. 

IX. Sesto Antifonario. 

1. Gesù e gli apostoli. 

2. Gli apostoli. 

3. Il martino di santo Stefano. 

4. Parecchi santi martiri. 

5. Il canto del Vangelo, nella messa. 

6. Una processione. 

. 7. I santi confessori. 

8. Le sante martiri. 

9. San Gioachino offre a Dio un sacrificio. 
40. Sant'Anna e la B. V. fanciulla. 

X. Settimo Antifonario. 

4. Cristo sulle acque. 

2. Martirio di sant'Andrea. 

3. Concezione della Madonna. Il concetto di questa miniatura è identico a quella 
citata al n.° 29 del codice hi. 






( «w ) 

prodotti da essi importati pigliavano a diffondersi nella Germania. 
Oppure passavano pel lago di Como e Chiavenna , e di quivi 
per la Mal Maloja, piegando a manca, traversavano il monte 
Settimio , e discendevano a Coirà per al lago di Costanza , o 
mare di Svevia, come veniva pure appellato. 

Fra le città dell'alta Lamagna, Norimberga, Ulma, Augusta, 
Basilea e Strasburgo, facevano con Genova gran commercio di 
drogherie; e Norimberga spediva poi quelle derrate sul Reno e 
sul Meno. L' imperatore Sigismondo consentì a' veneti dei privi- 
legi considerevoli in quelle parti, a scapito dei negozianti geno- 
vesi ; ma i veneziani, più abili degli emuli a sostenere i loro mer- 
cantili interessi per le vie diplomatiche, lasciaronsi da questi vincere 
nella pratica; e così Norimberga continuò a ricevere da' genovesi 
una parte delle merci importate d'Oriente (')• 



4. Il Presepe. 

5. 1 Magi. 

6. La Purificazione della B. V. 

7. La cattedra di san Pietro, circondato da molti cardinali vestiti di porpora. 

8. La messa di san Gregorio, celebrata da questo pontefice. 

9. San Benedetto dà le regole a' suoi monaci. 

10. L'Annunciata. 

11. I santi Giacomo e Filippo apostoli. 

12. Crocifissione di san Pietro. 

13. Decollazione di san Paolo. 

14. La Trasfigurazione. 

15. Il transito della B. V. 

16. La morte di sant'Agostino vescovo e dottore della Chiesa. 

17. Decollazione del Precursore. 

18. La genealogia del Salvatore; e la natività della Madonna. 

19. San Nicolò da Tolentino. 

20. Esaltazione della Croce. 

21. L'arcangelo Michele schiaccia il demonio. 

22. Le stimmate di san Francesco. 

23. La gloria d' ognissanti. 

(') ToRELLt, Avvenire del commercio europeo, voi. ii, p. 162. Schekrer, Storia 
del commercio di tutte le nazioni; Deppwg, op. cit. , voi. \, p. 212. 



( fu» ; 

Del 1227, in una bottega di Enrico Della Torre esistevano, 
fra le altre cose , quattro centinara di pepe , otto centinaia ed 
un terzo di zucchero, 170 libbre di cannella, due libbre ed otto 
oncie di galanga , dieciottó libbre di pepe lungo , e dieci rubbi 
di gingibrata di Genova ( 1 ). 

Né meno curioso al nostro proposito è l'inventaro di una bot- 
tega di spezieria, seguito il 1312. Dove si contano otto dozzine 
di pentole dorate di Bugea, con entro sciroppi, confetti, galanga 
e gengevero, mandorle e noci moscate, sì intere che in polvere, 
zafferano e miele, gengevero minuto e garofani , libbre cento di 
acqua di rosa, e due vasi di rame per contenerla ( 2 ). E il gen- 
gevero a Genova avea tanta e cosi universale riputazione , che 
del 1366 il Comune mandò a presentarne d' alcuni vasi, come di 
cosa prelibata , due cardinali che risedevano col Papa in Avi- 
gnone ( 3 ). 

Tra le varie generazioni di pesci , il codice del Pedaggctto di 
Gavi ( 4 ), e lo Statuto del 1383 specificano i tonni, le acciughe 
e le sardelle fresche, oppure salale e conservate in barili ( 5 ). L'in- 
ventaro precitato del 1312 rammenta elupus prò fieri (udendo 
fugacias ex pisces confectos, cioè i pasticci di pesce. 

Il mercato della caccia e della polleria tenevasi allora nella 
contrada di Susilia, onde il nome della Via dei poliamoli ha 
origine più recente; e lo Statuto del 1403 comandava che niuno 
da Gapodimonte ad Arenzano, e da Cavassolo a Pont' decimo, ar- 

(') Fol. Not. i. 83. Gli zuccheri s'importavano a Genova di Sicilia, Maiorca, 
Cipri, Damasco, ecc. ecc. 

( 2 ) Not. Ambrogio di Rapallo, car. 10. 

( 3 ) Massai" ia Comunis Junuae , car. oi. 

( 4 ) MS. nell' Archivio di san Giorgio. È curiosa la disposizione che si legge 
nel capo 82 degli statuti e decreti del Comune, editi in Bologna nel 1491. Ivi 
(fol. 74 verso) è detto, che il Podestà di Rapallo non possa astringere gli uomini 
di Portofino a vendere pesci in Rapallo, ma lasci invece che li rechino a Genova, 
sotto pena di essere multato di lire 10 per ogni contravvenzione. 

( 5 ) Lo Statuto, che è assai minuzioso, determinava i prezzi delle carni e dei pesci, 
secondo le stagioni ed i giorni di grasso , di magro o di digiuno. 



( 1C9 ) 
disse comperarne, all' oggetto di rivenderla, tranne su quel mer- 
cato (')• 

Alle seconde mense recavansi le giuncate ( 2 ), i formaggi e le 
frutta: dattili d' Alessandria e di Catalogna, mandorle di Puglia, 
Cologna, Provenza e Malaga, mele, nocciuole ed avellane, racemi, 
ossia uva passa, noci e fichi ; indi miele, confetti e zuccherini di 
varie sorta, chiamati dragiale ( 3 ). 

Nel Registro dell' Arcivescovado di Genova è memoria delle 
prestazioni di giuncate, onde correva obbligo verso la Curia agli 
uomini d' Aggio, i quali sono pure gli stessi che tuttodì si re- 
cano a farne smercio in città; e fra gli atti del notaio Guglielmo 
Cassinense è un instrumento del 23 maggio 1191, con cui Ottone 
de' conti di Venlimiglia dona alla nostra chiesa di santa Maria di 
Castello quattro sestari di fichi secchi di Bussana, e conviene che 
quella donazione debba ogni anno rinnovarsi in perpetuo ( 4 ). Oberto 
Cancelliere ricorda come, al ricorrere della solennità di Pasqua, 



(') Miscellanee Ageno, n.° vi. Lo stesso Statuto prescriveva, che i poliamoli non 
potessero comperare le cose pertinenti al loro commercio avanti l'ora di terza; né 
tenere nelle loro botteghe polli morti da più di due giorni l' inverno , e da più 
d' uno la state. 

Le premesse particolarità fanno poi contro all' asserzione di Paolo Foglietta , il 
quale in un suo sonetto vorrebbe mostrare che l'uso di mangiar polli ci era venuto 
di Francia, non molto prima de' giorni in cui egli viveva. ( V. Rime diverse in 
lingua genovese, ecc., Pavia, Cartoli, 1583; p. 46). 

( 2 ) Latte rappreso, e posto fra' giunchi. 

C 3 ) Fol. Not. i, 83; Uzzaino, Pratica della mercantia; Cibrario, Ec. Poi. 

Riporto qui, a titolo di curiosità, I' elenco di alcune vivande le quali furono ser- 
vite agli ambasciatori spediti nel 1378 dal Comune di Genova al Signore di Padova, 
e eh' io desumo dal Registro delle spese di quella legazione serbalo nell' Archivio 
delle Compere di san Giorgio. 

Semola — vitelli, capretti, castrali, salciccia e carni salate — Polli, piccioni, 
— Gamberi — Pastinache , rape ed altre erbe per insalata , cavoli e poponi — 
Latte, ricotta, giuncale, burro, cacio e lardo — Ciliegie, avellane, mandorle, fichi 
noci, zibibbo — Cialde, zuccherata, miele, zucchero e confelli — Gengevero . 
mostarda, garofani, spezie, tappani ed agreste. 

( 4 ) Vigna, L' antica Collegiata di S. M. di Castello, i. 90. 



( 170 ) 

i popoli della Sardegna offerissero ogni anno al nostro Comune , 
in testimonio della loro sommessione, una gran quantità di cacio, 
la quale veniva per maggiore onoranza locata sovra di un carro 
e tirata da una bella coppia di buoi (■). 

I vini erano crudi o cotti , nazionali o forestieri. I cartolarli della 
Masseria del Comune fanno spesso memoria del vernaccia, e quei di 
Caffa del vino di uva treglia, che i nostri Consoli, residenti nelle 
colonie del Mar Nero mandavano sovente in regalo a' principi e si- 
gnori circonvicini, ovvero prestavano loro a titolo di alafa, ossia 
tributo. Fra' nostrali godevano estimazione grandissima quei della 
Valle di Coronala e della Costa di R'warolo in Polcevera, e quo' 
di Noli ( 2 ). Né doveva essere senza pregio il vino di Quarto al 
mare; poiché del 1190 gli ambasciatori di Filippo Augusto di 
Francia ne provvidero le galere, con le quali veleggiava il Re 
loro alla volta di Terra Santa ( 3 ). Ma sopra tutti si teneano in 
onore i vini delle Cinque Terre, che il Petrarca anteponeva al 
Falerno, e che i principi e monarchi si ambivano di far mescere 
ne' più lauti banchetti ( 4 ) ; e i moscatelli di Taggia, i quali erano 
di tanta preziosità e dolcezza, che nulla invidiavano alle malvasie 
di Candia, oppure a' vini di Cipro ed a quelli spremuti dalle uve 
greche di Napoli; sicché venivano ricercati da Roma e da Fi- 
renze, di Francia e d' Inghilterra, per essere serviti alle più ricche 
tavole ( 5 ). Narra il Giustiniani, che mentre l'esercito di Carlo V 
percorreva la riviera occidentale, « una banda di alamani , che ri- 



(') Pertz , xvm ; ad ami. 1166. 

( 2 ) Giustiniani, Annali. 

( J ) Fol. Not. i. 129. Lo Statuto del 1336 prescriveva, clic niuno potesse ven- 
demmiare innanzi la metà del settembre (Miscellanee Ageno, n.° vii, p. 42"). 

(*) Vogliono alcuni che la voce vernaccia non sia d'altronde venuta che dalla 
nostra Vernazza, una delle cinque terre predette. 

( 5 ) Narra il Calvo , nella sua Cronaca del Convento di Misericordia in Taggia, 
che eodem anno fi 50%) Conventas noster misit nonnulla vasa vini in Angliam ; 
quod placuit scribere quia rarum. Sed quia multi tabienses in ilio regno exer- 
citantur cum navibus mercaturam facile credi potest. 



( 171 ) 

tornava di Marsiglia, si detenne in Tabia per la dolcezza e bontà 
del vino uno a due giorni più che non era conveniente; e fu il 
buon trattamento fatto a questo campo principio e cagione, che 
il Signor di Monaco acquistò la grazia e la benevolenza di Ce- 
sare » ('). 

Nel 1 278 essendo venuto a Genova Carlo principe di Taranto, 
i Capitani alloggiaronlo nel Palazzo del mare; e fattogli imbandire 
uno splendido convito, il presentarono di ricche stoffe; mentre 
all' equipaggio delle galere che aveanlo scortato si distribuivano 
carni di polli, di buoi, d'arieti, vino, uova, cacio e frutta (-). 

Simili accoglimenti fé' pure (1357) il Comune al Cardinale 
Egidio Albornozio vescovo di Sabina, il quale come legato del 
Pontefice Innocenzo VI percorse allora quasi tutta 1' Italia , ri- 
tornando all'autorità della Chiesa i contrastali dominii ('); e 
adoperò ugualmente colla Marchesana di Monferrato (1302), pel 
cui banchetto si spesero meglio di dugenlo lire, prò pullls, gcd- 
Imis, carnibus, confectionibm, ovis, prezinsollis, vino, pane, 
caseo, fructibus et alìis dìversìs ( 4 ). 

Nel 1484, volendosi dal Comune impor fine al gozzovigliare 
de' cittadini, uscì decreto, col quale si stabiliva che nei conviti 
da celebrarsi per qualsivogliasi avvenimento, eccettuato il caso di 
nozze, fra parenti od amici, non dovessero imbandirsi altre vi- 
vande, all' infuori di quelle che i delegati del cardinale Paolo Fre- 
goso Arcivescovo e Doge erano venuti prescrivendo. Si servissero 
pertanto ne' pranzi ordinarli i vini moscatelli ed i biscotti , indi 
peverada, ossia brodo con infusione di pepe, oppure salsa raa- 

(') Giustiniani, li, 689. 

( 2 ) Pertz xviii. 

( 3 ) Massaria Comunis Januae. 

(*} Id. Nel 1366 il Doge Gabriele Adorno diede un convito, pel quale si spesero 
circa 60 lire (Massaria citata;; e nel 1385 il Console di Gaffa imbandì un pasto a Saito 
commerchiario (appaltatore dei diritti di Dogana), cui servironsi riso, galline, carni 
di castrato e di manzo, oche, vino di treglia, malvasia, vino greco, e più specie 
di frutti. Nel che si spesero 1042 asperi. (Mass. Caffac, nell'Archivio di san Giorgio). 



( 172 ) 
nipolata senza mistura di zuccheri, con carni di vitello, castrato, 
capretto od agnello, riso, e pasticci con galline e polli in bianco; 
poscia gli zuccherini e le frutta, esclusi i confetti e l'ippocrasse. 
Si portasse nelle cene una gelatina preparata colle carni d' al- 
cuno fra* predetti animali, poi salsa verde, e galline, capponi o 
polli arrostiti ; infine torte senza zucchero, dragiate e frutta. Ma 
nei conviti e nelle cene nuziali si recassero invece i gengeveri e le 
zuccherate, i pasticci di pollame, la salsa bianca fatta di zucchero, 
mandorle e tappani, e denlrovi rotti capponi e galline, un ar- 
rosto di porcelletti, torte bianche confezionate more antiquo, ip- 
pocrasse , frutti e confetterie , que more antiquo dari solebant. 
Non si potessero però in alcuna vivanda usare le dorature; si 
punissero i contravventori colla multa di venti in cinquanta du- 
cati ; e ne pagassero da cinque a dieci i cuochi ed i famigli, che 
si fossero prestati a preparare e a servire manicaretti proibiti ('). 
Materia a più considerazioni offrirebbe invero codesto decreto; 
ma l'entrare in quel campo ne dilungherebbe troppo dal nostro 
proposito. Due tuttavolla ci si consenta di farne ; e di queste la prima 
sul miserando stato del nostro Governo, il quale posto in condizioni 
gravissime, non si dà pensiero quanto basti dei supremi interessi 
della patria, o si stima avervi provveduto coli' ammannire a' suoi 
amministrati la lista del pranzo e della cena. Le colonie perdute 
e i commerci illanguiditi; la Corsica fremente, e tutta ih fiamme 
di ribellione; la Lunigiana e la Versilia desolate da aspre guerre; 
la stessa Genova oppressa da mali multiformi , e prossima a per- 
dere le sue libertà per mano degli Adorni, che ne daranno il 
dominio agli Sforza , e quindi per mano de' Fieschi , i quali di 
già ne spianano a Francia la signoria ! Ma forse ancora al Car- 
dinale Doge i conviti destavano sensi di rimorsi e di paure. Pochi 
mesi innanzi a quell'editto, aveva egli adunati ad un lauto fe- 

(') Regulae PP. Comunis, car. 44. Nel 1325 si fé' decreto in Savona, che nei 
conviti non potessero spendersi oltre 50 lire (Verzellino, Memorie di Savona, ms. 
delia Civico-Beriana ). 



( 173 ) 
stino nell' Episcopio (25 novembre 1483), Battista Fregoso suo 
nipote, colla moglie ed i figliuoli di lui; e quando l'ilarità già 
)minciava a colorare più vivacemente i volti di ciascheduno , 
1' astuto Arcivescovo fatti circondare da scherani i convitati , e 
spiegare in mostra ordigni di torture e di supplizi , senza che 
preci o rimproveri ne piegassero V animo, costringeva il nipote 
a consegnargli i segnali delle fortezze; poi calunniatolo e fattolo 
deporre, usurpava il dogato, e ne faceva ministro Fregosino suo 
figliuolo bastardo, il quale con enormi lascivie, soprusi, bagordi, 
coltelli e risse , non compassionava alla plebe né rispettava la 
nobiltà. 

Secondariamente poi il citato decreto, ancorché fatto per conte- 
nere la sontuosità delle mense , lascia trasparire un certo spirito di 
sobrietà e parsimonia, a cui forse noi figli di secoli ben più ci- 
vili non sapremmo così di leggieri informarci. Ed oso asserire , 
se quello strano divieto ancor durasse, che in certi di dell'anno 
Genova in massa fallirebbe all'osservanza del medesimo, e volen- 
tieri pagherebbe la multa, per soddisfare a' proprii desiderii. 

Le vivande si portavano sulle tavole intiere e ammonticchiate 
in grosse pile, tanto maggiori quanto più rilevata era la dignità 
de' personaggi cui doveano servirsi, ed erano tagliate sopra pani 
rotondi e schiacciati sovrapposti a un disco, o ad un quadro di 
legno od' argento, chiamato propriamente tagliere; i quali per 
la loro elasticità agevolavano queir ufficio , che essendo tenuto 
uno de' più gelosi, onorali ed importanti, si apprendeva colle arti 
cavalleresche, e veniva nelle corti governato da certe regole va- 
riabili secondo la moda, e quasi a scienza ridotto ('). 

Né allora slimavasi da poco il servire alle mense de' grandi, 
massime in occasione di speciali solennità. Nel banchetto offerto 
dalla Signoria al Re di Cipri, il 6 febbraio 1416, sedeano ad 
una stessa tavola quel Principe e il Doge Tommaso da Campo- 

(') C. bramo, Econ. Polit. a. 73. 



( 174 ) 

fregolo, ad altra il Podestà, gli anziani, e con essi le minori ma- 
gistrature della Repubblica; molti giovani, scelti per metà fra 
le più considerevoli famiglie nobili o popolari, di preziosi pann^ 
vestiti, precedeano al suono delle trombe e di altri musicali istru- 
menti le imbandigioni; e queste veniano poscia intorno recate 
da' più prestanti famigliari del Doge. Compiuto il banchettare, si 
apriron le sale ad uno splendido festino; e circa ottocento dame 
vi convennero coperte di drappi d'oro, e di perle e d'altre gioie 
adornate ('). 

Usavano in alcuni luoghi disporsi le tavole a ferro di cavallo, 
in altri a foggia di T; nel quale caso i personaggi di maggior 
grado sedeano alla tavola traversa. Molte volle ancora, massime 
ne' grandi banchetti, i convitati assidevansi da un lato solamente, 
lasciando l' altro libero a chi serviva. Coprivansi poi di una to- 
vaglia, i cui lembi pendeano sino a. terra , perocché a quelli si 
asciugavan le mani; e i tovagliuoli, ch'erano qualche volta di 
seta o ricamati, servivano invece a coprire le confettiere e gli 
altri piatti ( 2 ). 

Sulle tavole brillavano candelabri d'argento o d'oro, con dop- 
pieri per lo più quadrati ed a colori ; coppe e bicchieri d' oro 
o d'argento dorato, smaltati e contrassegnati da stemmi; ta- 
lora con piede e coperchio, talora senza; e qualche coppa di 
madreperla o di cristallo di rocca, gioielli di carissima stima. 



(') Stella , Annales Genuenses, apud Muratori S. R. 1. xvn. 

( 2 ) Cibrario, ii. 73-4. In un inventaro del 1164 si citano duo togagias; in altri 
del 4312, 1390 e 1405: marsupio, duo de seda recamata, manutergium unum 
sive toajoletla recamata, toagias xm inter bonas et malas (Chartarum 11 ; Not. 
Ambrogio di Rapallo, car. 10; Oberto Foglietta seniore, car. 240). Inoltre di 
siffatti oggetti è assai frequente memoria nei registri le tante volte citati di con- 
fische a' ribelli. 

Nei secoli decorsi l'arte dei tovagliari fioriva in Genova grandemente. Nel 1584 
quella corporazione esponeva al Senato che i suoi statuti erano antichissimi, né mai 
stati riveduti o corretti dopo la Riforma della cosa pubblica avvenuta il 1528 
(Capitoti de' tovagliari, ms. nelP Archivio Civico). 



( 175 ) 
Fu pure usanza , nel ricorrere di qualche gran festa , di porre 
sulle mense fontane argentee che gittassero vino; e statue di 
zucchero rappresentanti eroi e divinità del Paganesimo , schiavi 
moreschi, figure allegoriche, e simili ( 1 ). 

I convitati erano posti di coppia, e si aveva l'accorgimento 
d'associare, per quanto si rendesse possibile, cadun gentiluomo 
a dama o fanciulla che non gli tornasse increscevole; perocché 
1' uso portava di mangiar due ad un medesimo piatto, e dissel- 
larsi nello stesso bicchiere. Beato era quindi colui , che sedeva 
ad un tagliere colla dama de' suoi affetti! Davanti a ciascuno 
era un pane ( 2 ) , ed un piccolo coltello con manico di argento, 
che serviva a tagliarlo e tenea luogo di forchetta ( 3 ). 



(') Vedi Cristoforo di Messisbugo, Libro nuovo nel quale s' insegna il modo 
d' ordinar banchetti, ecc. 

( 2 ) Neil' inventaro dei beni di Simone pancogolo (fornaio) sotto l'anno 1392 , 
si notano : pala una magna prò fugaciis, signum unum prò signandis fugaciis, 
signum unum Ugni prò cancstrellis (Fol. Not. voi. n, par. n. 16/ 

I capitoli del 1383 (car. 118-19) prescriveano a' fornai la tariffa seguente, per 
cuocere gli infradescritti manicaretti: De altroclea magna, den 1. 6; de altroclea 
parva, den. i ; de tortelo magno, den. 1. 6; de rosto parvo, den. 1; de liana 
(cioè di un ripieno, accomodato entro una tegghia di rame o di terra), den. 1 ,• 
de turta magna, per conviti nuziali, da sei danari ad un soldo, secondochè il prezzo 
della legna variava da 1 a 2 soldi il cantaro. Inoltre nelle solennità della Pasquale del 
Natale ogni prezzo come sopra stabilito, poteva aumentarsi fino al doppio; ed in quella 
del capo d' anno (26 dicembre) era Jecito esigere la mercede di due soldi per ogni 
cottura de altrocleis, placentis et fugatiis. Lo Statuto del 1403 determinava poi 
che i fornai, per cuocere il pane agli avventori (casanis) , potessero avere fino a 
denari 4 1|2 in estate, e denari 5 all'inverno per ogni quarto di mina, ma per la intera 
mina, dovessero in qualunque stagione ricevere soldi 2 V2 {-Mise. Ageno, n.° vi). 

Le tariffe sovra indicate veggionsi anche confermate con decreto del 1447; ma 
ivi è per giunta fatta menzione della scrìbilila (Fumarii quod pretium exigere 
debeant in coquendo scribilitas et similia, etc. V. Leges, constitutiones, etc. ad 
Mayistratum Censorum attinentia, Cod. ms. dell'Archivio Civico, p. 74). Dunque 
è permesso il concludere, che la scribilita, come oggidì ancora si appella volgarmente 
la farinata ( farina di ceci stemperata nell'acqua, e cotta al forno entro una tegghia 
con olio) ebbe origine, secondo ogni probabilità nella prima metà del secolo xv. 

( 3 ) La strada di Coltelleria, incorporata a dì nostri colla Via Vittorio Emanuele, 



( 176 ; 

Inoltre nella sala dov' erano preparale le mense , aveavi pure 
un buffetto disposto con vario numero di gradini , e coperto di 
ricchi panni ; e sovr' esso bellamente ordinavansi il vasellame e la 
piatteria, che servivano così all' uso della tavola come a semplice 
scopo di mostra e grandigia. Visi posavano eziandio i barili, i fiaschi, 
gli orciuoli , le idrie e le guastade. E tale sfoggio d' argenteria non 
si faceva solamente in occasione di festini e conviti ; ma solea 
rinnovarsi allora quando alcuna dama giaceva in puerperio ('). 

Nel mettersi a tavola davano 1' acqua alle mani , stillata con 
odori di rose o di mammole , e servita in anfore e catini d'ar- 
gento cesellato di gran valore ; indi sedeano. Il pranzo era di- 
stribuito in due o tre servizi , ed ultimo veniva 1' arrosto ; po- 
scia si sparecchiavan le mense , ridavasi I' acqua alle mani , e 
facevansi venire trovatori e menestrelli a rallegrare la brigata. 

ci indica il luogo dove i coltellinai esercitavano ne' tempi trascorsi la loro industria. 
Un atto del 1432 la ricorda con queste parole: Contrata cultellerie in loco dieta 
raibeto vetus (Fol. Noi. voi. il. par. n. 238). 

Ma fino dal 1262 i coltellinai formavano una corporazione; conciossiacchè il 
24 febbraio di tale anno si trovano in numero di trentasei promettere ai loro Con- 
soli di osservare tutti gli ordinamenti , che questi emaneranno in prò dell' arte 
(Notaro Matteo di Predone, an. 1259 e seg.). Angelino coltellinaio è poi notato 
in carta del 1255 {Giornale Ligustico, voi v. pag. 390). Una consorteria di fab- 
bricanti di lamine per coltelli era eziandio stabilita in Val di Polcevera , ove ne 
esiste tuttora un' officina , con ispeciali capitoli, i quali vennero approvati il 9 marzo 
1441 (Pandecta antiquorum foliatiorum etc. ). 

Sotto 1' 1 1 dicembre 1 344 ho memoria di un decreto prò culteleriis luborantibm 
argentum ; e sotto il 28 gennaio dell' anno appresso, di una sentenza pronunciala 
inter cultelerios laborantes de argento et fabros (Ibid). 

In un inventaro del 1214 si citano cultellos duos barbarinos ( Notulario di En- 
rico Porta, i. 29 redo); in altro del 1390 si nota un coltello con manico d'ar- 
gento, chiuso in astuccio dello stesso metallo; ed in altro del 1433 si registrano 
gladios tres prò mensa cum sua vagina (Fol. Not. voi. u, par. n. 114. 146,). 

Nel Museo Correr a Venezia esiste un manico di coltellino, rivestito di quattro 
piastrelle d'argento niellato, con pome fuso in bronzo, rappresentante il busto di 
un santo; ed è opera fiorentina del secolo xv (Lazari, Notizie delle opere d'arte 
e d' antichità della Raccolta Correr, p. 408 ). 

(') Cibrario , ii. 61, 73-75. 



( 177 ) 
Dopo quelle piacevolezze recavansi le frutta (') ; e finalmente si 
gustavano i confetti ed i vini aromatici , come ippocrassi , net- 
tari e pigmenti. Nella cena imbandita da Ercole d' Este duca 
di Charlres al Duca di Ferrara suo padre , alla Marchesana 
di Mantova e ad altri principi e personaggi illustri, il 24 gen- 
naio del 1529, furono, tra le molte specie di confezioni, serviti 
piatii- venticinque di cotognata, et persiche alla genovese ( 2 ); 
il che dinota senza dubbio come 1' arte del candire fosse già 
sin d' allora salita in eccellenza fra noi ( 3 ). 

Fra' precetti indirizzati da Amanieu des Escas ad una don- 
zella , che amava ben governarsi , rendersi stimabile , e fuggire 
quanto potesse darle sinistra fama, era detto: « Quando siedi 
al desco , fa che ti venga dell' acqua con cui mescerai il vino , 

perchè non t' induca nocumento Non sollecitare i vicini a 

mangiare, perchè è villania importunare un uomo che attende 
al suo meglio , mentre deve essere a sua volontà, cibarsi il biso- 
gnevole ; se però desidera qualche vivanda , sii sollecita d' offrir- 
gliela con garbo. Trincierai quanto ti sarà imbandito, e i con- 
vitati saranno poco cortesi se non ne divideranno teco la fatica. 
Finito il banchettare , levati , che il moto è assai conveniente 
alla salute , e prendi l' acqua alle mani ; e se a questo fine vai 
al buffetto , procura d' addurre teco una compagna , perchè non 
si levino sinistri giudizi. Se alcuno ti si accosta e vuol teco 
galanteggiare , non fare la ritrosa , ma studia schermirti con 



(') Nel serolo xiv però cominciarono a servirsi prima di sparecchiare. 

( 2 ) Messisbugo , opera citata, p. 19. 

( 3 ) In carta del 1350 vedesi notato Nicolò da Rocco speda) ias , figlio del q. m 
Domenico da Recco confettiere. Michele da Recco, figliuolo di Nicolò, è testimone 
ad un atto del 13.'J2. Simone Gioardo notaro, figlio del fu Gioardo da Recco con- 
fettiere, è citato in un documento del <I384 {Giornale Ligustico, voi. V, p. 39 1). 
Il 2 dicembre 1487, per atto del notaro Nicolò Raggio, i confettieri di Genova, 
in numero di 67, fanno alcuni ordinamenti relativi all'amministrazione della già 
costituita loro Consorteria, ed alla ammessione degli allievi nell'arte (Fogliazzo 
d'instrumenti del citato notaio, nell' Ardi. Noi., pel 1487. num. 919). 

12 



( 178 ; 
belli e piacevoli molti , ponilo in disputa , e quindi dimanda 
alcuno della brigata perchè vi ponga d' accordo , e dia sentenza 
de' vostri dispareri. Non rispondere con modi aspri e scortesi a 
chi ti cerca d' amore ; vuoisi gentilezza con tutti . né rendersi 
alcuno nemico; e senza essere indiscreta, e venire meno nei con- 
venevoli , hai mille modi a torti d' intorno gì' importuni » ('). 

Poiché abbiamo sopra genericamente accennato alla ricchezza 
de' vasellami onde soleasi far pompa , non saia per avventura 
discaro il trovarne qui soggiunta alcuna specificata notizia. 

Neil' inventaro dell' eredità lasciata da Guglielmo Scarsaria 
(1164), oltre una tazza ed un cucchiaio d' argento, si nota 
cuppam capitis galli ( l ) ; tra' beni d' Jacopo di Piazzalunga 
(1275) è uno scifo d'argento con piede doralo, del peso di 
once 10 e denari 5; ed un paio di boccette d'oro, con due zaffiri 
ed otto perle ciascuna ( 3 ). 

Il 10 aprile 1277 Dolce da Pistoia e socii confessano avere 
in custodia dal già ricordato Pietro diacono Egittanese venti 
cucchiai , tre salsiere, sei nappi o tazze e quattro taglieri d' ar- 
gento, del peso complessivo di nove libbre e cinque once ( 4 ). In 
atto del 1312 è menzione di quattro vasi per acqua di rose, 
dieciotto cucchiai, due bicchieri d'argento, e quattro paia di 
coltelletli guarniti con lamine dello stesso metallo ( 5 ). Nell'ere- 
dità lasciata da Alerame Lercari (1348) si annoverano venlidue 
cucchiai d' argento ( 6 ) ; un inventaro del 1390 ha memoria di 
una coltelliera , venticinque cucchiai , una guantiera e quattro 
catini d' argento ( 7 ); e Francesco Sacchetti ricorda che a' suoi 

tempi una guantiera del peso di più che tre libbre , e del 

♦ 

(') Sacchi, Sulle feste ecc., p. 149. 

(, 2 ) Chartarum u. 

( 3 ) Notare- Vivaldo della Porta. 

(*) Fol. Not., voi. ii, par. i. 180. 

( 5 ) Not. Ambrogio di Rapallo, car. IO. 

t 6 ) Fol. Not., voi. in, par. n. 123. 

( 7 ) Not. Oberto Foglietta seniore , car. 144. 






( 179 ) 
valore di trenta fiorini , fu con sottile artificio involata a Ilario 
D' Oria , mentre sfavasene in Firenze ambasciadore della Corte di 
Costantinopoli a quel Comune ('). 

Più rilevante si è un inventaro del 1389, poiché vi si fa me- 
moria di una tazza d' argento coli' arme de' Mosca , e di otto 
candelabri u' ottone lavorati ad opera damaschina ( 2 ) , ovvero 
alla gemina ed alla tausia, come si disse a' tempi del Vasari; 
pioè intarsiati con fili e sottilissime laminelle d' argento e d' oro, 
mercè solchi ottenuti col bulino. 

Della damaschina si hanno antichissime traccie in Italia; tut- 
tavia i primi lavori eseguiti in siffatto genere dopo il risorgi- 
mento dell' arte, non sono altro che imitazione di quelli che ci 
venivano di Levante. Dei candellieri poi, non solamente gli or- 
nati, ma le forme della larga base cilindrica, si modellarono 
su quelle degli arabi e dei persiani. Oggi questi oggetti sono 
difficilissimi a rinvenirsi ( 3 ). 

Finalmente in una carta del 1400 si ricordano tre tazze esci 
cucchiai d' argento (*') ; in una calega poi del 1475, si vendono tre 
piccole anfore (stagnane) d' argento , coli" armi de' Lomellini e 
Leccavelli ; due altre cogli stemmi Lomellini e Vivaldo, del peso 
di libbre 3 ed oncie 7 Vi ciascuna ; un grosso piatto d'argento 
per servire alle mense , ed altri diversi di minori proporzioni ; 
una guantiera d' argento dorata, del peso di una libbra e nove 
oncie , colle insegne degli stessi Lomellini e Leccavelli ( 5 ). 

Ma tale era in Genova 1' abbondanza di simili ricchezze, che 
il Giustiniani già sotto 1' anno 1331 notava come i vasi d' ar- 
gento, le domestiche masserizie e 1' ornamento delle gioie Slipe- 



Cl Sacchetti, Cento novelle; Verona, 1821. Nov. xcvi. 

( 2 ) Fol. Not. , voi. il, par. n, 158. 

( 3 ) Lazari , Notizia delle opere è' arte e d' antichità della Raccolta Correr 
di Venezia, p. 214. 

( 4 ) Giornale Ligustico , voi. v, p. 392. 

( 5 ) Fogliazzo di Oberto Foglietta, an. 1475, n. G40. 



( 1*0 ; 
rasperò ivi ogni prezzo ('). Il cardinale Gregorio Cortese, descri- 
vendo il sacco toccato a Genova dalle soldatesche di Cesare il 
1522, soggiunge che la pace e il commercio aveano qui radunate 
tante dovizie, e fatto nascere un lusso si smodato nelle vesti , 
nelle abitazioni, nelle suppellettili, che non era sì vii cittadino 
il quale non avesse gran copia d' utensili d' argento (*). E la 
Nuova Gazzetta della città di Genova, pubblicatasi pur allora, 
e contenente una lettera scritta da un Antonio Ravenna al Teso- 
riere di Carlo V, addì 3 giugno di queir anno , conferma il nar- 
rato dal predetto Cardinale , osservando che il sacco aveva 
siffattamente arricchita la soldatesca, da indurre gravi timori 
che la medesima non volesse ormai più sapere di guerra. « Si 
dice anco ( in tal guisa proseguiva lo scritto ) che si è trovata 
tanta inesprimibile quantità di robba , che anche quelli del treno 
e gli altri soldati del più basso rango hanno per loro parte del 
bottino sortiti duemila fiorini ciascuno ( 3 ). » 

Usaronsi ancora in antico vasi di terra e di vetro ; e un 
atto del 1156 ricorda vaxellum de vreo, unum enaper cum 
uno enapero de vreo ( i ). Rammenta pure quel documento una 
scodella dipinta d' Almeria , lavoro moresco , e molto probabil- 
mente di quel genere che in Italia nominossi maiolica , dalla 
precipua fra le isole Baleari , Maiorca , dov' erano allora famose 
vaserie. Il quale appellativo, usato fin oltre la metà del secolo 
xvr a dinotare, non la materia onde si componevano que' fittili, 

(') Giustiniani, II. 49. 

( 2 ) Cortese , De direptione Gemine , p. 206. Le stesse cose scriveva più tardi 
1 Gualdo (Relntionì ecc. , p. 92 ) : « Non si parla dell' argenterie , perchè è 
ncredibile la loro quantità , non essendovi nobili , né mercanti , anche di classe 
nferiore, che non mangino in piatti d' argento ; et in somma è così comune questo 

metallo, che fin le persone più basse hanno qualche argenti nelle loro case. » 

( 3 ) Possedè questa curiosità bibliografica, impressa in lingua tedesca, l'egregio 
sig. avv. Gaetano Avignone. 

( 4 ) Chartarum II, 309. Il 1393 si pagano a Bartolommeo di Moneglia vetraio 
lire 7 t l 2> per vasellame prestato alla Signoria, quando onorò di un convito l'Am- 
miraglio di Francia (Mnssnria Comunis Januae , car. 50). 



( 181 ) 

ma il colore che attraverso la vernice clava riverberi di metallo 
brunito , si estese in seguito a dinotare ogni stoviglia che non 
fosse di porcellana ('). 

Ma gli antichi lavoratori non essendo pervenuti a rendere 
que' vasi impenetrabili ai liquidi , in ispecie bollenti , né atti ad 
essere perfettamente purgati dagli unti; ne seguitò che, come i 
principi ed i nobili usavano il vasellame d' argento , il popolo 
adoperava il peltro, lo stagno, 1' ottone, il rame, il ferro, il 
bronzo, la pietra, il legno, eh' era per lo più d' acero o d'ulivo. 
Neil' instrumenlo precitato è appunto parola di due candellieri , 
un mortaio, una scodella, due catini ed una lucerna di rame, 
una coppa di legno, un cucchiaio di ferro , ecc. Fu solamente 
verso il 1300, che s' imparò a rivestire i vasi ancora crudi di 
una fina camicia della candidissima terra di Vicenza diluita nel- 
I' acqua, e a dare ai medesimi un bagno di piombo bruciato col 
tartaro e coli' arena o col quarzo ( 2 ). 

In un inventerò del 1392 si accennano concltas duas terre 
deauratis ( 3 ); fra gli oggetti sequestrali a' ribelli verso 1' epoca 
stessa si enunciano certa vasello/mina terre, e concha una terre 
cum certìs scudellis ; e in allo del 1405 tagerios xxi terre 
deauratos ( 4 ). 

Alquanto più tardi (1446) Luca della Robbia orafo , statuario 
e fonditore fiorentino, scoperse il modo d'invetriare la superfìcie 
delle opere di plastica , e colorirle con seguenza e vivezza di 



(') Anonimo. Dell'' industria delle terre cotte in Italia. Vedi Politecnico , voi. 
xmv , p. 282-97. Forse la coppa di cui si tratta (né sarà stata la sola) fu portala 
d'Almeria nell'anno II 47, in cui se ne impadronirono i genovesi. Molte spoglie trassero 
seco i vincitori; ed erano pure fra queste le porte di bronzo, che per più secoli 
decorarono l'ingresso della chiesa di San Giorgio, la quale contava allora tra le 
più ragguardevoli della città. 

( 2 ) Raffaelli , Memorie {storiche delle maioliche lavorale in Castel Durante . 
osia Urbania , p. 10. 

( 3 ) Fot. Not., voi. II , par. il, 14(3. 

v 4 ) Notaro Obeuto Foglietta seniore ; car. 240. 



( 182 ) 

tinte mirabili, ed egli il primo insegnò altresì il modo di dipin- 
gere le figure e le storie sul piano; di che la ceramica fu 
grandemente giovata ('). Ma la maiolica divenne allora un og- 
getto di lusso così raro, e ristretto nella sola classe de' grandi, 
che i principi s' impadronirono di questa fabbricazione , per 
renderla oggetto di loro grazie e favori , e segno di loro ge- 
nerosità. Onde l'arte di Luca potè produrre quelle stoviglie, le 
quali vengono tuttavia sì ricerche per V invenzione , la foggia e 
la coltura perfetta. 

Da quel tempo si applicarono gli invetriati a decorare di ter- 
raglie eleganti le mense ; e apparvero la prima volta que' vasi 
e que' piatti , ove non saprebbesi qual più ammirare se il di- 
segnare o il comporre , o se il compartimento delle tinte sem- 
plici e poche , ma così soavemente digradanti. 

A mezzo il secolo xvi fiori 1' arte del vasaio in Genova ; la 
quale , al pari di Casteldnrante , Pesaro e Corl'ù , avea per ciò 
cave d' ottima creta. Una delle sue fabbriche sita a Capo di Faro 
si distingueva per l'insegna della Lanterna; un' altra, posta in 
Carignano , colorava nelle sue opere il sole. Nel secolo succes- 
sivo sorse ad emularle Savona; e 1' officina di un Giacomo Bo- 
selli ( 2 ) vi produsse lavori bellissimi. Così poi nelle terre del Geno- 



(') Riferisce il Vasari (ediz. prima) , clic Luca fu col tempo onoralo sulla sua 
tomba a San Pier Maggiore , in Firenze , de' versi seguenti : 

Terra vivi per me cara e gradita , 
Che all' acqua , ai ghiacci come il marmo induri , 
Perchè quanto più cedi o ti maturi, 
Tanto più la mia fama in terra ha vita. 

( 2 ) Costui franeizzava il suo nome , e scriveva nelle maioliche Jacques Boselly. 
Molti ed interessantissimi cani di maioliche genovesi conserva, tra gli altri bei mo- 
numenti d' arte , il sig. marchese Carlo Donghi , alla cui esimia cortesia mi pro- 
fesso grandemente obbligato. Ecco la nota d' alcuni fra quegli oggetti, al dì d'oggi 
assai ricercati e studiati. 

I .° Sottocoppa celeste , collo stemma Lcrcari , e la marca della Lanterna con 
un segnale. 



( 185 ) 

vesato come in quelle della Venezia sinallivansi in gran copia 

le maioliche adorne di rabeschi , e però col solo nome di ra- 

2.° Piallo celeste , con in mezzo l'arme dell' Ordine di S. Domenico circon- 
dala dalle lettere i.f.t.p., e la marca sovra citata. 

3.° Altra sottocoppa, colla marca della Lanterna con casetta sottoposta, ed 
un segnale. 

i." Tazza bianca, con liori celesti e gialli, ed in piccole proporzioni la marca 
stessa della Lanterna. 

5.° Altra , con figure ed alberi : Lanterna con un segnale. 

6.° Altra, colla lettera S sormontata da una stella. 

7.° Piatto grande celeste: Un'aquila rivolta ad una stella. 

8." Sottocoppa con fiori : La stessa inarca , e più la lettera E. 

9.° Tazza celeste con figure ed alberatura, dello stile del Guidobono : Le let- 
tere N. G sormontate da una corona, e quindi da una stella. 

40." Altra con rose, margherite e fiori diversi: Iacques Boselly. 
A Brussa di Bitinia vi ha una moschea di Maometto I rivestita di mattonelle po- 
licrome smaltate , cui la tradizione popolare afferma della fabbrica dei genovesi. 
(V. Merli, Influenza delle Belle Arti sulla prosperità delle arti industriali , 
p. 23). Cogliamo l'opportunità per notare col eh. Heyd, come i turchi dell'Asia 
minore amino di attribuire a' genovesi tutti gli avanzi del medio evo, perocché ciò 
è una novella prova della singolare importanza che di que' giorni ebbero i nostri nelle 
accennale contrade. Gli odierni abitatori della Cilicia raccontano anche, a proposito 
dei boschi d' ulivi ora inselvatich ti per trascurata coltivazione , come gli slessi in 
origine sieno colà stati piantati da' genovesi (V. Heyd, Le colonie degli italiani 
in Oriente nel medio evo, ecc. ; voi. i, p. 313). Negli Atti dell' ottava riunione 
degli scienziati italiani (Genova, Ferrando, 1847 ; p. 722) si trova questa comu- 
nicazione , la cui importanza non isf uggirà certo al lettore : « 11 signor Michele 
Calvi, sacerdote della congregazione delle missioni..., avendo dimoralo molti anni nel 
Libano..., fece 1' interessante scoperta degli avanzi di una città e di un castello 
colà fabbricati dai genovesi , che tuttora conservano il nome di Genova. Sapendo 
egli che la ligure repubblica ebbe possesso di una parte di quelle marine di Siria, e 
che aveavi pure innalzato una fortezza, ne fece ricerca, interrogò le tradizioni tanto 
conservate in Oriente, finché alcuni vecchi lo accertarono che presso il capo di Giuni 
già esisteva una citlà chiamata Genova, e pronunciarono chiaramente anche la con- 
sonante v che manca nella lingua araba. Altri la dissero Caisariè , ossia fortezza, 
e vedonsi ancora gli avanzi della città e del forte, che pare fossero innalzate sopra 
antiche fabbriche fenicie. Ed altri molti preziosi avanzi di genovese memoria riman- 
gono per que' lidi; varie famiglie che si credono d'origine ligure nelle città d'Acri, 
Seida, Giebel, Trabalos ; altre di nome Benedetti ed un' antica chiesa di S. Giorgio 
ih 11' indicata Genova, ed armi della Repubblica nella chiesa di Giebel e nelle porte 
di Ruad ». 



( 184 ) 
besche domandate; vale a dire dipinte per via di cifre con fio- 
rellini , intrecci e nodi sottilissimi , fino a parere colorali mer- 
letti (»). 

Ma a Genova , forse prima che altrove , usaronsi le porcellane; 
le quali , stando a ciò che fu scritto generalmente , sarebbonsi 
rese note soltanto dopo il principio del secolo xvi, cioè quando 
incominciossi a facilitare la navigazione alle Indie orientali (*). 
Tre inventarli del 1389 e 1390 fanno parola degli oggetti se- 
guenti: conchetta una nigra purzelette, conchette due de por - 
celleta , conchele quatuor porcellete ( 3 ). Né sembri la mia con- 
ghietlura fuor di ragione, o ardita soverchiamente. Le porcel- 
lane, di cui Marco Polo descrisse la fabbricazione ( 4 ), lavora- 
vansi a Tingili , 1' attuale città di Tinglcheu ; e sappiamo che 
dopo le accoglienze ricevute da quello intraprendente viag- 
giatore al Cataio , i genovesi si spinsero fino a Peckino , che i 
tartari nominavano Cambalù, ed a Zaitun , il cui porto era sin- 
golarmente famoso pel vasto commercio che vi si ficea dagli 
indiani ( 5 ). 1 genovesi inoltre , de' quali sarebbesi allora potuto 
dire, anche con maggiore sembianza di verità, ciò che papa Bo- 
nifacio Vili ebbe a sclamare de' fiorentini . esser eglino il quinto 



(') La dipintura di tali rabesche , pagavasi un fiorino ducale per ogni renio 
(Passeri Giambattista , Istoria delle pitture in maiolica fatte in l'emiro e nei 
luoglù circonvicini ). 

( 2 ) Passeri , Op. cil. 

( 3 ) Fol. Not., voi. II, par. II, 158, 161; Noi. Oberto Foglietta sen., car. 14ì. 

( 4 ) « Raccolgono ( i cinesi) una certa terra come di una miniera, e ne fanno 
monti grandi, e lascianli al vento, alla pioggia e al sole, per trenta e quaranta 
anni , che non li muovono. E in questo spazio di tempo la detta terra si affina , 
che poi si può far dette scodelle , alle quali danno di sopra li colori che vogliono, 
e poi le cuoeono nella fornace. E sempre quelli che raccolgono detta terra , la 
raccolgono per suoi figliuoli o nipoti. Vi è in detta città (di Tingili) a gran mercato, 
di sorte che per un grosso veneziano si averà otto scodelle » (Marco Polo, // 
Milione; Firenze, 1827; voi. Il, p. 1So ). 

(■'') Deppinc, Hist. du commerce eie, I, 209. 



( 185 ) 
elemento ('), erano così edotti dello stato di quei lontanissimi 
paesi , che alla loro mente balenò perfino il concetto di navi- 
gare all' Indie costeggiando 1* Africa, almeno venticinque lustri 
innanzi che il magnanimo don Enrico guidasse i suoi portoghesi 
a scoprire ( 2 ). E già sui primordi del 1300 Benedetto Vivaldi 
e Percivalle Stancone aveano stabilita in que' luoghi ( 3 ) una 
ragione o società di commercio (}). 



(') Quando Bonifacio Vili fu assunto al pontificato, gli vennero da dodici po- 
tenze inviati dodici ambasciatori per rallegrarsi della sua esaltazione. Ed egli, tro- 
vando come lutti costoro fossero fiorentini , uscì nella sentenza testé riferita. 

f J ) Baldelli , Stoi'ia del Milione, p. cliv. 

( 3 ) Cioè alle Indie. Nolulario di Giovanni Gallo dal 1321 al 1333, car. 13(5. 
Ivi si legge una sentenza del 6 marzo 1324-, con la quale il Console di giustizia 
verso il Borgo, ad istanza di Leone di Bicaldone curatore dei beni del fu Bene- 
detto Vivaldi, in forza d'atto dei 3 aprile 1321, premesso che questi partito da 
Genova sulla galera d'Angelino De Mari nel 1315, sarebbe poi deceduto in par- 
tibus ìndie lasciando non poche passività , dichiara che Percivalle [Stancone geno- 
vese di lui socio nella Ragione Vivaldi, e pur esso dimorante in partibus Indie, 
potrà tornare in patria senza ricevere molestia dai creditori. I quali anzi vogliono 
ch'esso Percivalle porti seco il denaro e le merci lasciate da Benedetto, e nell' in- 
teresse loro prosegua ad esercitare in Genova il traffico, pur conservando il nome 
dell' accennata Bagione. (V. Belurano, Degli annali Genovesi di Caffaro e de' suoi 
continuatori, editi da Giorgio Enrico Perlz; nel voi. n , par. n dell'Archivio 
Storico Italiano, terza serie). 

( 4 ) Oltre ciò in una lettera di frate Giovanni da Monte Corvino, legato e nunzio 
del Papa in Oriente e nella Tartaria , scritta da Cambalù nel 1305, indirizzata al 
Vicario Generale dell'Ordine dei M'nori e pubblicata dal Wadingo (Annales Mi- 
norimi, voi. vi, p. 71), si narra come esso legato avesse in tale anno posta 
mano alla fabbrica di una chiesa e convento in Cambalù , rimpetto alla residenza 
del Gran Can , donde non dislava più che un trarre di pietra ; e fa grata memo- 
ria di un benefaltore, il quale, comperato il suolo necessario all'erezione dell'edi- 
ficio, gliene avea fatto dono per amore di Dio. Dominus Petrus de Luco-longo , 
Jìdelis christianus et magnus mercator , qui fuit sociusnieus de Thaurisio, 
(quando cioè nel 1291 era partito da Tauris in Persia), ipse emit tcrram prò loco 
quem. dixi, et dedit mila prò amore Dei. Crede ora il dottissimo Spotorno che Pietro di 
Lucolongo fosse un genovese di Cò-longo (Capo lungo), nelle vicinanze di Nervi, 
e preso avesse da questo luogo il nome , secondo usarono molte famiglie in Ge- 
nova e altrove (V. Giornale Ligustico, voi. V. 453). Più sicura è poi la notizia 



( 186 ) 



III. 



Le miniature che adornano il codice parigino di CafTaro, 
utilmente ci mostrano quale fosse il vestire dei genovesi , nel 
secolo più ricco di egregi fatti e più povero di memorie , come 
è il dodicesimo. 

Gli uomini vestivano una lunga tunica , la quale cadeva in 
«sfarzose pieghe ; ed era di panno bianco per coloro che teneano 
la suprema dignità del Consolato o coprivano le altre magistra- 
ture del Comune , di panno bigio pe' semplici cittadini. Verso il 
cadere del secolo medesimo lo scarlatto ebbe la preferenza; ma 
allora le vesti si raccorciarono fino a' ginocchi , e se ne sminui- 
rono in pari tempo i larghi panneggiamenti. 

I poveri stringeano alla persona la rozza tunica mercè una 
correggia di cuoio ; ve V adattavano gli agiati con una cintura 
di bel marrocchino o d'argento, adorna in più maniere. Gli 
abiti bastavano allora l' intiera vita, e tramandavansi ad un' altra 
generazione. 

Bartolommeo Scriba ricorda, che nel 1241, dopo la rotta na- 
vale toccata dai genovesi nelle acque di Portovenere dalla squa- 
dra di Federico II , indossaronsi veslimenla listate e frappate 
coi colori de' guelfi ('). Nel 1248 troviamo infatti che Dngno 



seguente, desunta pure da una lettera edita dal Wadingo (Attuai, vii. o4), data 
da Zuitun nel gennaio del 132(i , ed inviata da frale Andrea vescovo di essa città 
al Guardiano del convento de' Minori di Perugia. Parlando egli in questa lettera 
dell' alafa , ossia pensione, che il Gran Cai) gli faceva pagare, esce in queste pa- 
role: In quo quidem loco moram traho continuum et vico de elemosina regia 
( dell' alafa ) memorata , quae , iuxta mercatorum ianuensium aestimationem , 
ascendere potest annuatim ad valorem centum fìorenorum aureorum, tei circiter. 
Erano dunque in Zaitun dei mercanti genovesi , i quali poteano vedere 1' alafa . 
ed estimarne il valore (Ibid. ;. 
(') Pertz , XVIII. 



( 187 ) 
Lanzavecchia legò una tunica virgata (') ; e nel 1257 si ri- 
cordano cinque braccia di panno listato ( 2 ). 

Il sott' abito era violaceo nelle dignità primarie , e nella cit- 
tadinanza d'altri colori, ma vaghi comunemente; non era gran 
fatto lungo , ma sporgeva alquanto dal colletto e dalle maniche. 
Il berretto avea foggia di cocolla ; le calzature erano di panno 
talfuita rosso e talvolta nero , poiché di que' giorni non usavano 
maglie , e 1' arte di lavorar calze co' ferri , che oggi nessuna 
fanciulletta ignora , fu tardi conosciuta ; le scarpe piuttosto basse, 
puntute , e sul davanti allacciate. 

Quando occorrevano solennità o ceremonie , i magistrati so- 
vrapponeano un largo manto alla tunica. Nel testamento di Rai- 
mondo Picenado è notato : mantellum de coniolatis copertimi 
de scartato ( 3 ). 

Più monumenti dal secolo xiv al xvi ci rappresentano 1' effi- 
gie d' illustri cittadini togati , e con berretto consolare in capo. 
Tali sono le statue d' Opizzino Spinola (primi anni del secolo xv) 
nel palazzo che sorge a cavaliere delle Fontane Morose , di 
Francesco e Dario Vivaldi , Luciano Grimaldi , Ebano e Luciano 
Spinola, Domenico Pastine da Rapallo, e d'altri nell'edificio de- 
stinato alle Compere di San Giorgio ; un quadro del trecento , 
onde è copia nel Palazzo del Municipio , il quale esprime gli 
architettori e i massari dell' Acquedotto raccolti insieme a con- 
fabulare di queir opera ; e, sopra tutti, gli splendidi affreschi onde 
Carlo del Mantegna istoriò la facciala del palazzo appartenuto a 
Pagano D' Oria , delineandovi la battaglia della Sapienza , il 
Capitano del popolo e gli anziani del Comune radunati a 
consiglio. 

I drappi che usavansi erano di seta o di velluto ; pannilani , 



V 1 ) Muzio, U Ordine degli Umiliati ecc. MS. della Civico-Berinnn. 

( 2 ) Notaro Vivaldo Della Porta. 

( 3 ) Chartarum li, 309. 



( 188 ) 
ed anche fustagni e ciambel lotti ; de' quali ultimi fornivano co- 
pia grandissima le fabbriche di Venezia ('). 

L' arte del tessere la seta portala dalle Indie a Costantino- 
poli, e passata per opera degli arabi nelle Spagne, fu tratta in 
Palermo dal re Ruggero nel 1148 Di qui non lardò mollo a 
diffondersi nel l' Italia superiore; ma lenti ne furono poscia i pro- 
gressi, ed il commercio non potè ritrarre in que' principii con- 
siderevoli giovamenti dalle fabbriche nazionali. 

Nel 1 154 1' annalista Caffaro ed Ugone Della Volta arcidiacono, 
inviati dal Comune a Federigo Barbarossa in Roncaglia, pre- 
sentavano quell' Imperatore di una cassa di serici drappi venuti 
di Lisbona (lavori per materia e per arte sconosciuti ancora in 
Germania) ; v' aggiugneano parecchi struzzoli e papagalli , e in 
due grandi gabbie ferrale due bei leoni dell' Africa ( 2 ). 

Del 1253 Nicoloso e Simone Grillo imprestavano ad un prin- 
cipe moro , di nome Ozir , la somma di 3705 bisanli ; e ne ri- 
ceveano in pegno delle perle preziose , non che un panno rica- 
mato d' oro e di seta ( 3 ). 

La seta in natura, oppure filala, derivavasi a Genova il più 
frequentemente di Spagna, Scozia, Calabria e Scio; ma in città 
si tingeva anche da tempi assai remoli ( 4 ); e quindi se ne 
tessevano velluti, sciamiti, ossiano tele a sei licci, TDaldinelli o 
baldacchini, zetani , cendati , damaschini, taffeltà e camocati , 
nella cui fabbricazione imitaronsi poscia quelli di Venezia , i 
quali essendo più lucidi e forti degli altri, vantavano ricerca- 

(') I veneziani aveano stabilite delle fabbriche di cammellotti anche in Armenia. 
Nel secolo xm Pietro Bragadiuo, console veneto in quel Regno , scriveva alla sua 
Repubblica lamentando che i fabbricanti di quelle stoffe , suoi concittadini, vi erano 
aggravati da imposte ( Beppino , I, 188). 

( 2 ) Pektz , XVIII. 

( 3 ) Fol. Not., I. 517. V. Belgrano, L'interesse del denaro e le cambiai/ 
appo i genovesi; nelP Archivio Storico Italiano, voi. in, serie in. 

( 4 ) Delle tintorie stabilite in Genova è menzione frequentissima ne' rogiti notarili, 
a partire dal secolo xm. 



( m ) 

tori in maggior copia (!). Tra' velluti riputatissimo era quello 
di terzo pelo; e se ne faceano di cremisi e di scarlatti, di verdi, 
morelli e neri; oppure broccati d'oro e d'argento. I genovesi 
recavano poi codeste seterie alle fiere tanto rinomate della 
Sciampagna; ed ivi sostenevano la concorrenza dei prodotti ve- 
neti e fiorentini. Nel 1300 fu comperata a Genova una pezza 
e mezza dì zendado rosso per Maria ""di Brabante contessa di 
Savoia ( 2 ) ; e del 1401 ìi si vende una pezza di camocato di 
gran lavoro (de labore magno), al prezzo di una lira e 14 
soldi per ogni palmo ( 3 ). 

Nel 1432 i tessitori di panni serici raccoglievansi a formare 
una speciale corporazione, e commetteano a' più chiari giure- 
consulti l' incarico di compilare gli statuti della novella Società; 
i quali venivano quell'anno stesso approvati da Oldrado di Lam- 
pugnano governatore ducale ( 4 ). Né poco fu il beneficio che 



(') Ciò avvenne il 1487, per deliberazione dell' arte, approvata dal Doge e dal 
Senato. Dicevasi in quel documento: Quamvis in camocatis predictis externis 
(di Venezia) non ponatur plus sete quam in nostris .... accidit quod quanto 
fili sete qui in camocatis ponuntur magis stringuntur tanto opus videtur spe- 
ciosius. La larghezza de' camocati era prescritta di palmi 2 i l 2 (ceni. 62 circa), 
compresa la cimossa f Capitoli dell'arie della seta, codice membr. della Bibl. 
Universitaria , car. M3). 

Lo Statuto del 1432 determinava che gli operai dovessero, per ogni braccio di 
lavoro , ricevere le seguenti mercedi : 

Pro avellutatis in duabus griciis Lib. 

Pro avellutatis in duabus camìnciis » 

Pro avellutatis in tribus griciis » 

Pro altis et bassis in duabus griciis » 

Pro altis et bassis in tribus griciis » 

Pro camocatis in duabus caminiciis » 

Pro camocatis in tribus caminiciis » 

Pro vellutis cum restagno » 

Pro aliis pannis sericis fiat solutio prò ut Inter partes fuerit conventum (Ca- 
pitoli citati, car. 24). 

( 2 ) Cibrario, li. 323. 

( 3 ) Fot. Not. voi. e par. n. 224. 
(*) Capitoli citati, fol. 1. 



1. 


s. 


0. 


1. 


2. 


6. 


1. 


2. 


6. 


2. 


S. 


0. 


1. 


16. 


0. 


0. 


18. 


0. 


0. 


14. 


0. 


0. 


16. 


0. 



( 190 ) 

1' arte ritrasse da quei provvedimenti, cui si vogliono aggiungere 
i metodi più acconci di lavorazione, saggiamente introdotti da 
quegli espertissimi, che furono Antonio, Bartolommeo, Giacomo 
e Giovanni fratelli Perolcro ('). 

A regolare la tessitura dei camocati e damaschi , e ad im- 
pedire che le frodi menomassero di stima i prodotti delle nostre 
fabbriche, intervennero più decreti ( 2 ) ; fra i quali uno ve ne 
ha , che constata come i panni serici genovesi sieno temiti in 
ogni luogo, e fra tutti quelli delle estere nazioni, eccellenti e 
famosi ( 3 ). Né queste hanno a dirsi vane parole. Conciossiachè 
l'arte del tessere si diffondesse appunto per l'opera dei nostri 
in molte parti , nonché d' Italia , d' Europa , e ciascun regno 
e signoria s'onorassero di concedere ospitalità e favori a' maestri 
che venivano di Genova. Dove le tradizioni dell' evo medio ci 
dicono che fossero i più abili fdatori di oro ( 4 ), e dove i mo- 
numenti s' accordano ad insegnarci, che 1' oro fdato costituiva un 



(') A proposito di costoro mette bene avvertire, che taluno non molto addentro 
nella cognizione dei vetusti documenti, equivocando a gran pezza, concedette a quei 
benemeriti fratelli il troppo prezioso vanto di avere introdotta a Genova un' arte, che 
già da secoli vi tìoriva. 

( 2 ) Nella Pundecta più volte citata è memoria di una convenzione seguita fra i 
tessitori di seta il 14 dicembre 1443; di un decreto del l.° marzo 1443 riguardante 
i Consoli de 1 setaiuoli, ed i tessitori a licci ed a torelli; e finalmente sotto il IO 
marzo 1467 si ricorda: Decretarti cantra dantes aquam celandriam pannis sericiti. 
Item... prò fabricatione in camocalis sea damaschis. Quod non possi nt fabricari, 
nisi curii dricta semper verso inferias. Finalmente, sotto il 10 dicembre 1470, ri- 
cordansi additiones capii ulis Ortis pam. or urti sete. 

( 3 j Decreto del regio governatore Filippo di Cleves , del 7 ottobre 1-SOO , col 
quale si prescrive che la seta non possa tingersi di cremisino, nisi rum a/amine 
roche puro et nitido, et non cani alia mixtura (Capitoli citali, fol. 1o6). 

( 4 ) Jubinal, Hecherches etc, p. 22. 

In una relazione fatta al Governo il 6 aprile 1429 dai deputati alla riforma degli 
statuti onde erano regolate le arti infrascritte, si legge: Maxime advertendum est 
ne inter artes ipsorum scateriurum ac textorum , cendateriorum , mersariorum 
et eorum qui exercent opus auri filati, sunt capitula contradictoria , ex quibus 
lites qae exthujuende sunt potius subscitarentur quanti deficerent ; propter quod 



( '91 ) 
importante e vasto ramo del patrio commercio , e per conse- 
guenza un cespite considerevole della pubblica finanza. 

I genovesi aveano acquistata una grande ingerenza nel mez- 
zodì della Francia ; e questa vi si era di lunga mano accre- 
sciuta, specialmente dopo il trasporto della sedia pontificale 
in Avignone. Colà essi erano i veri padroni del commercio in- 
terno ed esterno ; e teneano dapertutto commendatarii , che si 
pigliavano cura dei loro interessi. Aveano temibili concorrenti 
i pisani, i fiorentini, i lombardi, gli ebrei; ma tutti li supe- 
rarono. De' nazionali non parlo; che sovra di questi si arro- 
garono un predominio assoluto; in guisa tale che a quei di 
Nimes tentarono proibire la navigazione del Mediteranneo. 

Rimosso ogni ostacolo , incoraggiarono la fabbricazione dei 
panni variopinti a Narbona , Carcassona, Perpignano , Tolosa, 
ed altre città della Linguadoca; poi, per la via di Francia, in- 
cominciarono a trafficare coi Paesi Bassi e l' Inghilterra. Primi 
ad abbandonare la navigazione del P.odano , della Saona e del 
Dubs, apersero diretta comunicazione per mare fra l' Italia e le 
Fiandre ; primi a passare lo stretto di Gibilterra, trovarono ec- 
cellenti accoglienze a Lisbona sulla fine del secolo XIII, e già 
verso il 1316 aveano ottenuti a Londra ed a Bruggia privilegi 
e diritti , quali non ebbero che molto più tardi , e dopo ri- 
petute istanze, i veneziani ('). 

Isabella di Baviera e Valentina Visconti erano state le prime 
ad introdurre alla Corte di Parigi le seriche stoffe d' Italia. Di 
queste i genovesi aveano stabilite numerose officine ad Avignone, 
e manteneanvi grandissimo numero d' operai. Un giorno però 
insorte differenze col legato apostolico , i nostri ricorsero a 
Luigi XI ; ma quel Re, non volendo entrare in dissapori colla 

expedit inter artes predictas edi nova statuta ab unico magìstratu qui preca- 
verai aliquid. . . . inter eas statucre, ne exinde nove rixe oboriantur (Statuti 
dell'Arte dei mereiai, ms. nell'Archivio Governativo). 
(') ScHF.imER, Storia del commercio di tutte le nazioni; §. Degli italiani. 



( 192 ; 

Corte papale, stava per rimandarli. Quando, essendo il monarca 
entrato a favellare di (lucila industria, gli venne vaghezza ri- 
chiederli d'alcuna mostra de' loro lavori; e volle fortuna che 
i genovesi avessero seco appunto recalo un drappo di seta 
ed oro, sopra ogni dire bellissimo. Perocché il Re, alla vista di 
quello splendido tessuto, non solo mutò divisamento ; ma, pro- 
postosi dotare la Francia di quelle meraviglie, inaugurò solen- 
nemente una fabbrica di sete a Tours, ed una seconda in Lione ; 
e con dispendio gravissimo fc' venire di Persia i gelsi ed i 
bachi. 

All' impianto della fabbrica di Tours avea Luigi XI chiamati 
parecchi genovesi : Ilario Fazio, Andrea Stella, Francesco Gari- 
baldo, Genesio Riccio, Raffaele da Peretto, Giovanni da Camogli 
e più altri; e conferto ad essi, alle loro donne e figliuoli, a' 
lavoranti ed apprendisti, privilegi amplissimi confermati poscia 
da Carlo Vili ('). 

A malgrado però di tante cure, 1' industria della seta non si 
rese si presto famigliare ai francesi, in guisa da escludere , o 
menomare l' importanza dei prodotti italiani. Per lo che i nobili 
continuarono lunga pezza ancora a provvedersi di questi ultimi ; 
e Francesco I offerse anch' esso vantaggi considerevoli a' se- 
taiuoli genovesi , che avessero voluto recarsi nel suo Reame. 
Le fabbriche di Genova infatti erano quelle , che faceano la 
maggior concorrenza alle officine di Lione. E se, a porvi un 
argine, i fabbricanti francesi non ebbero miglior consiglio che 
quello di chiedere si vietasse 1' importazione de' nostri drappi, 
le donne italiane che si succedettero sul trono di Francia , fe- 
cero sempre a loro volta respingere quella domanda; talché 
non ebbe effetto se non a' tempi di Enrico IV. Il quale cinti 
di gelsi i viali e i giardini delle Tuilerie , e ordinatene pian- 
tagioni ne' parchi di Madrid e Fontainebleau , incaricati spe- 

(') Ordonnances des Rois de France, XX. 591. 



( 1 ( J3 ) 

ciali commissari! di propagare la coltura del gelso in ditta la 
Francia, prescritto in ogni diocesi lo stabilimento di una pian- 
tonaia, incoraggiato Oliviero di Serres a pubblicare il trattato 
sulla raccolta della seta, fece stabilire de' filatoi nelle Tuileries 
e nel castello di Madrid, costruirvi edificii per allevare i filu- 
gelli, molinetti ed opifizi per dipannare e organzinare le sete. 
Tuttavia, se volle provare che i prodotti del suo Reame non 
erano inferiori a quelli d' Italia, dovette anch' esso chiamare da 
questa Penisola gli operai, conferire ad un italiano, cioè al Bal- 
bani, l'incarico di dirigere i lavori; dare ad un altro italiano, 
cioè al milanese Turati, i mezzi di stabilire in Parigi una fab- 
brica d'oro filato; ed ordinare (1603) l'erezione di una ma- 
nifattura di tele d' oro e d' argento, di drappi e stoffe di seta 
all'uso italiano ('). 

Nel 1442 il Duca di Milano aveva conceduti stipendi e pri- 
vilegi a un fiorentino, per 1' opera del quale si erano introdotti 
in quello Stato alcuni particolari lavorii di seta. Ma quel fio- 
rentino trovò ben presto emulatori in una compagnia di mila- 
nesi e genovesi, i quali con la medesima industria e maestria 
si sparsero nel Ducato , e finirono per ottenere uguali age- 
volezze ( 2 ). 

Scorrevano pochi anni appena , ed Urbano Trincherio con 
altri genovesi, portavano 1' arte del tingere e tessere la seta, e 
lavorare di broccati fino in Catalogna. Ma la corporazione cui essi 
appartenevano, avvisandosi che quel fatto recar potesse nocumento 

(!) Levasse™ , Storia delle classi lavoratrici in Francia; libro VI, cap. I. 
Enrico Stefano, nei suoi Dialogues da nouveau langage francois italianisé (pag. 191), 
cita ancora come assai usitali in Francia i seguenti drappi : Velours renforcé, velours 
à poti et demi, a deux poils el à trois poils, velours à ramage, velours à fondo 
de satin pourfillé de Gennes; velours de tout couleurs de Gennes renforcé; 
velours cramoisi violet, poil et demi de Gennes; velours cramoisi brun de 
Gennes. 

( 2 ) Pavesi, Memoria per servire alla storia del commercio dello Stato di 
Milano, p. 30. 

13 



( 194 ) 

a' suoi interessi, ne mosse vive lagnanze al Doge Pietro da 
Campofregoso; Il quale pertanto, addì 13 aprile 1452, proibito 
a' filatori e tessitori di cinture e di drappi serici il partirsi da 
Genova, dichiarava ribelli i contravventori, e minacciavali come 
tali della confisca de' proprii beni. Consentiva soltanto l' editto 
che gli operai mancanti di lavoro potessero trasferirsi a Lucca, 
Firenze, Venezia o Caffa; ma li obbligava ad ottenerne prima 
licenza dalla Signoria ('). 

La fierezza del bando non valse però ad ismuovere il genio 
intraprendente d'Urbano Trincherio. Del 1462 noi lo troviamo 
in compagnia di tre suoi concittadini, e principale fra essi, por- 
lare in Ferrara la tessitura dei drappi di seta a più colori , 
de' brocccati d' oro e d' argento, ed insieme stabilirvi una tin- 
toria; e quel Comune, antiveggendone l'utilità, provvedere 
quegli artefici di locali e di danaro , e farli esenti dalle pub- 
bliche gravezze ( 2 ). Poi Borso d' Este chiamare maestro Marco 
Calvi (1465), per introdurvi la filatura dell'oro e dell'argento ( 3 ); 



(') Capitoli ecc. , car. 29. Anche a Firenze era vietato ai manifattori di seta 
l'uscire dallo Stato, senza il permesso della Signoria (Pagnini, Mercatura, voi. ir, 
p. 114). Un decreto dell' 11 luglio 1440, prò textoribus pannorum sete, avea già 
stabilito: Quod non possint traili de civitate fJanuae) telaria et alia exercitia 
diete artis , nec ea vendere nec mutuare alicui laboratori diete artis ( Pan- 
decta etc. ). 

( 2 ) La domanda del Trincherio e de' compagni « era di una provvisione a tutti 
» quattro, un luogo per esercitarvi l'arte, un'abitazione per le loro famiglie, l'in- 
» troduzione delle sete, oro ed argento necessarii, senza dazii o gabelle, la esen- 
» zione de' pesi reali e personali , e il divieto d' introdurre dall' estero tali sorta 
» di generi, se quelli della fabbrica sieno sufficienti per la città e sue dipendenze. 
» Offrono di attivare venti telaj, con che si dia formento per mesi quattro alle cin- 
» quanta persone che condurranno seco loro per 1' impianto ; e chiedono trecento 
» fiorini d' oro a titolo di prestito, per acquistare e condurre a Ferrara istromenti, 

i ordigni, ecc Il Magistrato, dappresso a raccomandazioni ducali, accetta 

» per un quinquennio » (Cittadella, Notizie relative a Ferrara; p. 502). 

( 3 ) Merli, Origine ed uso delle trine a filo di refe, pag. 24; Cittadella, Op. 
cit., p. 500. Pare nondimeno che il Calvi a breve distanza di tempo sia morto, 
ovvero anche non sia riuscito nell'impresa. Chiese pure di attivare la fabbricazione 



( 198 ) 

mentre , a breve distanza , vediamo chiederò di proseguirne 
l'impresa un maestro Agostino da Bargagli ('). 

Uguale fortuna non arrise a Bernardo da San Pietro. Era- 
sene costui fuggito (1501) coi propri fratelli in Mantova, por- 
tatore del serico magisterio ; ma dubito forte che al divisamente 
di lui seguitasse 1' effetto ; perchè il Governatore di Genova, ad 
istanza de' Consoli dell' arte, ordinava la cattura delle famiglie 
de' fuggiaschi , senza rispetto a' vecchi , alle donne , a' fan- 
ciulli ( 2 ). Ma altri intanto recavalo a Vicenza, di dove il patrio 
Governo si confessava impotente a farne svellare le radici ( 3 ). 

Più lunga via tentala aveano Tommaso Vernassano setaiuolo, 
Antonio Dal-Pozzo tessitore, e Stelino da Novi tintore (1483). 
Che, abbandonata la patria, riparavano in Levante ; e già aveano 
aperti in Scio i loro opifìzii, quando arrestati e condotti a Ge- 
nova, pagavano in fondo alla cupa torre di Palazzo la pena del 
loro ardimento ( 4 ). Pure da tanta persecuzione altri pigliava 
coraggio. Una lettera del doge Anloniotto Adorno alla Maona 
di Scio (31 luglio 1523), fa noto che in quell'isola eransi no- 
vellamente trasferiti degli artefici genovesi; ed ordina che, as- 
sicurate le persone e gli strumenti del loro mestiere , vengano 
sotto buona custodia rinviati a Genova, dove li attendeva tale 
un castigo, di cui fino a' posteri sarebbe ita la ricordanza ( 5 ). 

dei panni di seta ed oro , con provvigione di 40 ducati d'oro ed un assegno per 
la casa; ma la sua domanda non ottenne il consentimento del Magistrato ferrarese, 
per la privativa conceduta al Trincherio ( Id. p. 503 ). 

(') Costui nel 4 470 fece offerta al Duca di trasferirsi con la propria famiglia in 
Terrara, per esercitarvi artem auri et argenti piati ad honorem et gloriam ìtuius 
civitatis , chiedendo l'annua provvisione di trecento ducati per otto anni, un pre- 
stito d' altri 1200 ducali, e la casa d'abitazione per venticinque persone. Ma il 
Magistrato rifiuta l'offerta, a cagione delle gravi spese in cui versa l'erario (Cit- 
tadella, op. cit. p. 500). 

( 2 ) Capitoli, ecc. , fol. 89. 

( 3 j Id. car. 216. 

(*) Id. fol. 215. 

( 5 ) Id. car. 21 G. 



( 196 ) 

Tuttavia quegli artigiani non ebbero si matrigna la sorte come 
i loro predecessori. Una replica del Doge (17 marzo 1 524) 
lamenta assai, che mentre le risposte de' maonesi addimostra- 
vanli pronti all'obbedienza, i fatti chiarito avessero il con- 
trario, in guisa tale che V arte cweua ornai cominciato a sten- 
der V ali in queir isola, con tanta pemicie della patria ('). 

E con ciò sia dato fine al nostro digredire , perocché ogni 
aggiunta il renderebbe soverchio. Le cose brevemente discorse 
invoglino altri a cercarne i particolari ; che 1' arte della seta ci 
addita ne' suoi documenti una importanza degna di storia; e 
l'elevazione di Paolo da Novi alla suprema dignità dogale (10 
aprile 1507), meglio che un avvenimento isolato, od un mero 
fruito a" incomposti tumulti di popolo, vuol essere considerata 
come la esplicazione della potenza cui era giunta queir industria 
fra noi. Ricordiamo che fatti simili potevano anco riprodursi ; 
e che Gian Luigi Fieschi, appoggiato alle arti del setificio e del 
lanificio, metteva poco dopo (1547) a repentaglio la sicurezza 
della Repubblica. Neil' ultima delle citate lettere Antoniotto 
Adorno scriveva: L' arte della seta, non che l'occhio destro, è 
V anima della nostra città. 

I panni di che facevasi maggior uso a' tempi de' quali ho 
preso a dire parola, erano bigii, verdi, gialli, vermigli, scar- 
latti; e il più comunemente d'Inghilterra, di Genova ( 2 ), di 
Lombardia, donde traevansi pure i fustagni, e di Firenze, dove 
gli stessi panni così celebrati di Fiandra e della Picardia 
si miglioravano, ritingevano, cimavano, e così ammigliorati e 
cresciuti di prezzo per le gabelle, le maletolte, i viaggi e 1' o- 
pera , in Italia e fuori si rivendevano a stima più cara ( 3 ). 

(') Capitoli, ecc., car. 216. 

( 2 ) Nel 1264 Enrichetto Spinola promette di consegnare 1o0 pezze di panni ope- 
rali di Genova, ad Enrico Fiorentino di Castello (Canale, Nuova Istoria, ecc., ii. 
623). Nel 1398 dieci pezze di panni di Firenze, di diversi colori, a canne 12 , l 2 
per ciascuna, si valutano lire òOO (Fot. Not., voi. e par. n, car. 149). 

( 3 ) Cibrario , Econ. Polii, ii. 77. 231. I genovesi che dimoravano numerosi ed 



( 197 ) 

Le lane traevansi a Genova segnatamente dalla Provenza, dalle 
Baleari, e di Cartagine, Barberia, Bugea, Sardegna; e lavoravano 
in ispecie i frati umiliati, i quali-venuti d'Alessandria, si edifi- 
carono sovra un terreno dell' abbadia di san Siro nella nostra città 
il munistero e la chiesa di san Germano, ora santa Marta del- 
l' Acquasola (1228). Più documenti abbiamo di loro ne' rogiti 
notarili; i quali ci mostrano che vaste operazioni solevano impren- 
dere que' monaci, ed al buon esito delle medesime interessavano 
con sottile avvedimento i cittadini, od associandoli direttamente 
a' negozi , o ricevendone in accomenda il denaro ('). 

Narra il Giustiniani che 1' armata genovese spedita nel 1283 
contro a' pisani, « era piena del fiore della gioventù, così 

.aveano grandi fattorie a Briga, Anversa, ed in genere nelle principali piazze di com- 
mercio delle Fiandre, godendovi singolari privilegi, vi trafficavano eziandio le lane 
e i panni d'Inghilterra (Trattato stipulato fra il doge Antoniotto Adorno, e il duca 
Filippo di Borgogna conte di Fiandra. MS. presso la Società Ligure di Storia Patria, 
(d estratto dalla minuta originale in pergamena, senza data, che si custodisce negli 
Archivi del Begno in Bruxelles). 

Nel 1381 il Console di Caffa presentò il Signore di Surcato di varie vesti, le 
quali erano fatte con panno di Firenze vermiglio , scarlatto , verde e fistecchino 
(Cartolario di quella Masseria, nell'Archivio di san Giorgio). 

Nell'atto del 27 agosto 1405, mercè cui il maresciallo Bucicaldo , governatore 
di Genova , ratifica la compra di Pisa fatta allora da' fiorentini, questi ultimi pro- 
mettono che d'ora in avanti quei cittadini e sudditi di Firenze, i quali vorranno 
caricare in Inghilterra ed in Fiandra delle lane, dei panni od altra qualsivoglia mer- 
canzia destinala per Genova e pel suo distretto fino a Talamone, dovranno servirsi 
delle navi genovesi (Vivoli , Annali di Livorno, voi. Il, p. 31 1). 

(*) An. 1235. Anselmo priore degli umiliati riceve da Gisla lire 22 in accoman- 
dila (Muzio, L' Ordine degli umiliati, ecc., ms. della Civico-Beriana ). 

An. 1236. Dionisia Belletto dà lire 100 in accomenda a que' monaci (Ivi) 

An. 1237. Gli umiliati contraggono società di lire 34, per far lavorare i panni 
nella loro officina (Canale, Nuova Istoria, ». 623). 

An. 1268. Giovanni ministro del monastero di san Germano, compra lana sucida 
per lire 54, e sol. 19 (Muzio). 

In documento del 124'i è menzionato una falla, nelle pertinenze di San Quirico 
( Giornale Ligustico, voi. v, p. 391 ). 

Lo Statuto del 1403 prescrive, che non si possa tessere pannolano alcuno con peli 
di bue, vacca, asino, volpe, becco; né conciare boldroni bianchi o vermigli, se non 



( 198 ; 

di nobili come di popolari , i quali tutti erano vestiti a ili- 
verse livree , così di panni di seta come di panni d' oro » ; 
ed ugualmente racconta , che sulla squadra di \ 65 galere 
allestita nel 1295 contro de' veneti , eransi da' nostri allogate 
meglio che ottomila sopravvesti , d' oro e di seta. Soggiunge 
tuttavia, che la città, ancorché fus.se molto ricca e potente , 
nondimeno non vi erano ancora introdutti i vizii e le delicatezze 
clic vi sono entrate poi ( 1 ). Ma poco innanzi ripiglia: « Ed 
era già cresciuta tanto la delicatezza, che già si erano deposte 
le vestimenta di panno laneo , ancor che fussero finissime ; e 
ciascheduno vestiva seta ; e molti non si contentavano delle 
vesti di seta pure e semplici , ma vestivano vesti di seta 
figurate d' oro , le quali poi si sono domandate broccatello , 
ovvero brocato col pelo » ( 2 ). E però giustamente scriveva il 

sieno di buone qualità ( Miscelane e Agcno, n. VI j. Un decreto del 31 gennaio 1435 
probisce nel distretto della Repubblica l' importazione dei panni di Provenza, quando 
il loro valore sia meno di soldi CO per ogni canna ( Pandecta ctc). 

Nel 1372 Giovanni del fu Antonio de Cividali Belimi , tessitore di pannilani 
abitante in Ferrara, contrae società con ser Giacomo del fu Pantaleone da Genova 
abitante in Mirasolc a Bologna (Cittadella, op. cit. |). 504). 

(') Giustiniani, Annali, i. 467. 499. 

( 2 ) Giustiniani , il. 59. Siffatto racconto 6 tratto da ciò clic narra Giorgio Stella, 
sotto il 1331 ; ed accenna agli anni che furono in mezzo tra questo ed il principio 
del secolo xiv; giacché allora , per le perdite toccate da' ghibellini, la città fu colta 
da tanto squallore, che, dove per lo innanzi i cittadini mediocri non vestivano che 
seta ornata d' oro e d'argento, ora anche i più facoltosi e gli stessi nobili dovettero 
acconciarsi al panno grossolano. Et sic, peccatis nostris exfgenlibus, haec talia Janna 
passa est. Ut quidam , tane viventes , dicebant fuit reatus excessivorum sum- 

ptuum, praet iosarumque vcstiitm, ornata sque alterius superfluitas Nostrates 

ipsi, uobiles et alti, lanae pannorum (quamquam per fedi forent ) jam indù- 
menta linquebant, syndonem puram, syndonemque deauratum figwis contextam 
variis procurabant. Vcrum collegi eliam a gente superstite fide digna , quod 
quidam nostrae urbis incolae multis divitiis ohm abundantes, post ipsam discor- 

diam dum uxorem ducer ent, ex ipsorum celebriate se vestes induerunt valde 

parvi valori» ^Georgii Stell.-e Annales Genuenses , apud Muratori, S. R. /., xvn, 
col. 1062,). Da sì fiera battitura per altro, non tardarono mollo a rilevarsi i genovesi; 
e i documenti da noi citati ne fanno ampia testimonianza. 



( 199 ) 

Boccaccio in quel torno, che i genovesi usi sono di nobilmente 
vestire ('). 

Né era inusitato 1' abbigliarsi di porpore , onde ho più no- 
tizie. Nel 1240 Andrea porporaio promette ad Isembardo di 
lavorare con lui , neh" arte del tessere le porpore ed i panni 
dorati ( 2 ) ; nel 1251 Corradino da Moneglia si conviene con 
Giovanni porporaio , all' oggetto di apparare que' lavori ( 3 ) ; 
lo stesso fa Nicolò Pinello con maestro Daniele il 1275 ( 4 ). 
E fino dal 1 257 ho memoria della corporazione de' porporai , 
in un atto del 1 5 novembre ; col quale i medesimi promettono 
1' osservanza degli statuti , che i loro consoli Giacomo di Pa- 
rodi e Oberto da Sant' Ambrogio saranno per emanare ( 5 ). 

Le conquiste de' barbari ci aveano poi recate dal settentrione 
le rare pelliccie, di cui i medesimi s' avvolgeano in quella zona 
gelata; e poiché queste, mercè gli ampli commerci, erano dive- 
nute meno rare che non i drappi, molti soleano portarle in estate 
col pelo al di fuori , e al di dentro l' inverno. Più tardi per 
altro cadde in disuso la costumanza ; e le pelli non si portarono 
che sotto de' panni, e come semplice foderatura. Giovanni 
Stella ricorda la via nella quale pelles sub vestìbus latae ven- 
duntur ( 6 ), cioè 1' attuale Pellicceria, al di là de' cui limiti 
lo Statuto del 1403 prescriveva non si potessero le pelliccie 
inzolforare o battere ( 7 ) ; e Antonio da Uzzano loda assai le 
pelli concie si a Genova , e sì nelle altre parli del distretto 
ligustico ( 8 ). 

(') Boccaccio, Giornata i, nov. vili. 

( 2 ) Fot. Not. i, 242. 

( 3 ) Id. i, 463. 

( 4 ) Id. voi. il, par. i , 164. 

( 5 ) Notulario di Angiolino da Sestri, car. 185. 

( 6 ) Stella , Annales Genuenses, apud Muratori , Script. Rer. Hai. xvn. 

( 7 ) Miscellanee Ageno , n. vi. 

( 8 ) Per quello poi che è de' cuoi , soggiungiamo che i medesimi derivavansi di 
Barberia e di Spagna (Uzzano, p. 191). Nel 1163, a Genova, 650 pelli di mon- 



( 200 ) 

11 Breve della Compagna del 1157 ha una singolare di- 
sposizione, ommessa nel successivo del 1161, colla quale si 
proibisce 1' ornarsi de' zibellini di valore , salvo il caso di le- 
gazioni o visite a pontefici, imperatori e re ( f ). E il Registro 
del Pedaggetto di Gavi (sec. xm) rammenta le pelli di yolpe, 
di gatto , di coniglio , di faina , di lepre ; che erano nostrali , 
oppure si traevano di Puglia , Lamagna , Norvegia , e Schia- 
vonia (-). 

Ma verso il \ 300 presero eziandio ad usarsi , o per va- 
ghezza o per sollazzo, abiti di lontane nazioni, come le sa- 
racine e le schiavine, ossiano vesti di lana fabbricate ne' paesi 
de' saracini , nel!' Arabia , nella Soria , nell' Armenia , ovvero 
nella Schiavonia ( 3 ). Altri portava il farsettino all' ungherese , 
oppure indossava le foggie spagnuole , faceasi tosare il capo a 
mo' de' francesi , e nodriva la barba alla guisa de' tartari ( 4 ). 

tone , ad uso di calzoleria , si vendono al prezzo di lire 50 (Chartarum voi. n). 
Un inventaro del 1388 nota: par unum calligaram serratarum prò homine (Fol. 
Noi. voi. e p! ii, 153). 

(*) Atti della Società Ligure di Storia Patria, voi. i, p. 192. Tale proibizione 
s' incontra eziandio nella Prammatica del 17 marzo 1705, edita dallo Scionico. Ivi 
(pag. 2-3) è detto, che gli ermellini ed i zibellini non possano adoperarsi, neanche 
per foderatura. A Firenze del pari gli ermellini erano da tempo antico vietati (Sac- 
chetti, nov. 137). 

( 2 ) Pegolotti , Pratica della mercatura , p. 29 ( J. 

( 3 ) Cartolarii della Masseria di Caffa e delle confische a' ribelli, nell'Archivio di 
san Giorgio. 

( 4 ) Che prima del secolo xiv ciascun paese avesse un vestire particolare , ce ne 
assicura anche Dante , il quale nel suo pellegrinaggio all' Inferno , viene ricono- 
sciuto per fiorentino alla favella dal conte Ugolino , ed all' abito da' suoi illustri 
concittadini Guido Guerra , Tegghiaio Aldobrandi ed Jacopo Ruslicucci : 

Io non so chi tu sie , né per che modo 
Venuto se' quaggiù ; ma fiorentino 
Mi sembri quando i' t'odo. (Inf. xxxin) 

e ciascuno gridava 

Sostati tu che all' abito mi sembri 

Essere alcun di nostra terra prava. (Inf. xvi) 



( 201 ) 

Scrive 1' anonimo autore di una Storia Romana e della Vita 
di Cola da Rienzo , onde fu contemporaneo e partigiano : « In 
questo tiempo comenzao la iente esmesuratamente mutare aviti 
sì de vestimenta, sì de la perzona. Comenzao a fare li pizzi 
de li cappucci longhi. Comenzao a portare panni stretti a la 
catelana , e collari , portare scarzelle a le correie (correggie) , 
e in capo portare cappelletti sopra lo cappuccio. Po' portavano 
varve granni e foite (barbe grandi e folte) , come bene janetti 
spagnuoli vuoco seguitare. Denanti questo tiempo , queste cose 
non erano anco. Se radevano le persone la varva, e portavano 
vestimenta larghe e oneste ; e se ciascuna persona avessi por- 
tata varva , fora stato avuto in sospietto de essere homo de 
pessima rascione, salvo non fussi spagnuolo, o vero homo de 
penitentia. Hora ene mutata connitione (condilione) , idea , 
deletto. Portano cappelletto in capo per grande autoritate , 
foita varva a modo de eremitano, scarzella a muodo de pelle- 
grino. Vedi nova devisanza! E che. più ene , chi più non por- 
tassi cappelletto in capo, varva foita, scarzella in centa, non 
ene tenuto cobelle, overo poco, overo cosa nulla. Granne capi- 
tagna è la varva. Chi porta varva ene temuto (*) ». 

L' uso del cappuccio , antichissimo nondimeno , durò più a 
lungo d' ogni altro abbigliamento , il quale siasi venuto nella 
età di mezzo introducendo ; e la maggiore o minor quantità 
di pelliccie ond' era ornato , serviva a dar ragione del grado 
di chi lo portava. I cappucci della gente di bassa condizione 
erano infatti ampii , appuntati e sprovveduti di pelli ; ed il 
portarlo abbassato senza di queste , era segno di lutto. Comodo 
abbigliamento in inverno , abbandonavasi tuttavolta al soprag- 
giungere della calda stagione ; e allora invece si faceva gran 

Anche nel 1435, fra le vesti prese da' genovesi alla flotta d'Aragona si nota: 
gona panni miscli foderala camocati nigri , more siculo ( Galearum introitus 
et exitus anni 1435; Archivio di S. Giorgio). 

(') Muratori , Antiquilates Italicae , voi. ih, col. 308. 



( 202 ) 

mostra di cappelli, i quali erano di cuoio, di bevero o Castore, 
di panni d' oro , di lana , ovvero anche di paglia foderata di 
seta. L' uso di questi si dice recato di Spagna ; ina in sul 
principio del secolo xv ebbero molta rinomanza quelli di 
Fiandra. 

Nel 1 336 Amedeo VI, duca di Savoia, comperava da Raffaele 
Di Negro, genovese, un cappello gucrnito di grosse perle e ru- 
bini, per farne dono al Re di Francia, e lo pagava ben mille 
ducati d' oro, cioè franchi 22,295 dell' odierna moneta ( , ). Lo 
che prova la straordinaria ricchezza di siffatto oggetto; il quale 
forse non ha riscontro neppure in quello, che 1' anno stesso 
appariva tra gli splendidi presenti fatti a Lionello d'Inghilterra, 
nel solenne banchetto datogli da Galeazzo Visconti in Milano , 
e celebrati da' contemporanei in prosa ed in verso. Carlo il 
Temerario aveva pure un cappello coperto di pietre preziose 
e di perle, alla battaglia di Granson, dove morì nel 1476 ( 2 ). 
L'inventaro del monastero de' santi Giacomo e Filippo all'Acqua- 
sola, redatto il 14 luglio 1497, ricorda anche esso un piccolo 
cappello, ricco di perle e di cristalli ( 3 ). Buonapace cappel- 
laio è notato in carta del 1245 ( 4 ). In un inventaro del 
1 389 , si registrano quattro cappelli di paglia ; de' quali uno 
colle insegne de' Mosca e degli Albaro , uno vermiglio , e due 
bianchi , nuovi e belli (novi et pulchrij ( 5 ). 

Francesco arcivescovo Turritano (1397) avea un cappello 



(») ClBRARIO , II , 336. 

( 2 ) Sacchi, op. cit. p. '65 ; Guenebault, Dict. iconographi'jue , voi. i, p. 239. 

( 3 j Muzio, Apparato dell'istoria dei monasteri di san Domenico, ms. della 
Civico-Briana. Una grida del 1488, chi manoscritta conservasi presso il già ri- 
cordalo sig. avv. Gaetano Avignone , proibisce alle donne i cappelli di seta e le 
berrette; ma loro consente quelli di feltro, di paglia e di piuma, foderati di taf- 
fetà, alla condizione però che non possano adornarli con medaglie d'oro e d'argento, 
o con altro qualvogliasi oggetto. 

( 4 ) Giornale. Ligustico, v. 391. 

(■'•) Fot. Not., voi. e par. n , 158. 



( 205 ) 

nero ('); e Francesco vescovo di Mariana possedeva (1387) un 
cappello di cuoio , una cappa di colore pavonazzo col cappuc- 
cio di candide pelli ; un mantello di biavo , con foderatura di 
panni bianchi , ed un cappuccio foderato di nere pelliccie ( 2 ). 

Del 1390 si nota un cappuccio vermiglio ( 3 ) , e del 4 392 
si fa memoria di una tunica di scarlatto con pelli bianche (*); 
d' una pelle di martora , una giubba di clamellotto nero con 
pelli di lupo cerviere , due cappucci neri e tre di biavo ( 5 ) ; e del 
1433 si registra un cappuccio di panno nero, con maniche ( 6 ). 

A difendere dalla pioggia avanti che si adoperassero gene- 
ralmente le ombrelle , servivano in ispecie i cappelli di lana , 
i cubani o gabbani, le gausape ( 7 ). Nel \ 271 Filippo Della 
Volta lega a Giovanni suo parente gascapum foralum , ed a 
Burone Della Volta gascapum ab acqua ( 8 ). Nel 1467 si ven- 
dono ai pubblici incanti cappas , cabanos , calìgas et alia 
huiusmodi ( 9 ). 

Finalmente , soleano gli uomini ornarsi ai colori delle altrui 

(') Fol. Noi., voi. e par. u , 1 44. 

( 2 ) Id. ibid., 143. Il Simidei non registra questo vescovo, ma pone in sua vece 
frate Nicolò genovese dell' Ordine dei Predicatori, che eletto nel 1366 , morì nel 
1390. Probabilmente Francesco era vescovo scismatico, al paro del metropolita 
di Torres. 

( 3 ) Fol. Not., voi. e par. n, 161. 
(*) Id. ibid. 146. 

(5) hi. ibid. 147. 

(6) Id. ibid. 114. 

C 1 ) Le ombrelle, così per difendere dalla pioggia come dal sole, cominciarono ad 
usarsi segnatamente nel secolo xvi, benché tuttavia rozze e pesanti, a Et a propos de 
« pavillon (scrive Enrico Stefano, Dialogues ere, p. 167), aves-vous iamais veu 
» ce que portent ou font porter par les champs quelques seigneures en Hespagne 
» et cn Italie , pour se defendre non pas tant des mouches que du soleil ? Cela 
» est soustenu d' un baston , et tellement faict qu'estant ploye et tenant bien pcu 
» de place, quand ce vient qu'on en a besoin, on l'a incontinent ouvert et estendu 
» cn rond , iusques à pouvoir couvrir trois ou quatre personnes ». 

( 8 ) Belgrano, Documenti sulle Crociate di Luigi IX, p. 335. 

(») Fol. Not. iv , 686. 



( 204 ) 

divise , lorchè volevano rendere a qualche principe o signore 
omaggio ed onoranza. Nel 1403, essendo venute a Genova la 
moglie e la sorella del regio governatore Giovanni Lemeingre, 
molti cittadini vestirono di panni bianchi e verdi , che tale era 
appunto l' insegna del Bucicaldo , e il Comune fece loro un 
presente che valeva due mila lire ('). Trovo pure, circa un 
secolo appresso (1506), che Filippo di Clevcs signore di Raven- 
stein , recandosi ad assumere il governo della Repubblica in 
nome di Luigi XII , fu assai onorevolmente ricevuto da una 
compagnia di cento giovani popolari ; i quali tutti indossavano 
una veste di seta ad una foggia ( 2 ). 

Né in mezzo a tanta pompa di pelliccie e di drappi , man- 
cavano forse i genovesi d' alcune cose necessarie a condurre 
soavemente la vita , e che pure difeltavano appo la maggior 
parie dei popoli di que' giorni. I quali è fama che dormissero 
ignudi , e raramente anche di giorno vestissero le camicie. Di 
queste, come già vedemmo de' lenzuoli , è memoria frequen- 
tissima nei registri delle confische a' ribelli ; e trovo che i ge- 
novesi, quando erano signori di Caffa, donarono di più camicie 
e clamellotti il Signore di Surcato ed altri parecchi , il barone 
ed il medico del Kan de' tartari , e i loro ambasciadori ( 3 ). 



(') Giustiniani, voi. li, pag. 227. li somigliante aveano fatto a Perugia le 
donne, quando Biordo de' Michelutti (1397), signore di quella e delle circostanti 
città, condusse in moglie Giovanna Orsini ; perocché moltissime fra loro vestirono 
alla divisa di Biordo (Cantù , Storia degli italiani; voi. m , pag. 276). 

( 2 ) Giustiniani, h , 618. 

( 3 ) Fra le molte partite che si leggono a questo riguardo nel solo Cartolario 
della Masseria di Cada pel 1381, scelgo le seguenti, notate sotto i giorni 30 marzo, 
26 giugno e 3 settembre : 

Pro guirardo fodrato, et sunt prò predo unius clamcloti et unius caanicicie 
(sic) datis uni nuntio domini imperaloris tane Asp. 68. 

Pro Johanne liicio, et sani prò predo de clamelotis duobus et tellis duabus 
datis duobus nundis domini imperatoris tane Asp. 299. 

Pro predo de camiddis duabus datis .... domino Elisabco (il Signore di Sur- 
cato) Asp. 72. 



( 205 ) 

La tela poi di che facevasi a Genova il maggiore commer- 
cio , oltre quella che fornivano le fabbriche nazionali , deriva- 
vasi di Lombardia e di Lamagna ; ma quella di Costanza godeva 
su tutte la preminenza ('). 

Riassumendo ora le promesse notizie , si riesce a dedurne 
la conclusione : che i genovesi , generalmente parlando , non 
abbandonarono, né per lunga stagione in modo notevole rifor- 
marono il vestire , che già era appo loro introdotto nel secolo 
xii. Il correre dietro alle foggie straniere, qui come altrove, 
fu per molto tempo privilegio dei damerini , i quali con ciò 
miravano a cattivarsi 1' attenzione delle dame ; e la toga non 
venne difatti abbandonata innanzi che il secolo xvi pervenisse 
al suo mezzo ; allora quando cioè , non che il vestire , i pen- 
sieri si acconciavano e torturavano nella imitazione degli stra- 
nieri ; e 1' Italia, con troppo lunga e dolorosa vicenda, si palleg- 
giava tra la servitù della Francia e della Spagna. 

Del quale mulamento , Paolo Foglietta, germano allo storico 
Uberto, che gli die posto meritato negli elogi dei liguri illustri , 
acremente biasimava i proprii concittadini in quindici sonetti 
genovesi pieni di brio e di verità ; 1' uno de' quali comincia : 

Quando re toghe uxava està citlè , 
Che aspetto ai hommi fan de citten lioin , 
Pareimo tutti Tullij e Salamoili , 
E ogni cilten mostrava gravitò. 

(') Nel 1216, canne 152 V2 di tela di Costanza si vendono lire 32 {Fol. Not., 
voi. 1, car. 191); e nel 1398 balle 43 di tela di Valenza di Lombardia (a pezze 20 
per balla , e così in total' pezze 260, misurando ogni pezza 9 canne) si valutano 
lire 2 e soldi 16 genovesi per ogni pezza ; ed ascendono perciò a lire 728 ( Fol. 
Not., voi. e par. 11, 1 49). Ricciardino Becarìo Uniamolo è citato in carta del 1343 
(Giornale Ligustico, V, 39 1). 

Due camicie antiche di tela , si enunciano nell' inventaro dei beni del già ci- 
tato G. B. Rocca (1725). Costui aveva un tempo ospitato in una sua villeggiatura 
il Re di Spagna ; e tra gli oggetti di vestiario queir alto ricorda : « Un vestito 
di panno argentino , cioè marsina guarnita d' oro , con sua sottomarsina di veluto 
cremesi pure guarnita d J oro , che si fece in tempo che ebbe a ricevere Filippo V 
in sua casa a Voltaggio ». 



( 20(1 ) 

Ma con questi vesti desbardelle , 
Aura paremo tutti scarlafoin 
E soavizzi , e sodi"; tagiacanloin 
E no citten de tanta gravite (')• 

Tiene dietro al Foglietta quel robustissimo ingegno d'Ansaldo 
Cebà ; il quale, avendo in giovinezza tradotti ed annotati i 
Caratteri di Treofrasto ( 2 ) , non raramente pigliò occa- 
sione dalle parole del greco fdosofo , per mordere i co- 
stumi dell' età sua. E però così ragiona di quegli spirili gretti e 
meschini , che del vestire si pavoneggiano : Colui che indosso 
ha calze alla spagnuola , o il farsetto lavorato « si va con tanta 
sollecitudine avvolgendo per la città, che tu non puoi abbatterti 
a chiesa , a piazza od a cantonata dove tu noi vegga. Né bi- 
sogna mica che tu pensi di spacciartene , senza venirlo tutto 
considerando da capo a piede ; imperocch' egli , hor con 1' a- 
prirti il mantello , hor col piantartisi davanti a modo di ba- 
stione, e bene spesso stringendoti con le guatature e con gli 
schiarimenti , tei vien richiedendo con tanta efficacia , che ti 
parrebbe gran villania a negargliele. E trovansi anche di quelli, 
che , volendo trarviti per bella necessità , come che non hab- 
biano teco molta dimestichezza , o forse non t' abbiano parlato 
altra volta , ti si fanno incontro , senza che pure gli guati , e 
fin che tu non babbi annoverato questi trapunti , o forse an- 
che quanti punti s' abbia il fregio della loro cappa , o V orlo 
della sua manica , ti vengono picchiando sì bene col corpo 
dell' Impresa , o col favor della Dama , che non fai poco gua- 
dagno , se tu ti parti da loro col capo intero (•') ». 

L' instabile moda per altro esercitava specialmente, così a 

(') Rime diverse in lingua genovese; Pavia 1583, p. 21; Torino, 1G12, 
p. 44. 

( 2 ) Li pubblicò più tardi, cioè nel 1620, dedicandoli al cardinale Federigo 
Borromeo. 

( 3 ) Ceba', Caratteri di Teofrasto , p. 171. 



( 207 ) 

que' tempi come al dì d' oggi , il suo tirannico impero sul 
sesso gentile ; il quale mutava pertanto rapidamente acconcia- 
ture , abiti e fogge , secondo che valgono a dimostrarcelo i 
documenti , le storie e le opere d' arte ('). 

Una tela del secolo xiv, che si ammira all'ingresso dell'Archi- 
vio di san Giorgio , raffigura la Fortezza e la Giustizia ai lati 
dello scudo di Genova ; le quali indossano una veste di broc- 
cato assai ricca di opera , aggiustata alla vita , impomellata e 
guarnita di perle ; e , benché lunga , stretta e senza pieghe , 
per obbedire all' usanza. Del 1303 notavasi infatti come di 
singolarità la cotta della Signora di Chiaramonte , per la 
. ragione che era tota frontiata (-). 

Ma quella moda non andò innanzi gran pezza , e venne po- 
sta da banda , per risorgere , s' intende , coli' andare degli anni, 
e con perpetua vicenda , secondo che in tal genere di cose 
dettano I' instabilità ed il capriccio. Si presero invece ad usare 
larghe e lunghe vestimenta di velluto , ovvero di panni serici 
dorati o broccati , con ampie maniche pendenti fino a terra, 
aguzze a mo' di scudi ; ed é appunto con tale abbigliamento , 
che vedesi ritratta quella statua di donna , la quale decora la 
facciata del già ricordato palazzo Spinola, in piazza Fontane 
Morose. Un diadema inoltre le cinge la fronte , e s' incrocia 
sui capegli all' orientale; un sottil velo le scende dagli omeri, 
e le è affibbialo da un bottoncino sul petto ; un manto le cade 
sfarzosamente insino ai piedi. 

Nel secolo xm , ogni donna ben costumata aveva , ad esor- 
tazione de' frati predicatori , impreso a coprire il capo d' un 



(i) Per coloro che fossero vaghi di apprenderne alcuna cosa fino dal secolo xii, 
torneremo a citare il prezioso testamento di Alda Burone [(1156). La quale fa le- 
gato di due palludelli o manti , di un busto, di una giubba di cendato , e di una 
veste di dimito con maniche (cum bruciale). Il dimito era un drappo fine a due 
licci , o teleria di bambagia ', e specialmente usavasi per soppannare gli abiti. 

( 2 ) ClBRARIO, II, 78. 



I 208 ) 

velo o tovagliolo; né l'uso venne a mancare, che intorno la 
metà del successivo. Me ne forniscono ancora notizie un in- 
strumento del 4 312 , ove s' inventarizzano capitergia odo alba, 
capitergia recamala duo (*) ; un atto del 4 317, ove si fa 
memoria di tre tovagliuole pel capo ( 2 ) , e due documenti in- 
fine del 1350 ( 3 ). 

Antichissimo pure è 1' uso del mezzaro ; talché due inven- 
tari 1274 e 1321 registrano mesarum unum listatum ( 4 ) , e 
mesarum unum prò domina ( 5 ). 

Ma coli' avanzarsi del già detto secolo xiv , lasciate in di- 
sparte le tovagliuole e abbandonatane al volgo V usanza , le 
dame portarono invece sul nudo capo ricche trecciere, o terzuole, 
così appellate perchè composte di 300 perle ordinate in tre 
file , e corone d' oro, o d' argento dorato, con gemme e perle 
carissime ; finché nel quattrocento sostituirono alle medesime le 
cuffie o reticelle a filo di refe o d' oro filalo , le lodi delle 
quali cantò di poi sì fctene il Firenzuola , nel Madrigale indi- 
rizzato a Camillo Tonti. 



Deh come oltre all' usato divien bella 
Madonna , allor che le sue chiome bionde 
Una cuffia di lin semplice asconde. 

Vidi F altr' ier scherzar ben mille Amori 
In quel beli' occhio , che dinanzi pianse 
Con bianco refe un ago dammaschino ; 
Vidi seder le Grazie in quei lavori , 
Co' quai vaghezza dintorno la cinse , 
E con bel modo dipingerle il crino ; 
La cordella sottil, che 'I fronte strinse 
Con quel nodo gentil , parea dicesse : 



(') Not. Ambrogio di Rapallo, car. 10. 

( 2 ) Fot. Not. , voi. hi , par. u , 14. 

(3) Id. ibid. car. 129, 188. 

( 4 ) Notulario di Stefano di Corrado da Lavagna , car. 23. 

( 5 ) Fot. Not., voi. ni, par. n , 9. 



( 209 ) 

Quinci m' ha poslo Amore 

Acciocch' io Icglii a mille amanti il core. 

E se ben dritto di veder procacci , 

Tra quei merluzzi e quella reticella 

Vi scorgerai mille amorosi lacci , 

Mille punte d' Amor , mille quadrella ('). 

Riferisce Giovanni Musso nella Cronaca Piacentina, che le 
terzuole valeano dai 100 ai 125 fiorini d'oro;' e le corone 
ne costavano dai 70 ai 100 ( 2 ) ; e tanto era vivo il desiderio 
d' ornarsene , che la gente mezzana , comecché patisse disagio 
di moneta , pur si sforzava di imitare quelle grandezze ; e 
non potendo avere corone d' oro e di perle , portavale di seta, 
di vetro o di carta colorala ( 3 ). Un inventaro del 1497 ri- 
corda due trecciere , di cui una con quattro fila di perle ; e 
due corone imperlate e gemmate (*)• 

Né è da tacersi che le figure del quadro sovra citato , al 
paro della statua della Spinola , portano anch' esse corona ; e 

(') Firenzuola, Opere. Lemonnier ; voi. li, pag. 251. Nel secolo xvi 1' uso delle 
reticelle erasi talmente propagato, che già in Francia le dame di quella Corte ne 
erano disgustate , e proponevansi di abbandonarle alle fanciulle di villaggio (Dia- 
logues da nouveau lungi gè francois etc. p. 152). Allora poi come al presente, 
in cui ne è risorta la moda , mescolavansi bene spesso entro le reticelle a' capegli 
naturali delle treccie tolte a prestanza. Ma di ciò niuna maraviglia, perocché il 
vizio ha troppo lontana radice. Il satirico Marziale diceva già di una dama : lurat 
capillos esse , quos emit , suos — Fabulla : numquid , Panile peierat ? Nego 
(Epigramata; lib. vi, ep. 12, de Fabulla). Ed Ovidio scriveva : Femina procedit 
densissima crinibus emptis , — Proque suis alios efficit aere vos ( Artis Ama- 
toriae lib. m , ver. 165, 166). Inoltre, e che è più, lo stesso Marziale fa pure 
menzione dei denti posticci, ed ha questi versi: Dentibas atque comis , nec te 
pudet, uteris emptis. — Quid facies ocufo, Laelia? Non emitur (Epigramata; 
lib. xn , ep. 23 in Laeliam). 

( 2 ) Johann, de Mussis, Chronicon Placentinum ; apud Muratori, S. R. I. xvi. 580. 

( 3 ) La cura che hanno i notari di specificare nei loro atti le perle veraci , mo- 
stra quanto grande fosse l'usanza delle false. 

( 4 ) Muzio , Apparato dell' istoria dei monasteri dell' Ordine di san Dome- 
nico in Genova , Ms. Inventaro dei beni di quello dei santi Giacomo e Filippo 
all' Acquasola. 

14 



( 210 ) 

I' ha puro quella della vergine libica espressa nella tela di san 
Giorgio , dipinta da Luchino di Milano per 1' Uffizio del 1444 ('), 
e nel maggior numero di que' bassi rilievi che rappresentano 
il trionfo del santo cavaliere sul dragone di Libia. Inoltre, un 
estimo del 4 433 fa menzione di un pettine d' elefante, ossia 
d' avorio ( 2 ). Ma rara cosa al certo doveva essere una ghir- 
landa intrecciata di perle e vaghe penne di pavone, della quale 
si fa cenno il 1348, nell' elenco dei beni lasciati da Aleramo 
Lercaro ; ed è la più antica memoria dell' usanza di penne , 
che m' abbia io rinvenuta ( 3 ). Nel medio evo il pavone , ve- 
stito delle pompose sue piume , e portato d' ordinario sur un 
bacino d' oro o d' argento da vezzose damigelle ne' più splen- 
didi banchetti , era una imbandigione misteriosa e di grande 
solennità. Sovr' esso i cavalieri e scudieri stendeano le mani, 
per far voti cavallereschi ; e quando le dame aveano a desi- 
gnare il vincitore nelle tenzoni de' trovatori , o nelle gare dei 
poeti, che nelle corti bandite trovavano facili argomenti a can- 
tare il valore e la galanteria , gì' incoronavano il capo con le 
penne di questo maestoso augello (*)_. Nel 1388 la legge sun- 
tuaria di Firenze proibiva alle donne 1' usar le piume del mede- 
simo ad ornamento delle vesti , ma consentiva che potessero 
inghirlandarsene ( 5 ). 

Più lunga e particolareggiata descrizione del costume ondo 
ho testé fatta parola , si legge nell' opera di Cesare Vecellio. 
« L' abito antico di Genova , delle donne (dice egli) , era che 
portavano due vesti , una delle quali era corta fino alle ginoc- 
chia , aperta da' fianchi , cinta sotto al petto ; 1' altra era più 

(*j Anche questo quadro, dipinto a tempera, si conserva nell'Archivio di san 
Giorgio. Al basso della tela è scritto in caratteri gotici : noe opus fecit fieri spec- 

TABILE OFFICIMI SANCTI CE0RCII MCCCCXLIIII. LUCHINUS DE MEDIOLANO PINSIT (Sic). 

( 2 ) Fot. Not. , voi. e par. n , 114. 

( 3 ) Id. voi. in , par. n , 4 25. 

{*) Cibrario , Ec. Poi. il , 70 ; Sacchi , op. cit. 88, 94. 

( 5 ) Sm.vi, Regola della famiglia del B. Giovanni Dominici, pag. 226. 



(211 ) 

lunga , senza busto , di seta tutta listata di velluto di diversi 
colori. Usavano ancora alcune un grembiale davanti del me- 
desimo , o di tela sottile con altre liste simili. Le maniche 
delle vesti erano molto larghe et crespe fino al gomito , ma 
da quello in giù fino alla mano erano strette et aperte , dove 
pendevano le bianche maniche della camicia , che per essere 
tanto larghe facevano alcune crespe. Portavano i capelli sparsi 
giù per le spalle , ma pure alquanto involti et legati , che del 
tutto non cascavano alla distesa , et in mano un cappello per 
difendersi così alle volte dal sole come anco dalla pioggia (') ». 
Ma al sopraggiungere dell' inverno , portavano anch' esse il 
cappuccio , che era comunemente di velluto o di seta. Rac- 
comandavano ad una assai larga cintura di seta , di maroc- 
chino , ovvero di preziosi metalli e di gemme , un coltellino 
guarnito d' argento appeso ad un nastro ( 2 ) , ed una borsa 
della stoffa anzidetta, di velluto o di cuoio, ricamata, e chiusa 
da annelli d' oro, in cui solevano custodire il denaro, le for- 
bici d'argento, l'astuccio ricamato con entro le spille, ed altri 
oggetti necessari ed appropriati a' domestici lavori ( 3 ). 

Una sentenza colla quale i vice-dogi di Simone Boccanegra com- 
pongono nel 1359 una lite vertente fra le arti de' mereiai, bor- 
sieri, guantai e correggiai, stabilisce che questi ultimi possano 
vendere scarselle, borse e borsellini, coltelli con astucci e senza, 
berretti e guanti, i quali erano di cuoio lavorati di seta ( 4 ). 

(') Vecellio , Hubiti antichi e moderni, n.o 183. 

( 2 ) Due inventari del 1312 e 1361 ricordano: Cultellum unum de Intere fur- 
nitum de argento (Noi. Ambrogio di Rapallo, car. 10); gladii duo parvi cum 
manicis de argento prò domina (Fol. Not. , voi. ih , par. u , 255). Ed altro del 
1433 : par unum gladietorum argenti prò domina , par unum forficetarum prò 
domina. Queste ultime pesavano once 9 e denari 6; valevano lire 12 e soldi lo 
(Id. , voi. e par. n , 114). 

v 3 ) li 1395 si sequestrano in casa di Franca da San Martino : bursia una sepie 
prò domina talis qualis , cum anulo uno ami rotondo ; alia bursia parva ve- 
luti (Registro di confische a' ribelli). 

( 4 ) Fol. Not. , voi. ni , par. n , 256. 



( 212 ) 

Dante Alighieri , volendo encomiare 1' antico e dimesso ve- 
stir sobrio de' fiorentini , ci mostra anch' esso in quanto pregio 
fossero appunto a' suoi dì tenute le cinture, quando fa dire al 
suo trisavolo Cacciaguida : 

Fiorenza , dentro dalla cerchia antica 

Ond' ella toglie ancora sesta e nona , 

Si slava in pace sobria e pudica. 
Non avea catenella , non corona , 

Non donne contigiate , non cintura 

Che fosse a veder più che la persona ('). 

E le cinture di Genova eransi acquistate meriti e fama sì da 
lungi, che del 1455 il Governo inglese avendo proibite le seterie 
forastiere, eccettuò queste nostre manifatture: favore, conclude 
il Serra , probabilmente dovuto alle rimostranze di un sesso , 
che non ignora quanto un bel cinto ha grazia ( 2 ). 

Del 1348 si nota una cintura d'argento, fregiata degli 
stemmi Lercaro ed Alpane ( 3 ) : e del 1433 un' altra d'argento 
dorato , del peso di una libbra e nove denari (*). 

Antica è 1' industria appo noi de' fregi o merletti d' oro , 
d' argento, di seta ; ma ne' primordi 1' uso di questi fu quasi ri- 



(•) Dante , Paradiso , xv , 97 e seguenti. 

( 2 ) Serra , Storia dell' antica Liguria e di Genova; Discorso IV. A Genova i 
tessitori di cinture (cendaderii , dal verbo latino cingere) erano ripartiti in varie 
corporazioni, secondo le foggie diverse del tessere. Così del 1443 si ha memoria 
di alcuni capitoli particolari, emanati dalla Signoria, prò arte textorum cinlorum 
ad torelos , prò arte cinlorum ad labulas (Pandecta eie); e si ha notizia di 
Nicolò Assereto e Gio. Battista di Padova, consules textorum cintorum a torelli*. 
non che di Barlolommeo Parodi e Francesco Basso , consules textorum cintorum 
a liciis (Fogliazzo d'atti dei PP. del Comune, dal 1-181 al 1489, num. 3, nel- 
T Archivio Civico). 

Per deliberazione del 22 giugno 1464, i Protettori delle Compere di san Gior- 
gio , assegnano una provvigione mensile a Giorgio Galletto tessitore di cinture, ed 
a Leonardo Galletto maestro cinturalo , dimoranti in Cada ( Litterarvm OjpZcii S. 
Georgii , an. 1463-73). 

( 3 ) Fol. Not. , voi. in, par. n , 125. 

( 4 ) ld. voi. e par. n , IH. 



( 213 ) 

stretto al guarnimento de' letti , come ne abbiamo a suo luogo 
recati esempi. In atto del 1313 Guglielmo di Steneri accorda 
sua figlia con Imelda Galluzzi di Genova , causa adiscendi 
artem faciendi frixios et incidere [olia auri ( , ). Nel secolo 
xv però , presero anche ad usarsi come adornamento delle ve- 
sti ; e poco stante con que' lavori, che vantavano ricchezza di 
materia -, gareggiarono le trine o tarnete di candido refe , per 
invenzione e per arte sommamente pregevoli e ricercate. I 
paesi di Albissola e Santa Margherita ne fornirono in gran 
copia , e di sì eccellenti , che la mignonetle , la campane e la 
guipure uscite dalle nostre fabbriche , ed alle quali davano 
ancora risalto 1' oro e V argento , figurarono di buon ora alla 
Corte di Francia ( 2 ). Il Gualdo loda i ricchissimi collari di 
punto in aria sopraffini, che in Genova si lavorano ottima- 
mente bene ed in quantità ( 3 ). 

Giova pure ascrivere al quattrocento la invenzione delle 
più strane acconciature del capo , e la profusione che allora 
vi si fece degli unguenti e delle essenze. San Bernardino da 
Siena rimprovera , in una sua predica , alle donne genovesi , 



(<) Not. Ambrogio di Rapallo, an. 1312 in 1314, car. 87. 

( 2 ) Merli, Origine ed uso delle trine a filo di refe, p. 8. In Francia, nel- 
1' anno 1675, e per op;ra del gran ministro Colbcrt , si stabilì con regie lettere 
patenti una gran fabbrica di merletti ; ma altre lctter.' , volendoli • assicurare la 
durata, proibirono (1684) i merletti di Venezia, G nova e Fiandra. (V. Nuovo 
Dizionario Universale Tecnologico, voi. vm, p. 268). Una Prammatica delibe- 
rata della Repubblica di Genova il 17 marzo 1705 , e pubblicata colle stampe 
dello Scionico (pag. 3) , proibisce « nelle vesti delle donne . . . tutti i pizzi , o 
sia merletti di seta, a riserva de' pizzi di seta nera semplicemente fabricati , e 
come si dice a caviglie , purché non siano crespati e non eccedano nel numero due 
ordini , e ncll' altezza , compreso il conlrapizzo , un palmo. Nella proibizione sud- 
detta si comprendono gli habiti degli huomini , e solamente si permette in quelli 
un ordine di pizzi, il quale, compreso il contrapizzo, non ecceda in altezza un 
palmo e mezzo, che però sia senza crespature o altri intrecciamenti, et i pizzi 
siano semplicemente lavorati , come si è detto a caviglie ». 

( 3 ) Gualdo, op. cit., p. 162. 



( 214 ) 

P uso soverchio del muschio ne' capelli (') ; ma il biasimo del 
sacro oratore si rattempera in un sermone di frate Girolamo 
Savonarola, il quale trovavasi bene al fatto delle usanze di 
Genova, avendovi predicata la Quaresima del 1490 ( 2 ). Peroc- 
ch' egli nella predica X detta a' fiorentini sopra Michea, esce in 
queste parole: « Io ho bene inteso una cosa, non so se ella sia 
vera, che voi avete fatto che le vesti delle donne vadino dna 
dita più giù che la sontanella. A che proposito questo? Io non 
resterò, anzi canterò sempre su questo pergamo, e griderò se 
questo è vero. Andate a Genova, e vedete come vanno quelle 
donne tutte chiuse; sì che s'egli è vero racconciatela ('). 

Torna qui utile radunare la nota di parecchie vesti, ond'è 
sparsa memoria in più documenti. Tali sono: un sospitale lungo, 
un bitrracame sottile, due giubbe di cendato giallo e vermiglio, 
un palludello di bambagio, una tunica verde, una guarnacca di 
ciambellotlo ed una di pelli d'agnello, non che una pelliccia di 
conigli (1214); quattro cappucci foderati di cendato (1317); una 
gonna vermiglia, e un epitogio, o soprabito, di biavo con fode- 
ratura di pelli volpine (1350); un mantello di cammellotto vii — 
gaio, una tunica bianca, un' epitogio ed un cappuccio di scarlatto, 
con diciasette bottoni 'moscariaM (1384); un cappuccio di velluto 
nero, con fregio di damasco e tredici bottoni, un epitogio rotondo 
di scarlatto, guarnito di perle e soppannato di morbide pelli, con fal- 
bzlì (rota) d'ermellini, un epitogio di grana collo strascico ossia 
coda, curri cauda (1388); un mantello di ciambellotlo vermiglio, con 
frappe gialle di cendato, ed uno di camocato bianco foderalo di vaio; 
una gonna di velluto chermisino soppannata di tela rossa, una 
di broccato d' oro foderala di vaio , ed una cappa dipinta (1 392; (*); 

(') Anche Paolo Partenopeo, nell'orazione detta il 20 febbraio 1330, e di cui 
parleremo più innanzi, accenna con biasimo agli esotici unguenti ed alle essenze 
adoperate dalle donne genovesi (p. 478). 

( 2 ) Marchese, Scritti vari; Firenze 1860, voi. i, pag. 136. 

( 3 ) Savonarola , Prediche ; Venezia 1340 , p. 132. 

(*) Nolulario di Enrico Porta, voi. i, car. 29 recto; Fot. Not., voi. li, par. li, 



( 215 ) 

ossìa, molto probabilmente, con figure d'animali chimerici, dì 
scudi, ovvero anche storie a colori, come usarono pure gli an- 
tichi, ai quali Yurte plumaria, cioè del tessere sui drappi le 
penne variopinte degli uccelli, era assai nota. Nell'evo medio 
le stoffe destinate a questo genere di vesti, appellate allora oc- 
cellatae e scultatae, portaronsi in ispecie dall'Oriente ('). Nel 
celebre trionfo seguito a Lucca il 1 326 , Gastruccio Castracani 
appariva arredato ad insegne d'ostro e d'oro, e indossava ricche 
vestimenta sulle quali erano dipinti alcuni molti di grandigia, 
ed i fatti della sua casata ( 2 ). Giovanni Villani riferisce che nel 
1330 essendosi provveduto in Firenze al lusso delle donne, venne 
fra le altre cose ordinalo che non potessero elleno portare nullo 
vestimento intagliato, né dipinto con ninna figura, se non 
fosse tessuto; e dal Vasari sappiamo, che tra' lavori eseguiti 
da Perino del Vaga pel Principe D' Oria , aveanvi pure i disegni 
d'alcune sopravvesti ( 3 ). 

Diverse minute prescrizioni intorno agli oggetti di vestiario 
leggonsi nello Statuto del 1403, e gioverà riferirle. Pel taglio 
e la cucitura d'ogni gonna di velluto di lungo pelo, per dama, 
saranno pagate due lire, e la mercede s'accrescerà di due soldi 
ove si tratti di sposa; per una gonna di velluto pisano, oppure 
di camocato cremisino, una lira e 15 soldi, ovvero lire due 
secondo la distinzione preaccennata ; per ogni gonna di qual- 
vogliasi camocato o drappo di seta , e per ogni tunica o mantello 
di ciambellotto, sia d'uomo o di donna, lire una e soldi 5, ovvero 
15; d'ogni gonna o mantello di grana soldi 16 a 18, oppure 
20 a 24; e d'ogni mantello o tunica d'altro tessuto qualsiasi 



car. 134, 146, 147, 153; voi. hi, par. n , car. 14, 188. Nelle Pandette 1U- 
cheriane dei Regii Archivi di Torino ( Carte di Genova ) , si trova citato sotto il 
1 430 : Baldus de Luca pictor panne-rum serioorum. 
('j Jubinal, Recherches , etc. 

( 2 ) Sacchi , op. cit. , p. 104. 

( 3 ) Vasari, voi. x, p. 172. 



( 216 ) 
dagli 8 ai 12 soldi. Pel lavoro d'un mantelletto di panno, 
da uomo , compututis omnibus avariìs excepla seta , si spen- 
deranno sei soldi , ma il prezzo verrà duplicato quando si tratti 
di un lungo mantello; d'ogni tunica con gheroni, 8 soldi; per 
un piccolo giaco, sive iacheta, 6 soldi, e 14 per ogni giaco di 
ciambellotlo o di seta; per ogni gonna di panno cucita di co- 
tone, e per ogni giubbone rotondo e finamente trapunto, 16 
soldi ('). 

Già nel trattare de' mobili mi è avvenuto d' entrare in lunghi 
ragionamenti, per ciò che s'aspetta alle orerie ed alle gioie. 
Onde eviterò di ripetermi; e basterà l'accennare che nello ador- 
namento delle vesti s' impiegavano talfnta da tre a cinque once 
di perle, e portavansi anella in tutte le dita, non escluso il pollice. 
Del 1325 fu fatto decreto in Savona, che le donne non potessero 
avere più d' una tunica di broccato con frangie o trine d'oro, né 
portar monili e pietre preziose il cui valore superasse le lire tre- 
cento ( 2 ). Gli slessi calzari ornavansi allora di fibbie d'oro od ar- 
gento, ed erano confezionati di stoffe ricamate, ovvero anche di tela 
d'argento. Benvenuto da Imola attesta, che a Genova le fornaie 
portavano scarpe di seta, guarnite di perle; e perfino la gente 
di vii condizione imitava quello sfoggio. È curioso un atto del 
1336, col quale Lucia (emina vagabunda, que habitat in 
bordello Castelleti, citata fuit ut solvat prelium unius paris 
caligar um viridum in solidi s viglnti ianuinorum; item unius 
patelle rami et unius lebetis petre in solidis duodecim ( 3 ). 
Per la qual cosa il Comune facea proclama (1461), con cui 
vietavasi alle femmine di perduto onore, che sempre dovevano 
essere forastiere, l'indossare abiti e fogge all'usanza delle donne 
genovesi ( 4 ). 

(') Miscellanee Ageno , n. xi. Somiglianti disposizioni leggonsi negli statuti 
ferraresi del 1279, e ne' lucchesi del 1484. 

( 2 ) Verzellino, Memorie di Savona, ms. della Civico-Beriana , p. 159. 

( 3 ) Fol. Not. , voi. ni, par. n , 57. 

(*) Pandecta etc. , ms.; Miscellanee Ageno, vii, 61. 



( 217 ) 
Antonio Astigiano, primo segretario ducale nella sua patria, ca- 
pitato a Genova nel 1431 , rimase ammirato della frequenza e ric- 
chezza del pubblico passeggio nei dì festivi. Le persone di qualità gli 
parvero tanti senatori romani vestiti di porpora, le donne tante 
divinità dell'Olimpo. Anche i paltonieri ed i mendichi voleano 
allora scialare; accattavano da' rigattieri un abito vecchio di 
seta, e, sparpagliandosi per le colline dei dintorni, attendevano 
a darsi ternpone, sbevazzando le mercedi o le limosine con di- 
ligenza e costanza carpite all'altrui commiserazione lungo la 
settimana. 

Adde quod in festis gratum est et dulce diebus 

Cernere , quas pompas sexus uterque facit. 
Ditibits et longis ornatura vestibus omnes 

Cives: quique soleat hic habitare viri. 
Et si forte aliquis tantum sit pauper , ut ipsi 

Non sit judicio vestis honora suo , 
Commodat buie praetio vestera usararius amptain , 

Qua tantum festa fungitur ille die. 
Si videas cives , ut fit plerumque , coactos , 

Et teneat multos una platea viros : 
Esse senatores romanae dixeris urbis , 

Quos apud antiquos fama fuisse refert. 
Quid de matronis dicam, tenerisque ptteltis? 

Sit modo fas omnes dixeris esse Deas. 
Tantum formosas , tam pulchris vestibus illas , 

Talibus et comlas moribus esse puta ('). 

Ad infrenare il generale trasmodamento, più volte il Comune 
mandò fuori austere leggi e divieti. Nel 1402, impose una tassa, 
o , come allora dicevasi , gabella , su quanti adornavansi di perle 
ne' guarnimenti delle vesti e del capo, ad eccezione dei giudici, 
de' medici e dei chirurghi , non che delle fanciulle e delle spose, 
per le gioie onde si fossero provvedute nelle prime tre settimane 
del matrimonio (*). Nel 1443 fé' proclama contro le pompe ec- 

(') Antonii Astesani Carmen, cap. vili. V. Muratori, S. lì, I. xiv, 1016. 
( 2 ) Giustiniani , voi. n , p. 22£j. La formolo dell' appalto di questa gravezza , 
leggesi a car. 170 del codice membranaceo Institutiones Cabellarum dell' Archi- 



( 218 ) 

cessive delle donne ; un biennio appresso ripubblicò quella grida (') , 
ed altre molte le vennero dietro, sino a due per ogni anno(). 
Nel 1452 proibì le ricche cinture ( 3 ), e nel successivo le collane 
e catenelle di metalli preziosi. Più tardi però (1488) si accontentò 
di temperare lo sfoggio soverchio cosi di queste come dell' altre 
gioie ( 4 ); e nel tempo stesso dettò minutissime prescrizioni, per 

vio (li San Giorgio ; e ne apprende che chiunque usava perle dovea dichiararne il 
valore nel primo mese dell' appallo medesimo. 

La precezionc dell' imposta era così regolata : 

Lire 0. 12. 6 quando le perle non eccedevano il valore di 100 lire; 

L. 1. 17. 6 da lire 100 a 400; 

L. 3. 15. oltre le 400. 

I fanciulli e le fanciulle al di solto del primo lustro pagavano poi un diritto 
fisso di soldi 12 i l 2 - Puelle autem etatis annorum sex, et ab inde supra ad ea- 
rum maritare, non teneantur ad solutionem presentis introitus prò perlis quas 
portaverint tum in capite quam in dolso seu supra vestibus, nec etiarn domine 
portantes in collariis vestium siia^um mandillos sive pomos perlarum quicum- 
que cuiusvis valoris fuerint. 

Dal codice Cabellarum omnium introitus annor. 1408 in 1 4 4 "i (Archivio citato) 
rilevo che I' annuo ricavo della vendita di questa gabella non fu mai inferiore alle 
lire 500. 11 prodotto massimo si verificò nel 1414 in lire 1310; il minimo dal 1427 
al 1430 in lire 515. 

Nel Rymer (Foedera, conventioncs , etc. voi. v, par. iv, p. 36) leggesi un 
privilegio, in data di Wcstminstcr 14 ottobre 1491, col quale il re Enrico vii 
concede a Cipriano De Fornari e Paolo De Illionibus, marcanti genovesi, la facoltà 
di poter condurre e smerciare nel suo Regno ogni sorta di diamanti, perle e pietre 
preziose , collari et jocalia cuiusvis factionis. 

(') Pandecta etc. ms. 

( 2 ) lbid. I registri genovesi Diversorum , negli Archivi di Corte in Torino, mi 
forniscono notizia di leggi suntuarie emanate negli anni 1449, 1450, 1432, 1433, 
1474, 1487 (due;, 1488 (due), 1506, 1508, 1512 (due), 1316 aloe), 1520. 

( 3 ) Pandecta citala. 

( 4 ) Grida ossia Prammatica del 1488, ms. presso l'egregio avv. Gaetano Avignone. 
Ivi si permette alle donne ed alle fanciulle superiori agli undici anni di « portare ca- 
tenelle et uno denteriolo d'oro fino alla valuta de ducati 60;.... et le altre fantine 
di anni undeci infra non possano portare catenelle di valuta di più di ducati 30. Item 
possano dette donne, così maritate come no, portare una perla al collo, ovvero un 
gioello il quale non passi la valuta de ducati 100; et le spose possano porlare un 
filo di perle al collo tantum , per fino al tempo che sarai.no menate ; e si di- 



( 219 ) 

tutto quanto aveva tratto al vestiario ('). Ma quelle leggi e quelle 
proibizioni durando dall' ottobre al novembre nulla provavano , se 

chiara e statuisce , che non si possa portare perle ad altra maniera , ne eziandio 
a libretti e borse, ltem si è ordinato che dette donne possano portare sin a tre 
anella , compreso la perla ; quali tutte tre insieme non passino la valuta di ducati 
200 ; le fantine vero da undici anni sopra abbiano il grado delle spose, e possano 
portare ogni perla così in testa come al collo , escluse le annella. « Più innanzi , 
nelle Addizioni, la Grida stessa « dichiara che alle donne alle quali per virtù 
delle sopra dette ordinazioni è lecito di poter portare annelle tre , esse donne 
possano portare tutto quello numero d' annelle vogliono , purché tutte insieme non 
passino la valuta de ducati 200 ». 

(') Grida del 1488 sovra citata. « Primo hanno ordinato.... che tutte le donne 
.... debbano da qui avanti andare col petto coperto , e similmente le spalle , in 
maniera che vengano a coprire le due ossa davanti della gola -, e la copertura del 
detto petto e spalle, sia del rebusto di giachette , o veste, o d'uno colletto di 
seta , purché non sia cremesile , o di drappo , saia , o di seta d' Olanda , e non 
d' altra qualsivoglia cosa ; perchè così conviene all' onestà muliebre. 

» ltem hanno decretato , che il vestire delle donne non possa essere più lungo 
a due dite da terra , così la robba di sotto come quella di sopra , e così davanti 
come di dietro , perchè Ano a tal segno è conveniente et onesto. 

» ltem hanno ordinato , che dette donne non possano portare maniche di che 
natura se sia aperte ; ma delle maniche debbano essere chiuse da ogni banda , ec- 
cetto la parte dove esce la mano , in modo alcuno che non possano mostrare la 
camiscia o maniche di quella. 

» ltem hanno deliberato , che le camiscie di dette donne , similmente le maniche 
d'esse camiscie, non possano essere di seta di Camblè, né di nevella , né d' al- 
tra cosa più sottile di seta d' Olanda ; e dette maniche non avanzino fuora d Ile 
maniche della giachetta; et in quali maniche, così collaretti e manecelletti, a modo 
alcuno non possa essere lavoro di alcuna maniera d' oro né d' argento. 

» ltem hanno per legge fatto , che dette donne non possano portare in testa 
rete né scoffie d' oro né d'argento, né tampoco in le vesti loro;.... compresi li 
bottoni così d' oro come d' argento , esclusi li cordonetti che si mettono alle vesti 
di seta; né eziandio le dette donne possano portare vestimenti, né maniche o altra 
cosa che sia di borcato d' oro nò d'argento.... Declarato tamen che le fantine fino 
a tanto che si mariteranno , e posciachè saranno maritate fino a tanto che si me- 
neranno, possano portare una rete o cuffia d' oro di valuta de scuti due e non più... 

» ltem.... che dette donne non possano portare uè usare salvo robbe tre di seta, 
cioè due giachette , et una di sopra , et una d' esse robbe tantum possa essere de 
cremesi ; e le dette giachette si intendano de palmi 38 1' una , e quella di sopra 
de palmi 65 fino in 70; e si dichiara che quella persona che si eleggerà prima 
vice di portar detta robba de cremesi , ossia di sopra ossia di sotto , quella mede- 



( 220 ) 

non che V inutilità del rimedio. Non poche sono infatti le 
gride che vedonsi ripubblicate , a motivo della loro inosser- 

sima debba portare appresso e non cambiarla ; ma se sarà robba di sopra debita 
portare per ogni tempo robba di sopra , et se sarà giachetta debba sempre por- 
tare giachclta ; et ultra le sia lecito V estate avere et usare una giaebetta di taf- 
fetà , purebò non sia di cremesi.... 

» Item .... che dette donne possano solamente portare et usare fino al numero 
di robbe tre di drappo tra robbe e giornie , e che non possano essere di colore di 
paonazzo nò di scarlatta ; et in dette gone si possa mettere tantum canne 5 ì j 2 , 
computato le maniche , largo fino in palmi sei , et in le giornie canne due e palmi 
sei alla rata soprascritta delli drappi. 

» Item .... che dette donne non possano portare maniche , brioni, né manicclletli 
in che modo si sia , salvo d' un medesimo colore et specie , et non di due colori 
et qualità , come pare s' introduceva. 

» Item .... che le dette donne non possano portare giachetle di drappi di Fio- 
renza , nelle quali sia più de palmi venti , che non sia largo più di palmi sei , et 
nell'altre d 1 altri drappi alla rata. 

» Item .... non possano portare robbe di saia quali sieno più di canne 7 '/a*"'» 
computate le maniche 

» In le robe di farfacan , computato le maniche, non si possa metter se non 
alla rata di quelle di sopra di seta de palmi 65 in 70 

» Item si è deliberato che le faldiglie non si possano portare più larghe nel 
fondo, o da basso di palmi 9 

» Item si ordina e manda, che decetero non si possa più fare foggia alcuna né garibo 
nuovo de vestimenti , di che qualità e nome si sia o si potesse comprendere 

» Item si ordina e statuisce, che li figliuoli piccolini fino all'età d'anni otto 
compiliti , non possano portare borcato nò d' oro né d' argen'o , né tampoco me- 
daglie , né altre cose sopra le berrette , né in altra parte della persona , né cate- 
nelle, né anelle , né ferzo alcuno di seta; ma solamente possano portare una ber- 
retta tanto di seta, et una robbetta di seta, cioè taffetà, et un giupponetlo di 
seta , et uno cento di veluto , con la sua scarzelelta di vclulo , con li suoi ferretti 
d'argento. Ma le figlie piccoline .... fino all'età d'anni 8, non possano portar 
seta , né robbe di seta, né borcato d'oro, né d' argento, né cappelli, né berctte, 
né tampoco medaglie , ne' cos' alcuna d' oro né d' argento , ma solamente il suo 
chiavacuore con una catenella d'oro, et un paro maneghette di seta .... 

» Item si è ordinato, che le schiave e fantesche, che stanno con altri, non 
possano portare faldiglia ...., né etiam seta ...., né rete in testa, né possano 
mostrare le maniche della camiscia da banda alcuna, né possano andar scollate, 
ma si debbano coprire il petto e le spalle sino al collo...., né etiam possano por- 
lare collaretti arrugati .... , né colletti in li cavelli fuora delle voctte, né capelli 
morti, né possano portare salvo maniche stante.... 



( 221 ) 

vanza ( 1 ). D'altra parte, come poteano i magistrati avere au- 
torità bastevole a farle osservare , quando la corruzione era 
penetrata fra loro(-), e chi volea vedere la quintessenza della 
sontuosità , non avea che a recarsi in occasione di qualche 
festino al Palazzo della Signoria, per trovarvela tutta adunata? 
Conciossiacchè allora sarebbonsi in quella superba residenza os- 
servate meglio che settecento dame , le quali , avvolte in drappi 
d'oro, mal poteano danzare per lo eccessivo peso dei brillanti 
e d'ogni altra generazione di gioielli. Infine qualunque arme 
si spunta di fronte alla ambizione della donna. 

Narra Francesco Sacchetti come, essendo egli del Magistrato 
de' Priori in Firenze, venisse dal medesimo redarguito il pesarese 
Amerigo degli Amerighi , per avere lasciata passare inosservata 
una legge di fresco emanata circa gli adornamenti delle 
donne. Ma quel giudice, che, a detta dell'arguto novelliere, 
assai era valente nella propria scienza, così prese a discolparsi. 
« Signori miei, io ho tutto il tempo della vita mia studiato per 
apparar ragione, e ora, quando io credea saper qualche cosa, 
io trovo che io so nulla, perocché cercando degli adornamenti 
divietati alle vostre donne per gli ordini che m' avete dati , sì 
fatti argomenti non trovai in alcuna legge, come sono quelli 
ch'elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. E' 
si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il 
cappuccio; il notaio dice: ditemi il nome vostro, perocché avete 

Ancora si è ordinato, che li (amigli non possano andare tantum in casa come 
fuori di casa.... in giuppone , ma abbino una robba , ossia scosale (grembiale) 
sempre davanti ; e detti famigli non possano portar seta in alcun modo , né meda- 
glie, ne altre cose nelle beretle ; e se alle predette cose.... contrafaranno, debba 
esser messo (sic) alla cattena con una mitra di papperò (carta) in testa ; e se 
dette fantesche e schiave in alcuna delle predette cose contrafaranno , debbano 
avere patte 23 in mezzo di Banchi ». 
(') Regulae Patrum Communis , nell'Archivio Civico, car. 26. 31, 
( 2 ) Il 29 aprile 1483, si fa proclama contro coloro i quali con denaro corrom- 
pono i magistrati , o si adoperano a farli corrompere (Pandecla citata). 



( 222 ; 

il bocchello intaglialo. La buona donna piglia questo becchetto, 
che è appiccato al cappuccio con uno spillo, e recaselo in mano, 
e dice che è una ghirlanda. Ora va più oltre, truovo molli bot- 
toni portare dinanzi; dicesi a quella che è- trovata: questi bot- 
toni voi non potete portare; e quella risponde: messer si, posso, 
che questi non sono bottoni , ma sono coppelle ; e se non mi cre- 
dete, guardate, e' non hanno il picciuolo, e ancora non c'è ninno 
occhiello. Va il notaio all'altra che porta gli ermellini, e dice: 
che potrà opporre costei? voi portate gli ermellini, e la vuole 
scrivere; la donna dice: non iscrivete, no, che questi non sono 
ermellini, anzi sono laltizzi. Dice il notaio: che cosa è questo 

lattizzo? E la donna risponde: è una bestia Dice uno 

de' signori: noi abbiamo tolto a contender col muro. Dice un 
altro: me' faremo attendere a' fatti che portano più. Dice l'altro: 
chi vuole il malanno, si se l'abbia » ('). 

Ma, per tornare alle cose nostre, diremo che il grave storico 
Paolo Partenopeo, levando anch'esso la voce contro l' immoderato 
lusso delle donne, in una sua elegante orazione pronunciata il 
20 febbraio del 1536, quando Giambattista Sauli entrò in ma- 
gistrato, esorlava i moderatori della cosa pubblica a raffrenare 
una volta gli abusi , annunciando -come da quegli eccessi sarebbe 
per derivare la rovina della patria. « Et vos, amplissimi Patres, 
quibus Reipublicae moderandae communi consensu habendae, 
traditae ac commissae sunt, vigilate, quaeso , vigilate, ne dum 
debiliori sexu nimis compar sit , ut mos geritur , per nimios 
insanos et luxuriosos sumptus tota Respublica fuuditus everlatur. 
Quorsum enim (si Diis placet) spectant tot scaenicac mitrae, 
tot reticula, tot lustri onicae vestes , tam tonya syrmata; quor- 
sum tot moniiia, tot torques ; quorsum tot mimicae laciniae; 
quid sibi vult tanti auri et argenti indiscriminata profusioni 

(') Sacchetti, Novella 137. Nel 1470 eransi vietate a Berna le scarpe a punta 
allungata, e le robe collo strascico onde la nobiltà si divisava; ma i nobili piuttosto 
clic obbidire aveano abbadonala la città. (CibhaKio , Econ. Poi. n, 81j. 



C 223 ) 
Quid arguunt tot habituum prodigiosae dissimUitudines? Quid, 
inquam, linee arguunt, nisi ut fortunae vestrae maximis la- 
boribus et saepe capitis periculo partae, per luxum (en mi- 
serurn) cum vestro dedecore turpissime absorbeantur ? . . . . 
At nunc tantus luxus , tantae delitiae, tot mollicies et intem- 
perantiae Genuae vigent, ut hic sedes , hic domicilium, hic 
rcgnum voluptalum esse videatur. Quid plura dicam? Quum 
per universum fere orbem de voluptate et luxu agilur, pro- 
tinus in medium proferunt delitiae et luxus genuensium, 
utpote eorum quibus in voluptalum palestra primae deferrun- 

tur Jam,nisi mulierem superbiam retunderitis , temer i- 

tatem compresseritis , impudentiam atque luxum coercueritis , 
fore video ut brevi Respublica nostra sit peritura (') ». 

Gravi ed acerbe sonarono per vero in Senato le parole dello 
istorico della Repubblica; e forse dee riferirsi a que' giorni 
appunto la istituzione di un Magistrato particolare contro le pompe. 
Il quale però condusse una vita stentata e senza frutti ; e finì 
per essere soppresso il 4 giugno del 1635 ( 2 ) ». 

(') Pauli Franchi Parthenopdi Annales et Orationes , Ms. della Civico-Beriana; 
p. 477-79. 

( 2 ) L' unico allo che ci sia noto di questo Magistrato, è la proposta fatta al 
Minor Consiglio di vietare le lattughe di camicia , o , come dicevansi , sciorete. 
Ma la proposta non venne accolla ; e , come correttivo s' introdusse invece 1' u- 
sanza di mandare i servitori vestiti di seta (V. Leggi del 1576, cap. xxxvi; Ge- 
nova, Pavoni, 1617; Dizionario storico-politico, ms. della Biblioteca Universitaria 
di Genova, car. 65). La Prammatica del 4675 stabiliva pertanto a siffatto ri- 
guardo : « La livrea de' paggi , stafieri e Ietighieri debba esser di panni di lana 
senza altra guarnizione che di nastri piani , sciolti però , et semplici gazze , e di 
moderata grandezza, non inserti né intrecciati nel vestito, e senza veruna fodra 
di seta al mantello , escluso il bavaro , che possa foderarsi di piano di seta piana. 
Possano però il giuppone e le maniche essere ancora o di panno di lana come 
sopra guarnito di qualche trina di seta semplice , o di panno di seta piano di co- 
lore , senza però guarnizione , lavoro , bordatura , finimento uè intaglio alcuno. » 

La stessa Prammatica ordinava ancora: « Si osservino negli habiti delle donne le fog- 
gie e mode, che si usano al presente ; ed a tal effetto i Consoli dell' arte de' sarti ne 
dovranno portare i modelli a Palazzo, per essere approvati dai Serenissimi Collegi ». 



( 224 ) 

Anche il vestire delle donne andò soggetto a notevoli mutazioni 
coli' inoltrarsi del secolo XVI. Portavano un busto, o giubbone, 
di seta bianca o di broccato finissimo, listato a trine di seta ed 
oro intessute, con maniche aperte lungo il braccio, e legate da 
cordicelle seriche od auree. Le vesti non molto lunghe e di seta 
a varii colori, con ricami pur d'oro, stringevano alla vita col- 
l' usata cintura, donde continuava a pendere 1' elegante scarsella ; 
e sovr'esse annodavano con brocche di gran valore un serico 
manto, o sbenda, il quale ricadeva in bei parliti di pieghe. 
Sulla fronte arricciavano i capegli, rinchiudeano le treccie nella 
reticella, oppure in veli trasparenli di seta, vergati d'oro e di 
giallo; e farneticando come ringrandire la persona, si veniano 
con questi formando sul cucuzzolo una punta, lasciando che il 
resto bellamente aleggiasse sulle candide spalle. Ornavano inoltre 
il capo di qualche bel mazzo di fiori , e portavano zoccoli ricchi 
d'oro e di perle e d'un' altezza mediocre ( , ). 

Ciò quanto alle dame. Le popolane coprivano la testa d' un 
sottil panno d'ormesino o taffetà di più colori; indossavano un 
giubbone chiuso sul davanti da una fila di bottoni di seta, alto 
di collo e serrato sotto la gola, cui ornavano d'alcune lattughelle 
di camicia; le maniche erano aperte, ma da serici cordoncini 
allacciate; la gonna virgata, e corta cosi da lasciar vedere le 
pianelle, alte ben quattro dita. Portavano anch'esse al fianco la 
borsa, ma v'aggiugneano l'acoraiolo; e in mano leneano conti- 
nuamente de' fiori ( 2 ). 

Un curioso Ragionamento, che si fìnge tenuto da sei nobili 
fanciulle mentre una domenica uscivano dalle funzioni celebra- 
tesi nella chiesa di Nostra Donna delle Vigne, e stampato nel 

(') Vecellio, op. cit. i, n.° 184: Lasor, Tolius orbis terraium descriplio, i. 
433; Ferrario, Costume antico e moderno, xiv, 918. Una figura di gentil donna, 
come viene da noi descritta , vedesi pure dipinta da G. B. Castello nella facciata 
del Palazzo Imperiale in Campetto. 

( 2 j Veceluo , i, n. u 183; Terrario, xiv, 919. 



( 225 ) 

1583, riferisce che poco innanzi a queir epoca « si costumavano li 
busti tanto larghi, che cadevano sino a mezza braccia, per mo- 
strare maggior ampiezza nelle spalle ; il che non solo era cosa 
mostruosa et brutta a vedere, ... ma grandissimo impedi- 
mento . . . apportava alla persona, senza grazia né vaghezza 
alcuna » ( , ). 

Tuttavia, l'usanza per la quale si vogliono meglio distinguere i 
tempi di cui parliamo, ella è quella del guardili fante , così detto 
da che venne in principio adottato per difendere dalle percosse la 
creatura, od infante, delle donne pregnanti. Siffatto strumento 
fu dapprima composto a cerchi di filo di ferro, tutti d'un egual 
diametro, talché posto sotto le vestimenta, faceale rigonfiare alla 
foggia di una tesa di cappello; in seguitò i circoli si strinsero 
alla cintura, e vennero allargandosi mano mano che s'appres- 
savano a' piedi , in modo che l' abito pigliava forma di campana. 
Forse non vi ha moda che possa vantare una durata più lunga 
del guardinfante. Il sesso gentile gli ha spesso mutato nome , 
ma serbato un affetto che sa di costanza, e se talfiata parve 
lasciarlo in abbandono , queir abbandono altro non fu in realtà 
che un corruccio d'amante, e come tale valevole anzi che no a 
rafforzare gli antichi amori. 

Il guardifante prese ad usarsi primamente in Ispagna, allor- 
quando : 

Già moli' anni correan, che Carlo Quinto 
Sì grand' imperator , guerrier sì prode , 
Lascialo il peso del mortai suo cinto , 
Splendea nel Ciel di non caduca lode ( 2 ) 

Ed essendone appunto dalla Spagna passato l' uso all' Italia , 
quel mordace ingegno d' Alessandro Tassoni ebbe a dire , che 
niuna flotta avea mai sciolte le vele dall' iberica penisola , più 
ricca di quella che sì gran moda recata aveva agli italiani. 



(*) Ragionamento di sci nobili fanciulle genovesi ecc. , pag. 55. 
(,'j Flamin;o Filauro (Fluvio Frugoni), La Guardifanteide , pag. 3. 

15 



( 226 ) 

I poeti infatti non tardarono a renderlo argomento degli epi- 
grammi i più arguti e delle satire le più pungenti; e a meglio 
coprirlo di ridicolo Fulvio Frugoni , sotto l' anagramma di Fla- 
minio Filauro, dettò un intero poema. 

Dell'uso del guardinfante appo le donne genovesi, ci rendi; 
amplissima testimonianza il precitato Ragionamento ; e in pari 
tempo ne fa conoscere come siffatto arnese venisse appo noi di- 
stinto col nome di verdogale ( 1 ). Intorno a cui l' una delle gra- 
ziose interlocutrici, Fiammetta, cosi prende a discorrere: « Et 
i verdogali ancora non mi quadrano, massime certi grandi, che 
paiono la campana grossa di san Lorenzo ; et se ben dicono 
che sono di gran comodità nel caulinare , perchè si hanno le 
gambe più sciolte, che non urtano ne' vestimenti, con tutto 
questo a me non piacciono, né tampoco gli ho mai voluti portare, 
tanto gli abborisco nell'altre; molte de' quali ho già vedute 
che duravano fatica ad entrare in una porta, tanto ch'esse 
l'aveano grande; et forsi che non è scommodissimo a chi vuol 
sedere, poiché bisogna primieramente farli una gran manifattura 
attorno in assettarlo, se tu non vuoi far la mostra generale? » Al 
che rispondendo Clelia , diceva: « Per questo effetto credo appunto 
che piacciono assai a' giovani, perchè molte volte li sogliono far 
vedere qualche bella vista ». Ma Fiammetta prontamente re- 
plicava: « Et delle brutte ancora ... ; perchè molte che hanno 
buona vita et una ciera piuttosto grassetta ... et il petto colmo , 
con una vista che i maladetti verdogali le fanno dare delle 
gambe, che per avventura hanno sottili, sono cagione di farle 
perdere tutto il credito et reputazione insieme. Et forse che 
non ci sono de' giovani in questa città, che altro studio pare 
non facciano che di mirare le gambe, chi le ha grosse et pic- 
ciole; et per poterlo fare più commodamente, pongono mente 

(') Con eguale appellativo si trova pure indicalo dai francesi, presso i quali ne 
era di già in gran voga 1' usanza a' tempi di Enrico Stefano (Dialogues du nou- 
veau langage frangois etc. , p. 159). 



( 227 ) 

quando scendiamo qualche scala, o da uno scalino un poco 

alto, o quando entriamo in qualche porta? Si che vi 

prometto, che chi non è più che accorta a coprirsele con la 
veste, o tardi o tosto, in un modo o nell'altro, non la può 
fuggire; et forse che non sanno dire se sono grosse o sottili, 
diritte o torte , se il piede è picciolo o grande , et se la calzetta 
è ben legata o se la corre su i calcagni? Et poi, quando sono 
insieme fra loro, chi ne dice d'una chi d'un altra; che se non 
dicessero salvo la verità, sarebbe men male » ( , ). 

L' Acinelli nota che dopo il tremendo flagello della pe- 
ste , che a mezzo il secolo XVII ebbe a desolar Genova in 
modo cosi spaventevole, le dame (1658) « cominciarono a 
privarsi del guardinfante, e si vestirono con gala alla francese». 
Né molto tardarono le altre d' ogni ceto a seguitare quelle 
nobili donne ; che anzi non solamente vestirono alle foggie di 
Francia, ma alla polacca ed alla turca, « chi con diadema 
alla capigliera, chi colla mitra di pizzi alzati con forchette a 
guisa di quella di Aronne..., altre con turbante e piume » (-'). 

Altrove il precitato Ragionamento ci attesta come si andasse 
introducendo il vezzo di portar nei piedi una pianella alla un 
palmo; la qual cosa rendeva le donne cosi inabili al camminare, 
eh' elle aveano del continuo mestieri d' essere sostenute da' servi- 
dori ( 3 ). Pur nondimeno l' incomoda foggia andò innanzi buon 
tratto ; in guisa tale che Goltivannio Salliebregno (Antonio Giulio 



(i) Pag. 58-60. 

( 2 ) Acinelli, Artificio con cui il governo democratico di Genova passò nel- 
V aristocratico. Ms. autografo presso l'avv. Avignone, p. 139 e 154. 

( 3 ) Pag. 57. Tenerissime dell' uso degli zoccoli erano le dame veneziane, come 
ce lo attesta Enrico Stefano. II quale così scrive : « Ceste invention n'est pas 
» venue des italiennes, mais estait desia en la Grece ancienne : comme on voit 
» par un com'que qui estoit de la nation. Or je croy qu'il n'y a femmes en toute 
» l'Italie , qui s'aident plus de cette invention que les venitiennes. Elles seules 
» devroyent payer à l'inventeur pour tout le reste des femmes d'Italie » (Dialo- 
gues etc. , p. 176). 



( 228 ) 

Brignole-Sale) nel 1639 dicea recento quella usanza, che to- 
gliendo di mezzo gli zoccoli aveva rimpicciolita la statura delle 
donne ('). 

Le vesti colla coda, o strascico, rare assai ne' secoli precedenti , 
ebbero esse pure a generalizzarsi nel XVI; e però il Giovenale 
di quella età, vo' dire Paolo Foglietta, non manca d'averle in 
mira , laddove finge una Risposta dre donne ad un Sonetto col 
quale appunto ne rimbrottava il vestire: 

Porla derrè ra eoa ancon vogicmo, 
Perch' usanza questa è de gran personne, 
Benché portare à i atre ancon veghemo , 
Che a sta sì ben derrè re robe bornie 



Ni per chioggia manebemo de portara 
Che per re strè no usemo d' imbratara ( 2 j 

Appariamo inoltre dalla Risposta medesima, come l'uso d'a- 
dornarsi di ricchi pendenti, di monili e d' altre consimili gioie 
ed orerie, non fosse menomamente scemato; perchè le donne 
così fan note al poeta le loro risoluzioni sovra tale proposito: 

Porta voggiemo ancora ri pendin 

E nue se vorrei può resteremo, 

Pu che ne reste questi battaggin, 

Che ri pertuxi a posta feti ghemo 

Per farseri infirà seira e mattin; 

Ni sta senza pendin noi donne poemo ; 

Manca voggiemo dri galletti avanti 

E belle scioi, che dri pendin gallanti. 
Tanto guslemo noi zovene e foentc 

De porla de pendin sì belli un pà, 

Che stete sode semo e patiente 

A lasciarne garsonne perlusà 

(') Salliebregno , // Carnovale, ecc., pag. 28. 

( 2 ) Rime ecc. , pag. 39. Nella Prammatica del I67.'i leggo incisamente proibilo 
ogni strascino o coda ; ma trovo eziandio che il divieto non sortì per avventura 
I' efletto desiderato, giacché in quella del 1705 i Serenissimi Collegi si limitano a 
proibire alle donne « 1* uso , o sia il servirsi , del strascino o coda delle loro vesti 
per terra nelle chiese ». 



( 229 ) 

I ore ggie teneretle lutte quent', 
Per poi questi pendili sempre poi là ; 
E ora che donne fette senio noi 
Leva questi pendili no ne dei voi. 
Manca voggiemo inanti dre fé bonne 
Glie in dio noi portemo d' oro bon, 
Manca voggiemo inanti noi garsonne 
Dri cuoè ferii, che donò ne son, 
Manca voggiemo noi dre cheinettonne 
E verghe d' oro, e brassaletti ancon, 
E dre perle, barasci e dri rebin, 
Cha manca de porla questi pendili (';. 

Ma quelle buone donne si trovano poi tutte confuse , né hanno 
argomento alcuno da opporre al poeta, allora ornando egli si 
fa a rampognarle della strana usanza di imbellettarsi il viso, 
in un sonetto che così principia: 

Che zova ogn'anno de manda ra cria 

Che no se possati donne mascara, 

Se ro visaggio sempre usan porta 

De gianchetto ben grosso quattro dia; 
E a so posta cria lasciati chi cria, 

Perchè d' ogni saxon fan Carlevà ? ( 2 ) 

Usanza invero assai più antica dei tempi de' quali siamo 
ora discesi a parlare ; tanto che Fazio degli Uberti già la ram- 
memora con questi versi nel suo Ditta/mondo: 

E vidi un altra novitade in quella 

Città , che dura dalla state al verno , 

Che strana per quando ciò si novella. 
Io dico che i demoni dell' Inferno 

Non son sì neri, come slan dipinte 

Le donne quivi, che più non ne scerno 
Che gli occhi e i denti, sì son forte tinte ( 3 ). 

(') Rime , ecc., pag. 37. 

( 2 ) Rime, ecc., p. 30. 

( 3 ) Lib. ni, capitolo v. Taddeo Gaddi soleva dire delle donne fiorentine, eh' elle 
erano i migliori dipintori, maestri d' intaglio e correttori che mai si avesse veduti, 
« perocché assai chiaro si vede, eh' elle restituiscono dove la natura ha mancato » 
(Sacchetti, Novella 136). Ed Enrico Stefano più tardi scriveva: « Les dames ita- 



( 230 ) 

Anche il Salliebregno tocca di questa ridicolezza del belletto, 

e scrive di una dama: « Che monta se il minio e la ce- 

rusa impiastricciata sulla sua gota si sfacciatamente non san men- 
tire, che il gialliccio naturale trasparendo a lor dispetto, non gii 
pubblichi per testimoni falsi e spergiuri? » (') 

A complemento di questo capitolo riuscirebbe forse opportuno 
1' accennare alcuna cosa intorno a' mezzi di trasporto, che più 
erano in yoga nei giorni di che ci siamo finora venuti occu- 
pando. Su ciò per altro abbiamo vanamente cercate memorie 
degne di nota speciale ; e solo in epoche non molto lontane 
incontriamo notizia delle carrozze, cui invero allora doveva 
acconciarsi meno assai che oggidì l' ineguaglianza del suolo, 
il serpeggiamento delle vie e la loro così frequente angustezza. 

Paolo Foglietta, che dettava le sue pungenti e graziose 
rime verso il \ 570 , ha un sonetto di cui fìa prezzo dell' opera 
il riferire la miglior parte. 

Quando ra toga antiga usàmo anehòn 

Chinee tanto care no accatùmo, 

Ni con famigli e paggi cavarcàmo 

Ch' aura se vestan megio dro patron. 
Ma con una seposta de garzon 

Su ra nostra muretta in villa andàmo; 

Ni brille de veluo anchon glie famo, 

E in villa e in cà serviva ro figon ( 2 ). 
E, corno vegio, m' arregordo mie 

Che à Zena no era ancora atro cavallo, 

Che quello che depento hemo in san Zorzo ( 3 ). 

» lienr.es usent fort de roetlre à leur visage del rosso et del bianco. . . Nos 
» dames de la Cour (peu s'en est fulu que ie ne aye dit. . . nos courtisanes). . . 
» si non toutes, au moins la plus grand pari, s'accomodent ausSi volontiers , et 
» aussi bien del rosso et del bianco , qu'aucunes italiennes » (Dialogues etc., 
» p. 173). 
(') Salliebregno, Carnovale, p. 28. 

( 2 ) Garzone di villa. 

( 3 ) Rime diverse ecc., Pavia, 1583; p. 25. Il poeta allude al cavallo di san 
Giorgio, dipinto dal Mantegna, circa il 1513, nella facciata del Palazzo delle Compere. 



(231 ) 

Male si apporrebbe però chi volesse pigliare alla lettera co- 
desta , che lo Spotorno chiama a buon diritto amplificazione 
poetica (')• Imperocché di cavalli e del loro commercio a Genova 
ho io più riscontri , a partire anche da tempi remoti ( 2 ) ; e 
sono per lo più destrieri di pelo bruno, baio rosso, baio stel- 
lato, cavalli leardi, ecc. È singolare un atto del 2 gennaio 
1229, col quale Ricco uomo causidico vende a Lanfranco 
Vento, pel prezzo di lire 24, un destriere bruno, con una 
stella in fronte , et balzanum de duobos pedibus superioribus; 
e, come in segno di trapasso della proprietà, accipiens eum 
prò awicula tradidit ipsum dicto Lanfranco ( 3 ). 

Narra Bartolomeo Scriba, che nell'anno 4 231 , essendosi 
stipulato un trattato fra il Comune Genovese e 1' Emiro di 
Sibilia, costui per gratificarsi la Signoria, le mandò a far 
presente d' un bel cavallo ferrato d' argento e coperto di drappo 
d' oro ; il quale venne portato in giro per tutta la città ( 4 ). 
Leggo pure in documenti, che nel 4 389 essendo venuto a 
Genova il Marchese di Monferrato , il Comune deputò a rice- 
verlo Benedetto Vivaldi ed Annibaldo Lomellini; e lo presentò 
di vino, di confetti, e di due cavalli superbamente bardati ( a ). 
Finalmente trovo, che nel 1402 il Comune stesso impose 
una tassa su tutti coloro che teneano mule e cavalli ( 6 ) ; la 

(') Note al Giustiniani, voi. II, p. 714. 

( 2 ) Del 1159 una mula si paga lire 15 (Chartarum li), e del 1198 un cavallo 
costa lire 25 (Fol. Not. I. iij. Ma nel secolo successivo il valore di questi ani- 
mali sminuisce grandemente; di guisa che, nel 1281 una mula si vende per lire 4 
appena, e del 1210 un cavallo è venduto per lire 12 (Fol. Not. I. 165, 200J. 
Poco dopo il prezzo rialza invece d' assai; e così del 1214 un cavallo costa lire 
40 (Fol. Not. I. 91j. 

Nel 1249, quando il Podestà di Genova si recò ad oste contro Savona, il fitto 
della sua cavalcatura fu pagato in lire 3 e soldi 6 (Fol. Not.) 

(3) Fol. Not. I. 278. 

( 4 ) Pertz, XVIII; Giustiniani, I, 350. 

( 5 ) Massaria Comunis Januae. 
(«) Giustiniani, II. 225. 



( 232 ) 
quale frullò in principio (1410-1418) meglio di 800 lire al- 
l'anno («). 

Bartolommeo Paschetti ricorda poi , che , a' suoi tempi , le 
donne genovesi erano vaghissime di farsi portare in carega, 
per ogni breve camino che facciano; e prosegue accennando 
come le lettighe e le seggiole sieno da principio state intro- 
dotte in città a vece dei cavalli e delle chinee, che usavansi 
addietro, per andarne con minore disagio alle villeggiature 
discoste un qualche miglio dalla capitale. « Ma hora si adope- 
rano etiandio per andare per la città , nelle chiese et in visita 
di parenti o amici; et l'usa hoggidl per certa vana grandezza 
ogni giovane donna, benché disposta et sana sia della per- 
sona » ( 2 ). 



IV. 



Gran fama di beltà e gentilezza ebbero mai sempre le donne 
genovesi ; e i lor vezzi e pregi comandando insieme all' ammi- 
razione il rispetto, meritarono essere celebrati da prosatori e 
da poeti. 

Rambaldo di Vacqueira ( 3 ), precipuo fra' trovatori dell' Occi- 
tania, venuto a Genova dopo il 1190, aveva ardito di vagheg- 



(') Cabellarum omnium introitus anni 1408 in 4445, udì' Archivio di san 
Giorgio. Il ricavo massimo dell'appalto di questa gabella fu di lire 943 nel 1418, 
il minimo di lire 416.13.4 negli anni 1421, 1422 e 1423. 

( 2 j Paschetti, Del conservare la sanità et del vivere dei genovesi; 1602; 
p. 172. 

( 3 ) Rambaldo figliuolo del Signore di Vacqueira in Provenza, fu lungamente ai 
servigi del Principe d' Grange. Verso il 4218 ritiratosi presso Bonifazio marchese 
di Monferrato, che il tenne in grande onoranza, s'innamorò di Beatrice sorella di 
lui e moglie ad Enrico Del Carretto. Scrisse in lode di essa più canzoni, ma ebbe 
però I' accorgimento di chiamarla in queste non altrimenti che col titolo di mio 
bel cavaliere. Sembra che in principio Beatrice si addimostrasse inchinevole al 
poeta; ma poscia mutò divisamento. Di che Rambaldo tolse a vendicarsi, scrivendo 



( *>5 ) 
giarvi una gentildonna, e profferirsele ardente amadore. Ma la 
pudica italiana, non usa alle convenute lusingherie dell' Occitania, 
lo discacciò, il vilipese, il derise. Il che parve al trovatore , nuovo 
fra noi, tanto strano e tanto degno di stima da risolverlo a render 
noto e durevole la memoria del rifiuto patito, con una canzone 
per dialogo e bilingue , nella quale a vicenda esso prega in pro- 
venzale, e la saggia donna rifiuta nel genovese illustre di quel 
tempo ('). 

contro di lei una canzone in cinque lingue , volendo con ciò significare che come 
Beatrice avea cangialo avviso, così egli mutava favella. 

Enrico Del Carretto passato poscia in Levante a combattervi i saraceni , menò 
seco Rambaldo; il quale trovò favore appo tutti i principi crociati, e specialmente 
presso di Federigo II, il quale lo creò governatore di Salonico ; dove egli morì nel 
1228 (Nostradamus, Vile de' poeti provenzali, pag. 80). 

(') Questa canzone, che è uno dei primi saggi conosciuti di scrittura volgare, fu 
pubblicata dal Reynouard , poi ristampata e ridotta a lezione migliore dal Galvani 
nella Strenna filologica modenese per l'anno 4863 (pag. 84-94); ove è accom- 
pagnata da un volgarizzamento letterale, che io ommetto per brevità. 

Rambaldo. 

Donna , tan vos ai pregada 
Si us platz, qu' amar me volhalz, 
Que sui vostr' endomeniatz, 
Quar etz pros et enseignada, 
Et tolz bos greto autreiatz , 
Per que m piai vostr' amistatz : 
Quar etz en totz faitz corteza 
S' es mos cors en vos fermatz 
Plus qu' en nulha genoesa. 
Per que' er merces si m' amatz; 
E pois serai meilhs pagatz 
Que s' era mia la ciutatz 
Ab V aver qu' y es ajostatz 
Deh genoes. 

La donna genovese. 

Jujar , voi no se' corteso 
Che me cardaiai de co, 



( 234 ) 

Lanfranco Cicala , cavaliere di grande autorità e prudenza , 
dettò in onore della sua concittadina Berlenda Cibo, diverse 



Che neente non farò: 
Anzi fossi voi appeso ; 
Vostr' amia non serò , 
Certo già v* escarnirò , 
Provenzal mal' agurado 
Tal enojo ve dirò : 
Sozo , mozo, escalvudo , 
Né già voi non amaro , 
Ch' eo chiù bello mari ho , 
Che voi non se', ben lo so , 
Andai via , fràre ; en tempo 
Melliorado. 

Rambaldo. 

Donna genia et eissernida, 
Gaja e pros e conoissens , 
Vailla m vostre cauzimens 
Quar jois e jovens vos guida 
Cortesia e pretz e sens , 
E tolz bos ensenhamens , 
Per qu' ie us soi fiselz amaire 
Senes totz retenemens , 
Francs , humils e mercejaire , 
Tant fort me destreinh e m vens 
Vostr' amors , que m' es plazens , 
Per que sera jauzimens 
S eu sui vostre benvolens, 
E vostr' amics. 

La donna genovese. 

Jujar , voi semellai mato 
Che cotal razon tegnei , 
Mal vignai e mal andei , 
Non ave sen per un gato , 
Per che trop me deschazei 
Che mala cossa parei. 



( 235 ) 
canzoni; e fu assai più avventurato del suo contemporaneo Luca 
Grimaldo, il quale dimorando lungamente in Francia, v' era stato 



Né non farla tal cossa ; 
Se sias fillo de Rei, 
Credi vò che e' sia mossa ? 
Per mia fé' non m' averei. 
Se per m' amor vo' restei , 
Ogano morre' de frei, 
Tropo son de mala lei 

Li provenzal. 

Rambaldo. 

Donna no siatz tan fera 
Que no s cove ni s' esckai ; 
Ains tang ben , si a vos piai , 
Que de bon sen vos enquera , 
E que vos ama ab cor verai , 
E vos que m gitetz d' esmai. 
Qu' eu vos sui hom e servire , 
Quar tei e conosc e sai , 
Quan vostra beutat remire 
Fresca com rosa de mai, 
Qu' èl mon plus bella no sai. 
Per qu' ie' us ams e us amarai 
E si bona fes me trai , 

Sera peccatz. 

La donna genovese, 

Jujar , to provenzalesco , 
Si ben s' enganza de mi , 
Non lo prezo un genoi , 
Né V intend chiù d'un toesco , 
sardesco , o barbari , 
Ni ho cura de ti: 
Vo' ti cavillar con mego ? 
Se lo sa lo meo mari, 
Malo piato avrai con sego. 
Bel messer , vero ve di' 



( 23G ) 

preso di forte amore per una damigella dei Villanova. Perocché 
mentre Bcrlenda serbò fede costante al proprio cantore, il quale 
ne pianse di poi amaramente la perdita (') ; la provenzale , 
con una bevanda amatoria, trasse a morte il Grimaldo (1308) 
nella verde età di appena 35 anni ( 2 ). 



Non vollio questo lati : 
Frate , zo aia una fi' : 
Provenzal , va , mal vestì , 
Lagame star. 

Hamualdo. 

Donna , en estraìng cossire 
M' avetz mes , et en esmai : 
Mas enquera us prejerai 
Que volialz qa' eu vos essai 
Si coni proenzals o fai 

Quant es poiatz. 

La DONNA UENOVIÌSE. 

Jujar , no serò con tcgo 
Poi cossi te cai de mi: 
Mèi valrà , per san Marti , 
Se andai a ser Opetì , 
Che v' darà fors' un roncì , 
Car si iujar. 

Nella stanza seconda di questa canzone la pudica donna rispondendo al trovatore, 
cui per disprezzo più volte appella giullare (juiar)} dice volergli dare tale noia 
(tal enojo), ossia dire tale insulto che gli sarà amarissimo. E glielo dice difatti, 
cogli epiteti di sozo, mozo, escalvado. Forse, avverte il Galvani, il trovatore avea 
corti i capelli , o forse li portava alla guisa de 1 mozzi di nave , o fors' anco era 
calvo, benché giovane tuttavia. La donna conclude consigliando 1' ardente amadore 
di andarne a ser Opetì, che gli darà forse un ronzino; ed il prefato eh. scrittore 
crede ravvisare in questo personaggio Opizzino III Malaspina, autore de' marchesi 
dello spino fiorito, protettore dei poeti e giullari. 

(!) Nostradamus, op. cit., p. 135. 

( 2 ) Spotorno, St. Lett. i, 274. Oltre a varie canzoni per la sua dama, il Gri- 
maldo avea scritte parecchie fierissime satire contro il pontefice Bonifazio vii, per 
accattarsi il favore di Filippo il Bello. 



( 237 ) 

Ma quello che riesce a gran pezza notevole, e torna a singo- 
lare encomio delle donne genovesi, egli è senza fallo il ritratto 
lasciatocene da Giovanni Boccaccio; il quale, comecché pronto a 
volgere in derisione ogni più santa cosa, parla di esse col mag- 
giore rispetto in una delle sue men castigate novelle; laddove 
narra di alcuni mercatanti italiani, i quali, convenuti essendo in 
Parigi, proponevano darsi bel tempo e tradire la fedeltà coniu- 
gale. Solo Bernabò Lomellini di Genova « disse il contrario, af- 
fermando se, di special grazia da Dio, avere una donna per 
moglie (') , la più compiuta di tutte quelle virtù che donna o 
ancora cavaliere in gran parte, o donzello, dee avere, che forse 
in Italia ne fosse un'altra: perciò eh' era bella del corpo, e gio- 
vine ancora assai , e destra et atante della persona , né alcuna 
cosa era che a donna appartenesse, sì come lavorar di lavori di 
seta e simili cose, ch'ella non facesse meglio che alcun altra. 
Oltre a questo niuno scudiere, o famigliar che dir vogliamo, di- 
ceva trovarsi, il quale meglio né più accortamente servisse ad 
una tavola d' un signore, che serviva ella, si come colei che era 
costumatissima, savia e discreta molto. Appresso questo, la com- 
mendò meglio sapere cavalcare un cavallo , tenere uno uccello , 
leggere e scrivere e fare una ragione, che se un mercatante fosse ; 
e da questo, dopo molte altre lode, pervenne a quello di che 
quivi si ragionava; affermando con saramento, niun altra più 
onesta né più casta potersene trovar di lei » ( 2 ). 

Questi degni encomii non deggiono però fuorviare i nostri giu- 
dizi, fino a lasciarci credere nulla o ben poco doversi rimpro- 
verare a' secoli XIII e XIV, per ciò che s' attiene al costume. 
Non mancavano allora le ferite, le uccisioni, le violenze, i tu- 
multi, e con questi gli altri vizi che procedono da rozzo impeto 
o da selvatichezza. Nò 1' onestà o la fede coniugale trionfavano 
sempre; frequenti erano anzi i frutti d'unioni MIegittime , né i 

(') Appellavasi Ginevra. 

( 2 ) Boccaccio, Decamerone, Giornata li, nov. ix. 



( 238 ) 

padri aveano alcun pudore nel riconoscerli, né i figli alcun ri- 
tegno a intitolarsi bastardi, o, come per vezzo dicevansi, figliuoli 
è' amore ('). 

Gran copia di documenti offrono a questo proposito i rogiti 
notarili ; dove per lo più i figlinoli naturali hanno a genitori 
uomini coniugali e schiave. Assai frequenti sono i legati fatti 
ne' testamenti a' bastardi, ovvero le dotazioni costituite a prò' 
di fanciulle nate fuora di matrimonio; frequenti eziandio gli alti 
di legittimazione, e non rari i privilegi pontifizi od imperiali con- 
ceduti a quest' uopo. Aveanli ottenuti da Carlo IV ( 2 ) i conti Fie- 
schi di Lavagna, da Sigismondo re dei romani i Giustiniani ( 3 ); 
da papa Innocenzo Vili e da Federigo III imperadore i Cibo (*). 
Né i privilegi emanati riguardavano esclusivamente quei nobili 
signori; perocché, come conti palatini, e perciò vicarii dell'Impero 
o del Pontefice, essi aveano anche il diritto di dichiarare legittimi 
i figliuoli spurii appartenenti ad altre casate ( 5 ). Ma le legitti- 
mazioni, che di sovente pronunciavansi e pubblicavansi in favore 
de' maschi, ben di rado accadevano in prò delle femmine- Due soli 
esempi ne ho raccolti, spettanti agli anni 1454 e 1476 ( 6 ). 

(') Cibbario , Econ. Polit. , i, 310. Sulla condizione generale dei tempi onde 
favelliamo in questa Memoria, e sulle tante contraddizioni nei costumi di quelle età, 
riesce utile consultare un bel lavoro del chiar. prof. Alfonso Corradi, intitolato La 
vita intima dei primi secoli del medio evo, e la medicina (V. Politecnico, voi. 
xxvu, p. 318-46). 

( 2 ) Diploma dato in Lucca, addì 27 maggio 1369 ( Fol. Not. voi. e par. n , 
206, 290 ). 

( 3 ) Nel 1496 Lucchesio Giustiniano legittima Battista e Galeazzo figliuoli del 
famoso capitano Brizio Giustiniano, detto il Gobbo; i quali, nell'anno dopo, ven- 
gono dal padre emancipati (Fol. Not. iv, 215, 226). 

( 4 ) Olivieri, Carte e cronache mss. della R. Università ecc., pag. 205. 

( 5 ) Il 2 marzo 1531 Lorenzo Cibo legittima Bernardo figliuolo di Pellegro de' Gradi 
e di una monaca domenicana (Olivieri, loc. cit.) 

( 6 ) Il 27 maggio 1454 Cattaneo Fieschi legittima Andreola bastarda di Luca 
Costa, de illicito et damnato coitu procreata; e lo stesso s addì 24 febbraio 1476, 
dichiara legittima Benedettina figlia di Pietro da Castiglione e di Elena della pro- 
genie degli ungheri, già schiava di esso Pietro (Fol. Not. iv, 425, 870). 



( 259 ) 

Nel protocollo del notaio Giorgio da Camogli si trova registrata la 
forinola dell'atto, secondo cui la madre facea dichiarazione del na- 
scimento della prole illegittima, nominandone il padre. Per tal guisa 
con instrumento del 14 luglio 1322, Garacosa da Molassana con- 
fessa, che Bartolommeo infante di cinque mesi è figliuolo di lei e 
di Manfredo Testa di Rocca, al quale perciò promette di non do- 
mandarlo, né contrastarlo; e si obbliga a non consegnarlo ad 
altra persona qualsiasi ('). 

Ora 1' argomento mi ha stretto a tale , che è mestieri anche 
più intimamente discendere alla ragione delle cose, e fornire cir- 
costanziati ragguagli intorno la situazione morale di quei secoli 
onde ho preso a discorrere. L' animo mio ne dolora, e vorrebbe 
pietosamente disteso un velo su questa parte di storia, ma l' in- 
terezza dell' ufficio propostomi vuol bene che io non debba a 
mezzo il cammino arrestarmi ('-)• Gli esempi dedotti da fonti 
sicure varranno dunque allo scopo; innanzi a questi ogni dubbio 
vien meno e si dissipa ogni sospetto di parzialità. Del resto, s'io 
dirò cose gravi, sarà utile il rammentare che gravi cose infatti 
accadevano di que' giorni , in Genova non solamente , ma 
dovunque. Ognuno seguiva da facile china. Allora le più sfac- 
ciate avventuriere trovarono singolari onoranze e principeschi fa- 
vori, perocché si videro donne di famigerata libidine assunte a 
nozze principesche; re e principi potenti onorare in pubblico la 

( ! ) Ego cara cosa fìtta qm. Guillelmi de Molasana confiteor tibi Manfredo 
Testa de Iiocha tabernario quoti cum de meo consensi!, et voluntate me carna- 
liter cognovisti: et ex ipsa cognicione ex te concepì habui et substuli filium 
unum masculum qui vocatur Bartholomeus qui est mensium quinque vel circa; 
quem filium tibi do et atlribuo prò filio et tanquam filius tuus, promittens tibi 
de cetero dictum filium non petere nec impedire nec aliqui persone dare (Noi. 
Giorgio da Camogli, an. 1323-30, car. 22). 

( 2 j Ottimamente il Gioja, nella Filosofia della Statistica (ediz. del 1832, voi. iv, 
p. S) scrive « Se il volgo, per esempio, dall' affluenza delle persone ai centri reli- 
» giosi argomenta castigatezza nel costume, lo statista non s' arresta là , e vuole 
» riconoscere il numero de' figli illegittimi, degli sposi divorziati, delle donne man- 
» tenute,àe\\e persone celibi, delle violazioni ed attentati al pudore, ecc. » 



( ^240 ) 

qualità di concubina , circondarle d' elette corti e alzarle quasi 
al grado di mogli. Allora Giovanni Boccaccio potò colle osce- 
nità del suo Decamerone sollazzare i cavalieri e le dame fio- 
rentine , nel modo stesso in cui più tardi il vescovo Bandello 
mandava dedicando le sue infami novelle alle donne più insigni , 
e a' più gran principi del secolo e della Chiesa. Il Duca Alfonso 
d'Este e i giovani della sua comitiva passeggiavano ignudi per 
la città di Ferrara in pieno meriggio (il che gli storici contem- 
poranei si appagano dir cosa assai leggera); l'Aretino, baciato 
in fronte da Giulio III , intitolava al Cardinale di Trento la più 
oscena delle sue tragedie, il Bibbiena aspirava alla tiara e scrivea 
la Calandra; il Sadoleto, il Campari e il Colocci amoreggiavano 
senza fine con Imperia; e sulla tomba di lei in san Gregorio in 
Roma scriveasi: Imperia corlisana, quae di gna tanto nomine, 
rare inter homines formae specimen dedit ( , ). 

Le leggi del medio evo quanto sono minute e positive nel 
prevenire o punire, bene spesso terribilmente, i delitti che im- 
portino turbamento dell' ordine pubblico, altrettanto si mostrano 
incerte, vaghe ed insufficienti per ciò che spetta alla tutela ed 
all'ordine della famiglia. Donde nasce, che in quella mistura 
di barbariche disposizioni e in quella riviviscenza del romano 
diritto , i genitori sieno arbitri del destino de' proprii fi- 
gliuoli, e il manto della patria podestà giovi a coprire ogni 
violenza ed eccesso. Degno è quindi di nota il testamento 
di Simone Bufferio , padre di dodici figli (30 marzo 1206); 
il quale dispone che fra costoro Ottolino ed Anselmino si ren- 
dano monaci, il primo a santo Stefano ed il secondo a santa 
Maria d' Albaro ; Isabella e Giacomina piglino il velo ; ed 
abbiano lire cinquanta per ciascheduno. Riguardo ai maschi però 
V ordine è temperato dalla clausola se loro piacerà , ed anzi 
vuoisi in caso contrario eh' eglino entrino coi fratelli a parte 

(') Cantò, Gloria degli italiani, ni, 708. 



( 241 ) 

della eredità ; ma per le fanciulle il comando é assoluto, ed il 
volere del padre tiene luogo di vocazione ( 1 ). Così ugualmente 
Lanfranco d'Antiochia, nel suo testamento del 1252, dispone 
che le proprie figliuole Inguinetta, Leonetta, Giacobina e Ma- 
netta, abbiano all' epoca del loro matrimonio o della loro mo- 
nacazione quella parte de' suoi beni , che agli esecutori della 
sua volontà piacerà di assegnare alle medesime ; ed a questi 
eziandio concede piena e libera facoltà di maritarle o monacarle ; 
benché, esternando intorno a ciò anche i proprii divisamenti, sog- 
giunga essere sua intenzione che Leonetta si mariti, Giacobina si 
sposi o tolga il velo, e le altre due si rendano claustrali ( 2 ). 
Da siffatti arbitrii hanno poi origine altri e non meno lagri- 
mevoli abusi. Per atto del i.° settembre 1216, Simone di 
Galearia e Simone Misrigio confessano avere da Sofia, vedova di 
Baldissone, il mandato di sposare Galiana figlia di costei a quel 
cittadino di Genova che loro meglio paresse e piacesse, costi- 
tuendole una dote di mille bisanti oltre il corredo ; e perciò 
promettono di consentirla in matrimonio a Pietro del qm. Ja- 
copo D' Oria ( 3 ). Né molto dissimile da questo è un istrumento 
del 16 luglio 1255. Pasqualino Usodimare promette a Luca 

(') Testamentum Simonis Buffer ii.... Otilinum et Anselmìnum filios suos ordì- 
nat esse debere monacos, scilicet Octilinus in sanclo Stephano et Anselminus in 
sancta Maria de Albario, si eis placuerit; et vult quod quisque eorum habeat in 
suis bonis libras quinquaginta; et si nollent esse monachi eos heredes instituit 
cum aliis fratribus. Isabellam et Jacominam filias suas vult esse monacas, et 
uniquique earum legat libras l (Fot. Not. \, 59). 

( 2 ) Ego Lanfrancus de Antiochia.... totem facio dispositionem.... filias meas 
Aiguinetam, Leonetam, Jacobinam et Marinetam... volo habere tantum de bonis 
meis ad earum maritare seu dedicare quantum placuerit et videbitur mairi mee, 

et fratri Nicoloso fratri meo et do et concedo predictis liberam baliam et 

potestatem maritandi et dedicandi illam vel Mas ex filiabas meis predictis. .. 
et maxime dictum Leonetam volo mar ilari... et Jacobinam specialiter maritari 
seu dedicari in arbitrio et voluntate predictorum... et alias duas... volo dedi- 
cari et reddi ad voluntatem predictorum (Pergamena dell' Archivio Parrocchiale 
di S. Maria di Castello). 

( 3 ) Protocollo del notaio Raimondo Medico, car. 242 verso. 

la 



( 242 ) 

Grimaldo che egli ne sposerà la figlia Alasina, tosto che la 
medesima abbia raggiunta 1' età d'anni dodici; e il futuro suo- 
cero, dichiarando a sua volta che la fanciulla sarà moglie di 
Pasqualino, gli concede quale arra degli sponsali una casa, e 
promette costituirle una dote di lire cinquecento ('). 

Che frutti recassero poi maritaggi siffatti , alla conclusione 
de' quali si tenevano estranee la mutua affezione e la volontà 
degli sposi , l'argomenti ciascuno. I protocolli de' notai fanno 
testimonianza, che le querele mosse da' coniugi dinanzi alla Curia 
Arcivescovile per ragione di divorzio, erano frequentissime; ma 
sopra tutti curioso ci sembra un atto del 28 aprile Ì213, col 
quale Ottone arcidiacono e maestro Ugo canonico , delegati a 
pronunciare nella causa vertente fra Gandolfo di Trojola e Gio- 
vanna da Sestri , sentenziano che debba procedersi al divorzio 
chiesto dalla sposo, pel motivo dal medesimo esposto, ed accer- 
tato da testimoni, eh' egli era cioè converso del monastero di 
santo Andrea di Sestri, prima che il suo matrimonio si fosse 
compiuto ( 2 ). 

Non mancano però sentenze, nelle quali 1' autorità della Chiesa 
intervenga ad opporsi alle domande dei dissidenti ; ma le pro- 
nuncie della Curia sono allora si gravi , che a nulla giovano 
meglio che a dimostrare quanto fossero tollerati gli scandali e 
radicati gli abusi. Il 17 dicembre Ì222 Giovanni arcidiacono 
sentenzia che Pietro di Ortexeto riconduca Druda sua moglie 
in casa del proprio genitore, e debba con maritale affetto trat- 
tarla, con lei giacendo in un medesimo letto e mangiando al 

(•) Ego Paschalinus Ususmaris promitto tibi Lucho de G rimatilo recipienti no- 
mine Alaxine filie tue, quod ego ipsam accipiam in uxorem et cum ipsa matri- 
monium consumabo adveniente tempore quo ipsa fuerit nubilis etatis, videlicet 
annorum duodecim, et ego predictus Lucas pater diete puelle promitto tibi quod 
ipsa sìt sponsa tua et do tibi prò arris sponsaliciis domum unam. . . qne fuit 
heredum quondam Jacobi fitii quondam Lanfranci de Mari, et promitto tibi dare 
ego Luchas prò dotibus filie mee libras quingentas (Fot. Not. i, 509.) 

( 2 ) Notulario di Pietro Ruffo, car. 124 verso. 



( 243 ) 

desco in un solo tagliere ; gli impone di non tenere pubblica- 
mente veruna concubina nel luogo di sua dimora, gli vieta di 
condurne in quella del padre suo ; e gli comanda insomma di 
usare con essa Druda que' modi tutti , coi quali un buon ma- 
rito ha l'obbligo di trattare una buona consorte ('). 

Ma i giusti dettami e il sentimento religioso , comecché ec- 
citato negli animi , non bastavano a trionfare de' rancori do- 
mestici , tanto é difficile ottenerne vittoria ! Con instrumento 
dell' 8 ottobre 1 225 , Ugo Fornari afferma che tornando da 
Tunisi, non ha più rinvenuta Alda sua moglie , e vanamente 
ne ha fatta ricerca in Genova e fuori ; protesta che 1' assenza 
o fuga di lei è avvenuta contrariamente ad ogni volere di esso 
Ugone ; e fa istanza che delle proprie dichiarazioni consti per 
atto di notaio , corroborato da testimoni ( 2 ). Così rende pub- 
blici ad un tempo i proprii affanni e le vergogne altrui. 

In forza di convenzione stipulata il 21 giugno 1274, Guglielmo 
d' Asti promette a Richetta da Toirano sua amasia (amasiae 
suae) , eh' ei non l'abbandonerà giammai per irne ad altri amori 

(') Precepit diclo Petro quod reducat predictam Drudam in domo patris sui, 
et tractet eam maritali affectu , scilicet iacendo cum ea in eodem ledo et ve- 
dendo sibi debitum coniugìi , et cum ea comedendo ad discum in una para- 

side Uem precepit eidem quod aliquam concubinam non teneat publice 

in loco ubi moratur, nec ducat aliquam concubinam in loco patris sui, et quod 
tractet dictam Drudam uxorem suam modis omnibus quibus bonus homo tractare 
debet bonam uxorem suam (Notaio Salomone, car. 125 verso). 

Gli Statuti criminali di Genova, pubblicati in Bologna dal Visdomini il U98 , 
determinavano (cap. xv) che se un coniuge vivente l' altro passerà a seconde nozze, 
sia il reo multato di cinquanta lire oppure sopporti la pena della pubblica fustiga- 
zione; ovvero anche, secondo la gravezza dei casi [si ad cornatevi copulam tran- 
siverit), venga punito coli' estremo supplizio. 

( 2 ) Ego Ugo Fornarius . . . protestor et dico quod in adventu quem nuper 
feci de viagio de tunexi non inveni uxorem meam Aldam, nec invenire potui 
cum eam quesiverim in Janna et extra; unde protestor et dico quod contro 
meam voluntatem stetìt hinc el stat ubicumque fuit tei sit, et non est de mea 
voluntate nec fuit ut sic moraretur vel moretur (Notaio Salomone, car. 69 
verso). 



( 244 ) 

con qualsiasi donna ; ma le serberà fede intera finché gli basti 
la vita ('). 

Finalmente tra gli atti del notaio Oberto Foglietta giuniore, 
uno se ne legge sotto la data del 28 giugno 1 474, la cui somma 
è questa. Ettore Spinola del ramo di Lucoli comanda a sua 
moglie Oriettina, figliuola di Girolamo Negrone e giacente in- 
ferma nella casa del proprio padre, di ridursi ad abitare con 
lui ; e pel caso di rifiuto la minaccia della perdita della dote. 
Risponde il suocero che Oriettina per la gravezza del male onde 
è vittima, non può senza pericolo della vita abbandonare il tetto 
paterno, e che d'altra parte il marito di lei non ha ferma 
stanza in verun luogo di Genova. Al che lo Spinola fa prova 
di replicare ; ma 1' offeso padre non gliel consente, dichiarando 
riciso eh' ei ricevette sua figlia non solo inferma , sibbene av- 
velenata. Risponde allora il marito , asseverando che le parole 
del suocero lo feriscono nell'onore, e chiede mille ducati a ti- 
tolo di risarcimento. Oriettina per altro fa chiara la reità dello 
sposo ; giacché nel codicillo annesso al proprio testamento, di- 
seredando il marito, chiama a parte de' suoi averi la propria 
figliuola Isabetta, e vuole che alla medesima subentri il geni- 
tore di essa testatrice , qualora la fanciulla venisse a morire 
innanzi di andare a nozze ( 2 ). 



(') Fol. Noi., voi. in. par. 1. 88. 

( 2 ) Fol. Not. , iv. 820. Come per antidoto siaci però consentito di riferire quanto 
leggiamo nel Giustiniani, sotto l'anno H'ói (voi. ii, p. 384). e E accadette per 
questi tempi un memorabil segno di benevolenza fra due consorti. Paris Giustiniano 
era dei primi signori, ossia, come si dice, dei primi maonesi di Scio, dotato di 
grandezza d'animo e di molte ricchezze; e maritò Maria, una delle sue figliuole, al 
signore dell' isola di Melelino, Domenico Gatilusio, genovese; e la mandò al ma- 
rito, con una galera che fece fabbricare e armare di nuovo. E la venusta matrona, 
in processo di tempo, contrasse il morbo lazzareno, ossia il morbo leproso. E non- 
dimeno il marito continuò sempre la mensa e il Ietto con la diletta moglie; la 
quale essendo reciproca nell'amore, non I' abbandonò quando fu con le arme cru- 
delmente assaltato dai suoi inimici , i quali con suprema violenza gliel levarono 



( 245 ) 

Non é a questo luogo privo di utilità un raffronto tra le 
istituzioni dei nostri giorni ed una consuetudine, la quale sembra 
che fosse in vigore al principio del secolo XIV , e ci trar- 
rebbe a sclamare veramente : Nil sub sole novi. Perocché un 
atto del 30 dicembre 1 304 ci porterebbe a credere, che di que' 
tempi la celebrazione degli sponsali fosse regolata da una legge 
civile, ed i medesimi acquistassero validità quando venivano 
celebrati dinanzi ad un pubblico ufficiale. Difatti nel citato istru- 
mento, rogato dal notaio Guglielmo Osbergero, si trova che Pietro 
di Embrone dopo avere costituite le doti di Beatrice sua futura 
sposa nella somma non ispregevole di lire 300 (fr. 6400 circa), 
gli stessi Pietro e Beatrice per verba de presenti ad invicem 
matrimonium contraxerunt; videlicet interrogatus dictus Petrus 
per me notarium infrascriptum si volebat dictam Bealricem 
in uxorem suam, et ipsam conservare tanquam in uxorem suam 
legitimam, respondit quod sic et subscripsit; interrogata dieta 
Beatrix si volebat dictum Petrum in virum et in ipsum consen- 
tire tanquam in maritimi legitimum, respondit quod sic ('). 
Frattanto, allentati i legami della famiglia e soffogata la benevo- 
lenza dalla riflessione, si trascorreva d' eccesso in eccesso. Allora 
si rapiva, e s'irrompea con natura ( 2 ). Due gentiluomini, del ca- 
dane brazza , e menonlo via e gli dettero la morte. Esempio certo, raro e degno 
di commemorazione ». 

(') Notulario di Guglielmo Osbergero, per gli anni 1304 in 1311 , car. 45 
verso. 

( 2 ) Lo statuto del secolo xm punisce colla tortura e la morte il peccato di so- 
domia ; e nel 1486 e 1499 si pubblicano decreti contro, sodomitas. Il Giustiniani, 
sotto l'anno 1479 (voi. ii, p. 533), riferisce « che nella villa di Albaro, nel fos- 
sato di S. Nazaro, fu violato da un maestro che lavorava coralli un fanciullo del 
parentato dei Bogiardi, e poi la violazione fu morto; e dell' omicidiale e violatore 
fu fatta severa giustizia, e fu attenagliato con tenaglie di fuoco, e fatto morire ». 
Nel 1449 e 1466 si fanno leggi ad reformationem morum; e del 1482, si isti- 
tuisce un Magistrato conlra pravos mores cititatis (Pandecta citata; Registri 
Diversorum Communis Jamiae, negli Archivi Generali del Regno in Torino,). 

Nell'atto di giuramento prestato dai rettori e gonfalonieri, sotto il dogato di Bat- 



( 246 ) 

sato degli Spinoli (1460), pervenivano col favore delle te- 
nebre ad impossessarsi delle figliuole d'Antonio Lomellino ('); 
e Paolo Doria ( 1 484 ) ; in pieno dì festivo e sulla pubblica 
strada , s' impadroniva d' una bella e costumata fanciulla 
tedesca ( 2 ). Ciò tutto in onta agli Statuti criminali i quali 
dannavano i rapitori di femmine alla pena del capo , salvo 

tisla Fregoso (1478-1483), si legge: « Se voi saverei . . . che in le Conestagie 
sean zoveni discoli e mal acostumò, o altre persone le quai fessen mangiaressi, o 
altre cose excessive e dezoneste, voi le manifesterei a lo spectabile Meser lo Vi- 
cario Duca e a lo Officio Deputao » (Miscellanee Ageno, num. vi). 

(') 1460, 4 decembtis. Cam ad conspectum Gubernatoris et antianorum, of- 
fici! monete et sancti Georgii supervenissent plerique ex familia Lomelina, gue- 
rentes nocte preterita per vim raptus fuisse duas filias nobilis qm. Antonii Lo- 
mellini a Johanne Jacobo Spintila et filio Badi Spinule, perductasque ad oppidum 
Caxaregii etc, (Heg. Diversorum Communis Januae, negli Archivi di Torino). 
Giovanni d'Auton riferisce sotto l'anno 1506 (voi. ni, p. 202), che un figliuolo di 
Domenico Negrone « fut à la maison d'un notaire nommé Bernard Ragius; et là 
celai gentilhomme pria la femme dudit Ragius de déshonneur, le quelle ne voulut 
par amour à son désordonné vouloir obéir : doni se voulut celui prendre à elle 
par force. Si se prit à crier, et à défendre sa pièce , tant qu'elle echappa de ses 
mains, et lors que son mari fut venu de quelque lieu, où il étoit ce jour alle, elle 
lui dit, en plorant, comment ledit gentilhomme s' etoit pris a elle et 1' avoit voulu 
forcer. Dont celui notaire s' en alla plaindre à messire Philippe de Clèves, gouver- 
neur de Gènes pour le Roi, lequel s'enquit de l'affaire ; et sachant la vérité du fait, 
voulut faire prendre et punir ledit de Nigrono ; mais il s' ola du chemin et s' absenla 
de la ville pour un temps, et demeura hors, jusque son pére et aucuns autres ses 
amis eussent adouci le forfait et apaisé partie: ce qu'ils Creili. Ce fall, ledit gen- 
tilhomme s' en revint à la ville , lequel n'eùt là été gucre de jours qu'il ne se 
Irouvàt à un autre bruii, tei qu'il eut paroles injeurieuses avec un du peuple, nommé 
Percgrum de Leonardis ; et tellement que de paroles à patacs vint la chose, en 
maniere que le dit gentilhomme qui avoit un poignard au coté, occit ledit Peregrum : 
dont il s'en alla , et avec le secours d'aucuns autres genlilshommes ses amis fut 
mis hors la ville. Ce fait , voyant le peuple que à toutt; heure étoient les nobles 
de Gènes en querelle conlre eux, s'assemblèrent à grosses troupes le long des rues, 
et là où jls rencontroient les gentilshommes , ils leur couroient sus ; et de là en 
avanl, furent dé)ibérer que la première fois qu'iceux gentilshommes feroient bruii, 
que tout le peuple s'élèveroit , et avec grand tumulte occiroient tous Ics gentil- 
shommes de Gènes ». 
( 2 ) Giustiniani, li. 541. 



( 247 ) 

il caso in cui il padre od i parenti della donzella non assentis- 
sero al rapitore di diventarne il marito, ed ei non le costituisse 
allora una dote secondo l'arbitrio del Magistrato dei malefizi (') 
Giacomo Fregoso diseredando il proprio figlio Leonardo , 1' ac- 
cusava di sregolata e pessima vita , dicealo ribelle ad ogni 
volere de' genitori, e tale da aver commesso nefanda et inho- 
nesta, que pudor declarare prohibet ( 2 ). I Protettori dello Spe- 
dale di Misericordia, o Pammatone, ricorreano a quei di san 
Giorgio chiedendo sussidii pecuniarii ; e ne davano per ragione 
il continuo crescere degli esposti ( 3 ). 

Nel tempo slesso la Signoria organizzava le prostitute, e dettava 
regolamenti a governo severissimo del Bordello di Castelleto o 
Montalbano (*). Le leggi a questo riguardo emanate (4 375-4 498) 
disponeano che si avessero come pubbliche meretrici , quelle 
che la voce comune, ovvero l'attestazione di probi cittadini, av- 
valorata dal giuramento e dalla sentenza del Magistrato de' ma- 



(.') Statuta criminalia etc, cap. xiv; il quale comincia: ne in consuetudinem 
vertatur pestiferam raptus femìnarum. Questa disposizione si riproduce anche in- 
tegralmente negli Statuti del 1669, al capo xxix del libro n. 

( 2 ) Fol. Not. , voi. ih. par. ii. 216. Il testamento ha la data del 27 febbraio 
1410. Il padre fu uomo di belle lettere, e di mansueta natura; e tenne la suprema 
dignità del Dogato, correndo il 1390. Al contrario il nome di Leonardo s' accoppia 
a tutti i tumulti che insanguinarono Genova all' esordire del quattrocento. 

( 3 ) V. il documento nel fogliazzo primo dell' Ufficio di san Giorgio (Archivio 
delle Compere) sotto la data del 20 febbraio 1484. 

( 4 ) Così chiamavasi il colle su cui sorsero da tempi antichissimi la torre, e po- 
scia la fortezza, del Castelletto. I lupanari , onde giù trovo memoria del 1336 
(Miscellanee Ageno), erano situati alle falde del monte; e distendendosi dalla 
chiesa di san Francesco alle Fontane Morose, giunsero in seguito fin presso al 
tempio della Maddalena. Ma nel 1551 si circoscrissero alle sole alture del Castel- 
letto; e sulle rovine di que' sordidi tugurii Galeazzo Alassi spianò la via che fu 
per buona pezza chiamata Aurea ed oggi si dice Nuova. * Molti affermano, scrivea 
Giorgio Vasari contemporaneo dell' insigne architetto , in niun altra città di 
Italia trovarsi una strada più di questa magnifica e grande, ne più ripiena di ric- 
chissimi palazzi ». È tradizione che, per istrana mutazione di fortuna , le pietre 
de' lupanari si adoperassero nella cupola del Duomo , costrutta alquanto dopo dal- 
l' Alessi medesimo (Alizeri, Guida artistica ecc., n. 506). 



( 248 ) 

leiìzi, indicassero per tali; e vulcano che s'intendessero come 
femmine perdute Me midieres que passim et sine differentia 
sui corporis questuiti faciunt, se publice exhibendo cuicumque 
persone prò pecunia ('); ma eccettuavano da sì obbrobriosa 
qualifica la donna maritata, quousque maritus lolleraverit eam, 
seu cum ea tamquam cum uxore steteril ( 2 ). 

Presiedesse al postribolo un Podestà, e dipendessero dal me- 
desimo due servi e il collettore , cioè colui che riscuoteva i pro- 
venti del luogo infame, avendone ottenuta dai Padri del Comune 
la concessione per un tempo ed una somma determinata ( 3 ). 
Niuna donna potesse, tranne il sabato, varcarne le soglie, né ar- 
disse profferire bestemmie, contumelie od ingiurie, e molto meno 
attaccar brighe o risse (pel che saggiamente si vietavano l'armi); 
e pagasse lo scotto giornaliero di soldi cinque , salvo il caso 
di comprovata infermità. Né meretrici , né mezzani potessero 
abitare altrove che a Montalbano ; ed anzi ricevessero lo sfratto 
dalla città quanti nello spazio di quindici giorni, dopo ricevutane 
l' intimazione, ricusassero d' obbedire alle leggi ( 4 ). Niuno poi 

(') Gli statuii di Savigliano del 1305 erano più spedili, e dicevano : Inlelligatur 
publica (meretrix) que rem seu cohitum fecerit cum quatuor seu pluribus homi- 
nibusl (Cibhario, ii. 32). 

( 2 ) V. Regulae Patrum Communis, cod. membr. dell'Archivio Civico, fol 10-13. 
Nella più volte ricordata Pandecta ms. dell' Archivio Governativo , sotto la data 
dell' 11 marzo 1491, si legge: Proclama quod ianuenses non possint tenere fé- 
minas in loco publico, nec in ipso loco esse feminas genuenses. 

( 3 ) La gabella sopra le meretrici fu imposta nel 1418; e il collettoce doveva 
esigerla, stando alla porta del bordello. L'appalto si rinnovava ordinariamente 
ogni quinquennio ; e possono trovarsene più esempi ne' fogliazzi d' alti de' Padri 
del Comune (Archivio Civico). Ma col volgere del tempo se ne ingenerarono tali 
scandali e disordini, che alfine quel diritto venne abolito, sostituendovisi invece il 
pagamento di un onere fisso mensuale. Le meretrici ebbero allora eziandio libera 
facoltà d'abitare ove meglio fosse laro piaciuto; e così trasferironsi nella regione 
del Molo (V. GiscArdi, Discorsi ; nel voi. i delle Famiglie nobili , ms. della 
Civico-Beriana, p. 424). 

( 4 ) La relegazione in un sito determinato trovasi prescritta alle meretrici negli 
statuti di quasi tutti i paesi. A Savona (1313) abitavano in parte al Molo, ed in 



( 249 ) 

si attentasse di trarle fuora di quel recinto , o transitarle su 
navi o barchette, se prima non ne avesse ottenuta la permis- 
sione dal collettore ovvero dal Podestà. Non avessero infine adito 
a' cimiteri, né potessero fermarsi nelle chiese dopo V ora della 
messa solenne ('). Le pene comminate ai contravventori di 
questi ordinamenti sono il carcere, la pubblica fustigazione , e 
le multe in denaro, che s'applicavano all' opera del Porto e del 
Molo ( 2 ). 

Né alcuno vorrà far carico al nostro Comune della compila- 
zione di queste leggi, né a me dare la mala voce dello averne 
porti rapidi cenni, ove pensi che lo invigilare sulle femmine 
perdute costituì fino da' tempi antichissimi un ramo di polizia 
importante assai alla quiete ed all' ordine pubblico. Loderà 
meco piuttosto la saviezza de' nostri padri, quando sappia che 
mentre Genova si adoperava con severi statuti a circoscri- 
vere il meretricio, sicché la lurida pianta non crescesse di 
soverchio ed ammorbasse la terra , Lucca mostrava per le 
prostitute il più grande interessamento ; e dolendosi che per 
gli strapazzi fattine per l' addietro , la città non ne fosse 
provvista quanto era conveniente , le favoriva di privilegi non 
pochi, e loro concedeva perfino quello tanto ambito di cittadine 
originarie. A Venezia poi se ne contavano ben undicimila sei- 
cento cinquanta; senza dire che il lenocinlo de' servi e la fa- 
cilità della gondola si prestavano largamente alle tresche ( 3 ). 

Pur nullameno, di mezzo a tanta corruzione, sopravviveano 

parte dalla porta Bellaria a quella del Giardino (Verzellino, Memorie storiche di 
Savona, ms. della Civico-Beriana, car. l.'J4j. 

(') La legge ateniese era anche più rigorosa: chiudeva le porte dei tempii alle 
prostitute ed alle spose adultere (V. Gioja, Filosofia della Statistica , voi. ih, p. 
401). 

( 2 ) Begulae Patrum Communis, loc. cit. 

( 3 ) Càintu, Stona degli italiani, voi. hi, p. 708. Delle gentildonne di Vene- 
zia riferisce inoltre Enrico Stefano « qu' elles vont espoitrinees, c'est a dire 

ayens la poitrine toute descouverte » ( Dialogues etc, p. 204). 



( 250 ) 

rimembranze cavalleresche. Delle quali sarà opportuno il 
toccare, a conforto dell'animo stanco ed oppresso dalle già enu- 
merate tristizie. Salagro Di-Negro impadronitosi di quattro navi 
che portavano in Sardegna il fiore dei cavalieri e delle gen- 
tildonne aragonesi ('), neppure vuole vederle; ma dividendo 
ogni sua cura fra queste ed i feriti, provvede che loro si 
usino i doveri più rispettosi. Non pertanto uno dei prigionieri, 
vinto da incontentabile gelosia, dà di piglio ad un ferro e 
l'immerge nel seno della troppo amata sposa; poi, tradotto di- 
nanzi al Capitano, e confessatogli come la vita gli fosse stata men 
cara dell' onore di lei, così acremente Salagro il riprende: Ho usato 
pietà verso gli armati, ho trattato i feriti come fratelli, ma tu che 
sospettar potesti l'onestà genovese, morrai! Giunge indi a Ca- 
gliari, e quivi lascia libere ed onorate quelle dame graziose ( 2 ). 

Nell'anno 1373, fervendo la guerra contro Cipri, la squadra 
genovese comandata dal virtuoso Damiano Cattaneo, posti a 
sacco i borghi di Nicosia e di Pafo, si impadronisce di settanta 
persone, e fra queste di non poche donne e fanciulle, al cui pudore 
i soldati vorrebbono recare ingiuria. Ma il capitano lo vieta 
altamente, ed allegando non essere legittimo soldo dei valorosi 
il disonore altrui, fa tosto rimettere in libertà quelle infelici ( 3 ). 

Luchino Vivaldo, che, giovane e ricchissimo, vive oltre ogni 
dire splendidamente , arde lunghi anni d' amore per 1' avvenente 
e gentile Bianchinetta; la quale, comecché sorta di basso li- 
gnaggio , pur si mostra costante nel respingere i doni , i prieghi 
e le profferte del suo amadore; a cui per altro le ripulse gagliarde 
crescon la fiamma. Ma ecco che il marito di lei cade in potere dei 
corsari, ed ella perde ogni più picciolo avere; sicché ridotta allo 
stremo d'ogni cosa, e mossa a irresistibile pietà de' figliuoletti 
che non può sfamare, corre a casa il Vivaldo, e gittataglisi 

(') Ciò avvenne il 1334, nella guerra contro gli aragonesi. 

( 2 ) Foglietta, Claror. ligurum aelogia; Serra, Storia di Genova. 

( 3 ) Giustiniani, ii. \ 10. 



( 251 ) 

a' piedi tra' singhiozzi e le lagrime gli palesa essere il dì venuto 
in che ella più non avrebbe serbato di casto che l' anima. 
Quando Luchino rialzata la misera, e risposto come non sarebbe 
mai detto che tanta fermezza avrebbero un di superata le in- 
giurie della fortuna, senz'altro indugio, alla custodia della propria 
moglie ne affida l'onore, e generosamente provvede al sostegno 
de' figliuoli e di lei. Onde i contemporanei esaltano il trionfo 
del Vivaldo con ogni guisa di vantamenti, e pongono la di lui 
continenza sovra quella dell' Affricano Scipione ('). 



(') BAndello, voi. v, p. 92; Foglietta, op. cit. 279. Lo slesso Bandello trae poi 
argomento ad una sua novella (ix. 91) dal fatto seguente, il quale si riferisce alla 
venuta in Genova dell'infante don Filippo di Spagna (1548); ma ne varia più cir- 
costanze e ne anticipa di alquanti anni la data. Nel sacco dato alla nostra città 
dagli spagnuoli cui Prospero Colonna supremamente comandava, Annina Calvi, leg- 
giadra e sopra modo avvenevole funciuf letta , era caduta in potere della soldatesca 
e tratta schiava in Ispagna. Dove in una cogli anni crescendo di grazie e di bel 
lezza, inspirava di se violentissimo amore ad un figliuolo del Duca d'Alba, il quale 
per denaro tenea modo d' averla. Ora^dovendo egli appunto far passaggio in Italia 
al cortèo dell' Infante Cesareo, ne -bastandogli 1' animo d' abbandonare la sua diletta, 
ebbe presto fermato di trarla in nave' con seco. Del che quanto segretamente gioisse 
in cuor suo la fanciulla , ciascuno V immagini , pensando come a lei non fossero 
usciti mai d'animo o di mente né i cari genitori, né i luoghi nativi. Pertanto messo 
appena il piede in Genova , ella induce i paggi , onde aveala circondata 1' amante, 
a trovarle presso le case de' Cai-vii ih piazza dei Maruffi 1' alloggiamento ; e qui 
fortuna arride al suo disegno in -modo, da ricondurla felicemente sotto il tetto pa- 
terno. Collo allora il destro, Annina allontana i satelliti, e si apre a' genitori; 
poscia, rompendone a mezzo gli abbracciamenti e le lagrime, disvela ad un tempo 
la misera sua condizione d'ancella, e il fermo proposito di fare ammenda colle 
preci, all'ombra d'un chiostro, dell'inonesto sebbene sforzato suo vivere. A' pa- 
renti commossi e tuttavia maravigliati, pare assennata la sentenza della figliuola; 
e poco stante Annina, all'insaputa de' paggi, è tratta ad un monastero. In quella 
riede il cavaliere spagnuolo , e dal turbamento de' volti più che da' tronchi detti 
de' suoi fidi, indovina meglio che non apprenda I' accaduto. Il caso strano desta 
gran rumore nel parentado e negli amici de' Calvi ; in breve ne corre la nuova per 
la città, e da poca scintilla divampano fiamme di mal repressi rancori. Genovesi e 
spagnuoli vengono allora alle mani ; e nella mischia il d' Alba riceve da Giovanni 
Lavagna tale una stoccata, che ne ha il corpo da banda a banda passato. (Vedi 
Celesia, La congiura del conte Fieschi, p. 242). 



( 252 ) 

Ma , all' infuora di questi esempi , egli è ben naturale che 
1' eccessivo fasto e le pompe onde ci si presentano circon- 
dati i secoli XIV e XV , cagionassero ogni di più il rapido 
scadimento così della integrità del costume come dell' austerezza 
del vivere cittadino ; talché le dovizie un tempo acquistate a 
prezzo di sangue, si profondevano ora ne' piaceri e negli agi. 
In ogni stagione que' festevoli cittadini ballavano e convitavano 
lautamente ('); era per ogni dove allegrezza di suoni e di canti, 
e il giorno si facea corto a' piaceri. Più giocondo e grasso vi- 
vere non sariasi potuto immaginare altrove che a Genova. Nella 
state poi non era chi volesse dimorare in città : manomettevano 
le faccende , disertavano gli uffìcii , davan commiato alla mer- 
catura; e trasportavano nelle adiacenti campagne tutte le corru- 
zioni del lusso e della mollezza ( 2 ). Da Sestri a Nervi, lungo il lido 
marino, e nelle valli di Bisagno e della Polcevera, sino a Ponte- 
decimo, sorgeano altissime torri, egregi palazzi, edificii mirabili, 
giardini suntuosi, e ville che porgeano grandissima dilettazione ( 3 ). 

Francesco Petrarca esortando i genovesi a fermare co' vene- 
ziani la pace, scriveva loro (1352): « Ricordivi quel tempo, 
eh' eravate il popolo più felice della terra. 11 vostro paese pa- 
reva un soggiorno celeste; così son dipinti gli Elisii. Quale 
spettacolo dalla parte del mare ! Torri che sembravano minacciare 
il firmamento, poggi coperti di ulivi e melaranci, case marmo- 

(') Nella grida del 1488 (ms. dell' avv. Avigone) si confermano certi antichi or- 
dini e decreti, in forza de' quali alle schiave, alle fantesche ed ai famigli era in- 
terdetto ballare e far festa in la città e nelle ville. 

( 2 ) Nella grida del 1488 (ms. presso l'avv. Avignone) <t si proibisce che nel- 
l'avvenire nell'andare e ritornare che si fa da Genova in villa, e per villa nella 
città, non si possa mandar presenti né doni alcuni, né fare convivii, perchè questo 
è cresciuto in grande abuso ». Ma il divieto cadde ben presto in dimenticanza, e 
fu d' uopo rinnovarlo. In una Pandetta di libri de' privileggi et altre diverse 
scritture (Cod. n.° 106 ms. dell'Archivio di San Giorgio, car 145), si nota infatti 
sotto la data del 30 dicembre 1o06 : Decretimi quod non mittantur prandio, vel 
cenae, quando cives accedunt in villani vel redeunt. 

( 2 ) Giustiniani, li. 49. 



( 253 ) 

ree in sulle rupi, e deliziosi recessi infra gli scogli, ove l'arte 
vincea la natura , e alla cui vista i naviganti sospendeano il 
movimento de' remi , tutti intenti a riguardare. Ma chi veniva 
per terra, meravigliando, vedeva uomini e donne regalmente 
vestiti , e fino tra boschi e montagne delizie incognite nelle corti 
reali. All' ingresso della città vostra, pareva di metter piede nel 
tempio della Felicità ; e di lei si proferiva ciò che fu detto an- 
ticamente di Roma: Questa é la città dei re (') ». 

Anche Antonio Astigiano, encomia nel suo già ricordato Carme 
le ville de' genovesi ( 2 ) ; ed il Foglietta scrive: 

Gren ville homo dattorno à ra Citte 
Re que vensan con 1' arte ra natura, 
Chi han sempre be'le scioi , frute e verdura , 
E pareixi terestri son eiamè ; 

(') Petrarca, Variarum. E nell' Itinerario, parlando sempre di Genova, scrive: 
Videbis ergo imperiosam urbem lapidosi Collis in Mere , virisque et moenibus 

superbam Valles amenissimas interlabentes rivulos , col/es asperitate 

gratissima et mira fertilitate conspicuos, atque aureatas domos quocumque te 
verteris videbis sparsas in littore. Et stupebis urbem talem decori suorum rit- 
ritimi delitiisque saccumbere. 

( 2 ) Muratori, S. R. I. xiv. 1016: 

In quibus aegregias aedes , liorlosque decoros 

Et paene omne genus fcrtilitatis habent. 
Non desunt uvae , non deest viridantis olivae , 

Citrullique arbor tempus in omne ferens; 
Non desunt lauri , non apta papavera somno , 

Non desunt hortis cerea pruna suis; 
Non deest praeslantis cucumer, nec melo saporis , 
Non deest ullum oleris suave bonumque genus: 
Non pulchrae violae , non candida lilla desunt , 

Non deest narcisus , flosque hijacintus ibi ; 
Ne vager ultcrius , non ulti denique flores , 
Ullaqtte non desunt poma , nucesque sibi. 
Non deest aspectus Pelagi jocundus aperti , 
Omne volnptatis Me reor esse genus. 
Il cronista Giovanni d' Auton (voi. ii , p. 210) loda poi in modo particolare le 
ville di Albaro, ed encomia « les beaux jardin de plaisancc, pietas d' orangers et de 
grenadiers, et autres fruitiers de loulcs espèces ; somme, c'est un terrien paradis ». 



( SS4 ) 

E in queste ville demo paraxi asse 
Grcndi, e ben feti per architettura , 
Con de fontanile belle olra mezura 
De, niurmaro scorpie, e nature ( 2 ). 

Per quello che s' aspetta alla richezza e nobiltà del vestire, 
gli elogi del Cantore di Laura trovano ampio riscontro nelle 
cose da noi rammentate più innanzi. Qui per altro è mestieri 
soggiungere , come da quelle matrone che passeggiavano le 
vie della città quasi altrettante Veneri e Giunoni , gravissimo 
scapito risentisse il pudore. Poi dietro 1' esempio delle donne 
correano le fanciulle; e mutato stile nel contegno degli occhi, 
della bocca, della fronte, delle vestimenta, faceano mostra di 
se ai balconi, con ostentazione delle loro bellezze, maggiore assai 
di quella che saria convenuta; e galanteggiando alla presenza 
delle madri, gittavano a' passanti e frulla, e fiori, e detti ora 
dolcemente mordaci, ora carezzevoli. 

11 poeta astigiano, descrivendo questa riprovevole costumanza, 
indirizza parole severe di biasimo a' genitori, cui sembra calere 
ben poco 1' onore delle proprie figliuole ; ricorda come la libertà 
non infrenata da oneste leggi rompa in licenza; e narra tali 
avventure , che ben dimostra quanto giungessero opportuni i 
suoi consigli. A noi bastino di quel prolisso verseggiare i di- 
stici seguenti : 

Ornatas omnes in festa luce fenestras 
Nubilibus nymphis cernere quisque potest ; 

Quae stant ut spectent ; quae stant spectentur ut ipsae. 
Arridet juveni queque puella suo. 

( 2 ) Rime ecc., p. 62. A' tempi del Foglietta, Galeazzo Alessi aveva di già in- 
nalzati i palazzi de' Giustiniani , de' Grimaldi, degl' Imperiali, ecc. ; la fonte del 
capitano Lercaro fuori la porta di san Tommaso, il lago e l'isola d'Adamo Cen- 
turione a Pegli (V. Vasari, xiii ; nella vita di Leone Leoni). 

Lo stesso poeta ha pure un sonetto, il cui principio è questo: 

Da Zena parto quaxi desperaò 
Perchè da paro me no posso sta , 
Che paraxi da Re se gh' usa fa. {Rime, p. 74). 



( 255 ) 

Et jacit ex alto flores, aut poma, nucesve, 

Aut aliud, quod sit pignus amoris ei. 
Milleque blandicias, et verba jocantia dicit , 

Et ludos tantos efficit atque jocos 
Ut quicumque senex incendi posset amore, 

Ut Priamus vafeat, Nestor et ipse capi. 
Non est hic Pallas, non est Sapientia. Verum 

Est Venus in dictis, atque Cupido jocis. 
Nec natam inculpat quamvis Pater ipse jocantem 

Inveniat, quamvis astet amator ei. 
Credit enim solum verba intercedere posse, 

Quum sedeat thalamo clausa puella suo. 
Nec possit juveni concedere corpus amato, 

Quamvis concedat dulcia verba sibi. 



Non est vestra tamen haec consueludo probanda 

Quae de non parva simplicitate venit, 
Ut vestras natas grandes aetate sinatis 

Cum quocumque velint mutua verba loquì, 
Lascivascque preces cupidorum audire procorum, 

Pro libitoque suis reddere dieta jocis ('), 

La Grida del \ 488 , determina « che quando le giovani 
vanno a solazzo, così a piedi come a cavallo, debbano andare 
accompagnate da una donna di età senile o sua parente ; e 
questo si fa, perchè dette donne molte volte andavano a spasso 
da esse sole , senza alcuna compagnia di donne di età o dei 
suoi parenti; il che non si conveniva all'onestà delle donne »: 
Parimente stabilisce « che le donne non possano andare alle 
taverne in Bisagno , né in li orti a fare mangessi e bevere , 
come pare avevano introdotto d' andare « ; e Paolo Foglietta , 
muovendo anch'esso a' rilassati costumi dell'età sua aspra cen- 
sura, mentre richiama col desiderio la semplicità, senza fallo 
studiosamente esagerata , de' tempi ormai troppo lontani , ha 
questo sonetto : 

(') Muratori, xiv. 1016-1017. 



( 2S6 ) 

A quelli antighi tempi sì laudò 

Chiolonne de vini' agni eran re focntc, 

Che ancon favan biigattc tutte qucntc; 

Aura fan dri fanti n, ma non da otte. 
E ai homi se fan fa dre mattinò, 

E chi ro dose son sotla se sente, 

Ho harcon gli' arve e piggia i ere a mente , 

Può spuan forte dosementi in sire. 
E pertusà se fan re handcrettc (' ) 

Per sta coverte, e vei da reguiton, 

Si che ghe fa gran prò quello pertuzo. 
E in bocca aura ghe sta ben ra lcngiietla, 

E natura Imi capace de raxon, 

Ni chiù parlando ban zarbalanne in uso ( 2 ). 

Ma i generosi rimprocci non ottennero che si smettessero i 
mali vezzi; né i genitori divennero più cauti, o si mostrarono 
d'occhio più vigile guardando alle proprie fanciulle. Che anzi 
non solo dalle private abitazioni, ma ben anco da' templi del 
Signore, coglievano esse l'occasione di farsi ammirare, e d'of- 
ferire di sé poco onesto spettacolo. Francesco Bosio vescovo di 
Novara, inviato a Genova, quale visitatore apostolico (1582), da 
papa Gregorio XIII, operava pertanto da quello addottrinato e 
specchiatissimo pastore eh' egli era, ordinando si atterrassero 
le logge, dove le fanciulle raccoglievansi a udir la messa, nelle 
chiese specialmente de' santi Pancrazio, Matteo, Sabina e Ca- 
terina dell' Acquasola; soggiungendo, per rispetto a quest'ultima, 
aver trovate d'osceni motti coperte le pareti della cappella, che 

(') Enrico Stefano fa menzione di una moda che in Francia a' suoi giorni era di 
già caduta in disuso, cioè di certe gabbie d' uccelli (specie di persiane) le quali si 
allogavano sul davanti delle finestre, e venivano comunemente appellate Videre et 

non viderì. « Ces cages estoyent aussi nommees des ialousies ; et crois que 

c'esloit pource que les maris ialoux s'en servaient conlre leurs femmes » {Dia- 
logues eie. , p. 438). 

( 2 ) Rime diverse, ecc., pag. 43. Vedasi anche il sonetto (p. 23): 
Quando ra toga antiga anchora uzamo 
E l'altro (p. 49): 

Za i homi de treni' agni eran fìgiuoè. 



( 237 ) 
alla loggia medesima sottostava. Specula seu fobia ( sono le 
parole del decreto) quae est a dextrìs ingressus ecclesiae , ubi 
fìliae nubiles missam audiunt, et sub qua capella constructa 
est, removeatur , et interim interdicitur ingressus in illam , 
cum in paride repertae fuerinl inscriptae litterae, quae turpia 
et obscoena amantium dieta continent ( ! ). 

Ma in mezzo a tutto ciò , nel secolo XVI la nostra storia 
domestica ci presenta uno spettacolo veramente grande e nuovo; 
e benché già da altri accennato, non ancora a sufficienza apprez- 
zato. Uscirei dal campo delle mie ricerche, se mi dilungassi a 
mostrare come Genova fosse a queir epoca divenuta ritrovo di 
molti fra' più chiari intelletti onde maggiormente s'onorava 
l' Italia ; ma dirò in breve di quella pleiade di gentildonne, 
che pur vi aveano sede, e ci appariscono insieme informate alle 
più elette virtù e ad ogni squisito gusto di lettere. Stanno per 
l'uno e l'altro rispetto a capo di tutte Battistina Vernazza, 
Caterina Fieschi-Adorno e Tommasina Fieschi, triade veramente 
gloriosa, per la santità della vita e l'altezza delle dottrine ma- 
nifestate in più scritture in prosa ed in verso, cosi nell'una 
come nell'altra lingua d'Italia ( 2 ). 

Girolamo Ruscelli da Viterbo, che in Venezia acquistò fama 
di buon grammatico e letterato instancabile, in un Discorso 
a Lodovico Dolce, encomia la bellezza, la gentilezza ed il 
vero splendore delle nobili donne di Genova, le quali tutte si 
danno agli studi, e principalmente a quelli della bellissima 
lingua nostra volgare ( 3 ). Ed invero lo stesso autore, in una 
Lettura impressa dal Griffio, riferisce tra le più rare gen- 
tildonne d'Italia il nome di ventitré genovesi, e si protesta di 

(') Synodi diocesanae etc. ; Genuae, 1833. p. 157. 

( 2 ) Intorno alle infinite bellezze di queste opere ci promette una Memoria l'e- 
gregio cav. Cornelio Desimoni; e noi ci auguriamo di udirla ben presto, conoscendo 
assai bene come i suoi dotti lavori tornino sempre cari e graditi. 

( 3 j Ruscelli, Tre discorsi a messer Lodovico Dolce; Venezia , 1354; p. 239. 

17 



( 2J>8 ) 

tralasciarne altre moltissime ('). Ora si noli, che lo scrittore 
medesimo non ne novera che diciasette in Roma e ventuna a 
Milano; ma fra quest'ultime, due sono eziandio genovesi, cioè 
Livia Ricci e Lucia Sauli; e tre non ispcltano propriamente alla 
metropoli lombarda, benché vi avessero residenza. Di quest'ul- 
time è Ippolita Gonzaga, figliuola giovanissima del celeberrimo don 
Ferrante; ed il Ruscelli narrando come di lei molti scrivessero 
le lodi, cita fra gli altri i genovesi Francesco Sauli, Stefano Spi- 
nola, Branca D'Oria, Bernardo Gentile e Giambattista Ciceri ( 2 ). 
Fra le donne genovesi citate dal Ruscelli si trova la bella Tur- 

(*j Sono esse: le nobilissime, et deipari bellissime et hoìioratissime signore: 
Nicoletta Bava, Luciana e Peretta Cattaneo, Battina, Lavinia , Maria e Selvaggina 
Centurione, Tedina Cicala, Isabella e Pettina De Marini, Mariettina Grimaldi, 
Franceschetla Imperiale, Claudia, Margheritina, Pellegrina e Ptllina Lercari , Bat- 
tina Lomellini, Perinetla Bocchi -Spinola , Nicoletta e Turchctta Spinola, Maria 
Spinola- Porrata , Maria Spinola- Riccardina e Maria Squarciando. Vedi Ruscelli, 
Lettura sopra un Sonetto dell' Illustriss. Signor Marchese Della Terza alla 
dicina Signora Marchesa Del Vasto, ecc.; Venezia, 1532; p. 63. 

( 2 ) Ruscelli, Lettura ecc., p. 69. E gli uomini invero non la cedevano allora 
per isquisilezza di lettere alle gentildonne; che anzi ne promossero il culto ed il 
gusto in Italia e fuori, cooperando all' incremento delle più illustri Accademie e 
fondandone altre. È celebre quella instituita da Stefano Sauli in una sua villa 
amenissima, nei suburbani di Genova, ove egli stesso condusse da Padova a farne 
parte Marcantonio Flaminio, Giulio Camillo, Sebastiano Delio, ed altri letterati di 
sommo grido. Il Tiraboschi afferma bene a ragione , che questa Accademia dee 
aver luogo tra le più illustri. In quella degli Addormentati , stabilita pure in 
Genova, Gabriello Chiabrera recitò più discorsi che si leggono a stampa. A Boma 
il genovese datario Gian Matteo Giberti, ne aveva molto tempo innanzi fondata 
una in certi suoi orti deliziosi ; a Milano , per opera di Vincenzo Cicala, nelle 
scuole di Brera, sorse quella degli Arisofi, detta anche Partenia maggiore, a pro- 
muovere gli studii filosofici; ed alla fondazione di una seconda destinata alle amene 
lettere concorsero grandemente i giù citati Branca D'Oria e Bernardo Gentile. A 
Venezia, tra' più distinti membri dell' Accademia degli Incogniti levarono gran 
fama Anton Giulio Brignole-Sale , Ansaldo Cebà , Andrea Fossa , Agostino 
Fusconi, il P. Angelo Grillo, Gian Vincenzo Imperiale, Agostino Mascardi, Ber- 
nardo Morandi, Tommaso Spinola. Finalmente, circa il 4378, alcuni nobili genovesi 
aveano stabilita quella dei Confusi in Anversa (V. Spotorno, Stor. Lett-, iv, 252-256; 
Dolce, Tre discorsi ecc., p. 238; Le glorie degli Incogniti, Venezia, 1647). 



( 259 ) 
chelta Spinola; e di lei scrisse pure il Bonfadio, nel dar contezza 
della propria dimora in Genova al conte Fortunato Martinengo : 

« La terra è bella, l'aria è buona, la conversazione grata 

Delle madonne, la Turca solo può far fede a Vostra Signoria 
che qui regna Amore » ('). Bartolommeo Paschetti afferma a 
sua volta che uomini e donne, massime nobili, erano general- 
mente d' avvenenza dotati ; e segue partitamente indicando quali 
dame brillassero sulle altre in fatto di pregi e di vezzi. Io sarò 
pago di venirle in calce enumerando ( 2 ); né temerò aver taccia di 
ribelle a' precetti cavallereschi, conciossiachè quelle bellezze da 
troppo lunga stagione passate, ohimè! nell' assoluto ed esclusivo 
campo archeologico, non ponno al certo vantare in oggi alcuno 
che sia di me più tenero, e più sollecito di loro fama. Paolo 
Foglietta ha versi in lode di Placidia Pallavicino, a cui s'inti- 
tolano le sue Rime; e della quale affermasi che, Venere no- 
vella, ogni altra donna precedeva in bellezza, grazia e cortesia, 
e del poetare genovese e toscano grandemente si dilettava ( 3 ). 
Di Maddalena Pallavicini molti poetici componimenti stam- 
paronsi a Lucca, nel 4 559 ; d'Eleonora Cibo moglie al conte 
Gian Luigi Fieschi e d' Ortensia Lomellini de' Fieschi abbiamo 
alcune rime, impresse tra quelle di Faustino Tasso in Torino 



(') Bonfadio, Lettere; Parma, 1783; p. 117. 

( 2 ) Tali sono: Giovanna moglie di G- B. D'Oria marchese di Santo Slcfano e 
di Ginnosa ; Geronima loro figlia, e moglie a Cesare Pallavicino ; Geronima D'Oria; 
Battistina, Camilla, Maddalena ed Ottavia Pallavicino ; Aurelia, Paola , Placidia , 
Porzia e Violante Spinola, Catella Negrone; Faustina Vivaldi ; Pomellina Terrile ; 
Maddalena Moneglia ; Ginetta Gentile; Manetta Lercari; Cecilia Bivarola ; Porzia 
Vaccari; Livia Cattaneo; Bianca Imperiale; Giulia Grimaldi; Cecilia De Marini; 
Cecilia Di Negro; Geronima Lomellini; Manetta Raggi; Cornelia Centurione (V. 
Paschetti, Bellezze di Genova, p. 49). 

( 3 ) Vedasi il sonetto a Placidia Pallavicino nelle Rime diverse in lingua geno- 
vese, stampale in Torino il 1612 (pag. 10). Gotilvannio Salliebregno (// Carno- 
vale, p. 27 e scg.), parla con mollo favore di Ernegilda Gridai ma (Nicoletta Gri- 
maldi) Aurelia Raggi e Francesca De, Marini. 



( 2G0 ) 

nel 1573; ed altre ne possediamo di Livia Spinola nella rac- 
colta pubblicata in Genova dal Bartoli correndo il 1 59 i (')• 

Angela Veronica Airoli, canonichessa regolare a san Barto- 
lommeo dell'Olivella, e discepola del Sarzana, die mano a pa- 
recchi dipinti non destituiti di pregio; ma Sofonisba Anguissola, 
dotta nelle lettere e nella musica, che visse in Genova mol- 
t'anni e vi fu sposa ad Orazio Lomellini, garreggiò coi più 
famosi pennelli, ne superò buona parte nel difficile magisterio 
del colorire, ed in quello del ritrarre uguagliò lo stesso Ti- 
ziano ( 2 ). 

Intanto fra l' esercizio delle più gentili discipline e dell' arti 
leggiadre, si rinvigorivano i sentimenti di religione e carità cit- 
tadina; allora Virginia Centurione-Bracelli, donna di vaste co- 
gnizioni e di profondi studi in più lingue, apriva (1630) il 
Conservatorio di S. Maria del Rifugio , a tutela dell'onore di 
tante derelitte fanciulle; ed Emanuele Brignole fondava (1655) 
l'Albergo dei Poveri di Carbonara. 

Ma quel vivere informato a si eletti e squisiti sensi non durò 
lunga stagione. Paolo Giovio ricordava di già che V andare 
molto intorno burlando e trattenendosi con varie dame, era 
vezzo famigliare a' suoi di tra i cavalieri genovesi ( 3 ). Ed il citato 

Ragionamento riferisce, che « le moderne giovanette subito 

che a casa del novello sposo si ritrovano , vogliono l'Adone 
che gii (sic) dica nelle veglie la paroletta all' orecchio , et le 
corteggi nelle chiese , e per le ville li tenga gioco , talché la 
maggior parte de' giovani da queste tali caparrati . . . sono; 
et molte di loro non contente di un solo, procurano haverne 
quanti più possono, per parere di essere tra l'altre più stimate 



(•) Spotobno, Slot: Lett. , iv, 109, MI. Celesia , La congiura del Fiesco, 
p. 87. 

( 2 ) Soprani, Vite, ecc. p. 233. 306. 

( 3 ) Giovio , Delle imprese militari ecc. 



( 261 ) 

et le più piaciute ; et tanti sono li favori che gli fanno , che 
tutti a gara 1' un dell' altro ci concorrono » (')• 

Allora inoltre venne fuori quella galanteria che è amore senza 
passione, e si contrasse il morbo nuovo del cicisbeismo: « legame 
insulso, che non avea tampoco l'energia del vizio, logorava 
la gioventù in corteggiamenti, baciamani e fatue smancerie, 
con una dama scelta per convenienza e non per cuore, colti- 
vata con ostentazione e con faticose premure del vestire , del 
comparire, dello smaschiarsi. Quest' affetto di mera vanità pro- 
duceva alla donna i difetti della lubricità, senza che ne avesse 
le scuse ; le dava un altro confidente che il padre de' suoi figli, 
riconosciuto pubblicamente, talora stipulato nei contratti : svo- 
gliava dalle dolcezze domestiche, dall'attenzione ai figli , dalla 
riverenza al marito, che ridotto al secondo grado nella propria 
famiglia , ed occhieggiato nell' intimo delle proprie abitudini , 
non trovava in casa queir onorevole e soave riposo che disa- 
cerba tante amarezze della vita » (-). 

A Genova i cicisbei pigliavan nome di braccieri o patiti; e 
I" uso ne invalse tanto , e fu cosi generalmente ammesso , che 
perfino la Repubblica, nel determinare le spese ed il corteggio 
de' suoi ambasciatori, stabiliva per legge (12 gennaio 1663), 
che ove il nunzio avesse recata seco la moglie, il bracciere en- 
trasse a far numero tra' suoi famigliari , mantenuti e serviti col 
denaro del pubblico erario ! 

L' abbigliatolo era per tutto ciò venuto usurpando lunghe ore 
anche agli uomini. Quelli di età matura vestivano di nero alla 
spagnuola, e con ogni ricercatezza; né riteneano di sodi pro- 
posili chiunque si permetteva indossare fogge diverse; ed 
aveano coi giovani quelle relazioni che appena comandavano 
civiltà o parentela. Ripartivano il giorno fra l' amministrazione 



(') Ragionamento, ecc., p. 12. 
( 2 j Cantò, Storia degli italiani, voi. hi, p. 531. 



( 202 ) 

della cosa pubblica, i negozi privati, le cure domestiche, gli 
uflìcii di religione; e nella pratica di questi ultimi cadeano in 
«incitazioni così smodate, che facilmente muovevano chiunque 
alle risa. Bello è il vederli , scrive Cesare Salbrigio (autore 
partigiano, ma di severe massime), far ressa intorno al sa- 
cerdote quando muove agli altari , e accompagnarne ad alta voce 
le preci; sicché il tempio di Dio sembrati convertito in sinagoga 
o moschea. Non vanno per la città senza stringere fra le mani 
il rosario, né rispondono al saluto senza qualche giaculatoria; 
ma nelle private loro congregazioni , ove adunansi a scopo 
d'infinta pietà, trattano e decretano di tutto ciò che s'appar- 
tiene al governo ed allo Stato ('). 

I giovani al contrario mostravano leggerezza in ogni cosa; 
poltrivano negli ozi, abbandonavansi al giuoco, s'addormenta- 
tavano tra gli amori. Architettavano il capo con istrane e sva- 
riatissime fogge d' acconciature ( 2 ) ; e vi spargeano a larga mano 
le essenze più preziose d'Arabia. Per lo che Ansaldo Cebà, 
riprovando altamente l' imbelle vita e il lascivire de' suoi con- 
temporanei, con santo sdegno esclama: 

Ahi quanto meglio in cavo acciar rinchiuso 
L'ottomaniche squadre, e l'empia gente 
Spaventerebbe il crin, che sì vilmente 
Di femminili odor li veggio infuso ! ( 3 j 

Vestivano essi in varie guise: portavano abito e giubbone a 
ricami assestato e con picciole falde, calzoni alla vallona( t ), 

(') Salbrigio, Politiche malattie della Repubblica di Genova. Francoforte , 
1655 ; ed Amberga, 1676. Capo ìx. 

( 2 ) L'uso della parrucca divenne comune dopo la metà del secolo xvn. (V. Tieiis, 
Storia delle parrucche; Venezia, 1724; p. 25). Colla Prammatica del 1675 t si 
proibiscono a gì' huomini le particelle, o sia capegliere delle biondini ». 

( 3 ) Ceba', Rime. Roma, 1611; pag. 36. Il poeta allude alle frequenti ed impunite 
correrie de' barbareschi nel mare ligustico. Sul che vedansi pure i versi del Foglietta. 

( 4 ; L'AcinelIi nota che i calzoni « giravano palmi 38, cioè 19 per gambèra, e 
non arrivavano fino al ginocchio ». Di nastro facevasi uno spreco indicibile, talché 



( 263 ) 

calzetti a colori e manichini costosi alla spagnuola, cappello e 
scarpettini alla francese, come da ballo e di gran valore, e 
guarnivano il cappello, non che di piume, con fiori leggiadra- 
mente indorati. Tutto parea inventato per moltiplicare legami, 
e costringere a non muoversi che in passi di minuetto ( f ). La 
spada che cingeano al fianco era una parodia delle imbelli e 
corrotte abitudini, non altrimenti che i voti di castità e povertà 
che facevano i cadetti, entrando cavalieri di Malta; per cui 
l' unico merito richiesto era la provata nobiltà ( 2 ). Ascondeano 
inoltre nelle maniche una picciola daga, o qualche bocca da 
fuoco; e taluni eziandio più timorosi, vestivano il corsaletto, per 
meglio assicurarsi da eventi e lotte imprevedute ( 3 ). Delle quali 
cose tutte pur si doleva forte il Cebà; o in questi sensi sfogava 
l'amaritudine del generoso animo suo: 

A far preda del cor de le donzelle 

Veggo trapunger sete, increspar lini 

E l'acqua distillar dai gelsomini, 

Onde lusinga Amor l'alme ribelle. 
Sento raddolcir lingue, armar favelle, 

Perdi' a far l'altrui voglia un cor s'inchini; 

E per entro i suoi ghiacci adamantini 

Fulminar coi sospir dardi e fiammelle. 
Questi son gli stendardi ! Ond'uoni si vanta 

Ad altri acquisti (oimè) crociarsi il petto, 

Che della terra avventurosa e santa. 
E eh' sfrondi Ottoman col ferro stretto 

I rami ancor de la sua propria pianta , 

Non turba a la mia patria il suo diletto ( 4 ). 

per ogni vestilo se ne consumavano più di mille palmi (V. Artifizio con cui il Governo 
democratico di Genova sia passato nell'aristocratico; MS. autografo presso 
l'avv. Avignone, p. 140) 

(') Si vedano i sonetti sulla toga, del precitato Foglietta. 

( 2 j Cantò, Storia degli italiani, voi. ìv. 532. 

( 3 ) Salbrigio, capo ìx. 

{*) Ceba', Rime ecc., p. 36. 



( 204 ) 

Pochi uscivano dal suolo natale, per acquistare, viaggiando, 
utili cognizioni, ed anco per apprendere gli esercizi cavallereschi. 
« Se amassero le scienze o le muse, prosegue il citalo Sal- 
brigio , sarehbero per la vivacità del loro ingegno da esse 
riamati; ma pochi le curano. Se donano qualche piccolo tempo 
alla lettura, nella Cassandra o nel Colloandro si trattengono; 
ma le buone istorie hanno in fastidio » (*). 

Raccolgonsi a liete brigate nelle logge ; ed ivi disegnano 
strani e indegni sollazzi. Ne' portici che s' appellano di Sotto- 
ripa tengono buona provvista di bucce d' agrumi , e ne per- 
cuotono il capo a' mercanti che per di là si recano a' loro 
ufficii; altrove con ritorte funicelle tendono lacci a' passanti, 
che v' incespicano e cadono, riportandone talfiata danni e scon- 
ciature alla persona; ovvero li stordiscono col subitaneo esplodere 
di più razzi, che vanno al proposito disponendo su qualche 
crocicchio. Ma un bel giorno al ricorrere della mezza Quaresima, 
trovano che 1' occasione è propizia a nuove imprese, e lietamente 
l'afferrano. Per lo che, invasa la piazza de' Banchi, e stesevi 
soffici coperte, giuocano sovra di queste alla palla di quanti 
vi trovano, e di quanti altri la mala ventura ha fatti soprav- 
venire. Né erano soltanto gente dappoco; ma qualcheduno, 
che per parentela e titoli illustri non mediocremente risplcn- 
deua, fu visto volare e far i tomi per l'aria a gara con le 
nottole. Chi tentava fuggire veniva respinto da gente d' armi 
appostata al bisogno; ed era perciò costretto ad offerire di 
se triste zimbello ( 2 ). 

Oj Capo ìx. 

( 2 j Salbrigio, capo x. Quest'ultimo fatto avvenne pochi anni avanti il 1655» 
Indi I' autore cosi prosegue : « V onore delle donne (se loro vien fatto) con arti- 
fit-ii rapiscono ; e, quando loro non giovano, vi sono molli che non mancano di 
por fine con violenza a' loro desiderii. Un giovane delle migliori famiglie dogli 
ascritti (alla nobiltà) ardeva per un'onesta e ben nata donzella. Essendogli inu- 
tili le altre vie , mentre in seggia da una sua parente ella si faceva 

portare, accompagnato da molti , la rapì , e condusse in luogo remolo. Saziala la 



( 205 ) 

Tutto volgeva dunque alla peggio; e, sbandita perfino ogni 
tradizione e costumanza antica, erasi acconciato alla imitazione 
la più servile ed abbietta, e costipato entro l'augusta cerchia 
del più ridicolo cerimoniale (')• 

Paolo Foglietta di già si lagna, che: 

Ri costumi e re lengue heino cangie 

Puoe che re toghe chiù n' usemo chie, 

Clie galere dighemo a re garie, 

E fradelli dighemo à nostri frè. 
E scarpe ancon dighemo a ri eazè, 

E insalatimi;! a I' insignirne assi'e, 

Si che un vegio zeneize come mie 

Questi tuschcn no intende azeineisè. 
E pà che lengue d' atri haora gustemo 

In nocca chiù dre nostre lutti quenti , 

Ch' ognun re lengue d' atri in bocca vuoè ( 2 ) 

sua libidine la sottopose alle voglie di tutti gli altri anche più vili , e poi 

nella pubblica strada spietatamente la rimise. Con tutto ciò, sostenuto da' suoi, in- 
vano reclamando gli offesi, con breve csiglio fu piuttosto invitalo a nuovi eccessi, 
che punito ». 

(') L'Acinelli (Supplemento all' Artifizio, ms. autografo, p. Vói) ricorda che 
i patrizi e le loro mogli « serbano la distinzione dall'altro genere di cittadini in 
le carrozze ; portano il loro cocchiere assiso in cascietta, portantini con livrea alle 
bussole, e le dame col strascino, col Iachiere o paggio dietro che lo regge in l'e- 
stremità, di modo che non lo strascinino pir terra » mentre gli altri cittadini por- 
tano « il cocchiere all'uso de' postiglioni a cavallo, e li portantini di piazza. Li 
nobili poi , se vanno in compagnia de' sacerdoti, si prendono la parte dritta . . . 
Sendo in ultimo luogo insorto nuovo cerimoniale, il Duce e senatori , quando fa- 
ceano la comunione in S. Lorenzo, andavano a' piedi de' gradini dell'aitar mag- 
giore; ora il sacerdote che celebra è obbligato scendere i gradini tutti, et ad an- 
darli a comunicare al loro stallo, ossia dove siedono secondo il loro rango. Avendo 
un nobile contratto un debito di non poca conseguenza con un patiere (mercante 
di panni), per quanti viaggi et istanze lui facte, mai compiva ; onde disseli il pal- 
lierc : io sono pronto a rimetterli il debito, purché per sei mesi mi impresti la 
sua carrozza quando ne averò di bisogno assieme il cocchiere con la livrea. Gliela 
accordò ; onde con questo mezzo il pattiere fece tanti sfrodi , che si ricompensò 
comodissimamente. Sì facta industria dà a divedere il vantaggio che hanno con le 
loro carrozze li signori putritii/c le livree de' loro serventi, tutte venerale dai birri ». 

( 2 ) Rime, ecc., p. 49. 



( 2<iG ) 

Ma che avrebbe detto il poeta nell'impeto dell'ira sua, se 
fosse vivulo tanto da vedere la Signoria mandar fuori, senza 
tema d'avvilire la propria maestà, un decreto in idioma spa- 
gnuolo, e consentire che altri di frequente l'usasse nelle pre- 
dicazioni dall'alto de' pergami? ('). Di queste ci assicura un 
autore contemporaneo esservi stato gran prurito; e chi vi andava 
non si parea volgare ( 2 ). Io credo che pur ne fremesse la grande 
anima del Giustiniani , quando penso che nello scrivere gli 
Annali della patria egli si professa apertamente poco scrupoloso 
per ciò che spetta alla lingua, in quanto che nell'eccessivo 
amore del luogo natio non si cura di venire riputato toscano , 
ma vuole da ognuno essere conosciuto per genovese (*). 

IVa quello che è più grave e di maggior dolore ci affligge, egli 
è il vedere come l'immonda scabbie del vizio neppure avesse 
risparmiati i santi asili, nò rispettali i cenobii ed i chiostri. 
Pel che ci è d'uopo rifarci buon tratto indietro, e rimontare 
il corso dei secoli. 

Un frammento di costituzione emanata dall' arcivescovo Jacopo 
da Varazze, e confermata il 1299 dal celebre ghibellino Porchetto 
Spinola, ci fa conoscere come vi avessero sacerdoti, che né 

( ! j A proposito dei predicatori, la grida del 4488 (ms. presso l'avv. Avignone) 
ha questa curiosa disposizione: « Perche s'è visto e vede per effetti, che alli pre- 
dicatori al tempo della Quaresima si fa e manda desinari di grande spesa e soper- 
chio, volendo provvedere a ciò per tutto il hene universale , si statuisce che de 
celerò alli detti predicatori non si possa mandare, nò per desinari nò per altro, salvo 
una cosa onesta e di poca spesa, e con una dimissa di pesci tanto ». 

( 2 j V. Olivieri, Carte e cronache ecc., p. 56. 

( 3 j Giustiniani, Proemio agli Annali, p. 12. Mentre l'Italia si asserviva così 
perfino in ciò che niuna tirannide varrebbe a spegnere, è singolare il vedere come 
in Francia si ospitasse la lingua nostra, comecché in modo assai strano e biz- 
zarro. Allora in quel Reame, e segnatamente alla Corte , s' introdusse l' usanza di 
parlare l'italiano in francese, precisamente come ora molti affettano di parlare 
il francese in italiano. Questa usanza riprovata senza One da Enrico Stefano, gli 
suggerì appunto i due preziosi Dialoghi sul francois italianizè , di che ci occorse 
più volte di fare menzione. 



( 267 ) 

viveano secondo lo stato loro , né portavano la tonsura e l' a- 
bito degli ecclesiastici: nee clericater vivunt, nec abitum cle- 
ricalem deferunt ('). Nel 1302 Guglielmo ministro della chiesa 
di santa Maria di Noceto promette al Vicario Arcivescovile, ch'ei 
non si terrà più oltre pubblicamente veruna concubina in casa, 
ovvero nel distretto della Parrocchia, od anche altrove, sotto 
pena di lire 50 (') ; del \ 456 Tommaso da Noceto , dell' ordine 
di san Domenico, è coinvolto in un processo turpissimo, ed 
accusato d'infami tresche con una schiava ( 3 ); e del 4465 Cor- 
rado delle Isole, priore degli Umiliati di santa Marta, reo 
di nefandezze con Despina monaca, viene da suoi correligiosi 
imprigionato a Milano ( 4 ). Un atto infine del \ 460 ci mostra 
come la Signoria si andasse allora pigliando cura di trovare 
onesto collocamento alla figliuola di un frate Mauro Marchigiano , 
la quale abbandonata dal padre nella miseria correva pericolo 
dell' onore ( 5 ). 

Contro i frati e le monache, e intorno alla necessità di ri- 
formarne la disciplina e lo stato, molti sono i decreti ( ,; ) 
pronunciati dalla Signoria (1446-1490). Un lettera poi di frate 
Zannetto o Giovanni da Udine, maestro generale dell'Ordine 
de' minori di san Francesco (1472), viene a conferma amplis- 
sima di quegli atti, asserendo che i frati e le monache della 
provincia di Genova se ne vivono incontinentemente, senza 



(') Miscellanee Ageno, num. vir. 

( 2 ) Fol. Not., voi. in, par. n, car. 339. 

( 3 j Id. iv, 468. 

( 4 j Tiraboschi, Vetera humiliatorum monumenta, voi. in, p. 62. 

( 5 ) 1450, 18 ianuarii. Cam audivissent fratrem Honorum Marchexanum reli- 
quisse unam eius filiam naturalem nunc nubilem, vagantcmque per varias domos 
non sine periculo honoris, inventumque esse virum qui eam in uxorem accipere 
velit, modo dos honesta UH constituatur (Diversorum Communis Januae etc.) 

( 6 ) Diversorum citati. Anche l'arcivescovo Pileo De Marini fu, a d'Ita del Giu- 
stiniani (voi. li, p. 230) « severo correttore dei cherici e delle monache alla sua 
cura commesse ». 



( 268 ) 
freno e religione : iiicoiiliitenter, sine freno et irreligiose vi- 
vant ('). E sappiamo d'altra parte, che le domenicane de' santi 
Giacomo e Filippo fuori gli archi dell'Acquasela, si arbitravano 
di lasciare la clausura a loro posta; e, quando tornavano al 
chiostro, dicevano alla priorissa: Madre, con vostra licenza, 
siam ite a diporto (*). 

Ma a tanto scandalo si commossero infine gli animi onesti; 
ed il Senato, dietro le istanze reiterate de' cittadini, fattone 
consapevole il pontefice Eugenio IV (1444), il venne caldamente 
pregando di porvi un riparo, e lo richiese di spedire a dare 
assetto alle cose quella esemplar femmina che la patria rico- 
nosceva nella sua Filippa D'Oria, monaca allora in san Do- 
menico a Pisa. Del che tutto il Papa sollecitamente compiacque 
alla Signoria; nò molto andò che l'autorità dell'egregia donna 
e l'esempio delle sue virtù, parvero ritornare nel munistero 
dell' Acquasola la sommessione alle regole dell'istituto e la 
claustrale disciplina. Uopo è confessare però, che Filippa resasi 
poco dopo, insieme a Tommasa Gambacurti, fondatrice del 
convento di san Silvestro che fu poi detto di Pisa, non lasciò 
al buon seme gittato il tempo che si rendea necessario al ger- 
mogliare ed al produrre i frutti desiderati. Sicché tornando più 
facile il ricadere nell'ampia via del male di quello che perdu- 
rare nell'arduo sentiero del bene, a niuno recherà meraviglia 
l'udire come le religiose de' santi Giacomo e Filippo riabbrac- 
ciassero assai prestamente l'antico tenore di vita. Un breve di 
papa Alessandro VI (1497) lamenta, che: moniales ipsae , 
abiecta teligionis honestate, extra dicium monaslerium prò libito 

(•) Fol. Not., iv. 788. 

( 2 ) Bandello, Novelle. Nei registri Diversorum Communis Januae (Ardirvi 
Generali del Regno in Torino) si leggono i seguenti decreti della Signoria: 1445, 
i% ianuarii: Decrctum contro, titani monialium sancii Pìtilippi et Jaeobi. 1466, 
i 4 marta : De monacabus coliibendis. 1467,10 ianuarii: Cantra monia'es. 
1 572 , 30 aprilis. De reformatione status monialium. 



( 269 ) 

et desiderio suo per totani urbem vagantur, et inhoiieslam 
vitam ducimi in ipsius religionis oprobrium, animaruni ea- 
runulem pericidum, et totius populi ianuensis scandalum non 
nwdicum; e però comanda al maestro generale dell'Ordine di 
san Domenico, che si spenda ogni cura e si adoperi ogni mezzo 
ad infrenare gli scandali e sradicare i disordini. Al che vennero 
poi specialmente commessi i frati di santa Maria di Castello, con 
facoltà eziandio di valersi, del braccio secolare. Allora fu fatto 
precetto alle suore d'acconciarsi a nuove leggi o di sfrattare; 
e trovatosi come dieci solamente fossero quelle che alla libertà 
preferivano il chiostro, ne passarono quivi dalla novella casa 
di san Silvestro quante altre parvero necessarie a ritornarlo in 
fiore ('). 

Ma le savie costituzioni ricevono tanto maggior forza, quanto 
meglio si corroborano colla virtù dell' esempio. Quindi a noi 
sarà lecito il domandare se le monache di Genova potcano di 
buon grado assoggettarsi a rigorose discipline, o se piuttosto 
non aveano giuoco assai facile di schermirsene, allora che queste 
si andavano altrove smettendo, e Roderigo Lenzoli-Borgia con- 
taminava la purezza della sedia pontificale ( 2 ). Anche a Ve- 
nezia i chiostri versavano di que' giorni in condizioni tristis- 
sime, ed erano in pessima rinomanza come campo ad intrighi 
e convegni. Le leggi di quella Repubblica escludendo dai civili 



(') Muzio, Apparato dell' istorin dei monasteri dell' Ordine di san Domenico 
in Genova. MS. d. Ila Civico - Boriami. 

( 2 ) Un breve di papa Clemente VII ( 21 gennaio 1529 ) , prova la verità della 
nostra asserzione ; giacché il pontefice, comettendo all' Arcivescovo di Genova ed 
al Priore di san Teodoro d'attendere alla riforma de' munisteri, insieme a quei 
cittadini che a ciò avesse delegati il Senato , dice chiaramente che le mo- 
nache continuavano nella rilassatezza del costume , ex malori frequentici et 
familiaiiiate cum clericis, religiosis et secularibus personis (Oliviehi, Carte e 
cronache ecc. , p. 224). Una bolla di papa Giulio IH , in data del 4 settembre 
Vòliì replica le cose contenute in questo breve; il (piale pertanto deve ritenersi 
come il principio di quel Magistrato \-he si disse delle monache, e che il Senato 



( 270 ) 

diritti i mancipii, nò ammettendoli a prestare in giudizio te- 
stimonianza o giuramento di sorta, accoglievano però le depo- 
sizioni e le prove delle schiave delle monache, nel caso di for- 
nicazione delle padrone loro con qual ( uomo si fosse; ed il 
panegirista d' Andrea Contarini gli facca pubblico merito a quel 
doge d'avere resistito alle tentazioni delle monache (*). 

Di sì detestabile andazzo risentivansi intanto anche gli altri 
luoghi pii, e i sagri templi'; dove alla floridezza ed opulenza 
dei secoli andati faceano contrapposto lo squallore e la povertà 
del presente. Il visitatore apostolico Francesco Bosio, già per 
l' innanzi da noi mentovato, nella sua lettera pastorale a' ge- 
novesi (1582) scriveva: « In cotesta vostra città ho veduto 
gli edificii privati assai belli et magnifici, ch'in un certo modo 
par che passino la cristiana modestia, et in qualche parte anco 
il buono stato d'una ben moderata Repubblica; ma al contrario 
ho trovato le chiese per il più tanto povere che of- 
fendono l' illustre riputalion di cosi pia et ornata Repubblica » ( 2 ). 
Pochi erano i sacerdoti, e per giunta rarissimi quelli che po- 
tessero chiamarsi per vita e dottrina specchiati; comecché la 
maggior parte inchinassero al vivere spensierato e mondano. 
Portavano lunga barba, annella, guanti, dilicate e seriche ve- 
stimenta, cosparse di profumi e d'essenze; frequentavano le 
taverne, assistevano a conviti e festini, e mescolavansi alle 
rappresentazioni sceniche, onde ben di frequente li rallegravano 



ordinò stabilmente con decreto del 14 gcnmio 1555. Constava dell'Arcivescovo, 
e di tre cittadini da rinnovarsi ogni triennio; dovea correggere e riformare la 
disciplina de' munisteri ; punire di pene corporali e pecuniarie così i laici come i 
religiosi che commettessero delitti contro le monache e le case loro; ed invigilare 
alla retta amministrazione de' chiostri (V. Magistrati di Genova, MS. della Civico- 
Beriana). 

(•) Cantò, Storia degli italiani, ni, 708, iv, 535; Lazari, Del traffico e delle 
condizioni degli schiavi in Venezia , Dissertazione inserita nella Miscellanea di 
Storia Italiana, voi. i, p. 484. 

( 2 ) Sgnodi diocesanae et piovinciales, etc. pag. 506. 



( 271 ) 

i commedianti e gli istrioni ('). Per la qual cosa il Bosio, nel- 
l'esercizio oltre modo difficile dell'alto suo ministero, qualifi- 
candoli indegni ed inetti , ne sospendeva ben molti dalla ce- 
lebrazione degli uffizi divini e dalla cura delle anime; e fra 
questi Bartolommeo Micone, rettore di san Silvestro, qui la- 
linam linguam non callet, et fidei rudimento, ignorai ( 2 ). Do- 
leasi che il rettore di san Giovanni di Borbonino tenesse in 
chiesa i vasi vinarii , ed i nidi delle colombe; multava di dieci 
scudi l'arciprete di san Martino d'Albaro, qui in examine 
valde ignarus repertus est, quique etiam male audit quoad 
mores et vitae continentiam ( 3 ); ed ai parroci delle chiese di 
santa Sabina, sant'Agnese, san Sisto e più altre della città, 
imponeva l'obbligo d'imparare, non che altro, la dottrina 
cristiana; acciocché, entro un dato spazio di tempo, si tro- 
vassero in grado di predicare in ogni domenica al popolo il 
Catechismo ed il Vangelo. 

Ma qui facciamo punto al nostro dire, onde non oltrepassare 
di soverchio il confine, che ci siamo venuti per più ragioni 
imponendo. 

Né è senza provare un intimo senso di viva compiacenza, 
che oramai ce ne veggiamo segnalo l' ultimo termine. Vasto 
ed importante argomento invero, ci ha somministrato la 
vita privata de' genovesi; il cui ritratto non venne prima 
che da noi trattato , neppure da altri adombrato. Oggetto 
di profonde osservazioni allo studioso, a tutti fecondo di utili 
.0 piacevoli insegnamenti ! Storici e cronisti , novellieri e poeti 
vennero a gara somministrando i materiali all'edificio; intorno 

(') Synodi etc, p. 318 e seguenti. Anche il cardinale Antonio Sauli , nel si- 
nodo diocesano celebrato il 4588, lamenta forte la vita sregolata de' cherici ; e sta- 
bilisce che coloro i quali ardiranno indossare vesti non dicevoli al proprio slato, 
le perderanno, e pagheranno due lire di multa. 1 frequentatori di taverne saranno 
puniti con pene pecuniarie e col carcere (Id. p. 547). 

(2) Op. cit., p. 150. 

( 3 ) Op. cit, p. 181. 182. 



( 272 ; 
a cui durammo diligenze e fatiche, per quanto era da noi; ma 
sopra lutti ci furono di scorta i documenti officiali e i protocolli 
de' notari, i cui atti molteplici ponno bene considerarsi come 
la statistica dello incivilimento nell'evo medio. Il nostro amore 
di patria ha potuto per un istante crearci una dolce illusione; 
e quasi lasciarne credere di avere a nostro benefizio squarciato 
il velo, onde il passato si divide da questo presente, il quale 
fugge senza posa e ci inabbissa nelle ansie e nella oscurità 
del futuro. Noi abbiamo, per così dire, sorpresi i nostri padri 
nelle loro più care abitudini, nelle loro particolari costumanze; 
e quasi parve anche a noi di seguirle, e vivere in mezzo ad 
essi. 

Le storie passate, non che presso di noi appo d'ogni altro 
popolo, sono, a così esprimerci, aristocratiche; e sdegnano 
tutto ciò che non conduce a grandi imprese, a fatti sublimi. 
Possiamo dunque rallegrarci di avere con questa Memoria col- 
mato un vuoto, che altri aveva di già avvertito e riempiuto per 
la Toscana, la Lombardia, la Venezia, il Piemonte. Dell'esito 
non è da noi il toccare; sì concluderemo con Cesare Cantù, 
che le lungagne che altri spenderebbe per avventura intorno 
a battaglie, noi le occupammo volentieri intorno alla pittura 
delle cose domestiche, non solamente per la predilezione che 
portiamo a tali studi, ma perchè meglio ci rappresentano ciò 
che noi cerchiamo: gli uomini di ciascuna età. 



Avvertenza. — Alla pag. 96, lin. 9, ove si parla degli scudi con entro let- 
tere iniziali, occorre questa nota, la quale fu per mera inavvertenza tralasciata n Ila 
compaginazione. 

Nel palazzo già ricordato di piazza Fontane Morose, entro scudi cimati : J. S. 
(Jacobus Spinola). Nel fregio del portico di quello donato dalla Repubblica a Pa- 



( 2 "5 ) 
gano D' Oria , ove in oggi sono stabilite le Scuole Tecniche della Camera di Com- 
mercio : P. A. (Paganus Auvia). Ai lati di uno scudo in fronte all' edificio di cui 
il Comune fece presente ad Andrea D'Oria : C. A. (Conradus Auria, che nel se- 
colo xv il fece innalzare). Le lettere P. S. stanno ai lati di un basso rilievo di 
san Giorgio ( secolo xv ), che sormonta V ingresso di un palazzo Spinola in piazza 
Pelliccieria ; in due scudi del fregio interno di altro palazzo già Spinola ed ora 
Romanengo, in via della Posta vecchia , si legge I. S. ; le lettere A. S. veggonsi 
in due tavolette degli stipili di un palazzo che fu de' Sauli, ed è situato nella omo- 
nima piazzetta; A. C, nel fregio del portico di uno de' palazzi Cattaneo, di fianco 
alla chiesa di san Torpete; ecc. ecc. 



18 



DI INA TAVOLA DEL SECOLO XV 



RAPPRESENTANTE 



LA B. VERGINE ANNUNZIATA 

LETTERA 
AL P. AMEDEO RAIMONDO VIGNA 

DEL SOCIO 

LUIGI TOMMASO BELGRANO 



Mio Ottimo Amico , 



N 



elle scorse ferie autunnali trovandomi a ragionare coli' e- 
gregio professore Giovanni Pennacchi dei lavori della nostra 
Società di Storia Patria, ed in particolare di quelli che riflet- 
tono il compito della Sezione di Belle Arti, sapendolo bene 
addentro nella conoscenza delle medesime , mi prese vaghezza 
di chiedergli se contava dar opera ad una qualche Memoria , 
che potesse venir letta nelle adunanze della Sezione stessa. 
Né quel mio amato maestro si chiarì alieno da tale proposito ; 
anzi volle per mio mezzo interrogare sulla scelta dell' argo- 
mento il eh. nostro P. Marchese ; il quale vennegli perciò 
suggerendo gli piacesse di illustrare quella tavola della Nun- 
ziata, che decorava in origine l'omonima cappella nella chiesa 
di santa Maria di Castello, ed ora si custodisce presso l' altare 
d'Ognissanti. 

11 professore Pennacchi accettò di lieto animo siffatto consi- 
glio , e mi lasciò colla speranza che all' aprirsi del nuovo 
anno accademico avremmo udito un lavoro , degno per fermo 
di quel prezioso dipinto ; ma varie occupazioni lo distolsero poi 

18- 



( 278 ) 

dal suo divisamente». Allora io stesso, non oso dire invero con 
qua] fortuna ed ardire, determinai colorire il disegno; e svolsi 
così le poche idee che invio alla antica e sperimentala di Lei 
amicizia. 

La tavola di cui è caso si eleva su di un gradino, parlito in 
quattro divisioni da ornamenti in legno intagliati e dorati. La 
sormontano altrettante svelte lesene ; e ne serrano il campo 
in tre grandi scomparti, coronati da baldacchini sporgenti al- 
l' infuori. 

Le composizioni del gradino indicato rappresentano le spon- 
salizie della Madonna ed il suo incontro con santa Elisabetta, la 
nascita di Gesù, l'adorazione dei Magi, la Fuga in Egitto e 
la Purificazione della B. Vergine. Sono ideate con semplicità 
veramente ammirabile , e condotte con tanta squisitezza di di- 
segno , che , sebbene ristrette a piccolissime proporzioni , 
mostrano assai chiaro come V artista siasi dato gran cura anche 
dei più minuti dettagli. 

Nel quadro propriamente, e nello scomparto mezzano, si 
raffigura il mistero della Annunciazione, onde l'ancona s'in- 
titola ; e l' arricchisce una bella gloria d' angioli , i quali cir- 
condano in atto di adorazione l'Eterno. Ivi l'arcangelo Gabriele, 
che piegando le ginocchia dinanzi alla Vergine pronuncia il 
misterioso saluto , è coperto di una lunga tunica di broc- 
cato d' oro , messa ad ornamenti rossastri , con un cappuccio 
che gli ricade leggiadramente in sulle spalle ; la Madonna in- 
dossa una veste di consimile opera, ed ha fermato sul petto 
un ricco manto azzurro contorniato da un largo fregio d' oro, 
che con naturale semplicità e bei partiti di pieghe le scende 
dagli omeri infino a terra. Finitissimi e studiati sono poi gli 
accessorii; come sarebbero il grazioso inginocchiatoio su cui 
posa la Vergine , che è finito di varii legni commessi ad 
intarsio , ed i cui sportelli a riquadri , semiaperti , lasciano 
scorgervi dentro libri, pergamene ed utensili per donneschi la- 



( 279 ) 

vori; la fontana elegantissima che- sorge da un lato a qualche 
distanza, e tutta insomma la scena disposta a guisa di mae- 
stoso loggiato sorretto da pilastri decorati d' intagli e figure 
panneggiate, mentre da lunge appariscono le mura di Nazaret 
e le circostanti colline ammantate già di verzura primaverile. 

Gli scomparti laterali, ove pure si continua il loggiato, vanno 
adorni ciascuno di due figure: a destra i santi Pietro martire 
e Sebastiano; a sinistra il Battista e l'apostolo Giacomo maggiore. 

Sovra tali scomparii veggonsi poi dipinti in riquadri minori 
il Crocifisso con a' piedi la Madonna e l'evangelista Giovanni, 
l'apostolo Paolo e san Rocco. 

Le opinioni degli eruditi circa l'autore di questo dipinto 
sono assai varie ; e subiscono tante gradazioni , che mentre 
alcuno vorrebbe attribuirlo a pennello genovese, altri si avvisa 
di riconoscervi l' impronta della scuola tedesca. Il eh. cav. Fe- 
derigo Alizeri, il più recente degli scrittori che toccarono la 
questione , dopo avere, nella sua dotta Guida Artistica di Ge- 
nova, dichiarato una discussione diffìcile a sciogliersi quella 
se il pittore sia genovese o straniero , pronunzia il nome di 
quel Nicolò da Voltri , che , al dire del Soprani , dipingeva 
nel Ì401 per la chiesa di sauta Maria delle Vigne una Nun- 
ziata, di che oggi non si ha più notizia. 

L' Alizeri, ho detto, mette innanzi il nome di Nicolò da 
Voltri ; e poscia si studia per più argomenti di ascrivere alla 
scuola di costui la bella tavola di Castello ; ben vedendo di 
non poterla assegnare al voltrese istesso ; giacché la figura del 
santo Domenicano che vi si ammira é indizio non lieve, che 
il quadro venne eseguito per questa chiesa dopo l' ingresso 
nella medesima dei frati predicatori , accaduto l' anno 1 442 ; 
epoca nella quale Nicolò da Voltri, di cui non si ha più al- 
cuna memoria dopo il 4 401, doveva senza fallo essere morto. 

A meglio confortare 1' asserto , il prelodato scrittore insli- 
luisce un paragone fra la nostra Nunziata ed una tavola che 



( 280 ) 

tuttodì si conserva nella chiesa di san Teodoro a Fassolo, ove 
sono raffigurati i santi Agostino, Ambrogio e Chiara. Ma un 
tale raffronto , a parer nostro , è invalidato da ciò : che il 
quadro il quale dee servire di paragone , non è il più adatto 
all' ufficio , riconoscendovisi , per testimonianza dell' Alizeri 
medesimo , parecchie aggiunte fatte per ogni verso all' antico 
dipinto, e ima contraddizione di pittore e d'epoca nel campo 
istesso della vecchia tavola , ove le figure hanno la secchezza 
dei primi tempi , e i panneggiamenti son messi ad oro giusta 
il costume dei secoli XIV e XV ; mentre la cattedra su cui 
. siede quel primo santo (sanf Agostino) , e i partiti di pro- 
spettiva che servono di fondo , sono condotti col gusto e 
colle forme della rinnovata architettura. « Dal che, egli sog- 
giunge, mi viene spontaneo e necessario il supporre che il 
fondo antico , lavorato per certo a dorature come il rima- 
nente della tavola, fosse ridipinto in età posteriore , quando 
cominciavano a dispiacere quelle sembianze d' anticaglia ; ed 
avendo a giudicare come che sia dell' opera originale, mi 
limito alle tre figure che campeggiano con si diverso stile 
in quel fondo. E opportunamente mi corre a memoria quel 
eh' io lessi nel Soprani , d' una tavola eseguita nel 400 per 
la chiesa di san Teodoro da Nicolò da Voltri , il quale , al 
dir del biografo , fu primo a panneggiare con ragionevolezza 
le figure, e ad atteggiarle con dignità. Egli è un gran danno 
che il suddetto scrittore facendo menzione del dipinto , non 
ne indicasse (cosa insolita in lui) l'argomento, che, cono- 
sciuto , varrebbe a dileguare ogni dubbio » . Conchiude po- 
scia che « malgrado di tanta oscurità ci sarà caro l' attribuire 
al pittor da Voltri questi tre santi ; e contra coloro che du- 
bitan sempre ci farà scudo il carattere della pittura, para- 
gonato alle lodi che dà Io storico a quel progenitore della 
scuola genovese ». 

Ma qui il eh. illustratore de' patrii monumenti ci consenta 



( 281 ) 

di dubitare ancora ; perocché i nostri dubbi ci paiono fondali 
non sovra congetture, ma bene su circostanze di fatto. E in 
primo luogo vuoisi notare, che mentre il Soprani ci avvisa 
come nella tavola dipinta pel tempio di san Teodoro Nicolò da 
Voi tri scrivesse il proprio nome , in questa accennata dal 
chiaro autore quel nome tanto desiderato vanamente si cerca. 
Gli storici dell'arte si accordano inoltre nel dire, che il Voltri 
potè venire ammaestrato nella pittura da quel Francesco di 
Oberto che operava in Genova nel 4 3G8, e del quale ci è ri- 
masta, e conservasi nella Accademia Ligustica, una tavola 
rappresentante la Vergine col putto in braccio, e con ai lati i 
santi Domenico e Giovanni evangelista ( 1 ). 

Ora Francesco di Oberto, per quanto se ne vede, tenne 
uno stile e seguitò una maniera tutta diversa da quella che 
si riscontra nel quadro della Nunziata. L' uno sente assai da 
vicino la scuola fiorentina, tenta un fare largo, e molto ri- 
trae del giottesco; l'altro ha una impronta affatto opposta, e 
si avvicina grandemeute allo stile della scuola alemanna. Ond' io 
ne deduco i seguenti giudizi : \ .° Se Nicolò da Voltri fu vera- 
mente discepolo di Francesco di Oberto , egli dovette come 
tale (ammesse pure tutte le modificazioni che il progresso del- 
l' arte ed i proprii talenti potevano suggerirgli) seguirne, al- 
meno in massima, la maniera, ingrandendola fors' anco e per- 
fezionandola sugli esempi del sanese Taddeo Bartoli , che in 
sul cadere del secolo XIV troviamo in Genova occupato a di- 
pingere a Cattaneo Spinola due tavole per la chiesa di san Luca ( 2 ); 
e in questo caso né gli scolari di lui (dato, ma non provato, che 
ne abbia avuti), per le ragioni addotte più sopra, possono es- 
sere gli autori della Nunziata a Castello. 2.° Oppure bisogna 
dire che il Voltri non fu discepolo di Francesco di Oberto , e 

(') Può anche vedersene una incisione fatta sovra disegno del eli. prof. Santo 
Varni, ed allogata a pag. 228 del voi. II della Storia Pittorica del Rosini. 
( 2 j Foliatium Noturiorum, Ms. della Civico-Beriana ; voi. n, par. ir, car. 86. 



( 282 ) 

cosi far contro ad una semenza nella quale si accordano an- 
tichi e moderni scrittori : lo che , come ognun vede, non può 
convenientemente farsi senza l'appoggio d'autentici documenti, 
i quali noi invano oggi desideriamo. Il primo caso adunque , è 
il più naturale , prudente ed ovvio ad abbracciarsi ; ed io lo 
abbraccio difatti, come quello che si risolve in sostanza nel 
rettificare una semplice opinione. 

Però se il quadro della Nunziata a Castello, per quello che 
già ne abbiamo detto, non può tenersi per opera dell' unico artista 
ligure, del quale è fatta memoria nell' epoca di cui discorriamo; 
io porto opinione che niuno il quale, scevro pregiudizi, ne 
abbia instituito l'esame, vorrà seriamente contrastargli il pregio 
di essere un monumento dell' arte nazionale italiana. 

Facendomi pertanto ad investigare di proposito quale fra gli 
artisti d' Italia riunisca maggiore probabilità di esserne stalo 
l'autore, io non posso a meno di riconoscerlo nella famiglia dei 
Vivarini da Murano, e precisamente in quell'Antonio che fu 
solito a dipingere in compagnia di un Giovanni tedesco (Joannes 
de Alemania) fino al \ 447 , e poscia esegui altre opere ora 
solo ed ora in compagnia del minore fratello Bartolommeo , 
quel desso che , dopo recato in Venezia il segreto della pit- 
tura ad olio , fu de' primi a profittarne , e sali quindi in fama 
di grandissimo artefice. E questa opinione mi arride tanto più 
volentieri, in quanto che, mentre di Nicolò da Voltri ogni 
opera certa si stima perduta, come asserisce lo stesso cav. Ali- 
zeri , di Antonio summenzionato se ne conoscono parecchie , e 
riesce cosi possibile che un novello confronto sia per tornare 
più profìcuo e più rispondente al vero. 

Aprasi ora 1' albo delle incisioni , che va annesso alla Sto- 
ria Pittorica del Rosini. Ivi al numero LVI si troverà in suf- 
ficienti proporzioni delineata una bella tavola (già della Cer- 
tosa di Bologna, ed ora esistente nella Galleria della città me- 
desima ) , che principiata da Antonio Vivarini nel 1 450 fu 



( 283 ) 

poi compiuta nell' inferiore parte del fratello Bartolommeo , 
quando morte nell' anno appresso incolse il primo. Essa è di- 
visa a più scomparti : il mezzano raffigura la Vergine seduta 
in cattedra, in atto di giungere le mani per adorare il Bambino 
che tiene sulla ginocchia ; gli altri rappresentano le imagini 
di Cristo e del suo Precursore, cpielle degli apostoli Pietro e 
Paolo , e d' altri santi. Osservisi quindi la prospettiva lineare, 
che il pittore tratta e conduce con grande sforzo per 1' età sua, 
T atteggiare ed aggruppare dei personaggi , la gravità e devo- 
zione che spira dai loro volti, la sfilatura dei capelli e delle 
barbe, il disegno infine, che, se può dirsi alquanto secco, 
è tuttavia puro e corretto; si consideri poscia attentamente la 
grande rassomiglianza che corre fra le teste delle figure di 
questo quadro e quelle della nostra Nunziata, si ponga mente 
a quel loro carattere che bene spesso s' incontra nelle tavole 
dei Vivarini , se ne mettano a scrupolosa disamina tutti i par- 
ziali , e dicasi poi se la tavola di Castello non somiglia in 
ogni sua parte al dipinto della Galleria Bolognese. E se infine 
si vogliano riconoscervi le impronte della scuola veneta , si 
guardi alla forza ed armonia del colorito, ed alla foggia di ve- 
stire del san Sebastiano, il quale mollo sente di parecchie fra 
quelle figure d'armigeri, che vedonsi scolpite in diversi mo- 
numenti sepolcrali nella chiesa dei santi Giovanni e Paolo in 
Venezia ; che si ripete in non pochi di quei bassi rilievi di 
san Giorgio che ornano l' ingresso della miglior parte dei no- 
stri vetusti palazzi , che si ritrae in quella graziosa statua 
del glorioso cavaliere de' genovesi , che é sovrapposta ad 
una delle porte laterali della nostra chiesa di santa Maria 
delle Vigne, e si riconosce in quella bellissima pala di san 
Sebastiano che è serbata dall' esimio cav. Varni nella ricca 
sua collezione d'antiche sculture, ed in più altre opere che 
si appalesano indubbiamente d'artista o di scuola veneziana. 
Si aggiungano in ultimo i padiglioni, gli archi e tutti gli altri 



( 284 ) 

ornamenti, i quali, anzi di sentire il gusto germanico, se ne 
discostano affatto, e confortano il sin qui detto, in quanto 
sono anch' essi una prerogativa quasi speciale de' veneti ; e si 
concluda se, congettura per congettura, si debba continuare 
ad attribuire la nostra Annunciata ad un supposto discepolo di 
Nicolò da Voltri, oppure ad Antonio Vivarini, il quale secondo 
i più giusti calcoli avrebbe dovuto dipingerla fra il 1442 ed 
il 1451 in cui venne a morire. 

E dell' attribuirla eh' io faccio ad un muranese , piuttosto che 
ad un ligure o genovese, non deve alcuno farne le meraviglie; 
perchè artisti d' altre provincie d' Italia trovavansi di que' giorni 
riuniti in gran numero ad operare nella patria nostra, e di 
loro ci rimasero non iscarse notizie in molteplici documenti , 
de' quali mi tornerebbe assai facile il recare lunghissime cita- 
zioni. Ma se non m'inganno, l'assunto é ormai chiarito ab- 
bastanza , e non ha d' uopo del soccorso delle prove indirette ('). 
Ond' io senza più faccio punto , e mi raffermo quale di vero 
cuore Le sarò sempre 



Genova, 21 luglio 1860. 



A ffezionatissimo Amico 
L. T. Bki.gr ANO. 



(') A queste mie argomentazioni vado lietissimo di aggiungere l'autorità di 
quel profondo scrittore in materia di belle arti, che tutti onorano nel eh. marchese 
Pietro Estensc-Selvatico. Il quale nel 1862 trovandosi in Genova, e recatosi a 
visitare la chiesa di S. M. di Castello, appena ebbe scorta la nostra tavola, 
la riconobbe e lodò appunto come opera d'Antonio da Murano (V. Vigna, Illu- 
strazione dell' antichissima chiesa di S. M. di Castello, p. 200). 



ELENCO 

DEGLI UFFICIALI CHE RESSERO LA SOCIETÀ 

E LE SEZIONI DI ESSA. 
NEGLI ANNI MDCCCLXV E MDCCCLXVI. 



ANNO MDCCCLXV 



UFFICIO DI PRESIDENZA 



PRESIDENTE 

Tola Barone Pasquale, Consigliere dell'Eccellentissima Corte d'Appello di 
Genova, Membro delle RR. Deputazioni sovra gli studi di Storia Patria 
per le antiche Provincie e per quelle della Toscana, delle Marche e del- 
l' Umbria, Corrispondente della R. Accademia delle Scienze e della R. So- 
cietà Agraria di Torino , Socio Onorario dell' Istituto Storico di Francia , 
della R. Società Agraria ed Economica di Cagliari, e della Nuova Società 
per la Storia di Sicilia, Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

VICE PRESIDENTE 

Merli Antonio, Accademico Promotore e Segretario dell'Accademia Ligu- 
stica di Belle Arti, Ufficiale dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, e di 
cpiello del Sole e del Leone di Persia. 

3 



( XXXIV ) 



SEGRETARIO GENERALE 

Belgrano Luigi Tommaso, Membro della Commissione Consultiva di Belle 
Arti per la Città e Provincia di Genova, e delle RIl. Deputazioni sovra 
gli sludi di Storia Patria per le antiche Provincie e per quelle dell;i To- 
scana , dell'Umbria e delle Marche, Socio Onorario dell'Accademia di 
Scienze, Lettere ed Arti di Fano, della Nuova Società per la Storia di 
Sicilia, e della Società Italiana d'Archeologia e Belle Arti di Milano, Cor- 
rispondente dell'Accademia degli Euteleti di San Miniato e della Società 
di Storia e Antichità d'Odessa, Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e 
Lazzaro. 

VICE SEGRETARIO GENERALE 

Luxouo Professore Tammar, Pittore Paesista , Accademico di Merito della 
Classe di Pittura noli' Accademia Ligustica, Membro della Società Promo- 
trice di Belle Arti, Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

TESORIERE 

Staglieno Marchese Avvocato Marcello, Accademico Promotore dell'Ac- 
cademia Ligustica, Membro della Società Promolrice di Belle Arti. 

CONSIGLIERI 

D'Oria Marchese Jacopo, Vice-Bibliotecario della Civico-Beriana di Genova, 
Socio Onorario dell'Accademia di Belle Arti di Bologna, della Società Ita- 
liana d' Archeologia e Belle Arti di Milano , e della Nuova Società per la 
Storia di Sicilia, Corrispondente della Società Letteraria di Lione, e del- 
l'Accademia Dafnica d'Aci Reale. 

Spinola Marchese Massimiliano q. Massimiliano. 

Carrega Marchese Antonio Benedetto. 

Sanguineti Angelo, Canonico della Basilica de SS. Fabiano e Sebastiano e 
Santa Maria in Carignano, Dottore Collegiato in Filosofia e Belle Lettere 
nella R. Università di Genova , Corrispondente della R. Deputazione sovra 
gli studi di Storia Patria per le antiche Provincie, e della R. Accademia 
delle Scienze di Torino. 



( XXXV ) 

Alizeri Avvocato Federico , Professore di Lettere italiane nel R. Liceo 
Colombo, Dottore Collegiate per la Facoltà di Filosofia e Belle Lettere 
nella R. Università di Genova, Segretario della Commissione Consultiva di 
Belle Arti, Accademico di merito dell'Accademia Ligustica, Socio cor- 
rispondente dell'Accademia Romana dei Quiriti, Cavaliere dell'Ordine dei 
SS. Maurizio e Lazzaro. 

Chiossone Professore Edoardo , Incisore , Socio della R. Accademia delle 
Belle Arti di Milano, Accademico di merito della Ligustica, Membro della 
Società Promotrice di Belle Arti. 



UFFICIALI DELLE SEZIONI 



SEZIONE DI STORIA 



PRESIDE 



Vigna Padre Amedeo Raimondo dell'Ordine dei Predicatori, Membro della 
R. Deputazione sovra gli studi di Storia Patria per le antiche Provincie, 
Corrispondente della Società Economica di Chiavari e dell'Ateneo di Milano. 

VICE PRESIDE 

Da Fieno Sacerdote Giacomo, Socio corrispondente della R. Deputazione 
sovra gli studi di Storia Patria per le antiche Provincie. 

SEGRETARIO 

Cosso Notaro Francesco. 

VICE SEGRETARIO 

Peirano Avvocato Enrico Lorenzo. 



( XXXVI ) 
SEZIONE D'ARCHEOLOGIA 



PRESIDE 

N egrotto-C ambi aso Marchese Avvocato Lazzaro, Accademico Promotore 
dell' Accademia Ligustica , Membro della Società Promotrice di Belle Arti 
e della Società Economica di Chiavari. 

VICE PRESIDE 

Belgrano Cavaliere Luigi Tommaso, predetto. 

SEGRETARIO 

Invrea Marchese Avvocato David Luigi. 

VICE SEGRETARIO 

Cattaneo Sacerdote Filippo, Bibliotecario della Congregazione dei Missio- 
nari Urbani , Cerimoniere di S. E. R. Monsignore Arcivescovo di Genova. 



SEZIONE DI BELLE ARTI 



PRESIDE 

Alizeri Cavaliere Federigo, predetto. 

VICE PRESIDE 



Biale Carlo Architetto Ingegnere. 



( XXXVÌ1 ) 



SEGRETARIO 



Staglielo Marchese Marcello, predetto. 



VICE SEGRETARIO 



Dufour Avvocalo Maurizio, Accademico di mèrito e Presidente dell'Acca- 
demia Ligustica , Membro della Società Promotrice e della Commissione 
Consultiva di Belle Arti per la Città e Provincia di Genova. 



ANNO MDCCCLXVI 



UFFICIO DI PRESIDENZA 



PRESIDENTE 

Caveri Avvocato Antonio, Senatore del Regno, Professore di Introduzione 
generale alle scienze giuridiche politico-amministrative, e Storia del Diritto 
nella R. Università di Genova, Membro della Società Economica di Chia- 
vari, della Società Promotrice di Belle Arti e della Giunta di Statistica , 
Presidente della Deputazione Provinciale , Consigliere Municipale, Commen- 
datore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

VICE PRESIDENTE 

Negrotto-Camriaso Marchese Lazzaro, predetto. 
segretario generale 



Belgrano Cavaliere Luigi Tommaso, predetto, 



( XXXVIII ) 



VICE SEGRETARIO GENERALE 



Luxoro Cavaliere Tammar, predella. 



TESORIERE 

Staglieno Marchese Marcello, predetto. 

CONSIGLIERI 

Carrega Marchese Antonio Benedetto, predetto. 
Sanguineti Canonico Angelo, predetto. 
Alizeri Cavaliere Federigo, predetto. 
Ciiiossone Professore Edoardo , predetto. 
Tola Barone D. Pasquale, predetto. 

Spinola Marchese Giovanni Battista, Accademico Promotore dell' Acca- 
demia Ligustica di Belle Arti. 



UFFICIALI DELLE SEZIONI 



SEZIONE DI STOMA 



PRESIDE 

Vigna Padre Amedeo Raimondo, predetto. 

vice preside 
Da Fieno Sacerdote Giacomo, predetto 



( XXXIX ) 



SEGRETARIO 



Cosso Nolaro Francesco , predetto. 



VICE SEGRETARIO 



Peirano Avvocato Enrico Lorenzo , predetto. 



SEZIONE D - ARCHEOLOGIA 



PRESIDE 



JJelgrano Cavaliere Luigi Tommaso, predetto. 



VICE PRESIDE 



Invrea Marchese David Luigi, predetto. 



SEGRETARIO 



Peirano Avvocato Enrico Lorenzo, predetto. 



VICE SEGRETARIO 



Podestà Francesco, Membro della Società Promotrice di Belle Arti. 



SEZIONE DI BELLE ARTI 



PRESIDE 
Alizeri Cavaliere Federigo , predetto. 



( %l ) 

VICE PRESIDE 

JJiale Ingegnere Carlo, predetto. 

SEGRETARIO 
Staglieno Marchese Marcello, predetto. 

VICK SEGRETÀRIO 
Dufour Avvocato Maurizio, predetto. 



( IU ) 



SOCII 



ELETTI NEGLI ANNI MDCCCLXY E MDCCCLXVI 



SOCII EFFETTIVI 



Balbi-Senarega Marchese Francesco, Senatore del Regno, Accademico 
Promotore dell' Accademia Ligustica di Belle Arti , Commendatore dell'Or- 
dine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

Barberis Giovanni Domenico (1), Canonico Prefetto dell'Archivio Capitolare 
del Duomo di Vercelli, Socio corrispondente della R. Deputazione sovra gli 
studi di Storia Patria per le antiche Provincie , Cavaliere dell' Ordine dei 
SS. Maurizio e Lazzaro. 

Bianchi Cavaliere Rocco. 

Boselli Abate Luigi Gaetano , Direttore del R. Istituto de' Sordo-muli di 
Genova , Commendatore dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

Rrassetti Francesco. 

Brignardello sacerdote Giambattista, Cappellano nel 41.° Reggimento di 
Fanteria, Pro-Dottore in ambe leggi, Membro della Società Economica di 
Chiavari. 

Rruno Ingegnere Nicolò. 

Cambiaso Marchese Avvocato Giovanni Maria. 

Canepa Avvocato Pietro. 

Carosio-Rocca Avvocato Girolamo , Vice Presidente del Tribunale Civile e 
Correzionale di Genova. 

Casaretto Dottore Giovanni, Membro della Società Economica di Chiavari, 
Cavaliere dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

(I) Giù socio corrispondente. 



( XI.II ) 

Castagnola Avvocato Stefano , Deputalo al Parlamento Nazionale. 

Castello Carlo. 

Cataldi Avvocato Bartolomeo Alessandro. 

Cavagna Sangiuliani Conte Antonio, Sottotenente onorario dei Lancieri 
d'Aosta, Segretario dell' Accademia Storico-Archeologica, Membro Effettivo 
della Società Lombarda di Economia Politica , della Società Italiana d'Ar- 
cheologia e Belle Arti, dell'Accademia Fisico-Medico-Slatistica, della Società 
Italiana di scienze naturali, della Associazione Pedagogica Italiana di Milano, 
Membro Effettivo non residente dell'Accademia Scientifica del Ducato d'Aosta, 
e della Commissione Consultiva di Belle Arti per la Provincia di Pavia, 
Onorario dell' Accademia Cingolata degli Incolli , Corrispondente della So- 
cietà Filotecnica di Torino, Ufficiale dell' Ordine di San Marino, Cavaliere 
di quello di San Giovanni Gerosolimitano, e decorato della medaglia per le 
guerre dell' Indipendenza ed Unità d' Italia. 

Caviglia Vincenzo , Cavaliere dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

Centurione Marchese Sacerdote Giovanni Battista. 

Cogorno Francesco , Pittore di Storia , Vice Segretario della Società Pro- 
motrice di Belle Arti di Genova. 

Croziglia Notaro Giuseppe. 

De-Andreis Luigi , Architetto Ingegnere. 

Della Torre Marchese Sacerdote Francesco Disma. 

De Marini Marchese Giambattista Cesare, Intendente Generale , Cavaliere 
dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

De Negri Girolamo , Prete dell' Oratorio. 

De Negri-Carpani Cavaliere Avvocato Cesare. 

D'Oria-Pamphili-Landi Eccellentissimo Don Filippo Andrea V, Principe di 
Valmontana e San Martino, Marchese di Torriglia, ecc. 

D'Oria-Pamphili-Landi Marchese D. Domenico. 

Dufour Lorenzo , Architetto Ingegnere , Cavaliere dell'Ordine dei SS. Mau- 
rizio e Lazzaro. 

Du Jardin Dottore Giovanni , Professore di Geologia e Mineralogia nel R. 
Istituto Tecnico della Provincia di Genova, Membro della Giunta di Stati- 
stica e Segretario del Comitato Medico. 

Falconcini Avvocato Enrico , Patrizio di Firenze e Volterra , Cavaliere 
dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

Gattorno Stanislao , Architetto Ingegnere. 

Cazzo Sacerdote David Anselmo. 

Giustiniani Marchese Domenico Ottone. 



( XLIII ) 

Giiiglini Avvocato Paolo. 

Graffagni Avvocato Angelo. 

Grillo Sacerdote Luigi , Cavaliere dell' Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

Lomellim Marchese Clemente , Cavaliere dell' Ordine dei SS. Maurizio e 
Lazzaro. 

Massa Padre Giorgio, delle Scuole Pie. 

Montagu Yetas Brown , Console di S. M. Britannica in Genova. 

Monteverde Giulio , Statuario. 

Oberti Giuseppe , Maestro di Computisteria e Lingua Francese. 

Orengo Lorenzo, Statuario. 

Pallavicino Marchese Avvocato Bodolfo. 

Patrone Girolamo , Architetto Ingegnere. 

Peragallo Sacerdote Prospero. 

Piuma Marchese Carlo, Dottore Collegiato per la Classe di Scienze Mate- 
matiche nella B. Università di Genova- 

Profumo Sacerdote Luigi, Direttore delle Scuole Civiche. 

Bamorino Dottore Giovanni, Professore di Geologia alla Scuola Superiore 
degli Ingegneri nella Università di Buenos-Ayres. 

Basteri Sacerdote Giovanni Battista, Professore di Filosofia nel Semina- 
rio Vescovile di Acqui. 

Bemondini Professore Sacerdote Marcello. 

Sauli Marchese Francesco Maria , Senatore del Begno. 

Savignone Dottore Francesco. 

Segni Nobile Luigi , Luogotenente Colonnello in ritiro. 

Storace Sacerdote Giovanni. 

Testa Luigi, Membro della Società Promolrice di Belle Arti. 

Verdona Professore Sacerdote Giovanni. 

Villa Giovanni Battista, Statuario. 

Vinelli Fortunato , Canonico della Basilica dei SS. Fabiano e Sebastiano e 
S. Maria Assunta in Carignano. 

Weueler Professore David, Console degli Stati Uniti d'America in Genova. 



( XLIV ) 



SOCII ONORAMI 



S. A. I. il Principe LUIGI LUCIANO BONAPARTE (Parigi). 



SOCII CORRISPONDENTI 



Berciiet Dottore Guglielmo, Socio degli Atenei di Venezia e di Milano, e di 
altre Accademie scientifico-letterarie, Cavaliere dell'Ordine dei SS. Mau- 
rizio e Lazzaro (Venezia). 

Campori Marchese Giuseppe , Membro della R. Deputazione sovra gli studi 
di Storia Patria e della R. Accademia delle Scienze di Modena (Modena). 

Fabroni Dottore Lorenzo, Socio corrispondente delle RR. Accademie dei 
Georgofili di Firenze, di Scienze, Lettere ed Arti di Arezzo, di Medicina, 
e di Scienze e Lettere di Palermo, ecc. (Modigliana). 

Franchi-Verney della Valetta Conte Alessandro, Consigliere d' Appello, 
Segretario della R. Deputazione sovra gli studi di Storia Patria per le 
antiche Provincie, Ullìziale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro 
(Torino). 

IIopf Dottore Professore Carlo, Bibliotecario della R. Università di Koenig- 
sberg (Koenigsberg). 



(XLV ) 

Migliavacca Dottore Achille , Direttore della Società Italiana d'Archeologia 
e Belle Arti (Milano). 

Muoni Damiano , Membro Effettivo dell'Accademia Fisico-Medico-Statistica , 
dell' Accademia Storico-Archeologica e della Società Lombarda di Economia 
Politica di Milano , Socio Onorario dell' Ateneo di Bergamo e dell' Ac- 
cademia Cingolana degli Incolti , Corrispondente della R. Accademia Val- 
darnese , della R. Deputazione sovra gli sludi di Storia Patria per le an- 
tiche Provincie e dell' Istituto Storico di Francia , Cavaliere degli Ordini 
dei SS. Maurizio e Lazzaro e d' Isabella la Cattolica (Milano). 

Musettini Canouico Francesco, Vice Presidente della R. Deputazione sovra 
gli studi di Storia Patria , per la Sotto-Sezione di Massa e Carrara 
(Massa di Carrara). 

Genova ."1 dicembre 1866. 

Il Segretario Generale 
L. T. BELGRANO. 



NECROLOGIA 



N 



el biennio 1865-1866 sono mancati ai vivi i socii seguenti: 



SOCII EFFETTIVI. 



I. Il Marchese Lorenzo Nicolò Pareto, della cui vita per la 
speciale natura di questo scritto, non ci è consentito, che toc- 
care di volo. 

Appena il re Carlo Alberto promulgò lo Statuto , Genova 
inviò il Pareto a suo rappresentante nel Parlamento, di cui 
tenne pure due volte in memorabili giorni-, e con singolare fama 
e perizia, la Presidenza; ed egli vi sedette per ben quattro 
legislature, propugnando sempre gli interessi de' suoi concit- 
tadini e della intera Nazione, finché nel 18G1 venne elevato alla 
dignità di Senatore. Nel 1848 fece parte dei Ministeri Balbo 
e Casati, assumendo la direzione degli affari esteri. Con de- 



( XLVII ) 

creto del 12 ottobre stesso anno fu anche nominato Generale 
della Guardia Nazionale di Genova; il cui comando avea già 
avuto per popolare acclamazione, benché giovanissimo, nel 
1821; e venne poscia, dietro sua domanda, dispensato da quel- 
l'ufficio il 10 marzo del successivo 1849. La Provincia ed il 
Comune l' ebbero sempre nei loro Consigli ; ed egli ne curò 
ognora il vantaggio e i diritti. Promosse con peculiare affetto 
l'istituzione degli Asili d'infanzia, e volle, morendo, benefi- 
carli. Onde 1' Amministrazione di que' ricoveri , che l' ebbe per 
tanto tempo a suo Presidente , intitolava gratissima dal vene- 
rando nome di Lorenzo Pareto l'Asilo testé aperto nel popoloso 
Sestiere di san Vincenzo. 

Ma ciò che più specialmente procacciò fama bellissima al 
Pareto , non solo in patria ma all' estero , furono gli studi geolo- 
gici dei quali si mostrò sempre assiduo e felice cultore. Le più 
illustri Accademie nazionali e straniere si onorarono di anno- 
verarlo tra' loro socii , gli scienziati adunati ne' Congressi lo vol- 
lero ben di frequente avere a Preside ; la Facoltà di scienze fisiche, 
matematiche e naturali del patrio Ateneo, del cui lustro egli fu 
costantemente e in mille guise tenerissimo, 1' acclamò dottore ag- 
gregato; ed il R. Governo lo nominò fra' dotti incaricati della 
formazione di una Carta geologica d' Italia. 

Numerosissime sono le scritture dal Pareto mandate in luce; ma 
noi ricorderemo fra le altre: Cenni geologici sulla Liguria marit- 
tima; Sulla costituzione geologica delle isole Pianosa, Giglio, 
Giannutri, Montecristo e Formiclie di Grosseto ; Geognosia della 
parte meridionale del Dipartimento del Varo; Cenni geo gnostici 
sulla Corsica ; Gita sidle montagne del golfo della Spezia, e per 
le Alpi Apuane; Sopra alcune alternative di strati marini e 
fluviali nei terreni di sedimento superiore dei colli siibapennini; 
Della posizione delle roccie pirogene ed eruttive in Italia; Me- 
morie geologiche riguardanti il Veneto ed altre parti d'Italia; 
Memoire sur Ics lerrains du pied des Alpes dans les environs 



( XLVIII ) 

du Lac Majeur et du Lac de Lugano; Coupes a travers l'A- 
pennin depuis Livourne jusque a Nice ; Coupes a travers 
l'Apennin , des bords de la Mediterranée a la vallee du Po ; 
Relazione sui metodi e norme stabilite dalla Giunta Consul- 
tiva per la formazione della Carla geologica del Regno d'Italia; 
Notes sur les subdivisions que l'on pourrait etablir dans Ics 
terrains terliaires de l'Apennin septenlrional (postuma). 

La morte di Lorenzo Pareto fu un lutto ed una sventura 
profondamente sentita da tutta Genova; e quale immensa eredità 
di memorie e d' affetti egli lasciasse fra' suoi concittadini , ben 
lo chiarirono le straordinarie dimostrazioni d' onoranza con che 
la salma di lui venne accompagnata all' estrema dimora. Il Pre- 
fetto della Provincia, non pochi Senatori e Deputati, e le nume- 
rose Amministrazioni ov' egli aveva sempre portato il concorso 
de' suoi lumi e la temperanza de' suoi consigli, presero parte 
alla funebre cerimonia ; la Società Ligure di Storia Patria volle 
esservi rappresentata dal suo Presidente e da una speciale Depu- 
tazione. 

Come ultimo pegno e ricordo della sua devozione alla patria, 
Lorenzo Pareto aveva nel proprio testamento espresso il desi- 
derio, che la scelta Biblioteca di Storia Naturale e la doviziosa 
Collezione di mineralogia, che egli con dotte e perseveranti fatiche 
si era venute formando , fossero offerte al Municipio di Genova ; 
e i degni figli ed eredi di lui , marchesi Agostino e Gaetano, si 
affrettarono a compiere il voto del Genitore tanto caramente 
diletto. 11 Comune , riconoscente , decise poi che le spoglie di 
Lorenzo Pareto avessero riposo nel Civico Cimitero fra quelle 
de' più eminenti e benemeriti cittadini. M. 19 giugno 1 865. 

II. Il Sacerdote Girolamo Buzzi, da Castellazzo-Bormida, in 
quel d'Alessandria. Si addottorò in leggi nel 1823, coltivò la 
sacra eloquenza, e dettò molte orazioni panegiriche, delle quali 
alcune si hanno a stampa. Fra le varie altre opere da lui eziandio 
pubblicate, citeremo la Storia di Gamondio , uscita in luce 



( xux ) 

co' tipi di G. B. Panizza , e ripartita in quattro volumi. M. G 
gennaio 1866. 

III. Il Marchese Agostino Adorno. Cultore assai diligente delle 
patrie memorie, pose mano, coli' illustre suo concittadino march. 
Massimiliano Spinola, alla compilazione della Genealogia delle 
famiglie nobili di Genova, che si pubblicò in tre tomi dal sacer. 
Natale Batlilana, colle stampe dei fratelli Pagano, correndo gli anni 
1825, 1826 e 1833. La Prefazione all'opera, gli alberi genealogici 
che abbracciano l'intero primo volume ('), e quello de' Fieschi 
nel terzo , non che i sunti storici onde vanno preceduti e la 
serie cronologica dei dogi biennali , sono più specialmente lavoro 
dell' Adorno. Il quale stretto in bella corrispondenza col conte 
Litta, lo venne di poi non lievemente giovando nell'ardua im- 
presa delle Famiglie celebri d' Italia; fra le quali, per istudio 
e diligenza dello stesso marchese Agostino , quella degli Adorno 
ebbe pure degno luogo. E di vero, gran copia di notizie e do- 
cumenti relativi alla Prosapia onde che in lui si estinse la linea 
mascolina aveva egli adunati; ed erasi venuto con assidue cure 
formando un medagliere assai pregiato così rispetto alla migliore 
intelligenza dei fasti della famiglia medesima, come alle cogni- 
zioni che possono derivarne alla Numismatica patria. 

Amatore delle arti belle , fu ascritto fra i Promotori del- 
l' Accademia Ligustica ; e con isquisito gusto arricchì le stanze 
del proprio Palazzo di marmi e tele eccellenti. 

Nel 1826 da re Carlo Felice fu nominato membro della Com- 
missione di Liquidazione della Banca di san Giorgio; indi fece 
parte delle Amministrazioni degli Spedali Civili, dell' Orfanotrofio 
e del Monte di Pietà, di cui zelò assai cogli interessi il decoro; 
e promosse l' istituzione di una Cassa di risparmio a profitto 
delle classi operaie. 



(') Spettano essi alle famiglie Adorno, Adorno olim Campanaro, Balbi» 
Bianchi , Brignole , Campofrcgoso , Centurione olim Scotto , D' Oria e Vivaldi. 



( l ) 

Più volte eziandio, a partire dal 1835, entrò nel Corpo Dc- 
curionale e nel Consiglio Municipale della sua patria. M. 17 
gennaio 1866. 

IV. Il Marchese Jacopo D' Ohia, Vice Bibliotecario della Civico- 
Beriana. Fu tra' primi che aderirono alla formazione di questo 
Istituto, che più volte gli conferì onorevoli uffici, ed a cui egli 
si piacque dar prova d'affetto sincero, intitolandogli la sua 
erudita Illustrazione della chiesa di san Matteo. 

Coltivò indefessamente gli studi classici e la poesia; mandò 
in luce parecchie versioni di greci e di latini autori; e vòlte dal 
dialetto siciliano nella lingua d' Italia le liriche del Meli , ne 
rese meglio note le grazie e le bellezze. Ma desideroso in ispecie 
di illustrare i memorandi fasti della nobile famiglia cui si ono- 
rava di appartenere , ideò ed anche per buona parte distese un 
Dizionario biografico dei D' Oria , e adunò tutte le epigrafi 
attinenti ai medesimi , distribuendole saviamente in più classi 
e corredandole di assai importanti note dettate nella lingua la- 
tina. Una gran serie d' iscrizioni compose eziandio egli stesso; 
e molte se ne leggono a stampa, ovvero incise in lapidi su 
monumenti. 

Quando morte lo colse , egli divisava pure una Collezione di 
epigrafi relative alla Corsica, a cui gli avrebbe dato mano 1' a- 
mico suo Filippo di Mola; ed una storia della terra di Bonifazio, 
ove appunto avea sortiti i natali, e per la quale già aveva nei 
nostri Archivi attinti preziosi documenti. 

Dei pregi onde si adorna la sua Biografia di Pasquale 
de' Paoli , sarà al certo vivo tuttora il ricordo ne' suoi colleghi 
della Sezione di Storia, cui ne faceva lettura; e però accetta 
riuscirà a ciascuno la notizia che siffatta opera vedrà fra breve 
la luce. M. 30 luglio 1866. 

V. Il Cav. Prof. Ippolito D' Aste. Nei primi anni della sua 
gioventù si diede a coltivare con affetto grandissimo I' arte 
calligrafica , nella quale riuscì sopra modo eccellente. Come filo- 



(Il ) 

drammatico percorse lo spinoso aringo del Teatro , ed ebbe 
ognora la palma; poeta predilesse l'Alfieri, e scrisse quindici 
tragedie rappresentate in tutta Italia, e sempre calorosamente ap- 
plaudite: Luchino Visconti ; Gianluigi Fieschi ; Bianca di Bor- 
bone ; Marzia degli Ubaldini; Lucrezia dei Mazzanti; Bo- 
bolina ; Spartaco; Codro ; Collenuccio da Pesaro ; Abimelech; 
Sansone; I Martiri; Epicari ; Adele di W arili; Mosè. 

Nel 4855 Ippolito D'Aste, il quale erasi dapprima volto al 
pubblico insegnamento in più Istituti , fondò in patria un Col- 
legio Convitto-Commerciale , che porta il suo nome , e che 
apertosi con lode universale, e da lui fino alle ore estreme abil- 
mente diretto', crebbe ogni giorno più in bellissima rinomanza. 
M. 13 settembre 1866. 



SOCII ONORAMI 



VI. S. A. R. il Principe ODONE EUGENIO MARIA DI SAVOIA, 
Duca di Monferrato. L' elogio che di Lui già si legge in capo 
a questo volume, ci dispensa ora dal rinnovare la memoria delle 
elette virtù, che tanto adornavano l'animo dell' Augusto Giovi- 
netto. Bensì ricorderemo come il nostro Municipio volesse, con 
gentile pensiero, direttamente associato questo nostro Istituto alla 
manifestazione del pubblico dolore, nei solenni funerali che pel 
Reale Principe si celebrarono nel nostro maggior tempio , richie- 
dendolo delle quattro iscrizioni pel Mausoleo, che furono all' uopo 
dettate dai socii cavalieri Crocco e Gando ('). 



(') V. Ciiarvaz, Oraison funebre etc, p. xcu - xcv. 



( Ul ) 



SOCII CORRISPONDENTI 



VII. Il Commendatore Pietro Martini , Presidente della Biblio- 
teca Universitaria di Cagliari. Consecralosi tutto allo studio delle 
cose sarde, le venne ognora illustrando con molteplici scritti, 
fra i quali noteremo segnatamente la Biografia Sarda e la 
Storia Ecclesiastica della Sardegna. Delle Pergamene , codici 
e fogli cartacei d' Arborea, di recente venute a luce in due 
volumi, non è del nostro ufficio il tenere discorso. Opposti sono 
finora intorno a quei documenti i giudizi dei dotti. M. 17 feb- 
braio 1866. 

Genova, 31 dicembre 1866. 



Il Segretario Generale 
L. T. BELGRANO. 



DONI 



FATTI ALLA SOCIETÀ 



NEGLI ANNI MDCCCLXV E MDCCGLXV1 



Atti della Accademia Ligustica di Belle Arti. 
MDCCCLXV. Genova, Sordo-muti. Un fascicolo. 

Atti della Accademia Ligustica di Belle Arti. 
MDCCCLXVI. Genova, Sordo-muti. Un fascicolo. 

Rivista periodica dei lavori della I. R. Accademia 
di Scienze, Lettere ed Arti di Padova. 1803-1864. 
Volume XIII. Padova, Randi, 1864 e 1865. 

Notizie biografiche su Gian Francesco Porporato 
da Pinerolo, gran cancelliere di Savoia, con 
alcuni cenni storico-genealogici dei suoi discen- 
denti, raccolti dal prof. Alliaudi Camillo. Pine- 
rolo, Chiantore, 1866. Un volume. 

Prime imprese degl'italiani nel Mediterraneo. Fi- 
renze, Successori Le Monnier, 1866. Un fascicolo. 

Del commercio e della navigazione dell' isola di 
Sardegna nei secoli XIV e XV, per Pietro Amat 
di San Filippo. Cagliari, Timon, 1865. Unfascic. 

Le armi di pietra donate da S. M. il Re Vittorio 
Emanuele II al Museo Nazionale d'Artiglieria. 
Parole d'illustrazione del capitano Angelo An- 
gelucci. Torino, Cassone e Comp. , 1865. Un 
fascicolo, con tavole. 



Accademia Ligustica 
di Belle Arti. 



R. Accad. di Scienze, 
Lettere , ecc. di Padova. 

Alliaudi Camillo. 



Amari Michele. 
Amat Pietro. 

Angelucci Angelo. 



assemiìlea di storia 
Patria di Palermo. 



Avignone Gaetano. 



( "V ) 

Atti e documenti inediti o rari, raccolti e pubblicati 
dall' Assemblea di Storia Patria residente in Pa- 
lermo. Palermo, Barcellona, 186i. Un fascicolo. 

Disegno di una Storia dei Liguri, scritta da Carlo A-Valle Carlo 
A-Valle. Alessandria, Cazzotti e C, 1863. Un 
fascicolo. 

Frammento di un codice membranaceo, del secolo 
XV, contenente parecchi aiti relativi al monastero 
di santa Chiara d' Albaro. 

Instrumento originale, alla data del 22 marzo 1621, 
con cui l'Imperatore di Germania vende alla 
Repubblica di Genova tre quarti del feudo di 
Zuccarello. 

Medaglie dei Liguri e della Liguria, raccolte dal- 
l'avvocato Gaetano Avignone, 1865. Un fasci- 
colo ms. 

Report of the Superintendent of the coast survey, 
showing the progress of te survey during the year 
1862. Washingthon, Government Printing Office, 
1864. Un volume, con tavole. 

Degli Annali Genovesi di Caffaro e de' suoi con- 
tinuatori, edili da Giorgio Enrico Pertz, e della 
discendenza di quel Cronista, Memoria di L. T. 
Belgrano, estratta all' Archivio Storico Italiano, 
Terza Serie, voi. II, par. II. Firenze, Cellini e 
C, 1865. Un fascicolo. 

L'interesse del denaro e le cambiali appo i genovesi, 
dal secolo XII al XV, Memoria di L. T. Bei- 
grano, estratta dall' Archivio Storico Italiano, 
Terza Serie, voi. III. par. I. Firenze, Cellini e 
C, 1866. Un fascicolo. 

Elenco di Portolani , compilato dal comm. Cristoforo 
Negri. Un fascicolo. 

Sulla grandezza italiana , del comm. Cristoforo Negri , 
Relazione letta all'Ateneo Veneto X 11 agosto 1864, 
dal socio ordinario dott. Guglielmo Berchet. Ve- 
nezia, Tip. del Commercio, 1864. Un fascicolo. 

La Repubblica di Venezia e la Persia, per Gu- 



Bake A. D. 



Belgrano Luigi Tommaso. 



Berchet Guglielmo. 



Bonaini Francesco. 



Brignardello GB. 



( w ) 

giielmu Berchet. Torino, Paravia e Comp. , 1865. 

Un volume, con tavole fotografiche. 
La Repubblica di Venezia e la Pèrsia, per Gu- 
glielmo Berchet. Nuovi documenti, e regesti. 

Venezia, Antonelli, 1866. Un fascicolo. 
Omelie e sermoni di san Bernardo abate, sopra le Bissone Giannantonio 

lodi di Maria, Prima versione italiana del teologo 

prof. Giannantonio Bessone. Mondovi, Issoglio e 

C., 1866. Un volumetto. 
Opuscoli di G. F. Bòhmer circa all'ordinare gli 

Archivi, e specialmente gli Archivi di Firenze. 

Firenze, Celimi e G., 1865. Un fascicolo. 
Notizie biografiche, e iscrizioni latine e italiane del 

sacerdote prof. Jacopo Rocca, raccolte e pub- 

cate da G. B. Brignardello. Bologna, Fava e Ga- 

ragnani, 1866. Un volumetto. 
Delle condizioni slatistiche e commerciali di Chioggia, 

ecc., Memoria di Carlo Bullo. Padova, Prosperini, 

1866. Un fascicolo, con tavola. 
Storia di Gamondio antico, or Castellazzo di Ales- 
sandria, opera del sacerdote Girolamo Buzzi. 

Alessandria, Panizza, 1863. Volume I. 
In morte di S. A. R. Oddone Eugenio Maria di 

Savoia, Duca del Monferrato, Epigrafi di Francesco 

Calandri. Casal-Monferrato, Corrado, 1866. Un 

fascicolo. 
Relazione dei Delegati della Camera di Commercio 

di Genova, sui lavori del taglio dell'Istmo di Suez. 

Genova-Firenze, Pellas, 1865. Un fascicolo, con 

una carta generale del Canale dell'Istmo. 
Relazione sul commercio, la navigazione e l'indu- 
stria del Distretto della Camera di Commercio ed 

Arti di Genova, al Sig. Ministro di Agricoltura, 

Industria e Commercio, approvata in seduta dei 

6 marzo 1866. Siena, Mucci, 1866. Un fascicolo. 
Lettere inedite di Gabriello Fallopia, e documenti Campori Giuseppe 

relativi al medesimo, per Giuseppe Cam pori. Mo- 
dena, Vincenzi, 1865. Un fascicolo. 



Bullo Carlo. 



Buzzi Girolamo. 



Calandri Francesco. 



Camera di Commercio 
ed Arti di Genova. 



( <-v. ) 

Nuovi documenti per la vita di Leonardo da Vinci, 

esposti da Giuseppe Compori. Modena, Vincenzi, 

1805. Un fascicolo. 
Il Pordenone in Ferrara, Memoria di Giuseppe 

Campii. Modena, Vincenzi, 1806. Un fascicolo. 
Testamento di Girolamo Tiraboschi, pubblicato da 

Giuseppe Campori. Modena, Vincenzi, 4860. Uu 

fascicolo. 
Tre lettere inedite di Raimondo Montecuccoli. Mo- 
dena, Moneti, 1800. Un fascicolo. 
Lettere artistiche inedite, per cura di G. Campori. 

Modena, Erede Soliani, 1860. Un volume. 
Accenni sul VI Centenario di Dante, di Cesare Cantù Cesare. 

Canlù. Milano, Bernardoni, 1805. Un fascicolo. 
Ancora di un poemetto inedito e degli untori, per 

Cesare Cantù. Milano, Bernardoni, 1805. Un 

fascicolo. 
L'Europa nel secolo di Dante, Discorso di Cesare 

Cantù. Un fascicolo. 
Pergamena in data del 10 gennaio 1235, portante CapurroGio. Francesco 

atto di procura fatta dal Comune di Genova, per 

nominare degli arbitri incaricati di definire le 

vertenze che potessero insorgere fra esso Comune 

e quello di Tortona. 
Dell'Abazia di S. Alberto di Butrio e del Monastero 

di S. Maria della Pietà, detto il Rosario, in Vo- 
ghera; Illustrazioni storiche di Antonio Cavagna 

Sangiuliani. Milano, Agnelli, 1805. Un volume. 
Relazione fatta alla Società Lombarda di Economia 

Politica in Milano dal cav. Pier Carlo Villa, sul- 
l'opera intitolata Dell'Abazia di S. Alberto di 

Butrio, ecc. Milano, Bozza, 1805. Un fascicolo. 
Il Portico di san Celso in Milano, Breve Disser- 
ta zi me del Coute Antonio Cavagna Sangiuliani. 

Milano, Agnelli, 1805. Un fascicolo , con tavole. 
Questione grammaticale risguardante un antico cippo Cavedoni Celestino. 

sepolcrale dell'agro brescellese, per mons. C. Ca- 

vedoni. Modena, Vincenzi, 1865. Uu fascicolo. 



Cavagna Sangiiliani 
Antonio. 



( LVII ) 

Appunti intorno al Battistero di Parma descritto 
dal comm. Michele Lopez, per mons. C. Cave- 
doni. Modena, Vincenzi, 1865. Un fascicolo. 

Dichiarazione di un antico bassorilievo scoperto in 
Modena l'anno 1851, di mons. C/Cadevoni. Mo- 
dena, Vincenzi, 1865. Un fascicolo. 

Relazione delle scoperte fatte sul colle di Torriglia 
vecchia, del not. Giuseppe Croziglia. Un fasci- 
colo ms. 

Lettera in lingua spagnuola, diretta da Cristoforo 
Colombo a Luis de Santangel, riprodotta a fac- 
simile ed illustrata per cura di Girolamo D' Adda. 
Milano, Laengner, 1866. Un fascicolo (Il num. 141 
dei 150 esemplari onde si compone l'edizione). 

Memoria delle Dame di Misericordia, riguardante 
le deliberazioni della Deputazione Provinciale di 
Genova, in data 20 febbraio e 6 marzo 1862, 
sul riordinamento di questo pio Instituto. Genova, 
Sordo-muli, 1862. Un fascicolo. 

Portolano in pergamena, del secolo XVI, delineato 
da Girolamo Custo genovese. 

L' Italia: Brevi cenni di geografia, storia e coltura 
patria, per Felice De-Angeli. Un fascicolo. 

Primi contorni d'una storia del passato e dell av- 
venire del Mediterraneo, Memoria del prof. Fe- 
lice De-Angeli. Milano, 1866. Un fascicolo. 

Il presente e l'avvenire d'Italia, Sonetti di Paolo 
Girolamo De Negri. Novi-Ligure, Rossi e C, 
1864. Un fascicolo. 

Due frammenti d'iscrizioni marmoree, dei bassi 
tempi, scavati nell'agro tortonese. 

Parecchie monete genovesi, d'argento e di biglione. 

Cronaca Modenese di Tomasino de' Bianchi, detto 
de' Lancellotti. Parma, Fiaccadori, 1865 e 1866. 
Volume II e III. 

Statuta Civitatis Mutinae, anno 1327 reformata. 
Parma, Fiaccadori, 1864. Volume I. 

Alti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria, 



Croziglia Giuseppe. 



D'Adda Girolamo. 



Dame di Misericordia 
di Genova. 



Da-Passano Girolamo. 



De-Angeli Felice. 



De Negri Paolo 
Girolamo. 

De' Negri-Carpari 
Cesare. 

R. Deputaz. di Storia 
Patria di Modena. 



( LVII1 ) 

per le Provincie Modenesi e Parmensi. Modena , 
Vincenzi, 1804 in 18G6. Fascicolo 4.° del voi. 
11, e fascicoli i.° a 5.° del voi. III. 

Bullonino dell'adunanza tenuta dalla R. Deputazione 
di Storia Patria per le Provincie Parmensi , il 
10 dicembre 1804. 

Resoconti delle adunanze tenute dalla R. Deputazione 
di Storia Patria per le Provincie di Romagna, dal 
10 luglio 1804 al 50 dicembre 1866. 

Sulla discendenza aleramiea, e sulla diramazione de' 
marcbesali dalla Marca: Lettera al eh. sig. comm. 
prof. Michele Amari, del cav. Cornelio Desimoni. 
Firenze, Successori Le Monnier, 1806. Un fa- 
scicolo. 

Notizie biografiche dei Vercellesi illustri, di Carlo 
Dionisotti. Biella, Amosso, 1862. Un volume. 

Memorie storiche della città di Vercelli, precedute 
da cenni statistici sul Vercellese, di Carlo Dio- 
nisotti. Biella, Amosso, 1864. Due volumi. 

Pergamene, codici e fogli cartacei d'Arborea, rac- 
colti ed illustrati da Pietro Martini. Cagliari, Ti- 
mon, 1864-1865. Dispensa 4. a a 6. a , con tavole. 

Statutum Varinellae, extractum ab originali per 
Jacobum Franciscum Groffoglietum notarium ar- 
qualensem anno 1640. Un fascicolo ms. 

Statuta, decreta et ordinationes Communis Serra- 
vallis. Genuae, Tiboldi, 1679. Un fascicolo. 

Sopra sei dipinti ad olio del Correggio, Lettera di 
Gaetano Giordani. Bologna, Fava e Garagnani, 
1865. Un fascicolo. 

Report of the Commissioner of Patents for the 
year 1861. Washington, Government Printing 
Office, 1863. Due volumi (testo e tavole). 

Report of the Commissioner of Patents for the 
year 1862. Washingthon, Government Printing 
Office, 1804. Due volumi (testo e tavole). 

Inlroductory Report of the Commissioner of Patents 
for 1803. Washingthon. Un fascicolo. 



R. Deputaz. di Storia 
Patria di Parma. 

R. Deputaz. di Storia 
Patria di Romagna. 

Desimoni Cornelio. 



Dionisotti Carlo. 



Elena Domenico. 



Ferrari Costantino. 



Giordani Gaetano. 



Governo di Washingthon 



( w ) 

Di una targa bentivolesca pitturata nel secolo XV, 
Ricerche di Giovanni Gozzadini. Un fascicolo. 

Aloisii Jacobi Grassii de prioribus sanctisque genuen- 
sium episcopis Disceptatio. Genuae, ex Ephebei 
Surdigenarum Praelis Typographicis, 1864. Un 
fascicolo. 

Delle due navi romane scolpite sul Bassorilievo 
Portuense del Principe Torlonia, Dissertazione 
del P. M. Alberto Guglielmotti. Roma, Tip. delle 
Belle Arti, 1866. Un volumetto, con tavola. 

Leonardi Chiensis de Lesbo a Turcis capta Epistola 
Pio papae II m'issa, ex Cod. ms. Ticinensi primus 
edidit Carolus Hopf. Regimonti, Typis Academicis 
Dalkowskianis, 1866. Un fascicolo. 

Copia di Lettera in materia di obbedienza alla Sede 
Apostolica, indirizzata il 28 luglio 1606 dal Doge 
di Genova a quello di Venezia, desunta dal codice 
C . XXIII della Maruccelliana di Firenze. Un 
fascicolo ms. 

Sulla importanza dei Cimelj scientifici e dei ma- 
noscritti di Alessandro Volta, Discorso del cav. 
prof. Luigi Magrini, letto nella solenne adunanza 
del 7 agosto 1864 del R. Istituto Lombardo di 
Scienze e Lettere. Milano, Bernardoni, 1864. 
Un fascicolo. 

Memorie del Reale Istituto Lombardo di Scienze e 
Lettere. Classe di scienze matematiche e naturali. 
Voi. X-I della Serie III. Milano, Bernardoni, 1865 
in 1866. 

Memorie del Reale Istituto Lombardo di Scienze e 
Lettere. Classe di scienze morali e politiche. Voi. 
X-I della Serie HI. Milano, Bernardoni, 1863 
in 1866. 

Rendiconti della Classe di scienze matematiche e 
naturali del R. Istituto Lombardo. Milano, Ber- 
nardoni, 1864-1866. Fascicoli 7.° a 10.° del voi. 
I, volume II e IH. 

Rendiconti della Classe di lettere, e scienze morali 



Gozzadini Giovanni. 
Grassi Luigi Jacopo. 

Guglielmotti Alberto. 

Hopf Carlo. 

Isola Gaetano Ippolito. 



R. Istituto Lombardo 
di Scienze e Lettere. 



( LX ) 

e politiche del R. Istituto Lombardo. Milano, Ber- 
nardoni, 1861-1866. Fascicoli 7.° a 10.° del voi. 
I, volume li e III. 
Solenni adunanze del R. Istituto Lombardo di Scienze 
e Lettere. Adunanza del 7 agosto 1885. Milano, 
Bernardoni, 1865. Un fascicolo. 
Annuario del R. Istituto Lombardo di Scienze e 
Lettere. Milano, Bernardoni, 1866. Un vo- 
lumetto. 
Solenni adunanze del R. Istituto Lombardo di Scienze 
e Lettere. Adunanza del 7 agosto 1866. Milano, 
Bernardoni, 1866. Un fascicolo. 
Annual Report of the Board of Regents of the Smi- 
thsonian Institution, showing the operations, ex- 
penditures and condition of the Institution for the 
year 1863. Washingthon, Government Printing 
Office, 1864. Un volume, con incisioni. 
Result of metheorological observantions, mader under 
the direction of the United States Patent Office aud 
the Smithsonian Institution, from the year 1854 
to 1859, inclusive, being a Report of the Com- 
missioner of Patents made at the first Session 
of the Thirty-Sixth Congress. Voi. II - Pari I. 
Washingthon, Government Printing Office, 1861. 
Un volume. 
Smithsonian Contributions to Knowledge. Voi. XIV. 
Washingthon, 1865. Un volume, con incisioni. 
Memoria dell'I. R Istituto Veneto di Scienze, Lettere 
ed Arti. Venezia, Antonelli, 1865-1864. Voi. XI, 
parte II e III, con tavole. 
Statistica dei Sordo-muli di Sicilia nel 1865, per 
Federico Lancia di Brolo. Palermo, Lorsnaider, 
1864. Un fascicolo. 
Ragionamento intorno alle sfavorevoli espressioni di 
Dante per Federico III re di Sicilia, ecc., Opera 
postuma del prof. Mario Musumeci, edita da Fe- 
derico Lancia di Brolo. Catania, Calatola, 1861. 
Un fascicolo. 






Istituto Smitiisoniano 
di Washingthon. 



R. Istituto Veneto di 
Scienze, Lett. ed Arti. 

Lancia Federico. 



( ™ ) 

L'Ordino Ospedaliero dei Cavalieri di S. Giovanni, 
per Federico Lancia di Brolo. 1865. Un fascicolo. 

Delle arti belle considerate nelle loro attinenze con 
la Poesia e la Musica , Discorso letto alla Società 
Ligure di Storia Patria (Sezione di Belle Arti) 
il 13 maggio 1858. Un fascicolo. 

Del Generale Guglielmo Pepe, e del monumento 
erettogli in Catanzaro nell'Asilo d'Infanzia Gu- 
glielmo Pepe, Discorso letto addì 5 giugno 1864 
dal prof. Domenico Marincola Pistoja. Un fascicolo. 

Storia politica, civile e militare della Dinastia di 
Savoja, da Beroldo primo conte di Savoia e Mo- 
riana a Vittorio Emanuele II primo re d'Italia, 
Opera illustrata dalle effigie del Gran Medagliere 
Dinastico, pubblicala per cura del Ministro d'A- 
gricoltura, Industria e Commercio. Milano, Ber- 
nardoni, 1865. Un volume. 

Annuario della Istruzione Pubblica del Begno d' Italia, 
pel 1864-1865. Milano, Molina e Soci, 1865. Un 
volume. 

Relazione della Commissione eletta a verificare il 
fatto del ritrovamento delle ossa di Dante in Ra- 
venna. Firenze, Stamp. Reale, 1885. Un fascicolo. 

Annuario della Istruzione Pubblica del Regno d' Italia, 
pel 1865-1866. Firenze, Faziola e C, 1866. Un 
volume. 

I Capitoli del Comune di Firenze. Inventario e Re- 
gesto. Tomo Primo. Firenze, Cellini eC, 1866. 

Sui lavori intrapresi e sulle scoverte fatte negli 
antichi monumenti di Sicilia dal giugno 1863 al 
luglio 1865. Un fascicolo. 

Medaglia in bronzo commemorativa del VI Cente- 
nario di Dante. 

Indicazione delle epigrafi esistenti nel Palazzo Mu- 
nicipale di Genova. Genova, Ferrando, 1865. Un 
fascicolo. 

Delle opere d'arte di autori insigni, apposte da pri- 
vati in un luogo pubblico per rimanervi perpe- 



Marciiese Vincenzo. 



Marincola Pistoja 
Domenico. 



Ministero d'Agricolt. 
Industria e Commercio. 



Ministero della Pub- 
blica Istruzione. 



Municipio di Firenze. 



Municipio di Genova. 



( lxh ) 

tuamcnte, si divengano ne' secoli monumento 

pubblico. Genova, Tip. della Gazzetta dei Tribunali, 

1865. Un fascicolo. 
Oraison funebre de S. A. R. le Prince Odon de Savoie 

Due de Montférral, prononcée dan l'Eglise Melro- 

poliiaine de Gènes, le XXIV fevrier MDCCCLXVI, 

par Monseigneur André Cbarvaz Archevèque de 

Gènes. Gènes, Sourds-muels, -1866. Un volume. 
Considerazioni storico-filosoficbe sulla pena capitale, Muoni Damiano. 

di Damiano Muoni. Milano, Careni, 1862. Un 

fascicolo. 
Binasco ed altri Comuni dell'agro milanese, Studi 

storici con note e documenti, di Damiano Muoni. 

Milano, Garelli, 1864. Un volumetto, con in- 
cisioni. 
Il Duello: Appunti storici e morali di Damiano 

Muoni. Milano, Garelli, 1865. Un fascicolo. 
Sulle monete di Sardegna, Prolusione storica e Com- 
mento del cav. Damiano Muoni, alle analogbe 

Memorie del cav. Agostino Toxiri. Milano, Bozza, 

1865. Un fascicolo. 
Nuovo Repertorio delle Zecche d'Italia, dal medio 

evo ai tempi nostri, per Damiano Muoni. Intro- 
duzione. Milano, Coimago e C, 1865. Un fascicolo. 
Cenno genealogico sulla famiglia Torriani da Men- 

drisio, per Damiano Muoni. Milano, Garelli, 1866. 

Uri fascicolo. 
Melzo e Gorgonzola, e loro dintorni, Sludi storici 

con documenti e note di Damiano Muoni. Milano, 

Gareffi, 1866. Un volume, eoa tavola. 
Ricciarda Malaspina e Giulio Cibo, Memoria storica Misettini Francesco. 

del canonico Francesco Musettini. Modena, Vin- 
cenzi, 1864. Un fascicolo. 
La Cattedrale di Parma, Ricerche storico-artistiche Odorici Federico. 

di Federigo Odorici. Milano, Tip. degli Ingegneri, 

186-i. Un fascicolo, con tavole. 
Monete e sigilli dei Principi Centurioni-Scotti , che Olivieri Agostino. 

serbansi nella Regia Università ed in altre Colle- 



( L *'H ) 

zioni di Genova, descritti od illustrati dal Bi- 
bliotecario Agostino Olivieri. Genova, Sordo-muti, 
1862. Un fascicolo, con tavole. 

Di un medaglione storico genovese del 1626, Lettera 
di Agostino Olivieri all' egregio Luigi Franchini. 
Genova, Sordo-muti, 1862. Un fascicolo, con 
tavole. 

Rivista della Numismatica antica e moderna, pub- 
blicata da Agostino Olivieri. Asti, Raspi e C. , 
1864-1865. Volume I, con tavole. 

I Capitoli del Regno di Sicilia, Monografi j di Orlando Diego. 
Diego Orlando. Palermo, Lao, 4866. Un fa- 
scicolo. 

La citta d'Umbria, nelF Appennino Piacentino, Re- 
lazione di B. Pallastrelli. Piacenza, Del Majno, 
1864. Un volume, con tavole fotografiche. 

Bronzo rappresentante un collo di cigno, scoperto fra i 
ruderi di Libarna. 

Dei bachi da seta e dei gelsi, Trattatela di Ema- 
nuele Piccaluga. Novi-Ligure, Camusso, 1864. 
Un volumetto. 

Fotografia di un Portolano del secolo XIII posseduto Profumo Luigi 
dal cav. prof. Tamar Luxoro, eseguita a fac-simile 
dal sac. prof. Luigi Profumo. Un fascicoletto (V. 
Atti di questa Società, voi. Ili, pag. CIV). 

Monete del Piemonte inedite o rare, pubblicale da 
Domenico Promis. Torino, Stamperia Reale, 1852. 
Uu volume, con tavole. 

Monete della Zecca d' Asti, pubblicate da Domenico 
Promis. Torino, Stamperia Reale, 1855. Un vo- 
lume, con tavole. 

Monete dei Paleologi marchesi di Monferrato, pub- 
blicate da Domenico Promis. Torino, Stamperia 
Reale, 1858. Un volume, con tavole. 

Monete dei Romani Pontefici avanti il mille, Me- 
moria di Domenico Promis. Torino, Stamperia 
Reale, 1858. Un volume, con tavole. 

Monete dei Radicati e dei Mazzetti, pubblicate da 



Pallastrelli Bernardo. 

Pernigotti Benedetto. 
Piccaluga Emanuele. 



Promis Domenico. 



( LXIV ) 

Domenico Promis. Torino, Stamperia Reale, 1800. 
Un volume, con tavole. 

Monete della Zecca di Dezana, pubblicate da Do- 
menico Promis. Torino, Stamperia Reale, 1863. 
Un volume con tavole. 

La Zecca di Scio durante il dominio dei genovesi , 
Memoria di Domenico Promis. Torino, Stamperia 
Reale, 1865. Un volume, con tavole. 

Monete inedite del Piemonte, pubblicate da Do- 
menico Promis. Supplemento. Torino, Stamperia 
Reale, 4866. Un volume, con tavole. 

Vita del Reato Ottaviano, vescovo di Savona nel Queirolo Simone Cesare. 
secolo XII, scritta da Simone Cesare Queirolo. 
Savona, Tip. della Reclusione Militare, 1855. 
Un volumetto. 

Dell'antica Vado Sabazia, Cenni storici del sac. Cesare 
Queirolo. Savona, Bertololto, 1865. Un volumetto. 

Memorie sul Camposanto della città di Genova aperto 
a Staglieno, colla descrizione dei migliori monu- 
menti eretti a tutto l'anno 1864, del sacerdote 
Antonio Giuseppe Ravaschio. Tip. Sordo-muli, 
1864. Un volumetto, con tavola litografica. 

Notizie intorno alla vita del sac. prof. Marco Oliva, 
dettate da prete Paolo Rebulfo. Genova, Schenone, 



Ravaschio Antonio 
Giuseppe. 



Rebuffo Paolo. 



Della vita e delle opere di Pietro Martini, Discorso 
del prof. Giuseppe Regaldi. Cagliari, Timon, 1806. 
Un fascicolo. 

Portolano in pergamena, del 1639, delineato da G. 
B. Cavallini di Livorno. 

I santuari e le immagini di Maria Santissima nella 
città di Genova, Cenni storici descrittivi per Angelo 
e Marcello fratelli Remondini. Genova, Caorsi, 
1865. Un volume. 

Di quattro urne cinerarie romane nella Riviera Oc- 
cidentale di Genova, Lettera al cav. L. T. Bei- 
grano del socio P. Marcello Remondini. Un fa- 
scicolo ms., con disegni. 



Regaldi Giuseppe. 

Remondini Angelo. 
Remondini Fratelli. 

Remondini Marcello. 



( Lx v ) 
Tre antichi monumenti, Lettera e disegni al cav. L. 

T. Belgrano, del socio P. Marcello Rcmondini. 

Un fascicolo ms. 
Storia del Marchesato di Dolceacqua e dei Comuni Rossi Girolamo. 

di Pigna e Castelfranco, del prof. Girolamo Rossi. 

Oneglia, Ghiglini, 1862. Un volume. 
Il Principato di Monaco, Studi storici del prof. Gi- 
rolamo Rossi. Meritorie, Amarante, 1864. Un 

volumetto. 
Vita di Girolamo Morone, narrata dal prof. Giro- 
lamo Rossi. Oneglia, Ghiglini, 1865. Un vo- 
lumetto. 
Sulle istituzioni di istruzione primaria nella Lom- Rossi Guglielmo. 

bardia, e in particolare nel Circondario di Monza, 

Allocuzione storico-statistica di Guglielmo Rossi. 

Milano, Agnelli, 1866. Un fascicolo. 
Die Sammlungen der Kaiserlich-Koniglichen Geolo- Senoner Adolfo. 

gischen Reichs-Anstalt in Wien, Skizze don Be- 

suchern derselben gewidmet von Adolph Senoner, 

mit einer lithographirten tafel. Wien, Gerold' s 

Sohn, 1862. Un fascicolo. 
Die Meleoriten des K. K. Hof - Mineralien - Cabinetes , 

am 1 janner 1865. Wien, Jacob et Holzhausen. 

Un foglio. 
K. K. Geographische Gesellschaft. Sitzung am 24 

october 1865. Un foglio. 
Il mercato centrale della città capitale dell'Impero 

e Residenza di Vienna. Vienna, Waldheim et 

Forster, 1865. Un fascicolo. 
Ueber eine sehr verbreilete und bishcr verkannte 

erdbeerart, Fragaria neglecta, von Eduard v. 

Lindemann. Moskau, in der Buchdruckerei der 

K. Universitat, 1865. Un fascicolo. 
Bericht iiber die wasserverhaltnisse der umgebung 

der Stadt Teplitz, zun zwecke iner entsprenden 

wasservegung von Teplitz, mit einem geologischen 

durchscnitte und einer karte, von Heinrich Wolf. 

Wien. K-K. hof- Staatsdruckerei, 1865. Un fase. 



( LXVI ) 

Bericht iiber die Haidinger-Feicr, am g februar 
1865. Wien, Braumiiller, 1805. Un fascicolo. 
Giovanni II dei Bentivoglio, Racconto storico di 
G. B. Sezanne. Bologna, Cenerelli, 1864. Un 
volume. 
Memoria geologica sovra le acque di Sopra-la-Croce , 
del signor Marchese N. Lorenzo Pareto. Chiavari , 
Argiroffo, 1865. Un fascicolo. 
Analisi chimica dell'acqua minerale di Sopra-la- 
Croce, eseguita per commissione della Società 
Economica di Chiavari, dal prof. G. Finollo. Ge- 
nova, Casamara, 1864. Un fascicolo. 
Cenni preliminari sopra un progetto di Ferrovia fra 
Chiavari, Varese e Parma, con diramazione da 
Varese a Spezia. Chiavari, Argiroffo, 1864. Un 
fascicolo. 
Discorso del cav. doti. Giovanni Casaretto, Presi- 
dente della Società Economica di Chiavari , letto 
nella pubblica adunanza dei 3 luglio 1864. Chia- 
vari, Argiroffo, 1864. Un fascicolo. 
Discorso del cav. dott. Giovanni Casaretto, Presi- 
dente della Società Economica di Chiavari, letto 
nella pubblica adunanza dei 5 luglio 1805. Chia- 
vari, Argiroffo, 1865. Un fascicolo. 
Mittheilungen der Kaiserlich - Koniglichen Geogra- 
phischen Gesellechaft. Vienna , Auer e Geitler, 
18,57 a 1865. Voi. I a IX. 
Atti della Società Lombarda di Economia Politica in 
Milano. Milano, Bozza, 1864 e 1865. Fascicoli 
5.° a 9.° del volume I. 
Società Promotrice di Belle Arti in Genova. Re- 
soconto. Anno XIV- 1865. Un fascicolo. 
Annua! Report of the Trustes of the Museum of 
Comparative of Zoology, at Harvrad College in 
Cambridge Thogclher With the report of the Di- 
rector 186ì. Boston, Wrigth e Potter, 1805. 
Un fascicolo. * 
Bullonino della Società Senese di Storia Patria Mu- 



Sezanne G. B. 



Società' Economica di 
Chiavari. 



I. R. Soc. Geografica 
di Vienna. 

Società' Lombarda di 
Economia Politica. 

Società' Prom. di B. A. 

Società' di Scienze Na- 
turali di Boston. 



Società' Senese. 



( LXVII ) 

nicipale. Anno 180G. Volume Primo Siena, Mo- 
scioni , 1800. Fascicoli 1.° a 4° 

Memoires et Documents publiés par la Societò Sa- 
voisienne d'Historie et d'Archélogie. Chambery, 
Bottero, 1804 et 1805. Voi. Vili e IX. 

Habitations lacustres de la Savoie, etc, par L. 
Rabut. Chambery, Perrin, 1804. Album di tavole 
litografiche. 

Il Vangelo di S. Matteo volgarizzato in dialetto sardo 
logudorese, dal canonico G. Spano. Londra, 1858. 
Un volumetto. 

Catalogo della Raccolta Archeologica dd canonico 
Giovanni Spano, da lui donata al Museo d'an- 
tichità di Cagliari. Parte Prima. Cagliari, Timon , 

1800. Un volumetto, con incisioni. 

Il Cantico de' Cantici di Salomone , volgarizzato in 
dialetto sardo centrale, dal C. G. S. Londra, 1801. 

La Storia di Giuseppe Ebreo, o i capi XXXVII e 
XXXIX-XLV della Genesi, volgarizzati in dialetto 
sardo logudorese dal can. Giovanni Spano. Londra, 

1801. Un volumetto. 

Guida della città e dintorni di Cagliari , pel canon. 
Giovanni Spano. Cagliari, Timon, 1801. Un vo- 
lume, con incisioni. 

Il Libro di Ruth volgarizzato in dialetto sardo sas- 
sarese dal canon. G. Spano. Londra, 1863. Un 
fascicolelto. 

Il Cantico de' Cantici di Salomone, volgarizzato in 
dialetto sardo settentrionale sassarese dal C. G. S. 
Londra, 1863. Un fascicoletto. 

La Profezia di Giona volgarizzata in dialetto sardo 
sassarese, dal can. G. Spano. Londra, 1865. Un 
fascicoletto. 

La Storia di Giuseppe Ebreo , o i capi XXXVII e 
XXXIX-XLV della Genesi, volgarizzati in dialetto 
sassarese dal can. Giovanni Spano. Londra, 1805. 
Un volumetto. 

Rullellino Archeologico Sardo, ossia Raccolta dei 



Società' di Stoma ed 
Arciieol. di Savoia. 



Spano Giovanni. 



( IAVIII ) 

monumenti amichi in ogni genero dell' isola di 

Sardegna. Anno nono e decimo. Cagliari, Timon, 

1863 e 1801. Due volumi, con incisioni. 
Mnemosinc Sarda, ossia ricordi e memorie di 

varii monumenti antichi, con altre rarità dell'i- 
sola di Sardegna. Cagliari, Timon, 1804. Un 

volume, con tavole. 
Cenni biografici del conte Alberto Ferrerò Della 

Marmora, ritratti da scritture autografe, pel can. 

Giovanni Spano. Cagliari, Tip. Arcivescovile, 

1864. Un volume, con ritratto. 
Catalogo della Raccolta Archeologica Sarda, del 

canonico Giovanni Spano, da lui donata al R'. 

Museo di Cagliari. Parte Seconda : Monete e 

Medaglie. Cagliari, Tip. Arcivescovile, 1805. 

Un volume, con tavole. 
Memoria sopra alcuni idoletti di bronzo trovali nel 

villaggio di Teli, e scoperte archeologicho fatte 

nell'isola di Sardegna in lutto l'anno 1865. Ca- 

gliari, Tip. Arcivescovile. Un fascicolo, con in- 
cisioni. 
Notizie storiche documentate intorno a Nicolò Ca- 

nelles della ciltà d'Iglesias, primo introduttore 

dell'arte tipografica in Sardegna, pel canonico 

Giovanni Spano. Cagliari, Tip. Arcivescovile, 

1806. Un fascicolo. 
Annali della Repubblica di Genova, di monsignor Staulieno Marcello. 

Agostino Giustiniani, illustrali con note dal prof. 

eav G. B. Spotorno. Terza edizione genovese, 

coli' elogio dell' autore ed altre aggiunte. Genova, 

Canepa, 1854. Due volumi. 
Saggio di lettere e documenti relativi al periodo Starrabba Raffaele. 

del Vicariato della Regina Riinca in Sicilia, pub- 
blicato dal barone Raffaele Starrabba. Palermo, 

Lao, 1866. Un fascicolo. 
Notizie storiche della Università degli studi di Sassari , Tola Pasquale. 

raccolte ed illustrate da Pasquale Tola. Genova , 

Sordo-muti, 1860. Un volume. 



Tonso-Ferrari- Perni- 
gotti Camillo. 



( LX.X ) 

Pergamena in dala 17 novembre 1377, portante 
confessione di debito di lire 12 tortonesi, fatta 
da Jacopo Mosca procuratore della chiesa di santo 
Andrea, sita nel luogo di san Salvatore in quel 
d' Alessandria , a favore di Alcherio Merlo. 

Pergamena dell' 11 aprile 1298, portante vendita 
di alcuni prati siti nel luogo di Frascata, presso 
Alessandria. 

Pergamena dell' 11 aprile 1545, contenente una 
deliberazione, con cui gli Anziani ed i Sapienti 
d'Alessandria provvedono circa una supplica d'al- 
cuni proprietarii di terreni siti lungo la Bormida. 

Foglio cartaceo originale del 12 ottobre 1508, con- 
tenente un ordine emanato dal P. Raimondo Gra- 
ziano da Gottignola, circa l'ufficiatura di una cap- 
pella della B. V. Immacolata in Alessandria. 

Breve del Cardinale di S. Prasscde al Vescovo di 
Alessandria, alla data del 6 maggio 1508, in ma- 
teria di sponsali fra consanguinei. 

Appunti di diverse gite fatte nel territorio dell'antica Vauni Santo. 
Libarna dal prof. Sauto Varai. Parte Prima. Ge- 
nova, Sordo-muti, 18C6. Un volumetto 

Alcuni sigilli in piombo ed in cera, di papi e vescovi 

Di alcune iscrizioni genovesi in Galata di Costan- 
tinopoli, Discorso del P. Raimondo Amedeo Vigna, 
Genova, 1865. Un fascicolo. 

Pietro Martini, la sua vita e le sue opere, per 
Filippo Vivanet. Cagliari, Timon, 1806. Un vo- 
lumetto, con ritratto. 

Parecchi bronzi, ed altri avanzi di antichità, dissep- Wolf Alessandro 
pelliti nell' agro tortonese. 

Due frammenti marmorei d' epigrafi spettanti ai 
primi secoli cristiani, scoperti nell' agro suddetto. 

Carta di privilegi e franchigie delle terre di Car- 
peneto, Propata e Call'arena, in data del 22 
novembre lì 16. Copia desuuta pel socio Alessandro 
Wolf dall'esemplare che si conserva nell'Archivio 
Parrocchiale di Carpendo. 



Vigna Raimondo 



Vivanet Filippo. 



( ..XX ) 

Nuova Gazzetta di Genova, del 1522, con cui si 
dà notizia del sacco patito da questa città in tale 
anno; traduzione del socio Alessandro Wolf, da 
un esemplare in lingua tedesca a stampa, posse- 
duto dal socio avv. Gaetano Avignone. 

Gristophori Bondelmontii fiorentini, Libroni insularom 
Archipelagi, e codicibus parisinis regiis nunc pri- 
mum totum edidit, praefatione et annotalione in- 
struxit Gabr. Rud. Ludovicus De Sinner. Lipsiac 
et Berolini, Reimer, 1824. Un volume, con tavole. 

Augusti Wilhelmi Zumptii Commenta lionum Epi- 
graphicarum ad antiquitates romanas pertinenti um 
volumen. Berolini, in Ferd. Duemmleri Libraria, 
1850. Un volume. 

Vocabolario Botanico Friulano, del professore Giulio 
Andrea dottor Pirona. Udine, Seitz, 1862. Un 
fascicolo. 



Genova 31 dicembre 1800. 



Il Segretario Generale 
L. T. BELGRANO. 



RENDICONTO 



DEI LAVORI FATTI 



DALLA 



SOCIETÀ LIGURE DI STORIA PATRIA 



NEGLI ANNI ACCADEMICI MDCCCLXV - MDCCCLXVI. 



N 



el dar mano alla compilazione del Rendiconto pel biennio 
accademico 1804-65 e 1865-G6, credo utile attenermi alle 
norme di già tracciate nella condotta del precedente , al quale 
per ciò rimando il lettore. 

L' esposizione dei lavori a cui si diede opera in questo spazio 
di tempo si troverà ripartita in quattro classi , riguardanti 
l'Archeologia, la Storia, l'Idrografia, le Belle Arti; ma terrà 
dietro alle stesse una raccolta di Allegati, fra i quali, assai 
meglio che nelle note apposte in calce , troveranno luogo 
appropriato le notizie e i documenti che per varie considera- 
zioni vogliono essere fatti estesamente di pubblica ragione , e 
quasi costituire (mi si consenta la parola) il piccolo Archivio 
della nostra Società. 



( LXXV ) 



PARTE I. 



§ 1. La fama che di questi ultimi tempi in Italia e fuori hanno 
di se destata gli studi di alta antichità, e le pratiche conclu- 
sioni a cui non di rado riuscirono gli illustri scienziati che 
allo studio dell'uomo primitivo indirizzarono le loro ricerche, 
avevano fatto nascere anche tra noi vivissimo il desiderio di 
vedere esposti in una accurata Monografia i risultamene delle 
indagini praticate finora a questo proposito in alcuni punti del 
territorio ligustico, ed i criterii che dietro ciò si erano potuti 
sino al presente formare ; additando il molto che tuttavia ri- 
mane a farsi, e le norme che possono meglio rendere profittevoli 
siffatte scoperte. 

Ora a questo desiderio si propose appunto di rispondere il 
socio dott. Giovanni Ramorino ; il quale da breve tempo professa 
con onore le discipline geologiche nella Università di Buenos- 
ayres, e lasciò in patria assai bella faina, come assiduo cultore 
degli studi e come fondatore di una Società di letture scien- 
tifiche, alla quale non mancarono né il plauso, né il concorso 
di parecchi ingegni elettissimi. Nelle adunanze del \7 febbraio 
e 10 marzo 1866, leggeva egli pertanto alla Sezione d'Ar- 
cheologia una Memoria sulle ricerche paleo-archeologiche da 
eseguirsi in Liguria; ed accennando nella prima parte del 
suo lavoro alle condizioni geologiche del nostro paese dopo 
il periodo pliocenico, notava come le montagne, abbassate 
di molto, avessero dovuto essere coperte dal mare; e come, 
rialzate in seguito per l'opera di un lento movimento, sieno 
stale ricoperte da grandi correnti d' acqua dolce , che depo- 
sero il terreno diluviale, in cui negli altri paesi precisamente 



( 1AXYI ) 

s' incontrano i primi indizi dell' esistenza dell' uomo. Mostrava 
però come in Liguria questo terreno, per la particolare con- 
dizione topografica , sia stato in breve eroso ; ond' è che al 
presente se ne incontrano appena rari vestigi lungo le due 
riviere, e in qualche punto al di là dell' Apennino. Non esservi 
quindi speranza d'importanti scoperte sull'uomo diluviale, 
come si fecero in Francia ed altrove ; bensì avervi fondato 
motivo di credere , che documenti assai autorevoli intorno la 
prima storia dei liguri potrebbono rinvenirsi nelle numerose 
caverne, di cui tante conservano ancora, in un terreno non 
rimaneggiato, degli avanzi animali dell'epoca postpliocenica. 

Nella seconda parte il socio Ramorino esponeva il modo in 
cui possono essersi formati nelle caverne i depositi fossiliferi 
e paleo-archeologici; e veniva indicando i più sicuri criteri che 
avrebbono a porsi in opera, per riuscire alla scoperta di questi 
depositi. Faceva conoscere i risultati già ottenuti dalle ricerche 
praticate nelle caverne ligustiche; e, sebben pochi, sufficienti 
a provare che accurate indagini produrrebbero ottimi frutti. 

Le caverne esplorate si possono riferire a tre epoche ben 
distinte. 

Epoca 1. Q La diluviale, corrispondente a quella dei grandi 
depositi fluviali del bacino della Somme in Francia, e delle 
caverne del Belgio. A quest'epoca spettano le caverne di Bosséa 
esplorate dal prof. Gastaldi, e quella di Cassana, presso la 
Spezia, esplorata dal prof. Capellini; non che le breccie ossi- 
fere delle coste del Mediterraneo , e segnatamente quella di 
Nizza studiala da Vernay e Cuvier. Indizi della esistenza del- 
l'uomo non s'incontrano già nelle caverne, bensì nella breccia 
di Nizza, ove farono raccolte delle ossa umane impastate in 
un cemento che ne contiene eziandio delle animali. 

Epoca 2. a La postdiluviale, contraddistinta dalla comparsa 
di molti animali erbivori, e dalla mancanza di molti carnivori, 
e così appellata dall' autore, nello intendimento di assegnarle 



( LXXVil ) 

una relazione di tempo rispetto all'anteriore ed alla successiva, 
senza però che se ne possano esattamente delimitare 1' origine 
ed il termine. Probabilmente essa corrisponde all' epoca della 
renna in Francia, ove l' incivilmento dell'età della pietra era 
già tanto innanzi da far nascere i primi conati di belle arti. 
Ed è appunto a questo periodo che spetta la grotta di Borgio 
presso Finale, scoperta ed esplorata dallo stesso Ramorino, ed in 
cui la presenza dell'uomo fu rivelala da resti di carbone, ceneri, 
ossa spaccale, ecc., ma non da documenti più certi, quali sono 
le armi e gli strumenti. 

Epoca 3. a La terza epoca infine é quella cui vanno attri- 
buite le grotte di Caprazoppa, eziandio presso Finale, esplorate 
dal dott. Arturo Issel in compagnia del Ramorino , non che 
quelle di Mentono esplorate dal Perez. Contengono esse dei 
lesti di animali di specie viventi ancora, se non in Liguria 
almeno in altre parti d'Italia ed oltre Alpi, accoppiati ad istru- 
menti d' osso e terra cotta , e ad armi in pietre levigate , e 
certamente raccolte in paese. I depositi archeologici di queste 
due grotte devonsi poi assegnare a queir epoca che Gabriele 
Mortillet denominò di transizione, e che decorse dall'uso della 
sola pietra levigata all' introduzione del bronzo. Sono quindi 
posteriori alle palafitte del lago di Varese, ma di gran lunga 
anteriori alle lerremare del Modenese , ed alle palafitte di Sviz- 
zera; abbenchè negli accennati depositi non siasi incontrato 
indizio alcuno di strumenti di bronzo. 11 che dà forse luogo 
ad argomentare per la Liguria una civiltà meno avanzata di 
quella dei paesi che sono al di là degli Apennini, ove nell'e- 
poca stessa comincia a manifestarsi 1' usanza di siffatto metallo. 

§ II. Dagli studi di alta antichità, a cui il dott. Ramorino, 
nella conclusione del suo lavoro, animava i colleghi, discen- 
dendo ora a trattare delle cose attinenti alla illustrazione dei mo- 
numenti scritti, accenneremo in prima ad una Dissertazione del 



( LXXVIII ) 

socio canonico Luigi Jacopo Grassi , circa un frammento attri- 
buito a Polibio e riferito dal lessicografo Snida Sotto la voce 
MsyoiXÉìov, in questi precisi termini: 0< fe tóò Màr/avi TrposOT^oGvn-s 

tcòv Atyvarivcov npa^ai /j.èv okocyipic, Ti, xa.1 fj^yakiìov ov% óìoi j ricav. Il 

quale passo, letteralmente volto nel nostro idioma, suonerebbe: 
Quelli fra i liguri che combattevano contro Magone, far nullo, 
di conclusivo né di magnifico poterono. 

Premesso che questo frammento deve, per più ragioni, asso- 
lutamente ritenersi del greco istorico succitato, quantunque nel 
Lessico di Suida venga taciuta la fonte donde fu estratto, il 
socio Grassi opinava che intinta di gravi pecche ne fosse però 
la lezione. Il che , pur troppo , quanto sia facile ad avverarsi 
ben si comprende da chiunque abbia cognizione de' geografi e 
storici della antichità, infino a noi tramandati per 1' opera non 
sempre intelligente degli amanuensi. 

Raffrontando il testo polibiano colla narrazione di Tito Livio, 
si raccoglie poi come lo stesso appartenga a quella parte di 
storia del greco autore che si lamenta perduta, e nella quale, 
proseguendo egli 1' esposizione de' fatti che si annodano alla 
guerra annibalica, dovea toccarsi del fiero assalto dato a Genova 
da Magone, e descrittoci appunto da Livio medesimo (lib. XXVIII, 
cap. 26). Ora, se pongasi mente a quel brano d' Artemidoro 
recato da Stefano Bisanlino, già citato dall'autore nel suo 
Ragionamento sulla Filologia, ed ivi racconciato razionalmente, 
si conosce che il territorio di Genova ebbe dagli antichi due 
nomi, e l'uno di essi fu appunto quello di Magellia o flagella, 
rispondente al greco May alia, altrove indicato dallo stesso Polibio 
senza chiara designazione. Oltracciò un popolo di Magelli tro- 
viamo assegnato da Plinio alla Liguria. 

La parola MsyaMov , che vedesi adoperata nel frammento in 
discorso, riuscirebbe però assai impropria qualora venisse inter- 
pretata per magnifico od insigne; e non saprebbesi invero 
come attribuirle questo significato, essendosi detto prima che 



( LXXIX ) 

nulla erasi potuto fare di conclusivo. Ma il canonico Grassi 
ritiene doversi necessariamente riformare l'inciso finale, e cosi 
leggere: X«« M«y«Xj«v ov% ohi t oixììaou; frase perfettamente poli- 
biana , e che darebbe all' insieme del frammento codesto 
senso: Quelli fra i liguri che combatterono contro a Magone, né 
alcunché fare di conclusivo , nò conservare Magnila, o fla- 
gella, poterono. Si osservi ancora, che la voce greca Meya.Wov, 
scambiata per la vera nel brano anzi citato , non potrebbe mai 
nello antico testo assumere il senso attribuitole dagli interpreti, 
anche indipendentemente dal guasto avvertito. Essa è difatti 
un vocabolo dei bassi tempi; e Polibio nel significato di grande, 
insigne o magnifico, non avrebbe adoperata mai questa voce, 
sibbene l'altra di ixéyiarov. 

Corretto pertanto il frammento nella guisa accennata , il 
contesto riacquista la proprietà polibiana ; e il senso che 
ne deriva è ovvio e naturale. Di più, resta accertato che il 
Magone di cui ivi si parla, è proprio quel desso che pugnò 
contro i liguri, e che il fatto narrato è quello precisamente della 
presa di Genova; la quale era forse il presidio marittimo dei 
romani , mentre la Magella dovea comprendere una maggiore 
ampiezza di popolo ligure, unito in più larga comunità. Quindi 
si spiega perchè il nome di Genova, cresciuta pei traffici e 
divenuta emporio dei liguri, abbia fatto dimenticare l'antico; e 
come perciò Tito Livio usasse il più volgato a' suoi tempi, 
mentre Artemidoro e Polibio adoperavano il primitivo. 

§ IH. Per ciò che si aspetta alle antichità romano-liguri, onde 
la Società prosegue tuttavia a raccogliere le memorie e gli avanzi, 
larga copia di preziosi cimelii ne inviarono da Tortona gli ope- 
rosi colleghi prof. Alessandro Wolf, canonico Benedetto Perni- 
gotti, e cav. Cesare De' Negri-Carpani. Dal primo ripete l'In- 
stituto non poche terre cotte, e fittili d'Arezzo, bronzi, avorìi 
e vetri scavati in quel medesimo territorio dell'agro tortonese 



( LXXX ) 

onde già si ebbe a far cenno altra volta in questi Alti (1) ; 
e dal canonico Pernigotti un bel bronzo rappresentante il follo 
d'un cigno, rinvenuto in quel di Libarna, celie dovea servire 
di manubrio a qualche vaso o catino di non comuni propor- 
zioni. Al quale proposito il socio comm. Santo Vanii sog- 
giungeva aver osservato un identico manubrio, e clic è più, 
cavato dalla medesima forma di questo nostro, nel R. Musco 
d'antichità di' Torino, appunto fra le varie preziosità libarne» 
che nel medesimo si custodiscono. 

Dal cav. De' Negri-Carpani infine, riceveva la Società diversi 
bei frammenti di marmi, con iscrizioni mortuarie dei bassi 
tempi, le quali entreranno a far parte della Raccolta d'epigrafi 
dei secoli innanzi il mille, alla quale già intendono per inca- 
rico dell' Instituto i socii canonici Grassi e Sanguineti, e che 
farà seguito alla Collezione delle romane. Due fra tali avanzi 
recano il nome del console Paolino giuniore; e questa circostanza 
parrebbe degna di essere bene avvertita, perocché, secondo 
l'osservazione del cav. Desimoni, potrebbe accennare e guidarci 
alla scoperta di un sepolcreto cristiano de' principii del secolo VI, 
donde non sarebbe affatto improbabile che uscissero preziose 
notizie ecclesiastiche e civili di quella così oscura età. 

E poiché siamo entrati in materia d'epigrafi, mi si conceda 
che, sorvanzando alquanto il confine tracciato al presente Rap- 
porto , io completi la esposizione di ciò che la Società Ligure 
è per rispetto alle medesime venuta sinora operando; e ricordi 
come nell'adunanza dell' 1 1 gennaio 1867 il Preside della 
Sezione Archeologica presentasse alla stessa, in nome del socio 
prof. Alessandro Wolf, un manoscritto oggi posseduto dall' avv. 
Giuseppe Perelli tortonese, ed intitolato Illustrazione della 
Diocesi di Tortona, del conte Carnevale, già altrove da me 

(') Voi. Ili, p. 759-766. Vedasi l'elenco di tali oggetti pubblicato nell'Al- 
legato A in fine del presente Rendiconto , come appendice ai Cenni inseriti 
nel citato volume. 



( LXXXI ) 

citato (,) ; e nel quale si leggono tutte quelle iscrizioni dell'a- 
gro tortonese, che il prelodato socio copiò e trasmise all' In- 
stituto , e veggonsi oggi pubblicate fra gli Atti del medesimo. 
Dacché il eh. cav. G. F. Muratori , con una lettera oggi inse- 
rita eziandio in questi volumi W , ebbe a provare che alcune fra 
esse lapidi erano inesattamente trascritte, e, che più monta, 
esistevano nell'agro dell'antica Bagienna anziché nelle circostanze 
di Tortona, il socio Wolf comunicando il codice d'onde le avea 
desunte, giustamente desiderava di non dividere col Carnevale 
la malleveria intorno alla legittimità della fonte a cui siffatti 
monumenti erano stati da quel raccoglitore attinti. Il Preside però, 
dopo avere aderito alle richieste del prof. Wolf, si affrettava a 
soggiungere come la Socieìà non avesse mai avuto mestieri di 
questa prova , per rendere a lui la ben meritata giustizia; là 
sua esattezza, l'instancabilità nelle ricerche, e sopra tutto la 
credibilità delle sue indicazioni, essere fuori di ogni questione. 
Del resto è notissimo come fino da quando ebbe a trasmettere 
all' Instituto le epigrafi in discorso, egli lasciasse solo giudice il 
medesimo circa alla convenienza d' ammetterle o rifiutarle. 
Ma niuno avrebbe allora potuto nutrire sospetti né riguardo 
alla buona fede del Carnevale, antico e conosciuto magistrato, 
né riguardo al luogo ove le lapidi si dicevano esistere, peroc- 
ché delle cose del tortonese sapeasi da tutti assai pratico. Onde, 
se da una parte il socio canonico Sanguinea ebbe a scoprirvi 
gravi pecche , dall' altra fu tuttavia deciso di accettarle nel 
Corpo epigrafico, accompagnate dalle opportune annotazioni e 
da que' tentativi di correzione che furono suggeriti dal prelo- 
dalo illustratore. Nel che tutto, aderendovi unanimi i membri 
della Sezione, fu, a parere del Preside, saviamente adoperato, 
seguendo anche 1' esempio di quanto si pratica da non poche 

(') V. Atti, voi. Ili, p. LX. 

( s j Appendice al voi. cit. p. 38 e seg. 



( I.XXXII ) 

illustri Accademie, le quali non solo pubblicano colle necessarie 
avvertenze le iscrizioni dubbie, ma quelle eziandio che si 
ritengono onninamente spurie; si perchè non é nuovo il caso 
che una epigrafe, apparentemente illegittima , scoperto più 
lardi 1' originale , sia con piccola variante riconosciuta sincera ; 
e si perchè, come è appunto avvenuto di queste nostre in 
grazia del eh. Muratori , la loro pubblicazione fornisce argo- 
mento a riscontri e correzioni , mercé cui si tolgono i dupli- 
cati e si prevengono ulteriori dubbi ed errori. 

Ma oltre alla Collezione delle epigrafi de' bassi tempi, che 
pur testé dicemmo allogata a' socii Grassi e Sanguineti , Y ln- 
stituto eziandio affidava lo incarico di preparare adunate in 
un solo Corpo tutte le numerose iscrizioni genovesi , che spet- 
tano agli ultimi quattro secoli del medio evo, al sacerdote Mar- 
cello Remondini. Il quale non solo ha accettalo di condurre 
l'impresa, ma anche si propone di cavare da quelle epigraii 
parecchi esattissimi fac-simili; comecché l'esame della lapide 
co' suoi ornamenti ed accessorii possa ben di frequente con- 
durre ad utili considerazioni non potute prima formulare. Cosi, 
per esempio, nel fac-simile della iscrizione romana di San 
Pietro di Rovereto, dal medesimo socio Remondini accuratamente 
disegnata, si riconosce una meravigliosa somiglianza con due 
lapidi lionesi, per quello che è dei simboli e del riparto ar- 
chitettonico (1) . 

Veramente le iscrizioni medieve, essendo per lo più molto 
semplici, non lasciano che assai di rado luogo a tali raffronti; 
pure que' fac-simili, cronologicamente disposti , recherebbero di 
certo assai vantaggio alla paleografia, e varrebbero a stabilire 
fruttuosi criterii sull' epoca delle lapidi rotte o mancanti , lo 
sviluppo e la graduazione della forma dei caratteri , il tempo 

(') Remondini , Di quattro urne cinerarie romane nella Riviera orientale di 
Genova, MS., num. ì; Alph. deBoissieu, Inscriptions antiques de Lyon, eie , 
p. 503-4, num. 13 e 4 8. 



( LXXX1II ) 

preciso della sostituzione del gotico al romano , e del ritorno 
definitivo a quest' ultimo. 

A siffatto lavoro hanno poi di già cooperato anche i socii 
Avignone e Belgrano; il primo coli' offrire il fac-simile di una 
epigrafe sepolcrale del secolo V, che è murata nell'interno 
della Parrocchiale di Ruta, ed accenna al consolalo di Fausto 
giuniore (r> ; 1' altro colla presentazione del calco di quelle due 
iscrizioni in rozzi leonini, che si leggono sotto l'arco della 
vecchia porta di sant'Andrea, e colla notizia della costruzione 
del terzo circuito delle mura di Genova, e de' più gloriosi fatti 
operati già dai genovesi a mezzo il secolo XII, lanciano un'ar- 
dita minaccia all' indirizzo di Federigo Barbarossa. 

Tali marmi che negli anni addietro celavansi al di sotto di 
uno strato di nero intonaco, ricomparivano a luce nel Ì864, 
ed erano convenientemente ristaurati a diligenza dell'onorevole 
Giunta Municipale. Il loro contenuto già si trova riferito in altra 
parte di questi Atti (2) ; ma la Società volle che ora ne venisse 
riprodotta la più esatta e scrupolosa lezione, coli' aggiunta 
della epigrafe che in memoria del ristauro medesimo veniva 
dettata dal socio prof. Giuseppe Scaniglia e facevasi dal Muni- 
cipio allogare presso le lapidi antiche (3) . 

Ma, rifacendoci al disegno del socio Remondini, aggiun- 
geremo come la Presidenza della Sezione Archeologica trovasse 
opportuno di collegare al medesimo quello espresso dall' avv. 
Avignone, che cioè si avesse a tenere ugualmente esatto conto 
della forma e dello sviluppo dei caratteri e delle leggende che 
sono improntate nelle monete, nelle medaglie e nei sigilli; 
imperocché da ciò pure si potranno rilevare vantaggi simili a 



(') V. Giornale Ligustico per l'anno 1827, p. 8Ì; Alizehi , Relazione sui 
monumenti più meritevoli di cura in Genova e nella Provincia, p. 33. 
(*) Voi. I, p. 285. 
( 5 ) V. Allegato B. 



( LXXXIV ) 

quelli accennati per le lapidi, e saranno forse per essere defi- 
nitivamente risolute alcune importanti questioni riguardo all' e- 
poca di coniazione dei genovini d' oro e d' argento, e delle 
monete di biglione , già dottamente sostenute in favore di Ge- 
nova dal benemerito Gandolfi, ma non ancora avvalorate dallo 
unanime suffragio degli eruditi. 

Anche le carte e gli atlanti nautici de' genovesi, di che diremo 
estesamente più innanzi , potranno coi loro fac-simili prestare 
somiglianti servigi; però a meglio rendere completo lo scopo che 
la Società si è proposta, converrebbe eziandio adunare una serie 
di altri fac-simili di scritture, tratti dalle pergamene e da' fo- 
gliazzi dei nostri notari, i cui minutari, come è noto, risalgono 
fino alla metà del secolo XII. Del che ha somministrato un eccel- 
lente modello il Sickel nei Monumenta graphica medii aevi, 
e già venne fornito qualche saggio dal socio Belgrano nelle 
sue pubblicazioni del Registro Arcivescovile e dei Documenti 
genovesi sulle crociate di Luigi IX. 

% IV. Nella seduta del 23 dicembre 1865 il socio cav. Cornelio 
Desimoni teneva ragguagliata la Sezione Archeologica della 
scoperta di una alberella fittile, con entro cinquantadue monete, 
recentemente uscita alla luce con altri oggetti , in uno scavo 
operatosi nel territorio di Libarna. Trentacinque di que' nummi 
vennero a mani del diligente raccoglitore sac. Gian Francesco 
Capurro; e il cav. Desimoni, sottoponendoli all'esame de' col- 
leghi, li accompagnava ad alcuni utili cenni. 

Le monete in discorso sono tutte d'argento, per la miglior 
parte di perfetta conservazione, e spettano a' tempi avanti 1' era 
volgare, da cui la più recente si discosta un biennio appena. 
Trenlaquattro inoltre sono denari romani; 1' altra è una moneta 
battuta dal re africano Giuba I, ma nel peso e nello stile simile 
alle anzidette; uè vuoisi avere per nuovo il caso del suo disco- 
primento insieme a queste, secondo avverte il ciottissimo Cave- 



( LXXXV ) 

doni ll) . Ma è per avventura da notarsi invece come singolare 
1' essersi in questo tesorelto rinvenuta insieme ad una moneta 
della famiglia Marcia, che si attribuisce all' anno \ 24 innanzi l' era 
volgare, e che è pure la più antica fra quelle onde il medesimo 
si compone, un altro denaro della stessa gente, ma di ben 75 
anni posteriore al primo; giacché nei ripostigli finora scoperti 
(a cognizione del riferente) questi due nummi non si trovarono 



(') Ragguaglio storico-archeologico dei precipui ripostigli antichi; Modena, 
4834. Di siffatti denari ecco intanto la distinta, secondo l'ordine cronologico 
e delle famiglie : 

4 . Famiglia Marcia V. Cohen , num. 4. 



2. 


a 


Apuleia . • 


• * 


» 


2. 


3. 


• 


Urbinia (Manlia) . 


. 


» 


4. 


4. 


» 


Lucilia .... 


• » 


» 


4. 


5. 


» 


Sentia .... 


. 


- 


4. 


6. 


» 


Fonteia. 


, » 


a 


4. 


7. 


» 


Furia .... 


. 


» 


4. 


8-9. 


- 


Papia .... 


. 


» 


4. 


40. 


1 


Plaetoria . . . . 


. 


» 


4. 


44. 


» 


Procilia 


. 


.. 


2. 


42. 


» 


Iulia 


• >• 


9 


9. 


43. 


» 


Carisia .... 


. » 


» 


74. 


U. 


— 


JVBA REX. (V. Cavcdoni, 


Ragguaglio, ecc. 


pag. 


4 49). 


45. Famiglie 


Marcia .... 


. V. Cohen, 


num 


. 8. 


46. 


» 


Norbana 


. 


» 


3. 


47. 


» 


Livineia 


. 8 


» 


2. 


48. 


» 


Iulia Scpullia 


• » 


» 


6. 


49. 


- 


Iulia .... 


t • • 


» 


27. 


20. 


» 


Barbatia (Antonia) 


. 


- 


4. 


24-22. 


» 


Claudia 


» 


» 


6. 


23. 


» 


Iulia .... 


. 


» 


60. 


24. 


» 


Id 


. 


. 


63. 


25. 


• 


Antonia (Leg. VI.) 


. 


» 


44. 


26. 


f> 


Caninia. 


. 


» 


2. 


27. 


» 


Sanquinia 


. 


» 


4. 


28. 


• 


Servilia 


• . » 


■ 


4. 


29. 


— 


AVGVST. DIVI FIL . 


. 


» 


129. 


30. 


— 


C. CAESAR AVGVST . 


. 


» 


83. 


34-35 


. — 


CAESAR AVGVST . D . FIL 


IVS . 


., 


87. 



( LXXXVI ) 

mai riuniti. Ondo il cav. Desimoni entrava in sospetto, che il 
possessore antico del ripostiglio potesse forse avere un parti- 
colare interesse di parentela o d' altro verso tale famiglia. 

Osservando quindi 1' autore come della più recente fra le 
monete precitate, cioè di quella dell'anno di Roma 752 colla 
leggenda caesar augustus divi filius, se ne abbiano in codesto 
tesoretto ben cinque esemplari, egli ne inferiva come il pos- 
sessore dovesse appunto di que' giorni occuparsi di formare 
una siffatta raccolta. Ma poiché allora non ebbe luogo al- 
cuno di que' civili o politici commovimenti , il cui ricordo 
molto giova in materia di rispostigli a ben determinarne 1' età, 
si ristava dallo indagare la causa di questo nostro; e soltanto, 
ove la tenuità del medesimo tale non fosse da permettere di 
ascriverlo a qualsiasi cagione di ordinarie perturbazioni , sarebbe 
tratto ad accennare come occasione alquanto probabile il noto 
censo d' Augusto, in forza dsl quale molte famiglie furono ob- 
bligate a traslocarsi, almeno provvisoriamente, d'una in altra 



regione. 



Dal ripostino libarnese, facevasi poi scala il cav. Desimoni 
a toccare in genere della utilità di cosiffatti depositi; i quali 
già per se stessi, qualunque sieno, meritano tutta l'attenzione 
dello studioso sotto parecchi rispetti, e conducono a stabilire 
criterii storici della più alta rilevanza , circa la ricchezza o il 
fiorire delle contrade nelle quali ebbero a rinvenirsi. Intorno 
il che recava in mezzo 1' esempio dell' isola di Pianosa, la quale 
nei recenti lavori della colonia penale, sembra non abbia re- 
cato alla luce di monete romane che bronzi da Agrippa a 
Costantino ; e citava un ripostiglio disseppellito nel febbraio 
del 1861 a San Bernardo di Lù nel Monferrato, donde usci- 
rono non meno di venti chilogrammi di nummi della seconda 
metà del secolo III, specialmente di Claudio Gotico, tutti di 
un pessimo biglione, anzi di bronzo con patina di stagno, pe- 
rocché, come é noto, per la crisi economica e sociale onde 



( LXXXVII ) 

cotanto si travagliava allora il mondo romano, V argento era 
affatto scomparso. 

Trattando inoltre della classificazione dei denari romani, 
rispetto ai quali, mercè appunto 1' attenta disamina di parecchi 
ragguardevoli rispostigli , si giunse dai più riputati numismatici 
a chiare e solide conclusioni , oggi da tutti accettate e speri- 
mentate sopra modo utilissime, il cav. Desimoni accennava anche 
il sommo vantaggio che dalla applicazione di simili criteri deri- 
verebbe eziandio alla classificazione delle monete del medio evo, 
e specialmente delle più antiche, dove ancora é gran buio. 

Di che favellando , e per quello che è delle genovesi toc- 
cando pure di più specie e contraffazioni onde la Storia della 
nostra Numismatica ci ha conservato il ricordo, facevasi a dire 
di que' luigini di bassa lega che nel secolo XVII, e ad imi- 
tazione della bella moneta di tal nome fatta coniare la prima 
volta da Luigi XIV e da madamigella di Montpensier, pre- 
sero a battersi nelle zecche de' signori francesi ed italiani , e 
perciò anche dei D'Oria, degli Spinola, dei Centurioni e dei 
Grimaldi, e che in concorrenza con quelli di buon titolo smer- 
ciaronsi grandemente in Levante , dove le donne se ne fre- 
giavano ed intrecciavano le vesti a varie guise d' ornato. 

Tali monete, delle quali già più volle' nelle sue pregevoli 
pubblicazioni ebbe a fare parola il cav. Olivieri, spendevansi fra 
noi per otto soldi di Genova; e a tal valore devesi fuor di dubbio 
riferire la cifra V. S. 8 (vale soldi 8), che non fu dal me- 
desimo interpretata; come anche probabilmente il nome di otta- 
vetti, che alle stesse più volte si attribuisce nei documenti mo- 
netarii dei D' Oria. 

Finalmente il cav. Desimoni presentava alla Sezione parec- 
chie monete genovesi d' argento e di biglione , offerte all' In- 
stituto dal prelodato socio cav. Cesare De' Negri-Carpani; e fra 
queste notava un dvx ianvensivm primvs, bello e perfettamente 
conservato; ed una specie appunto di que' luigini srcddescritti , 



( LXXXVII1 ) 

battuto dalla nostra Repubblica nel 16G8, assai raro e pochis- 
simo conosciuto. « Anch' esso (diceva il cav. Dcsimoni) ha il 
solito peso di gr. 2.25; anch'esso è di assai bassa lega, ossia 
di sole oncie 5 d' argento fino ; ma dove in generale le altre 
zecche cercarono imitare il vero luigino nel tipo, e perfino 
nella leggenda, storpiando e adattando i proprii titoli e nomi 
in guisa da contraffarlo, Genova vi pose il proprio simbolo 
(la lesta di Giano bifronte) e la consueta leggenda chiara e netta: 
dux et gubebnator 1 . reipublicae genuensis ; e dove in genere 
i Signori (salvo alcun ramo degli Spinola) tacquero la qualità 
della lega , volendo far passare la moneta come di buon argento, 
la Repubblica lealmente vi scrisse sopra: bonitatis unciarum 
quinque. Ma è noto che la Zecca Genovese fu sempre tra le 
migliori e le più leali , e come tale fu proposta a modello 
dai più dotti economisti dei secoli scorsi. Inoltre la stessa 
rarità di questo luigino prova che non fu forse battuto che a 
titolo di saggio, e ad ogni modo in tenui proporzioni. L'avvo- 
cato Gaetano Avignone, nostro socio e intelligente raccoglitore 
in questa materia, ha, dietro le indicazioni cortesemente for- 
nitegli dal eh. comm. Canale, ricavato da! nostro Archivio un do- 
cumento del medesimo secolo XVII, in cui Agostino Spinola, 
residente per la Repubblica a Costantinopoli (1669), propone ap- 
punto una coniatura di monete d'argento, della bontà di oncie 9, 
destinate esclusivamente pel Levante, aventi nel diritto lo stemma 
della Repubblica e la leggenda dux et gubernatores ; e nel 
rovescio la legenda moneta argentea orientalis scritta in 
lingua turca. Pare eziandio che in quel torno, o meglio ancora 
nel 1675, sia stato presentato nei Consigli della Repubblica altro 
progetto di una moneta d' oro destinata a simile scopo, ed avente 
al diritto la leggenda libertas tra due palme, e nell' interno 
dux et gubernatores reipublicae genuensis ; ed al rovescio 
un cartellino pendente dagli artigli d' un grifo , ove fossero 
scritte , pure in lingua turca , le parole moneta aurea orien- 



( LXXXIX ) 

talis. Ma sembra ugualmente che il progetto non sia stato appro- 
vato, giacché di tali monete nessuno mai ne vide o udì parlare ». 

In altre adunanze poi della ridetta Sezione Archeologica, il 
già lodato socio Avignone presentava un Catalogo delle Medaglie 
dei Liguri e della Liguria, di che egli custodisce gli esem- 
plari nel proprio Medagliere, o gli riuscì procacciarsi i disegni, 
i calchi e le notizie. Questo elenco, nel quale siffatte medaglie 
rilevano alla cospicua cifra di ben 254, vedesi accuratamente 
disposto giusta l'ordine alfabetico, e corredato d'ogni più 
opportuna indicazione. La Società determinava pertanto che Io 
stesso dovesse far parte delle varie scritture che , raccolte in 
apposito volume, si propone mandare in luce ad illustrazione 
della patria Numismatica. 

Inoltre il socio medesimo forniva contezza di una medaglia 
in bronzo, coniata nel 1480 ad onore di Cosma Scaglia, ricor- 
data nel Catalogne de medailles de Laye (1861), ed oggidì 
conservata nello sceltissimo Medagliere della Reale Biblioteca 
di Torino. Secondo la descrizione favoritane dal eh. comm. 
Domenico Promis, il suo diametro è di 40 millimetri; nel di- 
ritto rappresenta il busto della Scaglia volto a sinistra , con 
lunga capigliatura e berretto, ed all' intorno la leggenda : eff • 
cosmiì • scalie • mcccclxxx • ; nel rovescio poi vedesi espresso un 
cervo coricato per terra , e sopra si legge : op • bapte • elie • 
de • ianva • ; ed all' ingiro : eivs • seqvant : qve • seqyis • 
Presentava eziandio una medaglia d' argento di perfettissima 
conservazione , battuta in memoria di san Pio V e della 
battaglia di Lepanto, avente il diametro di millimetri 36 , 
ed il peso di gr. 20. 150, e riportata dal Molinet (1) , dal 
Venuti < 2) , dal Bonanni < 3) , dal Lucilio w , ecc.; col busto molto 

( 1 ) Historia Summor. Pontif. , per eorum numismata , p. 83; num. 8. 

( 2 ) Numismata Pontifìcum praestantiora , p. 125, num. 7. 
( s ) Numismata Ponti f. Rom. , p. 297, num. 11. 

(*) Silloge eie. , p. 238. 



(xc ) 

rilevato di quel Pontefice, a sinistra, nel diritto, ed intorno, 
pivs • v • pont • opt • max ■ anno -vi ; e nel rovescio la rap- 
presentazione del celebre combattimento , e la leggenda in 

altO : DEXTERA • TVA • DOM ■ PERCVSSIT ■ INIMICVM • 1571 (1) . E 

produceva ugualmente all' esame de' colleghi un sigillo in 
rame di millim. 33 , del Magistrato di San Giorgio per la 
Gabella delle carni, esprimente quel santo a cavallo, in atto 

(*) Il cenno di questa medaglia richiamerà forse alla memoria del lettore 
quella che io stesso presentava alla Sezione d' Archeologia nella seduta 
del 20 dicembre 1861, e di che è parola nel precedente Rapporto (Atti, 
voi. Ili, p. LXXI). A tale riguardo mi stimo ora in debito di riferire ciò che 
il nostro socio corrispondente, e mio carissimo amico, P. Alberto Guglielmotti, 
scriveami di Roma poco dopo quella pubblicazione. « Alla pag. LXXI trovo 
menzione di una medaglia presentata da Voi alla seduta del dicembre 1861! 
In questo momento taglio da' miei mss. un esemplare di medaglia che ho fatto 
incidere nel 18S5, in legno, sull' originale in bronzo, e ne ho ancora il ma- 
stio. La medaglia di che Voi parlate , con tredici galere , e questa medesima 
iscrizione (hoc . vovi . deo . vt . fidei . hostes . perderm . elexit . me . ) , mi 
fa sospettare. Aspetto la vostra risposta , e con ansietà , perchè ho vedute 
tutte le medaglie di san Pio , e non mai questa , che è di Calisto III , anno 
1457, commemorativa di un' altra battaglia, vinta dai papalini nelle acque 
di Metcllino alli 9 d' agosto del detto anno , con totale disfatta dell' armata 
turca, molte navi sommerse e venticinque galeie acquistate. Di che parlo, e 

ho documenti, nella mia Storia della Marina Pontificia Io 1' ho fatta 

incidere diligentemente sull' originale , che è tuttavia nella Zecca papale. Ve- 
dete se ribatte colla vostra; e, nel caso affermativo, Vi dirò come può essere 
che porti il nome di Pio in vece di Calisto » (Lettera del 7 dicembre 1865). 
— « Ora Vi dirò che la medaglia votiva , di che Vi mandai la copia del ro- 
vescio , appartiene a papa Calisto III ed all' anno 1457. Esso fece il celebre 
voto, che squadernò al momento della sua elezione in conclave, esso conqui- 
stò le isole dell' Arcipelago e le tenne tre anni , esso sconfisse l' armata turca 
di sessanta vele a Metcllino , e fece battere quella medaglia , con quelle frasi 
spavalde alla spagnuola , e quello sproposito alla latina , elexit in vece di 
elegit. Non è roba di Pio V, che fu beatificato da Clemente X nel 1672, 
cioè cento anni dopo la sua morte. Quindi 1' unione del diritto b . pius . v . 
con quel rovescio elexit . me . , significano un' impostura di qualche ma- 
riuolo , che ha fatto un dritto nuovo ed ha preso un rovescio vecchio, per 
fare una medaglia ibrida, a fine di faticar poco e guadagnar molto » (Lettera 
del 2 gennaio 1 866;. 



(xci ) 
d' uccidere il drago, con all'intorno : pres : et • gvb : cab : car : , 
non che due anella d' oro, di squisito lavoro e singolare impor- 
tanza. L'uno, che è del peso di gr. 17. 250, fa trovato nel marzo 
del 4 861 in un terreno del piccolo villaggio della Soriva in 
quel di Montobbio, alle falde dell'antico castello dei Fieschi; 
e nel sigillo, foggiato a guisa di targa, rappresenta lo stemma 
di que' Conti sormontato dal cimiero col dragone, proprio del 
ramo di Torriglia (1) . Le tre sbarre poi onde lo stemma medesimo 
si compone , vedonsi ripetute entro uno scudo ai due capi 
del cerchio annulare, ove lo stesso si congiunge al sigillo, a' 
cui lati si legge: s • petri • x ■ flisco • Un gentile ornamento 
a graffito, ricorre inoltre all'intorno del cerchio, e partisce in 
due righe la seguente leggenda, scritta nitidamente in un bel 
gotico della seconda metà del secolo xv: 

+•> IESVS : AVTEM : TRANSIENS : PER : MEDIV 

m : illorum ; ibat : z ; pacem : dedit ; eis : sl. (2) . 

La quale leggenda, abbenchè non sia infrequente nelle anella 
di que' giorni, è non pertanto in questo specialmente notevole, 
comecché trovisi anche impressa, almeno nel suo principio, 
( iesvs • AVTEM ■ transiens -), in una delle molte monete 
battute da' Fieschi medesimi. Finalmente nella parie posteriore 
é graffito il monogramma P t - con sopra, ed in nesso, le 
lettere ab ; cui il socio Avignone interpretava : petrvs fliscvs 

(') V. Federici, Famiglia Fiesca , p. 20. 

C) Veramente la sbarra trasversale della lettera L non apparisce nell' anello 
abbastanza chiaramente ; per cui invece di SL potrebbe leggervisi invece SI. Due 
considerazioni perù mi farebbero opinare per 1' adottata lezione : 1. a che in vici- 
nanza all' asta diritta della supposta L cominciano gli ornamenti dello scudo , 
onde il cerchio si congiunge al sigillo ; 2. a che le prime sette parole della ri- 
ferita leggenda essendo tratte dal capo IV , verso 30 , dell' Evangelio di san 
Luca , le lettere SL accennerebbero appunto a questa fonte , mentre le altre , 
SI , parrebbero qui poste senza significato di sorta. 



( XC1I ) 

aiìkas, ovvero pktri flisci abbatis; opinando che l'anello in 
discorso sia per avventura appartenuto a quel Pietro Fiesco , fi- 
gliuolo di Luca (1) , che fu proposito di san Giovanni di Albera, 
nella Diocesi di Tortona W, poscia eletto vescovo dì Cervia 
(1515), e presente al Consiglio di Laterano sotto Leone X W'; 
ed osservando ancora come le picciole sbarre orizzontali del 
monogramma sieno state appositamente prolungate, per accen- 
nare in una col cognome del Fieschi la dignità ecclesiastica onde 
trovavasi rivestito. 

Il secondo anello poi è di lavoro assai più semplice e meno 
diligente, e del peso di gr. 11. 200. Il sigillo rappresenta lo 
stemma Fattinanti cimato da un angelo, come vedesi nelle in- 
segne dell'Albergo Centurione, a cui tale famiglia venne aggre- 
gala nel 4 528 w , ed ha ai lati le iniziali P. C. Lo stemma 
è pur replicato ai due capi del cerchio, nella guisa che abbiamo 
detto pel precedente , ed all' intorno si leggono in caratteri 
gotici le parole : *f* ihs : avtem : transiens : per : medivm. 
Onde il socio Avignone osservando come un Paride Fattinanti 
rifabbricasse a proprie spese la chiesa di santa Chiara d'Albaro, 
nella cui località venne trovato appunto l'anello, non senza 
buon fondamento argomentava essere lo stesso appartenuto al 
detto Paride Centurione , olim Fattinanti. 

Continuando poi i suoi studi numismatici , il socio Avignone 
ha presentato il saggio di una Descrizione generale delle 
monete, in qualunque metallo, coniale in Genova dal 1139 
al 1814, anche sotto le dominazioni straniere; descrizione 
da lui impresa e nelle parti più importanti già condotta a 



(') V. Battilana , Genealogia delle famiglie nobili di Genova, voi. Ili , 
p. 12. 

( 2 ) Montaldo, Sacra Ligustici Coeli Sidera , p. 104. 

( s ) Ughelu, Italia Sacra, II, 476; Concilior. etc. , voi. XXXIV, p. 418, 
Parisiis, 1644. 

( 4 ) Franzoni, Nobiltà di Genova, tav. XXIII. 



( xeni ) 

buon termine. A quest' uopo egli ha assunta per base la sua 
ragguardevole Collezione, ma si é pure largamente giovato 
di quella della nostra Università, e degli svariati disegni rac- 
colti cosi da lui stesso, come da' suoi numerosi amici e di- 
stinti numismatici italiani e stranieri. 

Il lavoro é disposto per tavole sulla foggia di quanto ado- 
però il Cinagli per la moneta pontificia, ma corroborate di mag- 
giori elementi; per guisa che, a colpo d'occhio ed in ordine 
cronologico, si possono riscontrare: 1.° l'epoca dei Governi 
e delle loro monete ; 2.° la specie e la nomenclatura tecnica 
di queste, per ciò che riguarda il metallo e la lega; 3.° il 
diametro; 4.° il peso effettivo in milligrammi ; 5.° il titolo so- 
lamente legale in millesimi; 6.° le leggende, coi varii segni, 
e le iniziali accessorie. Intorno alle quali iniziali importa il sog- 
giungere, come lo stesso avv. Avignone, col sussidio di parecchi 
alti inediti da lui posseduti , e mercè un elenco dei sovrastanti 
della Zecca innanzi il 4 500 dal cav. Desimoni compilato sulla 
scorta dei registri monetarii custoditi nell'Archivio di San Giorgio, 
riuscisse a convertire in certezza quanto erasi fino al presente 
non più che sospettato; cioè che esse accennano appunto al 
nome dei sovrastanti medesimi. Il che è tanto meglio importante 
quanto più si tratta di monete antiche, per riguardo alle quali è 
a lamentarsi una grande scarsezza di documenti ; imperocché 
se ne potranno cavare assai rilevanti criteri cosi intorno alla loro 
cronologia , come alla loro distinzione. Così per esempio ri- 
sulta ora evidente che le monete di Carlo VI re di Francia, il 
quale dominò Genova dal 1396 al 1409, e quelle di Carlo VII, 
che ne ebbe la signoria dal 1458 al I46I , e intorno alla 
cui classificazione non erano finora d'accordo i numismatici, 
possono al presente distinguersi colla massima esattezza , co- 
mecché le prime rechino le lettere V e B , ovvero L ed A , 
rispondenti ai nomi di Urbano Marchesano e Bernardo di Pa- 
lazzo, i quali tennero la carica di sovrastanti della Zecca nel 1 404, 



( XCIV ) 

e di Lucio da Rapallo e Andrcolo Di Negro, che ebbero uguale 
ufficio nell'anno successivo; e le altre mostrino le lettere P, 
E ed A , che vogliono appunto accennare ai sovrastanti Pietro 
Bonfiglio (1458), Enrico Della Porta (1460) ed Agostino Fazio 
(1461). 

Oltre che, da questi criteri altri ne scaturiscono poi di rimbalzo, 
e conducono ad ulteriori osservazioni pur nuove e rilevanti. Impe- 
rocché nelle monete che hanno le anzidette lettere V e B, L ed A, 
il nome del re *vedesi scritto con K , e nelle altre che portano 
le lettere P , E ed A , é invece adoperata costantemente 
la G »i 

Anche il socio signor Luigi Franchini, pur esso possessore 
di un ragguardevole e ben distribuito Medagliere, offeriva la 
comunicazione e descrizione , nel senso delle tavole suaccen- 
nate così di alcune monete rarissime come di tutte quelle 
altre che potessero per avventura mancare in esse tavole ; e 
per ogni classe di moneta proponevasi inoltre di somministrare 
all' Instituto una serie di calchi in gesso , i quali e servissero 
come principio ad una Collezione, e sussidiassero l'opera del 
disegno, quando la Società stabilisse di corredare la descri- 
zione delle relative tavole incise. 

A meglio completare poi siffatti studi, veniva statuito: il cav. 
Desimoni ragionerebbe intorno al valore delle monete genovesi, 
considerato si per l' epoca della loro battitura e sì pel tempo pre- 
sente, in ragione di metallo fino; e collegando cronologicamente 
tutti i valori, per guisa che ne abbia a riescire un saggio di storia 
del loro scadimento, del variare di proporzione fra i metalli pre- 
ziosi, e delle crisi vuoi finanziarie o politiche di perturbazione. 
Ma poiché tali deduzioni, per ciò che é de' secoli più remoti, non 

(*) Medagliere Avignone. Ivi patachina, o sexino, di Carlo VI colla lettera 
V dalla parte della croce , e B : V dal castello ; altra con A dalla croce , e 
L . A dal castello. Genovino e grossone di Carlo VI con P; Minuti con E, 
ed altri con A. 



( xcv ) 

si potrebbero ottenere senza il riscontro dei valori contempo- 
ranei di altre monete , il cav. Desimoni proponevasi di sta- 
bilire siffatti rapporti, fino a tutto il secolo XIV, colle prin- 
cipali zecche d' Italia e col tornese di Francia. Finalmente il 
socio Belgrano illustrerebbe la sfragistica; e coli' adunare in- 
torno a' sigilli del Governo, delle Magistrature, degli Istituii 
e de' cittadini genovesi , la maggior parte sinora ignoti , buona 
mano di documenti e notizie, accompagnate dai relativi disegni, 
porrebbe in sodo, intorno a cotesta materia, quei criteri generali 
e sicuri che vano è il chiedere all' esame de' monumenti finché 
restano disgregati , ma che scaturiscono quasi di per se , ove 
sieno tutti convenientemente classificati , e distribuiti giusta 
l'epoche, la qualità delle persone, famiglie o Corpi a cui in 
origine appartennero, fatto conto delle leggende onde sono im- 
prontati, e delle artistiche tradizioni che si disvelano nella 
condotta del lavoro. 



( XCVI ) 



PARTE II. 



Argomento a più ampio discorso ci offrono gli svariati la- 
vori che debbono in questa seconda parte venir compresi. A 
migliore intelligenza riuscirci quindi opportuno il farne acconcia 
distribuzione; e così accennare primamente di quanto spetti 
alla Storia ecclesiastica , poscia alla politica e civile ; toccare 
appresso di ciò che si ragguarda allo studio delle leggi , o 
riflette materie specialmente bibliografiche e soggetti biografici ; 
riservando in ultimo le notizie di vario genere ed i molteplici 
documenti di che più socii diedero comunicazione , o presenta- 
rono anche gli originali, senza però corredarli di memorie parti- 
colari. 

§ I. Così partito il campo, ci corre debito anzitutto di esporre 
il sunto di una Dissertazione intorno i -primi e santi vescovi 
di Genova, di cui diede lettura alla Sezione Archeologica il 
socio canonico Grassi. 11 quale , avendo riconosciuta di molti e 
gravi errori intinta la Storia della Chiesa Genovese, in ispecie 
ne' suoi periodi primordiali, si accinse all'opera di tentarne la 
rettificazione, appunto colla Dissertazione preaccennata, e pub- 
blicata oggidì appiè dell'edizione del Foglietta Clarorum Li- 
gurum Elogia da lui procurata (1 \ I santi Valentino , Felice , 
Siro e Romolo , in accezione oramai di cosa giudicata , figu- 
ravano ne' nostri scrittori , anco i più autorevoli , in tempi 
ed ordine non veri ; colpa d' un primo passo che un apocrifo 



(') Genuae , 186i. Un voi. in — 8.° Ivi, p. 278-96, Aloisii Jacobi Grassii , 
De prioribvs sanctisque genvensium episcopis , etc. Disceptatio. 



( XCVII ) 

documento, verso il cominciare del secolo XVII, suggeriva 
agli storici genovesi. Fin là erasi tenuto che, in serie, primo 
di essi fosse stato Valentino, seguito da Felice, Siro e Ro- 
molo; e, riguardo al tempo, o lasciavasi in dubbio, o se- 
guivasi la cronologia del beato Jacopo da Varazze nostro arci- 
civescovo. La quale cronologia non era però che un acconcia- 
mento in via d'un suo calcolo, fondato in supposizioni per 
nulla giustificate. 

L' accennato documento, apocrifo per intrinseche ed estrin- 
seche ragioni , e per comune sentenza de' critici più rispetta- 
bili , è un Concilio Romano supposto del 324 ; il quale reca 
nella lista de' Padri intervenutivi un Syrus, senz'altro aggiunto. 
Quinci partì la spinta a guastare l'antico ordinamento, ed a co- 
stituire una nuova cronologia : alterazione a cui die pur mano 
l' illustre P. Spotorno, ed a cui, sopra false relazioni avute da 
Genova, avea pure aggiunto il suo calcolo 1' eruditissimo P. Pape- 
brochio negli Atti Bollandiani. Al quale, poich' ebbe assegnato Siro 
al 324, e messogli innanzi Felice indubbio predecessore di lui, non 
parve credibile che di san Valentino, se vissuto a' medesimi ante- 
riore (il che vorrebbe dire nel forte della decima persecuzione), non 
fosse rimasta alcuna traccia monumentale o tradizionale sulle ter- 
ribili condizioni del suo episcopato; e perciò, senz'altro fonda- 
mento , Valentino fu di tempo e d' ordine ribassato. Tanto può 
un falso dato in istoria f 

Rimosso adunque l'intruso e fallace elemento, il canonico 
Grassi da que' pochi ma antichi cenni che si hanno intorno la 
vita di san Siro apertasi una via nuova, mostrò conclusiva- 
mente che questi fu nostro vescovo circa il 500; cui preces- 
sero san Felice immediato , e innanzi di lui , con o senza in- 
termezzo, Valentino. Il quale così non tocca affatto le tribolazioni 
della persecuzione , ma conserva ragionevolmente il suo luogo 
in serie, che gli assegnano gli antichi cataloghi o memorie 
ond' ebbe già a derivare il beato Giacomo precitato ; e conse- 

7* 



( XCVIII ) 

guc a Diogene , scoperto in aulentico documento , eh' era no- 
stro vescovo, primo o de' primi; e si trovò nel 381 con santo 
Ambrogio ad un Concilio in Aquileia. 

Negli atti summenzionati di Siro, noi troviamo questo santo 
coevo nella villa Matuziana (San Remo) ad un Gallione, chia- 
malo ne' medesimi Exactor Fisci e ad un corepiscopo di nome 
Ormisda. Ora il vocabolo Exactor Fisci, in luogo di Quaestor, 
entrò nell'uso dopo la compilazione della Notilia dignitatum 
utriusque Imperni, sossopra ai tempi del Codice Teodosiano; e 
così dopo il 430. Di corepiscopi nella Chiesa Occidentale non 
si fé' motto innanzi al 444 ; ed il nome di Ormisda (appella- 
zione di una divinità persiana) non potè aver luogo in Occi- 
dente , e fra' cristiani, prima che sant'Ormisda, satrapo sotto 
Vararane V re dei persiani, noi consecrasse col suo celebre mar- 
tirio circa il 450. Dati dunque gli anni che 1' Ormisda di san 
Siro sia potuto giungere all' età conveniente al corepiscopato, 
siamo ragionevolmente costretti a collocare il vescovo Siro, che 
gli fu coevo, all'anno 500 almeno, od in quel torno. Non però 
di molto più tardi, essendoché si ha buon fondamento a cre- 
dere che Siro già fosse passato di vita allorché , fuggendo 
l'invasione longobardica nel 568, si ricovrarono in Genova gli 
arcivescovi di Milano. E da un documento , a tal uopo la prima 
volta avvertito (1) , si viene in cognizione eh' egli era in quel 
tempo di già venerato come santo in Genova ; conciossiachè san 
Giovanni Bono , nostro ligure , l' ultimo de' citati arcivescovi 
eletto in Genova e dei qui residenti, restituendosi alla propria 
sede portò seco reliquie di Siro. 

Anche, per incidenza, di san Salomone vescovo ugualmente 
di Genova, discorse il canonico Grassi; e intorno al medesimo 
rettificò diversi errori. Dichiarò insussistente l' opinione del Pa- 
ganetti e di altri che ne seguirono le pedate, per cui viene 

C) V. OLTRocnu, Ecclesiae mediolanensis historia ligustica; Mediolani, 1795. 



( XCIX ) 

posto all' anno 250 , coli' appoggio di un documento onnina- 
mente apocrifo , ed anche , ove tale non fosse, al bisogno non 
conclusivo. È questo infatti una lettera attribuita a san Marcellino 
papa, e diretta a Salomoni episcopo senza più. Inoltre , san Sa- 
lomone registrato nei Martirologi i detti Geronimiani colla for- 
inola Depositio (in luogo di Natalìs) sancii Salomonis ecc. , 
mostra assai chiaro di appartenere al periodo in cui si comin- 
ciò ad iscrivere in quegli atti i non martiri; il che vuol dire 
non molto prima della metà del secolo quinto , e forse anche 
dopo. Infine la notizia ed il culto del medesimo in Genova 
non ebbe cominciamento se non dal 1588, due anni più 
tardi da che il Baronio , per incarico pontificio, l'aggiunse, 
estratto da autorevoli fonti, nel romano Martirologio. E tanto 
basti pel sunto di una Dissertazione assai stringata di stile , e 
più copiosa d'idee che di parole. Sarà non ostante pregio del- 
l'opera distenderne qui, a mo' di conclusione, in uno specchio 
gli ultimi risultamenti, così ampliati dallo stesso canonico Grassi. 
Il nostro vescovo più antico per sicura notizia fu Diogene 
succitato all' anno 381 ; a lui successe , con o senza inter- 
medio, san Valentino , che in un libro corale manoscritto della 
nostra Metropolitana é qualificato Dottore della Chiesa ; poi 
san Salomone, che non abbiamo ragione di far precedere o 
susseguire a quel Pascasio, che convenne in Milano ad una riu- 
nione di vescovi nel 45 1 ; quindi, sul finire del VI secolo, 
Felice seguito da Siro immediatamente. S' altri subito succe- 
desse a quest'ultimo come semplice vescovo di Genova non 
sappiamo; poiché dal 568, cioè da sant'Onorato, primo giun- 
tovi, fino a san Giovanni Bono, avendo gli arcivescovi di Mi- 
lano risieduto in Genova per circa settant'anni, ressero eglino, 
come pare affatto incontestabile, la propria Diocesi, per quanto 
veniva loro dato, e quella di Genova che appunto aveano suf- 
fraganea. La più probabile assegnazione del vescovado del no- 
stro san Romolo sarebbe quindi, a un dipresso, tra la fine del 



(O 

secolo VII ed il principio del susseguente, parendo che gli si 
debba assegnare come predecessore Giovanni I, che fu nel 680 
uno de' Padri del Concilio di papa sani' Agatone (1) . 

Ad un'altra scrittura de! medesimo canonico Grassi, intorno a 
materie di storia ecclesiastica, dobbiamo eziandio qui breve- 
mente accennare. È questa un Ragionamento sovra quel Mar- 
tirologio della Chiesa di,Ventimiglia, che oggidì meritamente 
si custodisce fra' codici più estimati nella Biblioteca della nostra 
Città. L' autore mostrava come il eh. P. Spotorno nella dotta 
Illustrazione di quel codice, testé edita dal socio corrispondente 



(*) Notiamo con piacere come lo stesso canonico Grassi già prima d'ora 
(V. Catalogo generale di tutti i sommi pontefici ecc. , nella Liguria ; Genova, 
1858) segnalò puie l'esistenza di tre altri antichi vescovi di Chiese Liguri, 
non prima avvertita. Sono essi Pietro di Genova , Egidulfo d' Albenga e 
Adelberto di Vado; i quali soscrivono ad un Sinodo della Provincia Milanese- 
celebrato nell' 863 da Tadone arcivescovo della lombarda Metropoli. Gli atti 
di tale Sinodo ci vennero conservati in un codice dell' Archivio Capitolare del 
Duomo di Novara , e furono pubblicati nel 1781 fra gli Opuscoli eruditi del 
P. Giuseppe Allegranza (Cremona, Manini; p. 63 ) , e nel 1865 da Federigo 
Maassen a Vienna, in un fascicoletto in-8. T ° di pag. 8. 

Inoltre il prelodato signor canonico ci comunica oia, se non come certa 
almeno come probabile, la scoperta eziandio di un nuovo vescovo del secolo 
quinto. Sarebbe costui un Eusebio, attribuito invero dall' Ughelli (Italia Sacra, 
voi. HI, col. 528) alla Chiesa Sanese. Costui assistè al Concilio Calccdonico 
celebrato sotto papa Ilario nel 465, a cui intervennero fra gli altri parecchi 
suffraganei della Provincia Milanese, come risulta dagli atti che se ne hanno 
più o meno malconci dagli amanuensi. Ivi l'Eusebio precitato, secondo fu 
appunto corretto o scoretto probabilmente nella stampa , è detto Senensi (sic); 
mentre un codice lucchese consultato dal Mansi ha invece Seniensi (sic). 
« Si sa (prosegue il Grassi) che nello scritto a mano dei tempi andati , per un 
copista non abbastanza intelligente , lo scambio della G in S non è poi impos- 
sibile. Quindi, in una cattiva mano di scritto, la voce Genuensi, quando all' I 
non ancora sovrapponeasi il punto , può rilevarsi di leggieri Jenuensi o Se- 
niensi, se altri avesse avuta la presunzione di correggere un ignoto vocabolo. 
Questa congettura , che non sembra tanto conclusiva diventa una quasi dimo- 
strazione, allorché consultando 1' opera sui Concilii del P. Cristiano Lupo , si 
vede che appunto Eusebio Genuensi trovò egli in Codice Vaticano •. 



(e. ) 

cav. Girolamo Rossi {l) , fosse caduto in errore, attribuendolo 
ad Adone piuttosto die ad Usuardo. Errore facile a rilevarsi, 
qualora si raffrontino col nostro codice e l'edizione adoniana 
del Giorgi e 1' usuardina del Sollier. Accennava come 1' essere 
anzi usuardino che adoniano crescesse importanza e pregio al 
medesimo ; e della età di questo trattando , tenea per più dati 
storici e liturgici che si dovesse attribuire agli ultimi anni del 
secolo X, cioè a quelli che corsero dopo il 994, in cui av- 
venne la morte di san Majolo, il più recente fra' santi che 
nel Martirologio trovansi nominati ; e cosi avesse a riguardarsi 
come il più antico fra tutti i conosciuti, giacché de' molti che 
giovarono al P. Sollier niuno antecede al secolo XI. 

Detto inoltre come il Codice Ventimigliese giovi a sempre 
meglio raffermarci nella certezza , che le Chiese della Liguria 
non adoperavano altro testo di Martirologio all' infuori dell' U- 
suardino ; l'autore accennava anche ad una questione istorica, 
e provava infondata 1' opinione di coloro che vorrebbero rico- 
noscere nella città di Ventimiglia il luogo del martirio di 
san Secondo, cui il codice in discorso riferisce accaduto apud 
Victimilium caslrum Italiae, e che dovrebbe piuttosto ricer- 
carsi in una località del Vercellese. 

Dobbiamo ora farci a dire d' alcune monografie di chiese e 
monasteri, cui taluno fra' soci e studiosi ebbe cura d'illustrare; 
ed anzitutto di due che si ragguardano a' templi villerecci di 
san Luca e san Vito d'Albaro, onde prese a trattare il P. 
Amedeo Vigna nella Sezione di Storia. 

Fondarono il primo nel quartiere tuttodì appellato di Panigale 
parecchi cittadini genovesi, ai quali, mentre nella estiva sta- 

(») Illustrazione di un antico Martirologio Ventimigliese del P. G. B. Spo- 
torno, coli' aggiunta di un Necrologio e di note storiche del prof. cav. Giro- 
lamo Rossi. Torino, 1864. Estratto dal voi. V della Miscellanea di storia 
italiana. Veggasi inoltre nel periodico La Civiltà Cattolica (serie VI, voi. I, 
p. 581) una Rivista di tale Illustrazione. 



O ) 

gione era gradilo l'ameno soggiorno di que' dintorni, riusciva 
di non lieve incomodo il trasferirsi alla discosta chiesa parroc- 
chiale de' santi Nazaro e Celso, per assistere alla celebrazione 
degli uffici divini. Indirizzate pertanto suppliche a papa Boni- 
fazio Vili, ed ottenuta ogni più opportuna facoltà con bolla del 
22 giugno 1296, ebbero in breve e mercè specialmente le gene- 
rose largizioni di Giovanni Spinola qm. Guidone, mandato ad 
effetto il pio disegno; talché, per atto del 17 agosto 1302, 
l' Arcivescovo di Genova, intitolata solennemente la chiesuola 
all'evangelista san Luca, e riconosciuto ne' villeggianti di 
Panigale il diritto di patronato sulla medesima , ne sottopose 
il cappellano ad un' annua ricognizione in favore dell' abbazia 
di santo Stefano entro le mura della città. 

Così amministrata da un sacerdote secolare, durò la picciola 
chiesa fino alla metà del secolo XV , quando i patroni, avuta 
l' approvazione dal papa Nicolò V , ne chiamarono al pos- 
sesso i religiosi dei servi di Maria (1451); il cui Ordine, 
meritamente era allora in bella fama nella Liguria; comecché 
nella casa dal medesimo aperta in Genova dimorassero di quei 
giorni ben dodici insigni dottori teologi, primo fra i quali 
Deodato Boccone da Portomaurizio , che fu poi vescovo d' A- 
iaccio, vicario apostolico e governatore di Todi (1) . Non 
andò molto però, che i serviti spogliatisi di quel dominio, 
a loro volta ne fecero cessione ai padri domenicani di santa 
Maria di Castello (1 457). I quali effettivamente presero stanza 
nel convento di san Luca verso il 1460, e ridotta poscia 
a più ampie proporzioni la modesta cappella, la riapersero al 
culto nel 1513. 

Intorno al monastero di san Vito riferiva l' autore come 
innanzi al secolo XV i benedettini di santo Stefano avessero 



(') Di costui serbatisi nell' Archivio di san Giorgio parecchie lettere e 
documenti. 






( cffli ) 
sul colle d' Albaro un podere , con casa e cappella dedicata 
a san Vito; e come del tutto, volgendo l'anno 1433, si ren- 
desse acquisitore frate Andrea di sant' Ambrogio priore della 
chiesa gentilizia di san Matteo. Disegno di costui era quello 
di erigere nell' accennata proprietà un monastero sotto il titolo 
di santo llarione, ed allogarvi alcuni monaci della regola di 
san Benedetto, giusta le facoltà concedutegli dal pontefice Eu- 
genio IV in vigore di una bolla del 28 novembre 1431. Nel 
che egli ebbe zelante aiutatore e compagno un Benedetto Car- 
letti, passato appunto a quest'uopo dagli agostiniani di santa 
Tecla nei benedettini. Entrambi adunque nel 1436 diedero opera 
solerte a costrurre la chiesa; e già nella primavera dell'anno ap- 
presso vedeansene recate quasi a compimento le mura, quando il 
buon priore passò di vita, e con lui poco mancò non isvanissero 
i durati proponimenti, giacché il Carletti per le pretese e le liti 
che i benedettini di san Matteo gli mossero contro (come quelli 
che delle proprietà acquistate da Andrea si teneano legittimi eredi), 
fu costretto a smettere dagli sforzi che fatti avea per continuarli. 
Quindi è che solo ventidue anni più tardi, il lavoro della bene 
avviata fabbrica potè ripigliarsi ; non senza però che il Carletti 
rinunciasse prima formalmente ad ogni diritto, e poscia i Go- 
vernatori della famiglia D' Oria, patrona di san Matteo, coi 
monaci anzidetti, immettessero nel possesso del luogo i frati pre- 
dicatori di Castello (1475). I quali ed aggrandirono il con- 
vento e ridussero la chiesa prestamente al suo termine, serbando 
però alla medesima la primitiva denominazione di san Vito (,) . 



(*j Questo monastero non meno die il precitato di san Luca erano special- 
mente considerati coma villeggiature; alle quali i monaci, non astretti a cura 
d'anime, soleano più particolarmente ritirarsi nell'occasioni, a' que' giorni 
tanto frequenti, di pestilenze. Quello di san Vito ebbe a patire gravi danni 
nel troppo noto bombardamento del 1684 ; ma l'arcivescovo Giulio Vincenzo 
Gentile , che assai compiacevasi di quel ridente soggiorno, volle poco stante che 
fosse ristaurato a sue spese. 



( civ ) 

Ma dalla Memoria di questo convento 1' autore pigliava 
inoltre occasione ad un rilievo di meno circoscritta importanza; 
comecché si rigguardi alla persona di un nostro Arcivescovo, 
e si rannodi alla storia del celeberrimo Concilio di Basilea. 
Osservava egli adunque, come in atto del \7 agosto 1433, 
mercé cui i monaci di santo Stefano consentono procura in 
capo del loro confratello Girolamo Pendola, per la vendita 
delle summenzionate proprietà al priore Andrea di sant' Am- 
brogio, si trovi ricordato fra gli altri l'abate Giacomo Imperiale, 
e notato essere il medesimo in sulle mosse per avviarsi al 
Concilio suddetto (necessario accessurus ad sacrosanctum. 
Basileense Concilimi J; e come difatti, in instrumento del 26 
stesso mese, confermativo della indicata procura, di già s'an- 
nunci avverata l! accennata partenza. Studiandosi quindi a ri- 
cercare le ragioni in forza delle quali l'abate Imperiale poteva 
essere cosi sollecitamente spinto ad assistere al Concilio, il P. 
Vigna inclinava a credere che egli vi si recasse a propugnare 
la causa del legittimo pontefice Eugenio IV, allora appunto da 
quei Padri discussa; e adduceva a conferma, Y innalzamento 
dello stesso abate, per parte del medesimo Papa, all'Arcive- 
scovado di Genova non appena questo, per la rinunzia di Giorgio 
Fieschi, si rese vacante (1439). 

Già è poi notissimo per le storie come Amedeo VIII duca 
di Savoia, il quale dapprima erasi mostrato tiepido difensore 
d'Eugenio, dopo che questi venne dal mentovato Concilio 
deposto, accettasse la tiara offertagli (1439), ed uscito dal- 
l' eremo di Ripaglia si provasse a governare, col nome di 
Felice V, la Chiesa. A tale uopo, acquistossi in principio, e 
specialmente ne' propri Stati del Piemonte, aderenti e fautori; ma 
non pochi fra questi. lo abbandonarono in seguito , per tornare 
nella devozione del legittimo papa. Eugenio IV pertanto dele- 
gava ai frati Antonio Della Chiesa e Nicolò da Osimo la facoltà 
di assolverli dalle incorse censure, con bolla del 17 novembre 



( cv ) 
1446 (1) ; la quale giunta infino a noi inedita e sconosciuta, e 
serbata presso del P. Vigna nella pergamena originale , stimo 
utile in più appropriato luogo di riferire (2) . 

Nella seduta del 4 febbraio 1865 il sacerdote Giacomo Da 
Fieno leggeva alla Sezione Storica una Memoria sul monastero 
di santa Maria di Rivalta, una delle diciannove abbazie sog- 
gette un tempo alla Diocesi di Tortona. La chiesa di questo ce- 
nobio vuoisi senza contrasto far risalire al secolo X ; è costrutta in 
mattoni corniciati e sagomati di pietra viva; la sua foggia è di 
croce latina; le decorazioni rivelano l'impronta dello stile lon- 
gobardo. Nelle pareti d'alcune cappelle, e nella volta del Pre- 
sbitero e della Sagrestia , distinguonsi tuttavia al dissotto di un 
leggiero strato d'intonaco non ispregevoli affreschi del se- 
colo XV (3) ; il pavimento di tutto il tempio era fatto a mo- 
saico d' assai bello artifizio , e per maggiore saldezza di com- 
messione interrotto da striscie e lastre di marmo &. 

Del chiostro dura intatta la sala capitolare, illuminata da fine- 
stre di gotica architettura, sorrette e spartite da colonne con basi 



(') Il *padre Antonio Della Chiesa, nativo di nobile famiglia di San Germano 
presso Vercelli, fu il primo superiore dei domenicani entrati nel 1442 al pos- 
sesso della chiesa di santa Maria di Castello in Genova. Morì a Como nel 1459; 
e la Chiesa lo ascrisse di poi nel novero de' beati. Nicolò da Osimo è il notis- 
simo autore del Supplemento alla Summa Pisanella, impresso in Genova dal 
Moravo nel 1475. 

( 5 ) V. Allegato C. 

(•) Sotto una di queste dipintine si legge la seguente iscrizione: 

MCCCCLXXXXVII. DIE V IVNII 

HOC OPUS FECERUNT FIERI 

OMNES MASSARiI ISTIUS MONASTERII. 

FRAN'CISGIIIINUS PINXIT. 

( 4 ) Di siffatto mosaico trovaronsi ancora parecchi avanzi in epoca non molto 
discosta , quando cioè il suolo della chiesa venne considerevolmente alzato , 
e vi si praticò il pavimento che tuttodì lo ricopre. 



( evi ) 
e capitelli riccamente intagliati, e adorne nei davanzali da trofei 
d'armature, scolpiti in pietra e frammisti agli emblemi del mona- 
chismo e del sacerdozio. Da questa sala ascendevasi poi al mona- 
stero, il quale consta di due parti assai distinte per l' epoca della 
loro costruzione , né é molto vasto o grandioso ; laddove la casa 
abbaziale, che s' innalza a destra della piazza sul davanti della 
chiesa, si abbellisce di portici e di terrazzi. A manca della 
chiesa stessa vedesi tuttora 1' antico cimitero del paese, 
spoglio d' ogni ornamento ; ed è appunto da questo che si 
ha l'accesso al tempio, i cui ingressi veniano decorati da 
stipiti di marmo , e chiusi da imposte bellamente lavorate a 
commesso di noce e d'ulivo. In prospetto alla abitazione del- 
l'abate sorgeva la casa rustica dell' agente o procuratore del 
monastero , con ampie stalle , cantine e fenili , e colla fore- 
steria pei pellegrini e gli ospiti secolari. La piazza era spa- 
ziosa, ma irregolare; e vi si riusciva per un grande arco o 
portone a cui metteano più strade , lungo le quali , non che 
all'intorno della piazza medesima, erano disposte le case dei 
coloni, campai e fittavoli dei monaci, i mulini, i forni e 
quel po' di botteghe che era richiesto da' bisogni assai ristretti 
della popolazione. 

L'abbazia di Rivalta ripete la propria origine da un Giovanni 
Aschieri, pio e dovizioso signore di Castelnuovo-Scrivia; che 
ne gittò le fondamenta correndo il secolo XII , e la volle ag- 
gregala a quella sì famosa di Lucedio. De' vastissimi leni- 
menti ond'essa venne dotata, e di cui s si accrebbe ogni di 
maggiormente, furono chiamati al possesso i monaci benedet- 
tini, e ne godettero pacificamente più che Ire secoli. L' ebbe 
inoltre in commenda il celebre datario pontifizio Giovanni Matteo 
Giberti, vescovo di Verona; il quale, nel 1538, col consenti- 
mento di papa Paolo III, ne fé' cessione ai monaci di san Ni- 
colò del Boschetto in Polcevera. E finalmente da questi ultimi 
ne fece acquisto il ricchissimo Adamo Centurione , per atto 



( CVII ) 

del 30 gennaio 1546 rogato dal notaro Bernardo Usodimare (1) , 
mediante il prezzo di 1200 luoghi delle Compere di san Gior- 
gio, da iscriversi a favore del monastero medesimo del Bo- 
schetto (nel quale allora i frati di Rivalla si ritirarono), e la 
corresponsione di 400 ducati d'oro a titolo d'indennità agli af- 
fittuari! ed agenti , e di una pensione vitalizia di 1000 lire 
all'abate, con altri oneri diversi. 

Dai Centurione passò quindi la proprietà di Rivalta in al- 
cune famiglie nobili di Milano, e finalmente nel cav. Castel- 
lani-Varzi d' Arache , che attualmente ancora ne ha la signoria. 

Nell'adunanza poi del 26 febbraio 1866, il dottore Raffaele 
Ravano, abbenchè estraneo al nostro Instituto , si compiacque 
dar lettura alla Sezione Archeologica di un suo scritto intito- 
lato: Memorie dei liguri in Sicilia, ricavate dalla chiesa di 
san Giorgio dei genovesi in Palermo. 

È questa un' ampia fabbrica , d' architettura assai bene in- 
tesa ed ardita, sicché primeggia tra quante furono nel secolo 
del risorgimento erette in Palermo ; e come viene di frequente 
disegnata dagli artisti , cosi è del continuo ammirata da' fora- 
stieri. Divisata a croce latina, e ripartita in tre navi di cui 
sorreggon le arcate parecchi fasci di marmoree colonne compo- 
site , ha nel mezzo una cupola ottagona girata su quattro ar- 
chi , i quali a loro volta s' imbasano sovra un doppio ordine 
d'altre colonne pure composite nel primo e corintie nel se- 
condo. La sua fronte é di pietra d' intaglio della roccia geolo- 
gica locale , cioè calcareo-terziario-conchiliare ; e l'occhio pra- 
ticatovi al di sopra dell' ingresso principale raffigura lo stemma 
genovese , con ai fianchi i tradizionali griffoni , di che però al 
di d'oggi appena è se nelle scarpellature della pietra si rico- 
noscono le Iraccie. 

Mette bene avvertire che 1' anno MD1XC , il quale s! legge 

(') Archivio Notarile di Genova, ed Archivio Comunale di Tortona. 



( CVI1I ) 

al di sopra dell' occhio medesimo, piuttosto che al comincia- 
mene della fabbrica vuole accennare al compimento della fac- 
ciala stessa; imperocché, secondo il Canizzaro w , la chiesa 
ebbe in origine il titolo di san Luca, e già nel M24 fu con- 
fraternita; « ma la nazione dei genovesi avendo una cappella 
sotto il titolo di san Giorgio nel chiostro del convento di san 
Francesco (2) , nel 1576 ottenne per se questa chiesa » (3) . La 
quale nondimeno è a dirsi che solo verso i principii del secolo XVII 
fosse recata in ogni parte al suo termine, perocché appena a' tempi 
del citato Ganizzaro , che scriveva nel 1638, si erano costrutte le 
due ultime cappelle in capo alla stessa. Il che tutto anche meglio 
si chiarisce dalle parole del Mongilore, là ove scrive che « es- 
sendo li genovesi in pensiero di fabbricarsi una chiesa in onore 
di san Giorgio loro protettore, detta Confraternita (di san Luca) 
aggregò accetta la nazione dei genovesi abitatori di Palermo , 
tanto che tutti i genovesi si inscrivessero confratelli » ; ag- 
giugnendo poi che questi ebbero facoltà « di poter riedificare 
a chiesa in onore di san Giorgio la chiesa di san Luca, col 
suo cortile e case contigue, e chiamarsi di san Giorgio, con 
con che abbiano da fabbricare nella nuova chiesa cappella di 
san Luca e far la sua festa ; che non potesse esser ricevuto 
in detta confraternita alcuno che non fosse genovese ; con altri 
patti che si leggono nell'atto di aggregazione rogato dal notaro 
Barnaba di Boscone a' 9 luglio 1576 » (4 >. Alle quali cose in- 



(*) De eccles. Panor. MS. della Biblioteca Comunale di Palermo. 
(*) Questa cappella esiste tuttora , benché lasciata nel più squallid > abban- 
dono. Sovra 1* ingresso della medesima si legge : 

CAPELA MERCATORVM 
GENVENSIVM 

( 3 ) Canizzaro , De eccles- Panor. MS. della Biblioteca Comunale di Palermo. 
(*) V. Mongitore, Chiese e case dei regolari in Palermo; MS. della citata 
Biblioteca. 



( tIX ) 

vero i genovesi tennero piena fede; comecché al lato destro del 
Presbitero costruissero appunto il pattuì Io sacrario, e vi allo- 
gassero una storia del santo evangelista, in atto di ritrarre la 
Vergine, già alcun tempo innanzi dipinta dal valoroso Filippo 
Paladini , che poscia chiuse i suoi giorni in Palermo nel 
1614 w. 

Oltre al Presbitero , fra le cui decorazioni marmoree cam- 
peggia pure lo stemma della Repubblica , la chiesa novera al 
presente quattro cappelle per ognuna delle navi minori ; ed 
alcune fra esse vanno adorne da tele di pennelli assai ripu- 
tati «. 

Cosi nel quadro onde ora si abbella il maggiore altare, Gia- 
como Palma, il giovane, ritrasse con raro magistero il mar- 
tirio del titolare j ed arricchì la composizione di ben molte 
figure espresse al naturale &K Si additano pure come eseguite 
dallo stesso artista, nella seconda cappella della nave "diritta e 
nella prima della sinistra, una Annunciata ed il Battesimo di 
Cristo ; ma l'autore non potrebbe consentire in questa opinione, 
e piuttosto che a queir egregio vorrebbe a' suoi discepoli ascritti 
i due quadri, perocché raffrontati col san Giorgio mal reggano 
al paragone di tanta eccellenza. Nella seconda cappella della 
manca nave é poi di mano del nostro Bernando Castello effi- 



(') Al posto occupalo da questa cappella sorse di poi, e tuttora esiste , una 
picciola orchestra, nel cui parapetto fu dipinta l'arme di Genova. La tela del 
Paladini va fra le migliori da lui colorite in Palermo ; ed oggi pende nell' in- 
terno del tempio, al di sopra della porta maggiore. 

(*) Cinque fra le cappelle in discorso, giusta quanto rilevasi dalle epigra lì 
che si leggono sugli architravi delle medesime, vennero innalzate da Leonardo 
Dei-Bene (1581), Andrea Malocello (1581), Tommaso Lomcllino (1384), Vin- 
cenzo Giustiniani (1612) ed Agostino Segni (1621). 

( 5 ) In origine questa tela era stata allogata nella cappella dedicata al santo 
cavaliere, posta a ricontro di quella teste citata di san Luca, e tutta incrostata 
di scelti marmi ; ma venne pur essa distrutta , lasciando campo ad altra 
piccola orchestra. 



( ex) 
giato il martirio di santo Stefano; e nell'ultima Luca Giordano 
da Napoli figurò la Vergine del Rosario , pregevole assai per 
la bella invenzione ed il brioso impasto delle tinte (1) . 

Il dott. Ravano chiudeva poscia il proprio lavoro, riferendo 
con diligenza trascritte e corredate dei rispettivi slemmi , le 
numerose epigrafi sepolcrali, che veggonsi in questa chiesa scol- 
pite sovra alcuni tumuli e nelle lapidi del pavimento. Di 
che stimo utile offerire in calce una cronologica notizia al 
lettore ™. 



(') Gli enunciati quadri vennero tutti restaurati nel 1837, per mano dell'e- 
gregio artista sig. Pezzillo , ad istanza del distinto archeologo sig. cav. Ago- 
stino Gallo, oriundo genovese, a cui il dott. Ravano rende un ben meritato 
tributo di lode, e per cura della Deputazione amministratrice della chiesa 
stessa , presieduta allora dal nostro concittadino sig. Giuseppe Raffi. 
(-) Elenco degli individui alla cui memoria sono apposte le epigrafi. 
1570. Giustiniani G. B. 

» Mabrilia Caterina. 
1579. Bozzolo Stefano. 
1581. Del Bene Leonardo. 

1583. Lavagna Bartolomeo 

1584. Maggiolo Carlo. 

1585. Baliani Isabella. 

• Ponzone Ottavio. 

1586. Lomellino Giambattista. 

1587. Bozzolo Giovanni. 

1588. Sepoltura comune pei genovesi. 

. Scribanis Gian Francesco ed Orazio. 

1589. Negro Pasquale. 

» Cocchiglia Matteo. 

1591. Rivarola Agostino. 
» D'Oria Camilla. 

» Ponerano Gio. Batta. 

1592. De Franchi Giacomo. 

1593. N. N. marito di Teodora Navone. 

1594. Spinola Luigi. 

» Cavanna Nicolò. 
1596. Riario Paolo. 
4599. Marcello Leonardo. 



( P« ) 
g. V. Già venne altrove accennato (V. Atti, Voi. I, pag. 
632.) come la Società, fino da' suoi primordi, si proponesse 

15. . N. N. mercante savonese. 

1600. Spinola Battista. 
Colomba Nicolò. 

» Oliva Giannantonio. 

1601. Semeria Antonio. 

1602. Zerbi Ginetta. 

• Groppo Francesca e Caterina. 

1603. Sori Lazzaro. 

» Grasso Tommaso. 

1604. Montesisto Camilla. 

1605. Sori Bartolomeo. 

1607. Due fanciulli della famiglia Pernice. 

1608. Massa Gian Domenico. 
» Giuffrina Angelo. 

1610. Bossini Francesco. 

1611. D'Oria- Frcgoso Gian Vincenzo. 

1612. Cavanna Giannantonio. 

1614. Scorza Giovanni, dei Conti di Lavagna. 

1617. Marengo Giovanni Andrea. 

1618. Vignolo Vincenzo. 

1619. Pernice Marcantonio. 
1623. Merello Marco. 
1634. Federici Nicolò. 

1638. Anguissola-Lomellini Sofonisba , pittrice notissima. 
» Giudice Gregorio 

1647. Valazone Francesco. 

1648. Durazzo Gregorio. 
1652. Molinelli Paolo. 
1673. Viale Maria. 

1749. Anfossi Nicolò Maria. 

1750. Spinotto Giovanni Maria, Console generale dei genovesi in Sicilia. 
1765. Spinotto Antonio Maria. 

.... Castiglione Beatrice. 
.... Pallavicino Camilla 
.... Cocchiglia Girolamo. 

Più sette lapidi sulle quali , per la logorata scrittura , più non si leggono ne le 
date , né i nomi dei personaggi sepolti. Totale delle iscrizioni mortuarie : N.° 65. 

Per solo debito d'esattezza, mi occorre di riparare ad una ommissione ve- 



( CXII ) 

mandare in luco alcuni documenti di convenzioni commerciali e 
politiche, stipulate fra Genova e l'Impero d'Oriente. Non riu- 

rificatasi nella compilazione del precedente Rendiconto; e far cenno di una 
Memoria su alcuni monasteri esistenti nelle vicinanze di Sestri-Ponente, 
di che io stesso feci lettura alla Sezione d'Archeologia il 13 giugno 1863. Tali 
monasteri sono i seguenti : 

1.° Santa Maria e san Lorenzo di Priano , edificato nel 1183 dai canonici 
regolari della Congregazione di Mortara , restaurato ed ampliato dopo il 1706; 
nella qual epoca Giacomo Squarciafico , capitano per la Repubblica in Sestri , 
vi fece allogare la statua marmorea che tuttora vi si venera col titolo di 
Virgo Potens, prevalso oggimai sull'antico appellativo del monastero. 

Oggetti d'arte: un crocifisso in tela, a fondo dorato, ed applicato su 
tavola, con ai lati, in mezza figura, le tre Marie, lavoro non ispregevole 
del secolo xiv (nella retrosagrestia); un lunetto in legno, del secolo xv, 
avanzo di qualche quadro a scomparti, rappresentante la R. Vergine col 
putto, e due angioli che suonano il mandorlino e il violino (nella sagrestia); 
un bell'affresco dell'epoca stessa, esprimente la Madonna seduta, col bambino 
sulle ginocchia , ed ai lati due angioli e più figure di devoti , ormai quasi 
perdute (nel chiostro) ; una tavola della Crocifissione , attribuita al Wandyk 
(nella chiesa). 

2." Santa Maria della Consolazione , monastero costrutto dagli eremitani di 
san Girolamo, sovra la Costa di Sestri, nel 1351. La facciata della chiesa , come 
al presente si vede, è tutta dipinta con figure ed ornati dei principii del se- 
colo xvi ; e sovra l'ingresso è ritratta l'Annunciazione della Reata Vergine. 

Nell'interno dell'edificio, partito in tre navi da colonne ottagone , il pavi- 
mento era tutto formato di maioliche da' vivaci colori , di che si vedono an- 
cora parecchi avanzi. I vetri delle finestre sono dipinti con fregi e medaglie. 
Nel centro della volta stanno scolpite a basso rilievo e colorite le figure di Cristo, 
della Madonna col putto, e de' quattro dottori della Chiesa latina. Il grande 
arco del Presbitero è decorato da un affresco rappresentante la Vergine cir- 
condata dagli angioli, e venerata da una moltitudine di santi; più sotto il 
mare, e varie galere sovr'esso. Da quest'arco medesimo pende poi un Cro- 
cifisso in legno, che si appalesa di antichissima data. Finalmente nella pa- 
rete sinistra del Presbitero stesso è incastrato un tempietto marmoreo , de- 
corato da tre bassi rilievi rappresentanti la Risurrezione di Cristo , ed i santi Gio. 
Ratta e Girolamo, colla seguente iscrizione: venerabile presbiter illarius de 

ADDANO FECIT FIERI AD HONOREM DOMINI NOSTRI JESU XPI DIE XV MAI MDXII1I. 

All'altare della Annunciazione vedesi ritratto questo mistero con pregevoli 
sculture in legno del secolo xvh ; gli altri hanno tele di buoni pennelli , e in 
una che raffigura 1' Immacolata, e fu eseguita a Puebla nel Messico, si legge: 



( CXIII ) 

scirà pertanto fuori di proposito il toccare delle ragioni del ri- 
tardo frapposto a quella pubblicazione, la quale oggidì parrebbe 
tanto più acconcia ed opportuna, in quanto la collezione de' 
nostri diplomi manchi, si può dire essa sola, a far completa la 
serie delle importanti relazioni corse nel medio evo fra la 
Grecia e l'Italia. 

Ma egli è appunto per meglio rispondere, nella misura 
almeno delle sue forze, all'indirizzo verso cui alcuni in- 
gegni elettissimi hanno rivolti con indicibile vantaggio sif- 
fatti studi , che l' Instituto , pur soprassedendo alquanto dalla 
divisata pubblicazione , ha disegnato mandar fuora colla me- 
desima una illustrazione di quanto spetti alle colonie ed alle 
molteplici signorie genovesi in Levante. E però nei successivi 
volumi degli Atti usciranno a stampa due monografie intorno 
i Giustiniani e gli Zaccaria, dettate in idioma tedesco dal eh. 



CAUSA DEVOTIONIS D. CAYETANI MARIE PAREDES NATIuMS GENOVENSIS FACTA FUIT HEC 
IMAGO SCULPTORE (SIC) SUO CELEBERRIMO RODRIGUEZ IN INDIARUM URBE ANGELOPOUTANA 
ANNO DOMINI 1728. 

3." Il convento dei carmelitani di Montoliveto in Moltedo , oggidì canonica 
e chiesa parrocchiale del luogo; edificato nel 1Ì5IG dal Padre Ugone Marengo 
da Novi- Ligure, e stanza di parecchi dotti e benemeriti personaggi, come 
lo Schiaffino, autore degli Annali ecclesiastici della Liguria, e di più altri 
importanti lavori di patrio argomento ; fra i quali debbo qui più specialmente 
ricordare parecchie notizie storiche , ed una serie de' vescovi , arcivescovi 
e dogi di Genova , de' capitani , luogotenenti e notari di Sestri , scritte in 
parte di mano del medesimo in uno de' libri parrocchiali. 

Nella chiesa si custodiscono diverse opere di molto pregio ; e prima è una 
tavola colla Deposizione di croce, eseguita dal Sacchi, che in un finto car- 
tellino appose il proprio nome: petri francisci sacri de papia opus. 1527. Un' al- 
tra tavola , dell' altezza di circa tre palmi , esistente nella Sagrestia , e rap- 
presentante in varii scomparti la stessa storia e più quella delia sepoltura , 
vorrebbe pure attribuirsi al medesimo artista. 

All'altare d'Ognissanti è una tela ricchissima di figure, sul (are di quella 
che Ludovico Brea dipinse per l' omonima cappella a santa Maria di Castello 
in Genova. Altri pregevoli quadri del secolo xvi sono quelli della Crocifis- 
sione e de' santi Nazaro e Celso. 

8* 



( CXIV ) 

dottore Carlo Hopf, e l'atte italiane dal socio prof. Alessandro 
Wolf {l> . Nel tempo stesso il P. Amedeo Vigna aduna un codice 
diplomatico degli stabilimenti ligustici della Tauride , ristretto 
per ora all'ultimo, sebbene importantissimo, periodo della loro 
esistenza , ma a cui non è improbabile che siano per aggre- 
garsi in avvenire le membra più antiche e sparse di un mede- 
simo corpo. I documenti per tal guisa fino al presente posti 
ad ordine già superano 1' egregia cifra di quattrocento ; e alla 
serie degli atti di ciascun anno il raccoglitore manda innanzi, 
con opportuno consiglio, l' esposizione storica degli avvenimenti 
compiutisi in quello spazio. D' altra parte il socio Belgrano 
dispone in una speciale Collezione gli atti tutti di un progetto 
di lega ideato dalla Repubblica Genovese, pel riacquisto delle 
colonie cristiane in Levante, e la cacciata de' turchi dal suolo 
d'Europa, già per forza di numerose ambascerie e di messaggi 
segreti bene inoltrato nelle trattative fra gli anni H8I e Ì48S2, 
convenendovi con Genova la Signoria di Venezia, il Pontefice, 
i re di Sicilia, d'Ungheria e di Polonia, l'Imperatore dei 
tartari ed altri principi. Il quale disegno, comecché poscia 
mancato di esecuzione, passò fino ad oggi appena adombrato 
dagli storici e quasi inavvertito ai raccoglitori di diplomatica (2) ; 



(') La Memoria sui Giusliniani fu già stampata neìV Enciclopedia di Hertt 
e Griiber ( Lipsia ) ; ma ricomparirà corredata dall' autore di importami note 
ed aggiunte. Quella poi sugli Zaccaria, venne dettata appositamente per questi 
Atti; e la Società che si onora di annoverare il chiaro nome del dott. Hopf 
tra quelli de' suoi corrispondenti , rende allo stesso per si gentile pensiero le 
grazie più vive e sentite. 

(') Il De Sacy (Notices et extraits des mss. de la Bibl. du Iìoi, voi. XI, p. 90) 
ha pubblicata una deliberazione in data del 22 giugno 1481 , con cui i Protettori 
ed i partecipi della Compere di san Giorgio avvisano ai modi di ricuperare le 
colonie, e provvedere al necessario armamento di una fiotta. Di che porge 
contezza il eh. Canale , con altri particolari , nella sua riputata Storia della 
Crimea (voi. II, p. 154 e seg.). Il Dumont \Corps Diplomatique du droit des 
gens, voi. Ili, par. II, p. 76) riproduce ugualmente sotto l'anno 1481 , dal 



( cxv ) 

ed è pur nondimeno meritevole di singolare attenzione, e degno 
quant' altro mai di essere posto in bella luce, tante sono le 
particolarità che racchiude ne' suoi documenti sulle vedute e 
lo spirito ond' erano allora animati i Governi d'Europa, e le 
rivelazioni intorno i più reconditi loro proponimenti, per riguardo 
alla questione orientale onde si erano di fresco gittati i germi, 
e della quale la Provvidenza sembra farci in oggi sperare pros- 
simo il tanto invocato scioglimento. 

Prima però di entrare a discorrere delle vicende di Caffa, 
delle quali il socio P. Vigna, a norma del suo divisamento , 
ci offerse nel passato anno accademico un primo saggio, mi 
corre debito d' accennare a un Discorso pronunciato dal me- 
desimo intorno alcune iscrizioni di Galata , nella tornata della 
Sezione di Storia il i.° giugno 1865, e poco stante uscito in 
luce. A tale ragionamento die' motivo in ispecie un opuscolo 
del signor De Launay, archivista dell'Ufficio tecnico- della 
Municipalità di Pera, Galata e Pancaldi, pubblicatosi l'anno 
avanti in Costantipoli , col titolo di Notices sur les forti fica- 
tions de Galata; e nel quale, con gravissime inesattazze e 
scorrezioni, trovansi riferite diverse epigrafi genovesi de' secoli 
XIV e XV, incastrate già nelle fortificazioni, oggidì smantellate, 
di quel sobborgo. 11 P. Vigna adunque, che più volte dimorò 
in Levante, e per la miglior parte vide e copiò le sopra men- 
tovate iscrizioni, volle restituire siffatti monumenti alla genuina 
loro lezione, notarne eziandio alcuni altri ommessi nel libretto 
di quel bene intenzionato, ma poco felice investigatore delle 
cose nostre, e tutte brevemente illustrarle con appropriate 
notizie. 

Frattanto il De Launay, divisando una impresa vastissima, 
offeriva al nostro Municipio 1' opera sua per la compilazione di 

Lcibnitz e dagli Annali del Rainaldo, 1' atto di riparto del concorso che i prin- 
cipi cristiani avrebbero dovuto prestare alla guerra contro de' turchi, giusta 
le disposizioni emanate da papa Sisto IV. 



( cxvi ) 

una Storia Generale delle colonie genovesi in Oriente. Di che 
presentava un apposito Progetto, e chiedeva poscia il con- 
corso del Municipio stesso per agevolargliene V attuazione. 
L'egregio Signor Sindaco avendo quindi, con gentile pensiero, 
voluto conoscere intorno a siffatta materia 1' avviso dell' Insti- 
tuto (1) ; il medesimo delegava l'onorevole incarico ad una 
Commissione di cui fecero parte il Presidente, il Segretario, 
ed i socii Alizeri, Desimoni Cornelio, Grassi, Negrotto-Cambiaso 
Lazzaro, Ricci, Sanguineti Angelo, Scaniglia e Vigna. 

Di quest' ultimo poi torna acconcio il riferire eziandio di 
presente il sunto di una Memoria, letta alla Sezione Storica 
1' Il agosto 1865, intorno le relazioni politiche fra il Comune 
di Genova ed alcuni potentati d' Oriente nella prima metà del 
secolo XV, desunte da due codici di provvedimenti dell'Ufficio 
di Romania serbati nell' Archivio di san Giorgio. 

Fra' documenti che si leggono in questi volumi, e sui quali 
l'autore ha di preferenza chiamata l'attenzione dei colleghi, é 
anzitutto una lettera diretta dall'Ufficio suddetto al Console ed 
ai Massari di Caffa, cui si partecipa l'elezione di Battista 
Airolo al consolato di Simisso, per due anni e con promessa 
di proroga (il che é affatto contro 1' usato) , e si felicita assai 
il medesimo, per esser egli riuscito ad ottenere dal poten- 
tissimo sultano Amurat II la facoltà di riedificare il luogo 
(oppidum) preaccennato. Inoltre si encomia lo zelo di Andrea 
Usodimare console di Sinope, che del suo proprio peculio avea 
ricostrutta la casa consolare , e si comanda che lo stesso venga 
a carico del pubblico erario rifatto di un donativo (exenium) 
mercè cui si era acquistate le buone grazie del Signore di 
quella terra (2) . 

Volendo poscia il Governo di Genova salvare i suoi possessi 
dalle irruenti orde de' turchi, ed ammansare quel fiero condot- 

0) Lettera dell'Illustrissimo Signor Sindaco, in data del 22 luglio 1865. 
( a j Lettera del 1° febbraio 1424. 



( CXVII ) 

tiere, con lettera spedita al Podestà ed ai quattro Provvisori di 
Pera, faceva loro conoscere l'incarico affidato ad Jacopo Adorno, 
castellano e podestà di Focea, il quale aveva ordine di trasferirsi 
presso Amurad , con istruzione di persuaderlo a dar pace allo 
Imperatore dei Romani , Giovanni Paleologo ; e s' invitavano 
i suddetti magistrali a coadiuvarlo nella spinosa missione, 
ponendogli al fianco uomini destri ed assennati (,) . 

Ma, a giudicarne da quanto tenne dietro a siffatta ambasceria, 
così prosegue il P. Vigna, sembra che i genovesi di Pera, od 
almeno i loro legati, sieno entrati allora col Sultano in rela- 
zioni anche troppo amichevoli; talmente che questi simulando 
cordialità e benevolenza, nello accomiatarli li regalò di una 
abbondevole copia di materiali e di 300 perperi da impiegarsi 
nell'opera e nelle spese della costruzione di una torre, con 
questo però che i reggitori della Colonia avessero a dipingere 
su quella fortezza medesima le insegne ottomane. Del che per 
altro non si tosto si ebbe lingua in Genova, che il Governo 
fa sollecito a redarguire con severe parole la viltà d' animo 
di quei subordinati ; e respingendo con generosi sensi l' offerta 
del Turco, affermava ben minor danno apparire la morte anzi- 
ché 1' acconciarsi a ricevere 1' obolo da un eterno nemico del 
nome e dei possessi cristiani (2) . 

Ma se da una parte cotesla legazione ci mostra i genovesi 
teneri assai e premurosi delle cose del Paleologo , non vuole 
perciò inferirsene che egli in simile guisa adoperasse verso de' 
nostri; conciossiachè anzi ei fosse de' loro interessi oltre ogni 
credere trascurante, e lasciasse che i suoi officiali ne incep- 
passero a loro talento i commerci, con infinite estorsioni ed 
angherie. Di che ci é testimone la lettera oude , addi 16 no- 
vembre 1423, il Duca di Milano, allora Signore di Genova, 



(') Lettera del 28 febbraio 1424. 
(') Lettera del 20 aprile 1424. 



( cxvm ) 

moveva per tutto ciò al l'aleologo stesso le più acerbe lagnanze; 
e l'altra mercè cui l'anno dopo si'ripeteano ancora le rimo- 
stranze medesime , col mezzo del cardinale Jacopo Isolani del 
titolo di S. Eustachio, Governatore in Genova pel Visconti. 
II quale indirizzava eziandio lettere ad Alessio IV, imperatore 
di Trebisonda, sotto il cui regime i veneti aveano ereditata la 
preponderanza grandissima esercitata prima da' genovesi; invi- 
tandolo a ricostrurre un castello che questi ultimi aveano in 
quella città posseduto , e che era stato poc' anzi , in una lotta 
fra' liguri e trapezuntini , per parte di costoro mandato in ro- 
vina (i K Su che gitta viva luce un documento indicato dal eh. 
prof. Teodoro Wùslenfeld di Gottinga al cav. Desimoni, e da 
questi rinvenuto negli Archivi di Venezia (2) . E desso in fatti una 
convenzione stipulata nel luglio del i 3 1 9 da Alessio predetto 
colia Repubblica di San Marco, e ad evidenza imitata da altra 
anteriormente avvenuta col Comune di Genova ; e reca appunto 
che i veneti debbano pagare in quello Stato rectum commer- 
cium, come i genovesi, e non più; che per ogni soma di 
mercanzie corrispondano un diritto di venti aspri; e possano 
importare ed esportare , e vendere nel Regno i loro broccati , 
le sete , 1' oro , 1' argento , le perle , e somiglianti preziosità ; 
usino dei pesi e delle misure loro particolari ; abbiano in Tre- 
bisonda un terreno per edificarvi una chiesa ( con facoltà di 
costituire nella medesima quel numero di preti e frali che meglio 
ravviseranno), e per costrurvi una loggia e la casa di residenza 
del Baiulo ; il quale eserciterebbe quella giurisdizione stessa 
onde usavano simili magistrati in tutte le altre provincie di Roma- 
nia, e avrebbe l' usata compagnia di nobili , banditori e domicelli. 
Se non che (prosegue il P. Vigna) le accennate lamenta- 
zioni non avendo recato allora alcun frutto , ben molto 



(') Lettera del 28 gennaio I i2o. 
(') Factor um , voi. IV. 



( (XIX ) 

appresso le ripeteva il Doge Giano Fregoso , rimproverando 
a Caloianni , successo ad Alessio (1) , che nel suo Impero , e 
nella stessa capitale sotto a' suoi occhi, si offendessero im- 
punemente i genovesi nella persona e negli averi. La Corte 
di Trebisonda essersi per avventura lasciata andare a così 
ingiusti procedimenti , facendo troppo a fidanza sulle scosse 
che , per le guerre dianzi sostenute , avea dovute risentire il 
Comune di Genova; badasse non pertanto ch'egli si tenea 
forte ancora per rispingere con vantaggio gli insulti , e ove 
d'uopo severamente punire la mala fede proverbiale de' greci (2Ì . 
Ma Caloianni studiava sgravarsi delle appostegli accuse, e 
d' ogni male a sua volta far cadere la colpa sui genovesi stessi, 
allegando un qualche caso di resistenza individuale opposta 
da taluni all' osservanza delle leggi vigenti nell' Impero. Onde 
il Fregoso lo invitava di poi a mandare in Caffa , e suc- 
cessivamente in Genova, un legato a sporre le esorbitanze 
che da' sudditi della Repubblica si dicevano commesse ; ivi 
sarebbonsi con pacato animo ventilate le ragioni delle parti , 
e composte in ultimo le vertenze colla stipulazione di un 
trattato d' amicizia e di pace (3) . L' ambasciatore spedito a 
Genova da Caloianni fu Giorgio Armiruzio ; ma in breve ne 
riparti senza aver punto concluso lo sperato convegno. Di che 
il Doge amaramente dolendosi in una lettera a Giovanni Giu- 
stiniano console di Caffa, accusa delle fallite trattative la slealtà 
dell'inviato medesimo, che a bello studio si mostrò di sover- 

(') Caloianni , ribellatosi al padre Alessio IV, che se lo avea associato nell'Im- 
pero, era stato dal medesimo cacciato, e sostituito dal fratello Alessandro, il 
quale sposò una Gattilusio (Maria, secondo il prof. Hopf ) figlia di Dorino 
signore di Metellino. Caloianni a sua volta, riparato in Caffa, cambiò due 
navi mercantili in vascelli da guerra, li empì d'avventurieri genovesi, e con 
essi sbarcato a Trebisonda riebbe il trono verso il 1445 (V. Pfaffemjoffen , 
Essai sur les aspres comnenats ; Paris, Firmin Didot freres, <I847j. 

C) Lettera del 2 maggio 1447. 

<*) Lettere del H febbraio e 29 marzo 1448. 



( cxx ) 

chio esigente, e volle imporre a genovesi condizioni si grave- 
mente lesive dei loro interessi, da evitare ogni possibile com- 
ponimento. E però scrivendo a Domenico di Quarto, console 
in Trebisonda , destramente gì' insinua di spiare quali mai fos- 
sero le mire segrete di quello Imperatore (,) . 

Ma qui, e forse nel periodo per noi più importante, si in- 
terrompono le notizie; giacché il meno antico de' codici men- 
tovati non procede ulteriormente ne' suoi atti; e la corrispon- 
denza dell' Ufficio di Romania non ha seguito in altri volumi 
speciali. 

Facendoci ora a dire delle cose di Caffa, superiormente accen- 
nate, noteremo come nella Introduzione alla storia del 1453 (no- 
vembre-dicembre), la sola parte dell' ampio lavoro di che venne 
fino al presente data lettura, il P. Vigna, dopo avere esposti a 
questo riguardo i proprii intendimenti, tratteggiava la costitu- 
zione gerarchica delle varie magistrature , che presiedevano 
all'amministrazione delle colonie, od aveano parte nell'indirizzo 
di qualche ramo della medesima. Sovrastava a tutte il Con- 
sole di Caffa; ed alla sua giurisdizione avea soggetti quelli di 
Soldaia, Cembalo, Samastri, Tana, Trebisonda, ecc; un Vicario 
Consolare specialmente deputato sovra le cose della giustizia; 
quindi i Massari, i Provvisori, gli Ufficiali della moneta, e i 
quattro scrivani, che doveano essere genovesi, e sotto la dipen- 
denza del Console, ovvero anche coli' intervento del medesimo, 
provvedevano al generale disbrigo degli affari interni ed esterni 
della Colonia. Aveanvi inoltre parecchie minori cariche, come 
quelle di Sovrintendenti all'annona (iaghataria grani), al peso e 
alla vendita delle erbe, del carbone, della seta, alla ripartizione 
delle acque nei varii quartieri e nelle pubbliche cisterne; e final- 
mente un magistrato che oggi direbbesi municipale, e nominavasi 
allora l' Ufficio de' borghesi di Caffa; ed era composto di quattro 

'i Lettera del luglio 1448. 



( CXXI ) 

cittadini scelti dal Console fra gli indigeni o residenti genovesi. 
La parte militare contava poi ben molti capitani detti della 
città, de' borghi, degli avamborghi, delle torri di san Costantino 
e di santa Maria, non che delle varie porte per le quali dalla 
banda di terra o dal mare aveasi accesso alla Colonia; e a tutti 
sovrastava il comandante degli orgusii , o soldati direttamente 
condotti agli stipendi del Governo. 

Dell'ampiezza del territorio occupato dalla Colonia, o sog- 
getto alla stessa, non consta esattamente all'autore. Ma la 
popolazione di Caffa fu al certo grandemente numerosa, peroc- 
ché venne dichiarata maggiore di quella di Costantinopoli, dopo 
che questa cadde in potere de' turchi. Ivi d' altronde soggior- 
navano in copia ebrei, greci, armeni, tartari, tauri, giorgiani, 
ecc. ; rimpetto ai quali i genovesi , secondo rilevasi da docu- 
menti, erano in considerevole minoranza (,) . 

Le notizie che si hanno della Colonia pel 1453, dopo il suo 
passaggio dalla signoria della Repubblica a quella della Compere 
(15 novembre), sono specialmente contenute in uno de' codici 
Dìcersorum negotiorum O/jfìcii sancti Georgii; e fra le altre vi 
si incontrano tre atti (19, 20 e 21 novembre) in forza di cui 
viene da' Protettori deliberato l' assoldamento di una eletta 
di militi, e la raccolta di copiose munizioni guerresche, per farne 
a Caffa sollecita spedizione ; statuilo poscia d' inviare nel luogo 
stesso, con titolo di commissari straordinarii , alcuni cittadini 
sperimentati e probi, i quali visitati i luoghi, e bene avvisati i 

(') Nel volume V delle Memorie della Società di Storia e Antichità di 
Odessa, vedonsi pubblicati gli Statuti di Caffa del 144->, desunti dall'Archivio 
di san Giorgio, e tradotti ed annotati dal sig. Jurgewicz. Di quest'ultimo si 
legge pure nello stesso volume un importante articolo sulle iscrizioni genovesi 
in Crimea. 

Con molto profitto potrebbero eziandio consultarsi, nelle Memoires de l'Aca- 
demie Imperiale de Saint Pétersbourg (Serie VII, voi. X, fascic. 9, anno 18C6), 
le Notices historiques et topographiques conccrnaitts les colonies italiennes en 
Gazarie, del prof. Filippo Brunii. 



( cxmi ; 

i pericoli clic per la vicinanza ed i trionfi de' torchi si coricano 
dalla terra, vigorosamente provvedessero alle difese della me- 
desima^ A tale ufficio infatti erano tosto deputati Simone 
Grillo e Marco Cassina; ma sembra che l'onorevole quanto 
spinoso incarico non lievemente angustiasse gli animi di costoro, 
ed in ispecie temessero che la missione loro conforta sotto 
l'aspetto di temporanea avesse a mutarsi in perpetuo; giacche 
non si indussero a lasciar Genova, senza avere prima ripor- 
tata da' Protettori stessi una dichiarazione (23 novembre) con 
cui senz'altro erano licenziati a ripatriare, appena avessero 
satisfatto agli ordini ricevuti. 

Né i pericoli a cui si accennava mancavano per vero di 
fondamento^ Imperocché Maometto II, non si tosto si vide fermo 
sul trono di Costantinopoli, che raccolta una flotta numerosissima , 
con essa irruppe su ambo i lati del Pontico ; e preceduto dal 
terrore, accompagnato dalla vittoria, battè i greci di Trebisonda, 
poscia i tartari del Kaptchiac, e finalmente si volse contro i 
possedimenti genovesi della Crimea. Precipuo suo intento era poi 
quello di ferire subitamente nel cuore siffatti stabilimenti, e 
perciò correre senza più sovra la capitale ; ma conoscendo a 
prova il valore de' nostri, dubitò di sé stesso, e chiesto d'aiuto 
l' Imperatore de' tartari, gli promise che avrebbe consentilo a 
ripartire con lui la signoria de' genovesi. Il che facilmente 
ottenuto, fu con una poderosa squadra di ben cinquantatré 
triremi dinanzi alla città; ma trovatala fortemente munita, 
e gli abitanti risoluti a respingere vigorosamente gli assalti , 
sciolto d'un tratto l'assedio, piombò furente sulla vicina Seba- 
stopoli, e sforzatone il porto, mandò in fiamme i legni genovesi 
che vi ancoravano, e seco trasse prigioni quanti non eransi potuti 
sottrarre con la fuga. Quivi poi rinforzatosi col navile de' tar- 
tari, il cui arrivo erasi più del bisogno procrastinato, si ridusse 
di bel nuovo minaccioso e formidabile nelle acque di Caffa. 1 
cittadini , conoscendosi allora incapaci a resistere con successo, 



( CXXIII ) 

spedirongli alcuni messaggi per domandare Maometto della pace; 
e, per averla, sebbene con grave dolore, acconciaronsi a pagar- 
gli un annuo tributo di seicento sommi (lì . Così, almeno per 
qualche tempo, fu sciolta la lega e rimosso il pericolo. 



(') Ripeto dalla cortesia del socio cav. Desimoni la seguente Nota sui valori 
del sommo dalla fine del secolo XIV alla metà del XV. 

« Nei conti della Masseria di Caffd (Archivio di san Giorgio) il sommo si 
ragiona a saggi 45 di carati 24 a saggio : e dal Pcgolotti si sa che a Gaffa 
saggi 72 formavano in peso una libbra di Genova. Donde un saggio verrebbe 
in peso metrico grammi 4. 399 ; e un sommo a gr. 197. 966, ossia once 
di Genova 7 7,. 

» Nel 1381 un sommo in verghe d'argento di buonissimo titolo (forse come 
alla Tana di once 11, 17 — mill. 976) si ragguagliava ad aspri di Caffa 138; 
e un aspro per più documenti , equivaleva a un soldo di Genova , come un 
sommo a lire di Genova 6, 18. Nel 1390 un soldo di Genova era rappresentato 
da un mezzo grosso d'aigento del peso legale dì gr. 1. 494, e del titolo di 
once 11 V 4 (mill. 958), e così del fino di gr. 1. 430. Dil'atti aspri 138 a gr. 
1. 430 rendono per un sommo gr. 197. 340 quas' esattamente come sopra. Vi 
è bensì la piccola differenza della lega , e la spesa di monetazione , come 
anche si trova in altri anni il prezzo del sommo a lire di Geno\a 7. 7; ma si 
capisce che i cambi e particolari circostanze possono produrre variazioni ancor 
più rilevanti, e che al nostro scopo basta una tal quale approssimazione. 

» Un' altra difficoltà sembra venire dal ragguaglio che fa il Pcgolotti del sommo 
di Caffa in once 8 7* invece .delle 7 1 / 2 che si sono sopra ottenute; ma vero- 
similmente è incorso nella copia o nella stampa di quel prezioso libro un er- 
rore di cifra, come ve ne hanno altri parecchi esempi. Perchè l'analisi da noi 
fatta del sommo di Caffa in 45 saggi e ad oncie 7 y t è tratta dai nostri docu- 
menti e concorda con quella che egli fa del sommo alla Tana, sebbene vi sia 
di nuovo differenza nel numero degli aspri. 

» Passando ora al ragguaglio coli' oro, siccome aspri 27 valevano un fiorino, 
o genovino, o ducato di Venezia, così un sommo si ragionaxa ducati 5 1 j g : e 
ponendo il ducato o fiorino a lire italiane d'oggi 12. 16 (V. Atti, Voi. 111. 
p. LXXX), il sommo tornerebbe a L. it. 62, 15. 

» Ma alla metà del secolo XV, a cui si riferisce la presente Nota, i valori 
monetarii erano di molto cambiati a Caffa, come più o meno per tutto altrove. 
Un sommo valeva aspri 202. Di che, supposto immutato il peso del medesimo, 
un aspro deve essere stato ridotto a gr. 1 , o poco meno ; ma in tal caso il 
titolo dell'argento è senza dubbio molto peggiorato, perchè in realtà un aspro 
non doveva contenere di fino che gr. 0. 50 al più. Ed invero , nel 1 155 un 



( cxxiv ; 

Or qui fra le cose orientali , torna utile eziandio I' offrire 
contezza di un lavoro del socio Da Fieno; il quale, in più 

sommo ili 202 aspri vale lire 6 (soldi 120) di Genova; e un soldo allora non 
tiene di fino che gr. 0. 759; ossia un aspro equivale a denari di Genova 7 '/»• 

• D'altra parte in Calla, lo stesso anno 1455 si ragguaglia un ducato ad aspri 77, 
ossia a soldi 45 '/io di Genova; mentre in quest'ultima città valeva soldi 44 
legalmente, ed in commercio correva a soldi 47 e più. Così dalle due parti 
si giunge al medesimo risultato; e si può affermale che dopo la metà del 
secolo XV un sommo si l'agguagliava a ducati 2 e quasi '/ 3 ; cioè a L. it. 31. 90. 
Onde i sommi di tributo convenuti dai Caffesi col Turco sono rappresentati da 
ducati 1574, che al predetto ragguaglio di L. it. 12. 16 rendono l'odierna 
somma di L. it. 19,139. 84. 

» I ragguagli qui ottenuti s' intendono di valore intrinseco, cioè della quan- 
tità d'oro fino che corrisponde ai sommi di Caffa secondo i diversi tempi. Il 
loro valore estrinseco, o commerciale, sarebbe invece molto maggiore, per le 
note cause di sproporzione avvenuta fra i prezzi delle merci e della moneta. 
Di ciò acutamente discorre il eh. conte Cibrario nella sua lodatissima opera 
Dell' economia politica del medio evo (ediz. V, lib. Ili, cap. Vili;; e tenendo 
con lui, come rapporto medio generale nei secoli XIV e XV, la proporzione 
di 1,000: 1,769 tra il valore intrinseco e 1' estrinseco, ne verrebbe un sommo 
della fine del secolo XIV pari a L. it. 109. 94, e dopo la metà del si colo XV 
pari a L. it. 56. 43; e così sommi 600, a quest' ultima epoca, risponderebbero 
in valore commerciale a L. it. 33,858. 38. 

» Se questi risultati sono giusti , non si capisce però come Benedetto Dei , 
nella sua Cronica , calcolasse il tributo summentovato a ducali 5500 , invece dei 
1574 come è venuto fatto a noi. Certo questo Fiorentino era contemporaneo, 
e perito dei luoghi e dei commerci ; ma la passione contro i rivali Comuni di 
Genova e di Venezia trapela in ogni sua parola; onde egli era disposto ad 
esagerare tutto che ridondava in umiliazione dei medesimi; di guisa che i suoi 
stessi moderni concittadini non gli prestano grande autorità. Si potrebbe anche 
rammentare che egli scriveva nel 1479, quando cioè la moneta era sempre più 
peggiorata; ma pel 1453 il suo ragguaglio si può assicurare a gran pezza erroneo ». 

■> Degli aspri di Caffa toccò eziandio il eh. comm. Canale nella Storia 
di Crimea (voi. 11. Documenti in fine); ma più particolarmente ne ragionarono 
gli illustri numismatici Soret (Lettre a M. Castiglione sur devx mcdailles b lin- 
gues genoises; Genève, 1841) e Rodine {Memories de la Sociélé d'Archeologie 
et de Numismatique de S. Péèersbourg , voi. I. p. 357. ann. 1847), ove egli cila 
altra sua opera in due volumi, che non è in commercio, intitolata, Svila 
storia numismatica delle Colonie Greche in Russia , colla storia dei pos- 
sedimenti genovesi in Crimea e la descrizione delle monete genovesi di Caffa. 



( cxxv ) 

tornate della Sezione di Storia , leggeva una sua Rivista sul- 
l' opera venuta in luce nel 1865 in Torino, col titolo Za Re- 
pubblica di Venezia e la Persia , per Guglielmo Berchet ; 
facendosene scala a porgere insieme adunati que' cenni che 
pure delle relazioni di Genova colla Persia fino al presente ci 
è dato conoscere. 

I fatti esposti nella dotta scrittura del Berchet abbracciano 
all' incirca un periodo di oltre secoli (dalla metà del xv ai prin- 
cipii del xvin) ; e di essi toccò in prima il riferente ; poscia 
discorse del metodo adoperato dall' autore, infine dei documenti 
sui quali poggiano la narrazione, le deduzioni, i giudizi. 

Tutto il segreto delle relazioni diplomatiche di Venezia 
colla Persia , come nota lo stesso Berchet , consiste in 
ciò che fu martello costante delle potenze cattoliche del 
medio evo : fiaccare se non distruggere la prevalente potenza 
del Turco in Europa, mediante l'accordo de/ principi cristiani 
con quel Reame, sito alle spalle della Turchia , ed a questa, 
per sentimento religioso e per gelosia di dominio nell' Asia, ne- 
mico. Infatti, dal 1460 in cui la Persia cominciò a risorgere 



> Secondo le indicazioni di questi due autori, fri i pochi aspri genovesi 
conosciuti, due sono meglio conservati, e por la singolare loro finezza di titolo 
sono giustamente assegnati non più tardi del finire del secolo XIV. Essi hanno 
da una parte lo stemma tataro (tamgha) della Crimea, con in giro una leggenda 
in lingua pure tartara; dall'altra il noto castello delle monete genovesi, con in 
giro la leggenda e : a : f : f : a , cui seguono due iniziali che paiono doversi in- 
terpretare per quelle dei Consoli di qui sta città nell'anno della coniazione. 
Uno dei due aspri ha le lettere B. G., che, prese in tal guisa , accennereb- 
bero al nome di Benedetto Grimaldi, che fu console nel 1386. L'altro ha le 
iniziali Y. S., ma queste non furono sinora da alcuno interpretate, e nemmeno 
possono esserlo da noi , abbenchè la serie de' Consoli del Canale e nostra sia 
più ampia di quella dell' Oderico di cui si giovò il medesimo Koehne ». 

N. B. Sul valore del sommo verso la fine del secolo XIV, può anche ve- 
dersi un'altra Nota compilata ugualmente dal cav. Desimoni , ed inserta nella 
mia Memoria sull'interesse del denaro, ecc. (Archivio Storico Italiano, serie 
III. voi. Ili, par. I). 



( CXXVI ) 

e ;i ricomporsi in istalo per l'opera di Hasanbei, detto poscia 
Uzunhasan, col quale i veneti vantavano rapporti di famiglia, la 
Signoria di san Marco imprese ad annodare colla Persia quegli 
accordi, che doveano poco stante condurre appunto ad una lega 
delle due potenze contro il nemico comune, assai bene iniziata 
colla sconfitta patita da' turchi, per opera dei persiani, in sul- 
l' Eufrate. Ma poscia le cose sinistrarono a un tratto, colla rotta 
di Terdshan; onde i veneti si ebbero a gran ventura di segnare 
essi stessi la pace colla Turchia nel 1479. Inoltre, dopo la 
morte di Hasanbei, avvenuta l'anno prima, il Regno Persiano 
andò soggetto a' più gravi sconvolgimenti ; ma né in questo 
periodo , né quando Abbas il Grande rialzò una volta ancora 
il credito e l'importanza di quello Stato, si rallentarono mai 
le simpatie veneto-persiane, nudrite com'erano di lettere offi- 
ciose e di splendide ambascierie. Bensì Venezia distratta dap- 
prima per la famosa Lega di Cambray , poi bersagliata dal 
Turco in Cipro, in Candia e nella Morea, finì per soscrivere 
alla pace di Passarovitz , imponendo termine con ciò alle sue 
speranze in Oriente. 

Alle relazioni politiche il Berchet fa poscia seguire le com- 
merciali. Discorre anzitutto del traffico di transito , e della 
sua antichità e singolare floridezza ; poi di quello ricchis- 
simo che per più secoli vi esercitarono i veneziani, protetto e 
regolato da magistrati e leg^i particolari, e alimentato special- 
mente delle svariate loro industrie in fatto d' argenterie , di 
sete, di broccati, di vetri e cristalli, ecc. 

Anche il metodo tenuto nella condotta del lavoro, e dal- 
l'autore indicato in una lettera al comm. Cristoforo Negri, 
non vuoisi lasciare senza nota d' encomio; imperocché nulla 
vi abbia nel libro del Berchet che non trovi ampio e fedele 
riscontro nei documenti che in bella copia succedono al testo, 
o non riceva nuova conferma da quel Regesto che in breve 
tenne dietro alla primitiva pubblicazione. 



( cxxvn ) 

Venendo poi a dire delle relazioni di Genova colla Persia, il 
socio Da Fieno osserva essere gravemente a dolere, che queste 
né per importanza né per ordinata concatenazione, possano so- 
stenere il confronto delle veneziane. Tuttavia le notizie adunate 
in proposito ce ne provano I' antichità, e mostrano in pari tempo 
la somma considerazione in cui i genovesi erano por tenuti in 
quelle remote contrade. E qui , prime in ordine di data , ci 
soccorrono due ambascerie di Buscarello de'Guizolfi, spedilo 
dal re Argoun , nel 1289, e dal re Cazan verso il 1303, alle 
Corti del Pontefice, d'Inghilterra e di Francia; e della primi 
fra le quali produssero i documenti il Remusat ed il Rymer (4) ; 



(') V. Atti, voi. ni, p. xcix. L'importanza di questi documenti mi consi- 
glia a pubblicarli uniti nell'Allegato D; e spero che gli studiosi delle cose 
nostre vorranno sapermene grado , considerando come tali atti sieno fino al 
presente rimasti sepolti e passati quasi inosservati in Collezioni che none tanto 
facile di avere fra mani. 

Neil' articolo dell' Jurgewicz sulle iscrizioni genovesi di Gazaria, poc' anzi citato 
e che però non abbiamo, ma ricordato dal Brunn {Notices eie), si riferisce 
una epigrafe del 1467 tuttora esistente in Crimea, e relativa ad un Calocio 
de' Guizolfi console di CafTa in queir anno ; e si espone il dubbio che il me- 
desimo sia un armeno , per la derivazione di tal nome da una parola di questo 
idioma , che significa adventus. Ma i registri della nostra Zecca ( Archivio di 
S. Giorgio), notandolo fra i sovrastanti pel 1462, ci provano chiaramente che 
egli è genovese. Il eh. Canale poi (Storia della Crimea, voi. II , p. 335) aveva 
di già notato questo console , e chiamatolo Calccero , che è nome del santo 
protettore della Diocesi d' Albenga nella Liguria occidentale; tuttavia nei Car- 
tolarli della Masseria di Caffa è proprio scritto Callocius ; il quale appellativo, 
per quanto sia divenuto fuori d'uso oggidì, si trova non infrequentemente 
adoperato presso le nostre famiglie del medio evo. 

I prelodati signori Jurgewicz e Brunn accennano anche alla esistenza di un 
Zaccaria Guigoursis, principe della penisola di Taman sul Mar Nero; il quale 
da Copario (sul Kuban) e da Caffa, nel 1487, scrive al Gran Duca di Russia 
per ottenere di stabilirsi negli Stati di quest'ultimo; ed ingegnosamente rile- 
vano In probabilità che il medesimo non debba essere altri che un Guizolfi , 
e che il suo nome sia stato errato nel trascriverlo; tanto più che, come os- 
servò prima d' ora il Canale ( Storia citata ) già un Simone de' Guizolfi era 
stato signore di Matrega nella stessa penisola Taman. Ma, per una strana fata- 



( CXXVIII ) 

senza dire del Pauthier (,) , riguardo a cui ci corre debito 
far luogo ad una intramessa del cav. Desimoni. 11 quale aver- 
tiva come il citalo autore nel riferire la lettera originale di 
Argoun nell' idioma o'iguro, e la trascrizione e traduzione della 
slessa in francese, converta senza più Buscarello da genovese 
in giorgiano. Il Remusat avea già confessato che, prendendo 
alla lettera l'originale di Argoun , parea veramente dovervisi 
leggere Mouskaril Giorgiano, ma soggiunto eziandio che siffatta 
lettura sarebbe in aperta contraddizione colle lettere pontificie ove 
l'ambasciatore è nettamente chiamalo Buscarellus de Gisulfo ci- 
vis ianuensis ; benché osservando di poi che il vero nome del- 
l'inviato é proprio quello di Buscarello, come questi appunto 
da sé medesimo si appella nella nota diplomatica al Re di 
Francia, non sapesse come conciliare il contrasto, privo qual 
era d' ogni altro dato per giudicare quanto alla nazionalità 
se aveasi a dar torto al Re Mongolie) od al Papa. Ora però, 
giacché si sono scoperti più documenti genovesi <;2} , ne' quali 
è fatta menzione di un Buscarello de' Guizolfì, cui si dà titolo 
di domiuus (che nel linguaggio di allora non si usava se non 
rispetto a personaggi di gran riguardo e aventi feudi), che na- 
vigava nel 1281 e figura come morto solo al Ì317 (onde il 
suo fiorire concorda benissimo colle sostenute legazioni), e di 
un suo figlio che ha nome Argoun come il Re Persiano di cui 
egli era confidente , ogni dubbio verrebbe sciolto; tanto più che 
il Re d'Inghilterra , in una sua lettera del 1303 , lo chiama an- 
ch' esso Buscarellus de Guisurfo ; e si sa che questo cognome, 
scritto nell' un modo e nell'altro, é di famiglia prettamente ge- 
novese. Ma, indipendentemente da ciò , pare che il Remusat 

lità che sembra pesare sulla famiglia Guizolfì, questo Zaccaria sarebbe ora un 
ebreo. Intorno a che, non avendo noi sott* occhi i documenti su cui la dedu- 
zione si fonda . ci vediamo astretti a non emettere parere di sorta. 

( a ) Le Livre de Marco Polo; Paris, Didot , 1865; voi. n. 

(*) V. Atti , voi. ni , p. e. 



( CXXIX ) 

siasi mostrato troppo timido a decidersi sulla difficoltà, ed il 
Pauthier troppo ardito a sorvanzarla di pie' pari. Ed invero non 
potea rimanere oscitanza a decidersi fra un Papa che scrive in 
latino di un cognome genovese , e lo ripete , e un documento 
o'iguro, che già travisa Buscarello in Mouskaril , e che, per 
quanto si creda capirlo , lascia qualche dubbio nella inter- 
pretazione, ed ha naturalmente una sintassi sua propria, 
e forinole a noi non consuete (1) . Difatti il Remusat ci porge 
egli stesso il filo a togliere la contraddizione apparente. Egli 
dice come la parola che pare significhi Gior giano potrebbe in- 
vece denotare Giorgio, ed essere sottintesa fra Mouskaril e 
Giorgio la congiunzione; per cui due sarebbero, invece di uno, 
gli ambasciatori , e in cambio di leggere : e' est Mouskaril 
Georgien (Kourtchi) que je f envoie, avrebbe a leggersi allora: 
e' est Mouskaril et George (et Kourtchi) que je t' envoie. Intesa 
così, la frase viene benissimo al caso nostro; perocché dalla 
lettera di Nicolò IV, in data del 2 dicembre 4290, si vede 
appunto che a Buscarello erano dati colleghi nell' ambasciala , 
e fra gli altri aveavi Andreas dudum dictus Zaganus, qui una 
cum nepote suo Dominico, pridem vacato Gorgi (ecco il Giorgio). 
apud Sedem Apostolicam... gratiam lavacri baptismalis accepit. 

( ì ) A proposito di documenti scritti in cotesto idioma, mette bene ricordare il 
trattato concluso da Giannone del Bosco, console di Caffa, nel 1380, col Signore 
di Soleati, accennato dall' Oderico (Lettere Ligustiche, p. 180), pubblicato dal 
Sacy (Notices et extraits etc, voi. xi, p. 53) e riprodotto dall' Olivieri (Carte e 
cronache, ecc., p. 72) con assai notevoli variazioni ed aggiunte. Il documento ò 
tradotto dalla lingua ugaresca nel volgare genovese dal notaio Giuliano Panizzaro, 
col ministero di Luchino Calligepalli interprete del Comune e della Curia di Caffa. 

Inoltre nel Cartolario della Masseria di Caffa pel 1446 (Archivio di san 
Giorgio) trovo notata sotto il 20 marzo la seguente partita : Pro quadam mu- 
liere grecca (sic) que legit litteras ogarescha (sic) et prò ipsis legendis in 
palatio corani spectabili domino constile et Consilio prò quando recepii lit- 
teras pactorum Imperatoris tartarorum et Comune (sic) Januae in Caffa occa- 
sione naufraga navium que de celerò franguntur in tarlar ia sive in [ter- 
ritorio eins in mari maiori... Asp. i.x (car. 30 verso). 



( cxxx ) 

Alla esposizione delle ambascieria del Guizolfi, letica dietro 
nella recensione del Da Fieno la Crociata divisala dalle gentil- 
donne genovesi nel 1301 in sussidio di Casan , e la memo- 
randa giustizia resa in Calla da Girolamo Giustiniani ad un 
mercante di Persia (1357), e con altre notizie, il ricordo 
eziandio di que' liguri che in buon numero pellegrinarono 
quelle regioni ; da ultimo il tenore di due documenti, tratti 
dal nostro Archivio Governativo , ne' quali è descritto il ceri- 
moniale con cui furono ricevuti in Genova due inviati persiani 
il 22 giugno 1601 e il 10 aprile 1611, ahbenchc non recas- 
sero lettere credenziali per la Repubblica, ma soltanto si tro- 
vassero di passaggio ne' suoi dominii (1) . 

§ VI. Neil' adunanza generale del 9 aprile 1865, il Presidente 
barone Tola leggeva un Discorso intorno alla necessità di 
mantenere incorrotte le storiche verità, e sul dovere che ci 
corre di difenderle specialmente da certe dottrine fantastiche, 
le quali vorrebbero a' di nostri porre in dubbio i falli più 
solenni del passato. Al quale ufficio, nobilissimo invero, avendo 
applicato l'animo il socio march. Massimiliano Spinola, veniva 
in più adunanze intrattenendo i colleghi con un lavoro, di cui 
fu in seguito proposta la stampa negli Atti, e che s'intitola: 
Considerazioni su varii giudizi d'alcuni recenti scrittori 
riguardanti la Storia di Genova. 

L' autore , notato come non pochi sieno i fatti che lasciano 
tuttavia desiderare maggior corredo di chiarimenti e sode prove, 
e nondimeno pigliato animo a bene sperare dalle prospere 



t 1 ) V. Allegato E. Posteriormente alla lettura del sacerdote Da Fieno, il eh. 
eomm. Canale, nella sua dotta Storia del Commercio ecc. degl'italiani 
(Genova, <I866; p. 233, 237) forniva contezza di una Compagnia di commercio 
colle Indio orientali, instiluita nel 1623 da un eletta di mercanti genovesi, 
persiani ed armeni, durata parecchi anni, ed onorata ancora nel 1647 di pri- 
vilegi singolarissimi dalla nostra Repubblica. 



( CXXXI ) 

sorti cui ora la Storia nostra si attende, restringersi per 
parte sua a riguardare que' due veramente importantissimi 
punti , i quali hanno tratto alle condizioni del Comune di 
Genova sotto i Dogi popolari o perpetui , ed al severo quanto 
ingiusto sindacato cui si videro non prima d' ora sottoposte le 
azioni e gli intendimenti di Andrea D' Oria. 

Per ciò che spelta al primo punto, il socio Spinola si avvisa 
come gli odierni scrittori non valutassero abbastanza i costumi 
e le idee de' tempi onde essi presero a portare giudizio ; e 
però cadessero nell' errore gravissimo di confondere i principii 
della moderna democrazia con quelli tanto diversi a cui s'in- 
formarono i Governi anarchici della fazione guelfa in Italia, 
specialmente de' Ciompi in Firenze e del basso popolo in 
Genova sotto il dogato di Paolo da Novi. Mentre che, se eglino 
avessero bene addentro consideralo quanto il sistema di reggi- 
mento che a que' giorni fu inaugurato dal doge Simone Roc- 
canegra, e si chiamò Governo popolare, « differiva dai principii 
d'eguaglianza civile e politica oggidì proclamati ed accettati da 
tutti quelli che non rifiutano venire a patti ed a conciliazione col 
progresso e colla moderna civiltà, . . . non vi ha dubbio che, 
in luogo di lodare, avrebbero disapprovala la disuguaglianza 
stabilita nei diritti politici tra i cittadini supposti appartenere 
a fazione diversa, come pure 1' esclusione delle famiglie nobili 
dalla suprema dignità del Dogato e dai pubblici magistrati; ed 
altresì avrebbero biasimato l' esilio dalla patria inflitto alla 
maggior parte dei nobili .... Mi fo quindi a credere (così 
proseguiva 1' autore) che se eglino si fossero curati d' esaminare 
gli. statuti da cui era retta la Repubblica, come pure la con- 
dizione civile ed economica dei genovesi durante 1' epoca dei 
Dogi a vita di fazione popolare, le conseguenze da loro inferite 
sarebbero state più giuste e meno appassionate ». Perocché 
I' epoca dei dogi popolari a vita non segnò alcun progresso 
nelle politiche istituzioni della Repubblica, e non apportò 



( CXXX11 ) 

miglioramento alcuno alla condizione civile ed economica dei 
cittadini; ed anzi lo scadimento di Genova, non solo ebbe 
origine , ma ben anco raggiunse il colmo durante Y ammini- 
strazione di tali Dogi, a motivo delle intestine discordie continua- 
mente eccitate dalla pessimilà del Governo, per guisa, che in 
breve spazio di tempo la Repubblica perdeva le sue già 
fiorenti colonie , e lo splendore di quel nome reso tanto grande 
e temuto nei giorni de' Consoli, dei Podestà e dei Capitani. 

Apertosi quindi 1' adito alla trattazione del secondo punto , 
1' autore osservava come le Leggi dell' Unione e gli altri av- 
venimenti onde è per noi sì famoso il 1528, nonché sospin- 
gere Genova ancora per la china della decadenza, facessero 
prova di arrestamela, tentando estinguere le fazioni, e gittando 
le fondamenta di un solido Governo. Il quale , col titolo di 
Nobiltà, stabiliva un ordine di cittadini formato da nobili, 
mercadanti ed artefici; ed iscriveva i loro nomi nel Liber Ci- 
vilitatis, non già chiudendolo poi come a Venezia, ma ordinando 
che ogni anno si notassero in quello dieci nuovi individui : 
sufficiente guarentigia che il Governo non avrebbe potuto mai 
tramutarsi in una ristretta aristocrazia, ovvero frangere allo 
scoglio della oligarchia. 

Trattando poscia parlitamente di quanto più da vicino si 
riferisce al D'Oria, il socio march. Spinola esponeva le censure 
onde quel Grande è oggi fatto bersaglio ; mostrava però come , 
e prima e dopo il 1528, in casa e fuori, ponesse in cima d'ogni 
pensiero la patria, valendosi a favore di essa dell' amicizia del 
Re di Francia, di Carlo V e Filippo II di Spagna; e provava 
quanto si dilunghino dal vero coloro, i quali, rimpiangendo la 
signoria francese, senza più accagionarono il D'Oria della spa- 
gnuola prevalenza, e della caduta delle repubbliche italiane. 

Ma un episodio assai rilevante per la Storia di Genova, nel 
periodo abbracciato dall'autore, egli è per fermo quello della 
Congiura del conte Gian Luigi Fieschi (1547); specialmente 



( CXXX1II ) 

dacché a più d' uno sembrò doversi riconoscere nel fallito riu- 
scimento dell' audace impresa una sciagura sopra modo gravis- 
sima ed irreparabile. Conciossiachè, a dirla cogli apologisti di quel 
tentativo, mercè i divisamene orditi dal Conte, Genova sareb- 
besi francata dal giogo di Spagna , e tutta Italia avrebbe per 
sempre stornato dal suo capo queir obbrobrioso servaggio che 
poco stante le fu sopra , e sì lungamente e duramente 1' op- 
presse. Al che per altro opponeva lo Spinola: non potersi nella 
persona di Gian Luigi Fieschi riconoscere il liberatore vana- 
mente cercato dal Machiavelli in Cesare Borgia, né aver egli in- 
carnato mai i disegni del celebre statista Donato Gianotti; comec- 
ché Io spingessero ad operare solamente 1' ambizione e il livore, la 
sete del comando e la speranza d'imporre a Genova la signoria 
dei Conti di Lavagna. Inoltre, né Gian Luigi godeva in patria 
autorità bastevole per mandare ad effetto le trame, né queste 
aveano fondamento nella generale opinione de' cittadini , né 
infine le mutazioni da lui disegnate venivano da costoro richie- 
ste. Onde, se per un lato è innegabile che la morte del Fie- 
schi scompigliasse le sue macchinazioni, per l'altro più argomenti 
ci recano a concludere che , quand' anche Gian Luigi fosse 
pervenuto ad insignorirsi di Genova, e a discacciarne il D'Oria 
co' suoi aderenti, a farsi eleggere Doge a vita e a sottoporla 
alla protezione di Francia, non per questo, ben considerale le 
condizioni d' Europa all' aprirsi del \ 547 , potrebbe affer- 
marsi che un tale ordinamento avrebbe avuto stabile assetto e 
lunga durata. Allora appunto la Francia, conclusa la pace di 
Crespy, avea d'uopo di restaurare il pubblico erario esausto 
dalle passate guerre, e il suo cavalleresco monarca, travagliato 
da crudel morbo, era prossimo a scendere nella tomba. Carlo V 
invece, riuscito colle arti della più astuta politica a scio- 
gliere la Lega di Smalkauden , contro lui formata da' principi 
protestanti della Germania, trovavasi libero di sguinzagliare 
le sue schiere là ove meglio ne avesse scorto il bisogno. 



( CXXXIV ) 

Si potrà dire che il D'Oria, dopo la repressione de' moti 
lliscani, avrebbe potuto usare moderatamente del trionfo e 
mostrarsi più generoso. Non a lui però, sibbene all'ambascia- 
tore cesareo Gomcz de Figueroa ed al Governatore di Milano 
don Ferrante Gonzaga, si dovrà imputare la disdetta de' patti 
fermati dalla Repubblica, dopo la morte di Gian Luigi, con 
Girolamo suo fratello; né vorrà porsi in dimenticanza come 
quest'ultimo prestasse anche valido argomento alla loro rivo- 
cazione, quando, ridottosi alle alture di Montaggio, non si 
curò di licenziare, come gliene correva obbligo, i numerosi 
armati che avea seco a stipendio. 

L'autore in ultimo esaminava per ogni lato la condotta 
politica seguita dal D' Oria ; e concludeva come il Principe 
Andrea si debba tuttavia ritenere, qual fu sinora vantato, 
grande e benemerito cittadino. 

Ed alle conclusioni medesime, comecché per altra via, giun- 
geva eziandio il socio Belgrano. Il quale, per onorevole incarico 
ricevutone dalla Direzione dello Archivio Storico Italiano, pi- 
gliava in una rassegna letta in più sedute dell' Instituto, e uscita 
poscia a stampa in quel celebrato periodico (1) , a trattare Della 
vita di Andrea D' Oria di F. D. Guerrazzi (2) e di altri recenti 
scritti intorno quel grande Ammiraglio. Di che, per le norme 
prefisseci, appena toccheremo qui brevemente, notando come 
delle colpe apposte al D'Oria negli anni più giovanili, l'autore 
in parte lo scagioni, ma in parte ancora con nuovi documenti 
ribadisca le accuse ; de' suoi diportamenti in Corsica contro 
Ranuccio della Rocca presenti le prove in una relazione dallo 
stesso Andrea spedita a' Protettori di san Giorgio; e dell' abban- 
dono da lui fatto delle parti di Francia per volgersi a quelle 
di Spagna pienamente, col Guerrazzi medesimo, lo giustifichi. 



(Vi Serie III , voi III , par. II. 

i j i Milano, Guigoni, I8(>1. Volumi '2 in-8.\o 



( cxx.w ) 

Qual parte inoltre avesse veramente il D' Oria nella libe- 
razione di Genova e nella restaurazione del suo Governo 
(1528) è fatto chiaro per più raffronti; e però Andrea vuole 
andare assoluto dalle accuse gravissime di cui il Guerrazzi , 
e più col Bernabò-Brea il Celesia (i) , lo fecero segno. Quali 
le tradizioni di casa Fieschi , e quali in particolare i divisa- 
menti del Conte Gian Luigi , lungamente si esamina dall' au- 
tore ; e si mostra avere il Celesia, nelle sue Memorie sulla Con- 
giura del 1547, non isviscerato così abbastanza le idee generali, 
come i mezzi e lo scopo della medesima. Delle trame contro 
Pier Luigi Farnese, e di quelle di Giulio Cibo in prosecuzione 
de' mo:i lliscani, l'autore dice ugualmente con diffusione; e 
della vita domestica d' Andrea tocca in ultimo alcune cose , a 
rettificare specialmente parecchie inesattezze nelle quali si é 
abbattuto il Guerrazzi. Conclude: « Meglio di una semplice 
rivista bibliografica, abbiamo avuto intendimento, per quanto 
le deboli forze cel consentissero, di fornire notizia degli 
studi recenti sulla vita del D'Oria e la congiura del Fiesco ; 
pigliandone argomento a ripurgare la storia di quest'ultima 
dai non pochi né lievi errori in cui si vide travolta. Ci stu- 
diammo a dire imparzialmente il bene ed il male ; e non di- 
scutemmo giammai d' opinioni , ma di fatti , confortando le 
nostre asserzioni di documenti irrecusabili. Agli egregi che po- 
sero mano alle opere onde tenemmo discorso, augurammo 
lunga pezza critici d'ingegno non da meno del loro; ma ci 
apparvero inopportuni gì' indugi da poi che fu scritto : « I no- 
stri critici che al primo comparire della Vita di Andrea D' Oria 
levarono alto schiamazzo contro il Guerrazzi , incolpandolo di 



(') Bernalò-Brea , Sulla Congiura del conte Gio. Luigi Fieschi, Documenti 
inediti raccolti e pubblicati; Genova, Sambolino, 1 863. Celesia, La Congiura 
del conte Gian Luigi Fieschi, Memorie Storiche del secolo XVI , cavale da 
documenti originali ed inediti; Genova , Sordo-muti, 'I865. 



( CXXXVI ) 

volere, per delirio di distruzione , anche la fama di nn morto 
assalire, non osando muovere le medesime accuse al Celesia, 
perchè di forme, se non di opinioni, più temperato e manco 
attaccabile, dopo la pubblicazione del suo libro si contentano 
di chiedere ad ambedue gli scrittori i documenti da cui furono 
condotti a un medesimo giudizio » (1) . Domanda invero, a 
senso nostro, discreta ed onesta; che le prove sono appunto 
il fondamento su cui s'appoggia l'istoria. Senza di queste la 
si tramuterebbe di leggieri in romanzo, e correrebbe ad ogni 
tratto pericolo di essere scalzata per lo tumulto incessante delle 
umane passioni ». 

Qui dovremmo pure accennare alla Dissertazione Della vita 
privata dei genovesi, letta dal medesimo socio Belgrano in pa- 
recchie tornate della Classe Archeologica. Ma poiché cpiel lavoro 
fu poco appresso , per volo della Società mandato in luce , 
ed anzi ia parte di cotesto volume istesso, noi ci asterremo 
dal tentarne un sunto ; e crederemo invece avere più util- 
mente adoperato soggiugnendo in altro degli Allegali uniti al 
presente Rendiconto, e a guisa di complemento, diverse no- 
tizie venute in seguito a cognizione dell'autore, ovvero a lui 
comunicate dalla gentilezza ed amicizia di alcuni colleghi (2) . 

§ VII. Nell'adunanza del 3 marzo i866 , il socio avv. En- 
rico Lorenzo Peirano veniva esponendo all'Instituto Alcuni pen- 
sieri a guisa d'introduzione alla Storia della Legislazione 
Genovese, cui egli si proporrebbe di scrivere. Detto in gene- 
rale dei vantaggi che derivano da tal fatta di studi , e come 
si chiariscano per essi i varii gradi di civiltà attraverso cui 
sono passate le nazioni , accennava a più criterii secondo i 



('} Bosio, F. D. Guerrazzi, e le sue opere, Studio storico-critico; Livorno, 
Zecchini, 1 865 ; p. 329. 
C) V. Allegalo F. 



( CXXXVII ) 

quali si vorrebbe attendere a cosiffatto subbietto, particolar- 
mente in quanto spetti al diritto costituzionale o politico. Ri- 
guardo poi a ciò che più direttamente formava 1' argomento del 
suo Discorso, il socio Peirano accennava come il diritto romano 
non iscomparisse giammai intieramente dall'Italia; e come farebbe 
opera sommamente profitteyole chi togliesse ad esaminare quanto 
dell'elemento romano, e quanto delle leggi longobarde, franche e 
saliche siasi mano mano introdotto nei Brevi, negli Statuti e 
nei Codici onde consta l'intero corpo della nostra Legislazione. 
E qui, a chi voglia por mano al lavoro, due sono i metodi 
che si presentano : esporre cronologicamente le vicende di cia- 
scuna legge , ovvero partire la materia secondo le varie specie 
del diritto a cui si appartiene, e poscia esaminare le modifi- 
cazioni che furonvi successivamente introdotte. L' autore per 
altro inchinerebbe a credere come, anziché stabilire da principio 
le partizioni e riferire poscia alle medesime le singole leggi , 
almeno fino alla compilazione di quelle del 1414, riuscirebbe più 
conveniente il trattare distintamente di ogni legge in ordine cro- 
nologico, distribuendone, s'intende, il disposto a seconda delle 
materie, e salvo a diffondersi intorno a qualche punto di spe- 
ciale rilevanza, come, per esempio, il livello enfiteutico e 
Y accomenda. Dal 1414 in poi la divisione si rende più age- 
vole e piana, comecché, più o meno esattamente, si trovi os- 
servata dagli stessi legislatori , e quasi richieggasi poi dalla 
maggior copia de' codici. 

Frattanto, un punto assai importante , e che è più della 
primitiva nostra legislazione, comparata con quella di Venezia, 
si veniva trattando dal socio cav. Desimoni. Il quale in una 
Nota letta alla Sezione Archeologica toccava della identità o 
meglio analogia di certe formole che si riscontra negli atti e 
documenti veneti , pisani e genovesi ; osservando che se ciò 
riesce ovvio a comprendersi quanto alle formole del diritto ro- 
mano, per la tradizione che ne è rimasta appunto ne' giudici 



( CXXXVJH ) 

e nei notari , non è a considerarsi altrettanto facile e naturale 
per rispetto alle forinole politiche, le (piali vengono dalla nuova 
costituzione del Comune. Pertanto, come mai queste forinole 
potrebbero essere identiche se non sono imitate le une dalle 
altre, o almeno se non nascono da fatti e bisogni simili? 
« Intendo alludere (proseguiva 1' autore) ai Brevi giurati dai 
nuovi uffiziali prima di assumere la carica, e specialmente dai 
Consoli e Dogi , ossia dalla prima autorità politica. Dei quali 
Brevi già discorsi prima d'ora (1) , notando come e perchè 
si distinguessero dalle leggi e statuti posteriori ; le quali leggi 
e statuti essendo il portato di una autorità suprema, e da esse 
non vincolata, sono perciò dettate in forma imperativa (Star 
luimus , ecc.), laddove il Breve Consolare è una promessa giu- 
rata , un obbligo che s'impone il Capo dello Stalo di far osser- 
vare le leggi dettategli dalla Compagna , ossia dalla associazione 
politica intera e dal Comune, che é a lui superiore. Ora questa 
stessa formola si trova in Genova, a Pisa, a Venezia (2) . 11 Doge 
a Venezia, come in Pisa e Genova il Console, giurano la legge 
impostagli; la carta che qui si chiamava Breve, forse dalla brevità 
o sostanza dell'atto, colà si chiamava con vocabolo assai logico 
Promissione; i Sapienti incaricati dalla Compagna e dalla As- 
sociazione ad ogni volta di rivedere la carta da giurarsi , e 
recarla alla possibile perfezione, da noi si chiamavano gli 
Emendatori e in Pisa i Correttori dei Brevi , a Venezia i 
Correttori della Promissione. La stessa minutezza poi nella 
esposizione, le stesse condizioni e quasi direi le stesse parole. 
La sola differenza sta nella durata dell' ufficio del Capo dello 



(') V. Atti, voi. I, p. 99-102, 128. 

( 2 ) V. il Breve dei Consoli del Comune del M43, nei Monumenta Ilistoriae 
Patriae di Torino {Leges Municipales), e i due Brevi della Compagna del 1 157 
e 1161 , nel citato volume degli Atti, p. 176-494; gli Statuti pisani del 4162, 
1164 e 1275, in Bonaini , Statuti inedili di Pisa, Firenze . 1854, voi. in. 



( CXXXIX ) 

Stato , che a Genova e a Pisa é un Console eletto a tempo 
ed Venezia un Doge eletto a vita. 

« Utile studio sarebbe dunque cercare la origine, o la mag- 
giore possibile antichità di queste forinole , e presso quale 
popolo. Frattanto, allo stato delle nostre cognizioni, non vi ha 
dubbio che i Brevi genovesi sono anteriori a quelli di Pisa 
ed alle Promissioni venete, avendone noi tre del 1143, 
1157 e 1161, mentre il più antico di Pisa é del 1162; 
e di Venezia la prima Promissione fino a questi tempi 
conosciuta era quella di Enrico Dandolo del 1192, pubbli- 
cata dal compianto Lazari (,) ; cui viene appresso 1' altra di 
Pietro Ziani, del 1205, stampala dal benemerito Cicogna (2) . 

« Io so bene che il eh. Teza mandò recentemente in luce 
una Promissione di Orio Maslropiero antecessore del Dan- 
dolo ^ 3) ; ma, lasciamo andare che ad ogni modo, apparte- 
nendo al I 181 , è sempre meno antica de' nostri Brevi; il 
più che importa si è che, a mio giudizio, la pergamena onde 
fu estratta non può essere né originale, né legittima; di che 
desumo appunto il motivo dall'esame delle formole che vi sono 
contenute, secondo il criterio sovra recato. Perchè, mentre i 
due documenti del Dandolo e dello Ziani hanno vera natura di 
promissione , conforme al carattere legale politico che asse- 
gnammo a tali atti, la pretesa Promissione del Mastropiero ha 
un carattere di assoluto comando, simile agli statuti più re- 
centi. Se ne giudichi dalle seguenti parole. La Promissione 
del 1 205 ha : Nos Petrus Ziani . . . juramus ad sancta 
Dei evangelia . . . quod homines nostros venetos portabimus 



(^Appendice all'Archivio Storico Italiano, voi. IX; pag. 327; Fi- 
renze, 1853. 

C) Iscrizioni Veneziane, voi. V, pag. 553; Venezia. 

< 5 ) Carta di promissione del Doge Orio Maslropiero del 1181 , per cura di 
Emilio Teza; Dolognu , I8G3. 



( CXL ) 

in ratione ... et studiosi erimus , eie. ; il che lutto corre 
conforme a quei tempi; e così ha pure la Promissione del 
1191. Ma quella del Teza all'incontro pone in bocca al Doge 
nel 1181 : Cam rebus publicis presideamus ... per lume 
promissionem statuimus ... ; e così in conlinuazione sempre 
statuimus. 

« Ora ciascun vede in questa mutazione di parole tutta una 
rivoluzione d' idee e di governo ; e però , se mai la forinola 
del Maslropiero potesse essere autentica , io credo che dovrebbe 
aver 1" effetto di fare da capo studiare la Storia di Venezia , 
perbene intendere l'immenso salto che avrebbe dovuto verifi- 
carsi nelle istituzioni politiche di quella Repubblica dal 1181 
al 1192. Ma, senza porre in dubbio menomament3 l'esistenza 
della pergamena negli Archivi di Venezia, ripeto che non la 
credo genuina; e basterebbe anche a giudicarla tale la con- 
traddizione che esiste nelle parole che vi si leggono: pr.n hanc 
promissioni^! statuimus. Chi promette obbliga sé , ma non gli 
altri » . 

Inoltre lo stesso cav. Desimoni, a nome del socio corrispon- 
dente prof. Girolamo Rossi, forniva contezza di un codice 
membranaceo di Statuti della Consorteria dei Foraslieri di Ge- 
nova, instituita nella chiesa di santa Maria de' servi, sotto l'in- 
vocazione di Nostra Donna di Misericordia e santa Barbara, og- 
gidì posseduto dal sig. avv. Carlo Viale di Ventimiglia; i quali 
Statuti recano la data del 10 agosto 1393, e veggonsi appro- 
vati, o meglio confermati, dal doge Paolo di Campofregoso il 
19 aprile del 1485. 

Quella Consorteria, la quale sembra appunto che nel pre- 
detto anno 1393 avesse cominciamento (,) , o più veramente 



(') Infatti nella cappella della Consorteria tuttora esistente a santa Maria dei 
servi, e di cui possono vedersi alcuni cenni nell'Alizeri (Guida artistica di Ge- 
nova, \ol. i, p. 23o), si legge sotto il II» agosto 1393 (la data stessa degli Sta- 



( CXLI ) 

pigliasse stabile assetto , e di cui si ha certa memoria fino 
al secolo XVII (1 \ componevasi di operai lombardi, romani, 
francesi, greci e tedeschi; era governata da un Priore e 
da consiglieri, ed aveva a scopo l'assistenza ed il mutuo 
soccorso degli aggregati. Gli ammalati trovavano pertanto ri- 
covero in alcune case dalla Società medesima possedute (2) ; i 
defunti venivano accompagnati con ceri al sepolcro. Negli Sta- 
tuti sono specialmente a notarsi le disposizioni che vietano 
agli schiavi di essere ricevuti nella Consorzia , ove non ap- 
partengano a' membri della stessa ; e prescrivono agli associati 
privi d'eredi legittimi 1' obbligo di devolvere a questa ogni 
loro avere. Né pochi furono quelli che ottemperarono invero 
a siffatto precetto, e di cui perciò vengono in appositi capitoli 
raccomandati i nomi alla riconoscenza de' posteri. 

§ VII. Di memorie d'argomento bibliografico, quattro ci 
occorre notarne. E prima quella del socio Belgrano, intito- 
lata Degli Annali Genovesi di Caffaro e de' suoi continuatori, 
editi da Giorgio Enrico Pertz , e della discendenza di quel 
Cronista. Di che però non diremo specificatamente, potendo 
in oggi siffatta rivista leggersi a slampa nello Archivio Storico 
Italiano (3) ; bensi vogliamo notare che 1' edizione delle crona- 
che stesse già da più anni deliberata dal nostro Municipio, si 

tuli) il seguente ricordo : « Questa capello, e sepolture con li altri adorna- 
menti si è della Consorzia de Madonna de Misericordia de' forestieri. 

(') Nel 1607 la Consorteria faceva aprire lateralmente alla prementovata 
óhiesa una porta che mette alla già detta cappella deila B. V. e santa Barbara; 
e collocava su quel nuovo ingresso una picciola statua di questa santa, con 
una epigrafe commemorativa. 

( 2 ) Fra siffatte case è specialmente a notarsi quella che sorge quasi di fronte 
alla chiesa in Borgo Lanieri. Il marmo colla data del 1396 che ne sormonta 
l'ingresso, e fa memoria delia Società proprietaria , è la più antica iscrizione 
dettata in volgare che sia da noi conosciuta. 

( 5 ) Serie III, voi. II, par. II. 



( (AMI ) 

va in oggi, por le solerti cure del benemerito comm. Canale, 
alacremente compiendo. 

Il socio P. Amedeo Vigna, con due Disseriazioni, tenea 
raggnagliata la Sezione di Storia, di alcune opere di Marco 
Cattaneo Arcivescovo di Colossi (1) , e della venerabile Tomma- 
sina Fieschi, pittrice lodatissima del secolo XVI. Ma più di 
proposito inlerleneva i colleghi intorno un' operetta del bealo 
Jacopo da Varazze, creduta sinora smarrita, o fors' anche non 
mai compilala. È questa la storia, o più veramante leggenda, 
della traslazione dalla città di Mirrea a quella di Genova delle 
ceneri di san Giovanni Battista, nel Ì098. Lo Spotorno, il 
quale, nelle Notizie del beato arcivescovo, ebbe già ad instituire 
assai minute ricerche così intorno alle opere del Yaragine 
come alle epoche nelle quali furono dettate, e con queir acume 
di critica che gli era sì famigliare attese a sceverare le certe 
dalle spurie, dubbie o falsamente attribuite, ricorda siffatta 
scrittura, cui appella Trattato, e soggiunge: « Ne abbiamola 
promessa nella Cronaca (di Genova) del Beato; ma prima le 
molestie e le guerre dei genovesi , poi la morte del santo 
arcivescovo, ci persuadono che non fu mai composto {2) ». E 
l'asserzione del chiaro istorico fu invero lunga pezza avvalorata 
dal fatto , comecché niuno fra gli scrittori delle cose nostre 
ci avesse del medesimo rivelata mai 1' esistenza. Ma di 
presente quella breve storia è venuta a mani del riferente 
in un codicetto cartaceo in-4.° del secolo XV, ove altre ezian- 



0) Queste opere, di cui il Foglietta {Clarorum Ligurum Elogia) reca ine- 
sattamente il titolo, pur lamentando 1' oblio in cui erano tenute dai parenti del- 
l'autore, sono due trattati Della vera perfezione e Dell'amore di Dio. En- 
trambi però vennero editi nel 1863 dal medesimo P. Vigna, nel voi. II della 
Biblioteca Ascetica Domenicana, sulla scorta di un codice della Libreria dei 
Missionari Urbani, e di altri due del monastero de' santi Giacomo e Filippo. 

(-) Spotorno, Notizie storico-critiche del beato Giacomo da Varazze; Sa- 
vona, 1823. 



( CXUII ) 

dio, e finora ugualmente sconosciute, se ne veggiono ragunate 
dello stesso autore, e per giunta parecchi documenti del secolo 
XIII. Il trattatela comincia con queste parole: Incipit istoria 
(sic) sive legenda translalionis beatissimi Johannis Baptiste, qua- 
liter eius santissime reliquie apud Genuam Ligurie metropolim 
translate sunt ex Mirre jl ciò itale Liete, et in ecclesia maiori 
sancti Laurentii honorifice collocata anno domini mlxxxxviii. 
Il P. Vigna osservava che il nome dell'autore, come vanamente 
si desidera nel titolo riferito, cosi invano si cercherebbe nel 
testo; non potersi tuttavia dubitare che quello scritto sia opera 
del Varagine, sia perchè fa parte di un codice il quale per 
più rispetti si ragguarda alla vita del beato , e sia ancora 
perchè alla Legenda translationis viene dietro quest' al- 
tra : Historia reliquiarum que sunt in monasterio sanclo- 
rum Philippi et Jacobi , compilata per fratrem Jacobum de 
Varagine condam (sic) priorem prouincialem fratrum pre- 
dicatomeli in Lombardia. Vero è che in questa seconda scrit- 
tura 1' autore , accennando alla traslazione delle sante ceneri , 
non fa punto memoria di averne composta la Leggenda ; ma 
questa circostanza, piuttosto che infirmare, avvalora a gran 
pezza l'asserto del P. Vigna. Imperocché, egli osserva, 1' Hi- 
storia reliquiarum fu da Jacopo dettata quando era ancora 
semplice frate , mentre la Legenda ei la compose di già arci- 
vescovo non solo , ma dopo l' opera maggiore del Qironicon 
Genuense, e cosi negli ultimi anni del viver suo. Né può recare 
difficoltà il trovare nel codice premessa alla Storia delle reli- 
quie codesta della traslazione , comecché 1' amanuense abbia 
con savio consiglio seguito l' ordine delle materie anzi che 
quello del tempo in cui furono trattate. Nel primo di quegli 
scritti il Varagine racconta infatti come e perchè venissero le 
pregiate reliquie dal lontano Oriente recate in Genova; e nel 
secondo riferisce invece alcuni miracoli operatisi in questa città 
dopo 1' enunciato trasferimento. 



( CXIA'I ) 

Né pure valgono a far contro a sifatli argomenti alcune 
parole del Calcagnino, là ove sembra accennare a tale operetla 
facendone autore un fra' Giordano da Vercelli ,n ; essendo che 
questo personaggio, come veniva dal riferente dimostralo, é 
affatto immaginario, e deriva probabilmente non da' altro che 
da una arbitraria interpretazione d' iniziali a cui si lasciò an- 
dare il Calcagnino medesimo (2) . Bensì è da toccarsi di quella 
assai nota scrittura che intorno al medesimo soggetto comparve 
nel \ 41 , col titolo di Historia Iranslationis reliquiarum 
beati Joannis Baptistae ad civitatem Januae , compilata 
per Nicolaum q. Mathei de Porta notarium, quarlum cleri- 
cum ianuensem (3 \ Conciossiachè il Della Porta, come prova 
il socio Vigna , con arditissimo plagio fece sua tutta intera 
la Leggenda del Varagine, già fin d'allora al certo ignorala e 
sepolta forse tra la polvere di qualche Archivio, introducendovi 
solamente qua e là osservazioni ed aggiunte il più delle volte 



(') Calcagnino, Storia del glorioso Precursore di N. S., p. 67. 

(-) Nel secolo XIII viveano nell'Ordine dei Predicatori Giovanni e Giacomo da 
Vercelli, ma niuno di nome Giordano; del quale ultimo vanamente si cerche- 
rebbero notizie anche nella diligente Storia della Letteratura Vercellese del 
De Gregori. Poi l'opuscolo essendo scritto in forma d' omelia pastorale, recitata 
od almeno diretta al popolo, occorrerebbe provare coli' esistenza del supposto 
Giordano eh' egli era costituito in dignità episcopale. Per avventura il ms. citato, 
e fors' anche veduto dal Calcagnino, non recava per esteso il nome dell'autore, 
bensì le iniziali (Fr. J. a V.J; ed egli potè così scambiare il Frater Jacobus 
a Varagine nel suo Jordamts a Vercellis. 

( 3 ) V. Olivieri, Carte e cronache mss. per la Storia Genovese, ecc., p. 219. 
L" esemplare del Della Porta citato in questo Catalogo, e serbato nella Biblioteca 
della nostra Università, è sopra modo scorretto; nò molto migliore può dirsi 
quello che se ne ha negli Archivi Generali del Regno in Torino. Una terza 
copia è posseduta dal sig. Luigi Carrara Vice Segretario del nostro Munici- 
pio; e da questa appunto il cav. Banchero desunse quel brano che più special- 
mente riguarda il trasporto delle ceneri, e che si legge a stampa nel Duomo 
di Genova dal medesimo illustrato e descritto. È a credersi che l'originale 
debba esistere nelP Archivio della Compagnia per lo cui uso il Della Porta 
scriveva. 



( CXLV ) 

erronee, scipite o straniere all' argomento. Poi, dove il Varazze 
conduce la narrazione con semplice ma non ispregevole stile, 
e va appena errato in qualche accenno di storia generale, il Della 
Porta ogni qualvolta gli accada di non trascriverne alla lettera 
il testo , esce fuora in un latino zeppo di barbarismi e delle 
più gravi offese alla Grammatica; e come ciò non gli basti, 
scompiglia siffattamente la cronologia, da intricare i meno cauti 
in un laberinto di dubbiezze e d' errori. 

Per ultimo il P. Vigna toccava anche di un altro punto 
abbastanza rilevante per la vita del beato Arcivescovo , cioè 
del suo gentilizio; e riferiva come il P. Giambattista Acinelli 
nella sua Storia cronologica del Convento di san Domenico 
di Varazze (,) , specialmente appoggiandosi alla tradizione che 
correva in paese e ad una vita del beato medesimo contenuta in 
un codice del secolo XVI, inchinasse a crederlo del casato dei 
Cerruti; mentre il P. Gio. Maria Borzino, nel suo Laconismo 
delle /ustorie liguri e genovesi (2) , lo appella invece senza punto 
esitare: « Fra' Giacomo Facio da Varagine, per soprannome 
antonomastico detto Giacomo teologo, domenicano, ecc. » Ma 
il P. Vigna, ben ponderato il valore dei due cronisti, più 
volentieri si accostava alla sentenza dell' ultimo, che, pei tempi 
in cui visse, fu critico abbastanza avveduto e sagace. 

Finalmente il socio canonico Grassi , appiè' del suo Ragio- 
namento sul Martirologio di Ventimiglia onde ci avvenne di 
fare più innanzi parola (3) , toccava di una rettificazione riguar- 
dante il vero autore della Storia delle Discordie e guerre civili 
dei genovesi nell'anno 1575, pubblicata nel 1857 dall'Olivieri, 
col nome in fronte del doge Giambattista Lercari. Ma il testo 
datoci dall'editore (scrive il canonico Grassi) non è punto quello 



(') MS. presso il socio P. Vigna. 
(') MS. della Civico-Beriana. 
( 3 ) V. a pag. C. 



( CXLVI ) 

del Lercari , abbcnchè il nome di questi veramente si trovi 
notato in qualche manoscritto, per lo più d'altra mano, e 
con facile equivoco. Il tema stesso trattarono ben quattro di- 
versi ; onde colui che avuto a mani un esemplare del testo 
oliveriano, privo d'autore, sapendo del Lercari come scrittore 
di somigliante argomento, senza entrare in più minute consi- 
derazioni , ve ne appose il nome. 

11 Soprani e lo Spotorno fan noto però , che il Lercari 
scrisse diciassette libri , e il testo dell' Olivieri ne ha invece 
tre soli, comprendendo tuttavia all' incirca la compilazione che 
in qualche manoscritto è divisa in quattro. Meglio nota è l'o- 
pera corrispondente di Gioffredo Lomellino ; ed anche più di- 
vulgata quella dei Commentari di G. B. Spinola, dopo in 
ispecie l'edizione fattane, il 1838, da Vincenzo Alizeri. Ma il 
Lomellino ed il Lercari sono tuttora inediti; sicché il volume 
pubblicato dall'Olivieri dovrebbe portare a titolo: Delle di- 
scordie et ultime guerre civili dei genovesi seguite V anno 1 575, 
scritte da Scipione Spinola qm. Gian Francesco , nobile ge- 
novese, il cui nome era fin qui passato ignoto agli storici della 
nostra Letteratura. Tutti e quattro poi cotesti scrittori si tro- 
vano infatti riuniti, ed originariamente indicati, in un codice 
abbastanza vicino ai loro tempi, oggidì serbato nella ricca 
Biblioteca Brignole-Sale ; ed ivi appunto il Lercari è ripartito 
in diciassette libri, come notano il Soprani e lo Spotorno 
succitati. 

$ IX. Nella tornata della Sezione di Storia del 7 gennaio 
1865, il socio barone Carlo Nota discorreva le origini ed i 
fasti della famiglia Della Bovere ; toccando in ispecie di quel 
Giovanni, prefetto di Boma, donde uscirono i Duchi d'Urbino, 
e di Lucrezia sorella al pontefice Sisto IV e moglie a Girolamo 
Basso Della Bovere, da cui derivarono i Marchesi di Bistagno, 
Cisterna e Monastero. 



( CXLVII ) 

La Società inoltre ripete dalla cortesia dell' ingegnere Luigi 
Nascimbene un suo Cenno Biografico di Alessandro de' mar- 
chesi Malaspina (l) . Il quale entralo a' servigi di Spagna nei 
primi anni del regno di Carlo III (1775), percorse una glo- 
riosa carriera nella marineria di quella nazione , imprese lun- 
ghissimi viaggi, e fé' tesoro di cognizioni sopra modo impor- 
tanti; finché, venuto in ombra alla tenebrosa politica della 
Corte , perduta la grazia del Re , privato delle sue scritture , 
e sostenuto in carcere, non riacquistò la libertà se non per 
l'interposizione della Francia. Condotto allora a' confini del 
suolo iberico, il Malaspina rientrava in Italia ; e poco appresso 
moriva in Pontremoli il 9 aprile del 1809. 

L'autore osservava quindi come il Governo Spagnuolo po- 
nesse in opera ogni artifizio per coprire d'ingiusta oblivione 
quell'illustre Italiano; come perciò buona parte delle scienti- 
fiche relazioni da lui dettate andasse sottratta, per opera del 
troppo noto Principe della Pace, e come nelle carte marit- 
time pubblicate in Madrid dopo il 1799, ed in gran parte 
fondate sulle osservazioni del Malaspina, non si trovi punto 
ricordato il suo nome, ma quello solamente delle corvette da 
lui comandate (2) . 

All'invito poi del Preside della medesima Sezione Storica, 
che taluno de' socii volesse dar mano ad una biografia di Fe- 
lice Romani, rispondeva sollecito il sacerdote Da Fieno; e 
nelle adunanze del 29 aprile e 1° giugno 1865 pronunciava 
un Elogio , nel quale , sulla fede d' autentici documenti , ret- 
tificate parecchie inesattezze corse in più effemeridi così riguardo 
a quell'egregio Lirico genovese come allo stato di sua famiglia, ac- 



(') Nacque in Lunigiana nel castello di Mulazzo , il 5 novembre 1754. 

(*) Intorno a questo medesimo argomento può vedersi una Memoria del mar- 
chese Giuseppe Campori, nel voi. iv delle Memorie della R. Accademia di 
Scienze, Lettere ed Arti di Modena. 



( CXLVH1 ) 

ccnnava alla educazione letteraria attinta dal Romani alla scuola 
del Solari e del Gagliuffì; e narrava quali circostanze lo de- 
terminassero quindi a battere la via delle scene anzi che quella 
del foro, a cui il padre avrebbe pur voluto indirizzarlo. Di- 
ceva delle splendide prove ognora offerte dal Romani nell' ar- 
ringo presceltosi, de' viaggi impresi co' più valenti maestri, 
delle onoranze onde si vide segno , e del vivo amor patrio che 
facealo rinunziare all'ufficio allora sì ambito di poeta cesareo. 
Notava com' egli adoperasse da savio critico e letterato, ne' 
lunghi anni in che, per volere del re Carlo Alberto, ebbe a 
dirigere la Gazzetta Piemontese e l' Ufficiale ; e passava in 
rassegna le prose, le liriche , i melodrammi che gli valsero il 
nome di Metastasio novello . e andarono sempre sposati alle 
armonie de' migliori. 

Di nobili fattezze, di portamento dignitoso, d'umore gioviale 
e piacevole , e tutto dedito agli amici ed alle oneste allegrezze 
della vita, Felice Romani moriva, grave d'età, in sull' aprirsi 
del 4 865. La patria gli appresta nella civica Necropoli un mo- 
numento ; e alle ossa di lui concede riposo fra' quelle de' più 
benemeriti e degni suoi figli. 

§ X. Delle comunicazioni pervenute alla Società in fatto di 
storia, sarà utile stringere in questo luogo le varie notizie. E prima 
ci riesce grato il far parola della copia di un Carme dettalo in 
memoria de' trionfi riportati nel 4087 da' genovesi, amalfitani 
e pisani sovra de' saraceni, trasmessa di Roma all' Instituto dal 
P. Alberto Guglielmotti nostro corrispondente. Quel poema ha 
il raro pregio di essere proprio contemporaneo al fatto che 
ha preso a celebrare, e intorno a cui di recente il eh. Amari 
scrisse alcune pagine di profondissima critica (1) ; serbasi in un 



(') Prime imprese degl' italiani nel Mediterraneo. Vedi Nuova Antologia di 
Firenze; maggio 1866. 



( CXLIX ) 

codice del 1 1 1 9 di Guidone Pisano , nella sceltissima Biblio- 
teca dei Duchi di Borgogna (!) ; é ricordato con onore da 
parecchi insigni eruditi , come il Pertz ed il Lelewel (2) , 
fu pubblicato la prima volta in Bruxelles dal barone di Reif- 
fenberg, nel Bullettino di quella R. Accademia di Scienze e 
Lettere il 4845, e l'anno appresso in Parigi dal Du-Meril fra 
le Poesies populaires du moyen dge. In Italia ne offerì un 
sunto e mandò in luce alcuni brani lo stesso Guglielmotti , 
nella Storia della Marina Pontificia (3) ; ed io, riguardando 
così alla speciale importanza del documento rispetto alla più 
antica storia dei Comuni di Genova e di Pisa , e alla rivendi- 
cazione del primato italiano nelle Crociate, come alla rarità 
delle Collezioni in mezzo a cui sinora apparve in luce, credo 
utile riprodurlo estesamente fra gli Allegati w . 

Il socio cav. Desimoni presentava poscia il compendio di pa- 
recchi documenti spigolati nell' Archivio di Venezia dal eh. 
Wustenfeld già ricordato , e dallo slesso cortesemente comu- 
nicatigli. Questi documenti esistono nel quarto volume Pa- 
ctorum; e riguardano la tregua conclusa fra Venezia e Genova 
dopo la guerra d' Acri (5J , nel convento de' frati predica- 

(') Catalogne des manuscrits de la Bibliothèque Royale des Ducs de Bour- 
gogne; Bruxelles et Leipzig, 1842; voi. n , p. 85, num. 3901-3909, p 408, 
num. 3898, p. 416, num. 3912. V. anche Schayes, Notice sur le ms. de 1119 
conserve dans la Bibl. du Due de Bourgogne a Bruxelles, nel voi. xh del 
Bullettino dell' Accademia. 

(') Pertz, Archiv. der Gescllschaft zùr aeltere deutsche Geschichtkunde, voi. 
vii, p. 539; Amari, Diplomi Arabi, p. xix; Lei-ewel, Geographie du moyen dge. 

{*) Voi. i, edito nel 1856. 

(♦) V. Allegato G. 

( 5 ) Anno 1270, 12 agosto, indizione 10. Viene esposto che per opera del 
Leviathan fu tra' veneti e genovesi, nelle parti trasmarine , da tenue cagione 
suscitato un grave dissenso, rinfocolato così dalle arti diaboliche, che nò il 
Pontefice , nò il Re di Francia valsero prima d' ora a condurre que' popoli ad 
sufferentiam vel ad treguam. Dio finalmente, mosso a pietà di tanti mali, 
averne ispirato il rimedio ; e però le parti, addivenute alla nomina de' rispet- 



O) 

tori di Cremona, volgendo l'anno 1270, ad istanza de' Prin- 
cipi Cristiani; e la rinnovazione della tregua medesima avve- 
nuta nel luogo stesso il 1283 e 1286, ed in Brescia nel 1291 , 
per durare fino al I29G. Ma due anni prima che questo 
termine venisse a spirare, la guerra si riaccese più fiera che 
mai per l'assalto di Galata; e però soltanto nel 1299 si potè 
concludere una pace , di non lunga vita anch' essa , ma assai 



tivi procuratori (i quali furono, per Genova, Simone Grillo, Guglielmo da 
Savignone e Giovanni di Ugolino), essersi alfine concordate in questi patti: 

4.° I veneziani non offenderanno alcun genovese; in caso d'offesa, la que- 
stione sarà, entro quaranta giorni sommariamente composta, e risarcito l'of- 
feso co' beni mobili ed immobili, ed anche colla tradizione della persona del- 
l' offensore , entro quindici giorni dal pronunciamento della sentenza , malgrado 
qualunque statuto o consuetudine veneta in contrario. Inoltre all' offeso verrà 
conceduto un salvocondotto da Venezia a Ferrara, od a Piacenza, a sua scelta, 
ed a spese del Comune di san Marco. Nel modo stesso il Comune di Genova 
si conviene per riguardo a' suoi sudditi ; e promette inviare l' off nsore fino 
a Piacenza o Ferrara, a scelta dell'offeso. 

2.° I patroni delle navi che usciranno di Venezia , dovranno pei' se e pei 
loro uomini giuiare di non offendere i genovesi. Intorno il che la Repubblica 
di Genova promette reciprocità. 

3.° Entrambi i Comuni procureranno che il presente trattato venga ratificato 
dal Papa , cui spediranno ambasciatori verso la fine di luglio al più tardi ; e 
si adopreranno a che fra sei mesi le città di Firenze , Lucca e Siena entrino 
mallevadrici in solido della sua osservanza. Il Doge di Venezia , nel Consiglio 
Generale , e il Podestà e Capitano di Genova, dovranno poi a loro volta ratifi- 
carlo, ed apporvi il sigillo con bolla di piombo entro sei giorni da che ne sa- 
ranno richiesti, sotto pena di 4000 marchi d'argento. Che se le dette città di 
Toscana non volessero prestare la suaccennata malleveria , allora si preghe- 
ranno della cauzione nelle parti di Siria le Mansioni del Tempio , di S. Gio- 
vanni e dell'Ordine Teutonico, entro un anno a partire dal 1.° maggio venturo; 
ed ove anche queste si rifiutassero, si cercheranno in Italia societates , o sin- 
gulares personas , ovvero anche altri Comuni, a guarentigia di lire 2o,000 da 
fornirsi dalle parti, pel caso di rottura della tregua. 

4." Venezia eccettua dalla cauzione i suoi possessi di Accon , Tiro, Cipro 
e Bonifazio. 

u.° Genova a sua volta stabilisce che tutti i suoi cittadini dimoranti in Tiro 
e nelle sue pertinenze , saranno obbligati con giuramento a difendere il Signore 



( GLI ) 

gloriosa pei genovesi. E qui il riferente insisteva sulla immensa 
utilità che presenterebbe allo studioso una completa raccolta di 
relazioni veneto-genovesi. « Allora, égli dice, si vedrebbe in 
certo modo nascere la questione fra le due Repubbliche , in 
quell'atto del 4 207 onde Pisa e Venezia si assicuravano reci- 
procamente contro Genova. Cosi si intravvederebbe una non 
nota lega fra' genovesi e Vatace imperadore di Nicea , in quel 
cenno che danno gli storici veneti di una guerra impresa nel 



di quella terra , la città e il castello ; ma come siffatta difesa non potrà for- 
nire occasione alla rottura della tregua , così non potrà allegarsi che i vene- 
ziani abbiano lesa 1' osservanza della medesima invadendo Dominimi Tyri vel 
gentem suam. Così ugualmente la stessa Genova eccettua i patti onde è vin- 
colata col re Carlo di Sicilia , nel mare di Provenza e da Monaco ad Acque- 
morte , all' acquisto e difesa del Regno di Sicilia , del Ducato di Puglia e del 
Comitato di Provenza , alle cui imprese deve prestargli aiuto con venti galere 
bene armate, per una metà a spese del Comune e per 1' altra a quelle del Re, 
ed impadronirsi de' banditi e nemici di Carlo transeuntes , stantes , redeuutes 
nel territorio di Genova e del distretto , consegnandoli al Re o tenendoli pri- 
gioni sino a guerra finita; impedire, potendolo, che questi venga assalito; non 
ricettare alcuna preda fatta dai ladroni nel Regno od in Provenza; anzi ricupe- 
rare bona fide le cose sottratte o per avventura nascoste nello Stato genovese. 

Anno 1283 giovedì... , indizione -I0. a Instrumento dato in Cremona, se- 
condo il quale viene prolungata sino al giugno 1286 la tregua , già confermata 
nella stessa città, con due atti del 25 giugno 1280, rispettivamente scritti 
da' notari Leonardo Deodato canonico di san Marco e Leone da Sestri , e per 
l' opera dei procuratori Nicolò Querini ed Jacopo Ticpolo dalla parte di Ve- 
nezia , Egidio Lercarn giurisperito ed Oberto da fPadova da quella di Genova. 
Le condizioni sono letteralmente quelle della convenzione del 1270, eccetto 
che Genova non più riserva i patti col Re di Sicilia. 

Anno 1286, 15 febbraio, indizione 14. a Altro instrumento seguito pure in 
Cremona , per mano del notaio genovese Enrico Della Porta , con cui Marco 
Bembo e Nicolò Querini, ambasciatori di Venezia, Marino De Marini giurisperito 
e Giovanni di Rovegno, ambasciatori di Genova, protraggono la tregua ad altri 
venticinque anni. Il patto è trascritto da quello del 1286. 

Anno 1291, , indizione 4. a Ultima proroga stabilita in Brescia, nel Ca- 
pitolo de' frati predicatori, tra Martino Rembo ed Enrico Dauro procuratori di 
Venezia, Marino De Marini e Ansaldo Mazucco di Genova, fino al giugno del 
1206. 



( CUI ) 

1222 da' loro concittadini contro i nostri e contro quello Impe- 
ratore; e se il eh. Sauli (1) ha trovato nell'Archivio di Torino, 
fra le carte di Genova, un importantissimo documento del Legalo 
Apostolico, fra' Tommaso vescovo di Betlemme (I I gennaio 1261), 
che schiarisce da qual parte sia il torto nella summenovata guerra 
di Acri , io credo che lo stesso Archivio debba pur contenere 
un'altra carta, non meno importante, di altro Legato Pontificio, 
il cardinale Pelagio vescovo di Albano, anteriore di data, ma 
relativa sempre alle questioni di Acri fra' pisani, veneti e ge- 
novesi ; e che oltre all' esserci favorevole come la precitata, ci 
fornisce notizia di uno Statuto colà giurato dalle colonie di 
que' popoli stessi , per prevenire le discordie fra loro. E se , 
per isventura, la pergamena fosse smarrita, io ne ho un sunto 
abbastanza esteso , ricavato dai sempre lodati manoscritti dell'a- 
nonimo Ageno (2) ». 

Riempiuta per tal guisa la serie dei documenti , ed intrec- 
ciati gli uni cogli altri , giusta l' ordine di data , ne avviene 

f 1 ) Della colonia dei genovesi in Calata; voi. II, p. 199. 

( 2 ) Miscellanee storiche mss. , già possedute dall' esimio cav. avv. Emanuele 
Ageno , e dal medesimo recentemente donate alla Biblioteca Civico-Beriana. 

Ivi, Begistro Vili, p. 4: Sunto di pergamena autentica, senza data (1 222?;, 
serbata nella Cantera XI dell'Archivio Segreto della Bepubblica di Genova, 
col titolo sul dorso: Pisani. — Pelagius... albanensis episcopus apostolice 
sedis legatus... Bum Inter ianuenses... et pisanos... controversia verteretur et 
prelium... metuens ne... in totius acconensis civitatis excidium susciperet in- 
cremenlum,... inspecto quodam statuto inter tres comunitates. venetorum 
videlicet ianuensium et pisanorum iuramento firmato, in quo continetur 
expresse quod si discordia evenerit inter duas de comunitatibus istis tercia 
discordiam ipsam concordia vel senlentia infra odo dies bona fide determi- 
net, et partes que discordiam habent teneantur eidem parere, cum iùramen- 
tum fuerit licitum... balio venetorum iniunxi ut... ad concordiam partes 
suas interponeret... tandem vero cum pars pisanorum recusaret litigare sub 
balio memorato allegans dissolutam societatem tum propter bellum... tum 
etiam quia idem balius iuris canonici vel civilis noticiam non habebat... ego 
habito conscilio cum reverendis patribus patriarca ierosolimitano. archiepi- 
scopo tirense. beellemuh. et valeft. episcopis. montis sgon sonde marie de 



( CLIII ) 

che si correggano, suppliscano ed illustrino a vicenda; poi il 
filo della storia procede logico e non interrotto ; le cause e 
gli effetti si corrispondono. Che cosa significherebbe difatti un 
atto del 1290, che si legge nel nostro Libro de' Giuri, e ri- 
guarda la nomina de' sindaci per la tregua da rinnovarsi coi 
veneti , se non avessimo nei Pactorum questa medesima rinno- 
vazione di tregua nel 129 1 , già sopra menzionata? E mentre 
gli storici veneti confondono in un solo due documenti simili 
del 1218 e 1228, chi avrebbe potuto distinguerli, restituirli 
alla vera loro cronologia, se non appunto il nostro Liber Ju- 
rium i4) , e la serie ordinata dei nostri Podestà? 

Infine l'Archivio di Venezia ci offre ancora, nel primo co- 
dice de' Commemoriali, altri due documenti inediti che si ranno- 
dano a' mentovati , e quasi ne sono il complemento. Uno è del 
luglio 1299, e contiene il rapporto di un Segretario Ducale 
spedito a Monaco, per estendere agli estrinseci genovesi quivi 



valle iosaphat et de tarma (latina?) ubbatibus... pronunciavi... balium me- 
moratimi debere cognoscere... Datum apud tirum III1 idus iunii. 

Ego oliverius sacri imperii votarivs et index ordinarius predieta esem- 
plavi ab autentica sigillata sigillo dicti domini pelagii in quo est sculplu 
episcopus indutus sacris vestibus pianeta et manto cum pastorali in manv 
sinistra, et in quo sunt liltcre relegentia taliter. skhllum pelagii albanensis 
episcopi. 

(') Capitolazioni di pace soscritte in Parma fra' veneti e genovesi, alla data 
dell' 1 1 marzo 1218, per l'interposizione del Papa, con che si assicura a que- 
sti ultimi il godimento de' privilegi loro conceduti dagli imperatori Alessio e 
Manuele Cemmeno , si restituiscono agli eredi di Balduino Guercio i beni che 
possedeano fuori di Costantinopoli al tempo di detto Manuele, e si liberano i 
prigioni , tra i quali Alamanno conte di Siracusa. Legati del Comune di Ve- 
nezia e del Doge Pietro Ziani, Domenico Querini e Marco Zeno; di Genova 
e del suo podestà Rambertino Guidone di Bovarello, Amico monaco cister- 
ciense, Lamberto Pomari, Sorleone Pevere ed Ugo cancelliere. (Jurium, 1, 609). 

Altri capitoli di pace e concordia stabiliti il 24 maggio 1228 in Venezia fra 
questa Repubblica e quella di Genova , dallo stesso Doge Ziani con frate Gu- 
glielmo da Voltaggio legato del Comune e del podestà genovese Guidone di 
Pirovano (Id. I, 81oj. 



( CUV ) 

rifugiati la pace dianzi conclusa cogli intrinseci; l'altro ri- 
guarda certe piraterie da alcuni veneti commesse a danno dei 
nostri nelle acque di Negroponte ; e 1' ordine del Doge di Ve- 
nezia, il quale, dietro lagnanza del Vicario di Genova in Ro- 
mania, manda al Bailo di quella terra di renderlo informato 
circa la verità di siffatti richiami. 

Il socio prof. Alessandro Wolf presentava quindi all' Instituto 
la copia di una Carta di privilegi , esenzioni e franchigie conce- 
dute, addi 22 novembre 14-16, dal card. Ludovico Ficschi e da 
Carlo della stessa famiglia agli abitanti delle ville di Propata, Caf- 
farena e Carpendo, desunta dall' esemplare autentico serbato nel- 
1' Archivio Parrocchiale di quest' ultima. Il socio Avignone offeriva 
alcuni frammenti di un codicetto membranaceo del secolo XV, 
contenente il testamento di Tedisio De Camilla, signore di Tag- 
giolo, cappellano pontificio, lautamente provveduto di benefizi in 
più Diocesi dell' Inghilterra, e fondatore del monastero di san 
Nicolò degli Archi, oggi santa Chiara d' Albaro (1) , nonché 
varii atti relativi ad una vertenza insorta nel 1430 fra i discen- 
denti di Tedisio e le monache del luogo indicalo, circa l'ele- 
zione dell' abbadessa Eliana Di Negro , fatta da queste ultime 
senza I' assentimento de' primi , deposta 1' anno appresso per 
mandato del Papa, e surrogata da Selvaggia De Camilla. Per 
ultimo, donava l' instrumento originale', con cui alla data del 
22 marzo 1624 l'Imperatore di Germania vendeva alla Repub- 

( ] ) Il testamento ha la data del 24 giugno 1205; e vuole che il monastero 
sia edificato in una villa e palazzo già da Tedisio posseduti. Nel Foliatium 
Notariorum (MS. della Civico-Beriana; voi. Il, par. I, car. 1 86 recto) si ha poi 
un instrumento del <l.° febbraio 1301, in l'orza di cui gli eredi del De Camilla 
si convengono colle monache cisterciensi , che doveano recarsi ad abitare quel 
luogo. 

Fra le disposizioni del testamento suddetto ci parve in ispccie notevole, quella, 
per cui Tedisio lega in subsidium Terre Sancte , quando fieret passagium 
generale, libras quingentas ianuinorum , videlicet si fiet passagium usque ad 
septem annos. In caso diverso vadano a benefizio del monastero suindicato. 



( CLV ) 

blica di Genova, per la somma di trentamila talleri, tre quarte 
parti del feudo di Zuccarello : instrumento corroborato dal si- 
gillo cesareo e da quelli di varii altri personaggi i quali inter- 
vennero all'atto come procuratori delle parti, e vi apposero 
in calce le loro firme. 

§. XI. Fu già notato nel precedente Rapporto come Y Insti- 
tuto propugnasse il collocamento di parecchie iscrizioni storiche 
nella nostra Città (1) ; di che più tardi venne eziandio ragionato 
nelle adunanze del Consiglio Municipale, avvisandone la mas- 
sima convenienza. Soltanto, il rapido incalzarsi de' grandi 
fatti, e le vicissitudini in mezzo a cui trascorse ora lieto ed 
ora mesto l'anno testé compiuto, hanno fino a qui ritardata 
l'effettuazione di così nobile proponimento. Tuttavia l'esempio 
é già offerto, e ne stanno in prova due epigrafi del socio prof. 
Scaniglia ; cioè quella murata a porta sant' Andrea , e buon 
tratto innanzi da noi mentovata, e l' altra collocata nella parte 
esteriore del monastero di san Silvestro. Il quale monastero , 
come é noto, sorse nel luogo ove fu per più secoli il palazzo 
dell'Arcivescovo, che, da' ghibellini mandato in fiamme . nel 
1394, veniva dieci anni appresso da Pileo De Marini liberal- 
mente ristaurato ; come viene indicato in una lapide sincrona, 
ricordata dal Giustiniani, ma fino a' di nostri serbata nello 
interno del sacro recinto , e solo venuta in luce dacché il me- 
desimo si andò raffazzonando per necessità di mutata destina- 
zione (2) . Ora egli é appunto da questo marmo , che il socio 
Scaniglia trasse argomento alla seconda delle accennate sue 
iscrizioni ; nella quale toccato della significazione dell' antica 
epigrafe , ora collegata alla sua , brevemente ricorda i muta- 



Q) V. Atti, voi. Ili, p. CHI. 

(*) È destinato in parte ad abitazioni private , ed in parte accomodato agli 
usi del Civico Ginnasio. La chiesa è perù tuttavia aperta al culto. 



( CLVI ) 

menti della località ove ella è posta, e dove prima torreggiò mi- 
naccioso il castello , a propugnacolo della incipiente grandezza 
e libertà genovese (1) . 



(') V. Allegalo II. 



( CLVII ) 



PARTE III. 



Anche della Cartografia Genovese, e delle illustrazioni che se 
ne andarono primamente compilando, già ne avvenne di tenere 
parola nel precedente Rapporto ; ma ora siamo lieti di consta- 
tare che a studi siffatti non vennero meno né i preziosi conforti, 
né il sincero apprezzamento de' più autorevoli fra gli eruditi in 
cosiffatte materie. 

La Società ha divisato pertanto che le varie monografie delle 
carte nautiche ligustiche, od attinenti alla Liguria, debbano 
comparire a stampa ne' suoi Atti insieme unite ; e sieno corredate 
da' fac-simili diligentemente eseguiti de' più antichi, o meglio ri- 
putati e finora inediti Portolani. Fra i quali vogliono aver posto 
precipuo quello del cav. Luxoro (!) , onde forni all' uopo una 
bella fotografia il socio sac. Luigi Profumo, da lui, come abils- 
simo dilettante, condotta colla massima nitidezza e precisione; e 
l' altro costrutto da prete Giovanni rettore di san Marco del Porto, 
serbato nei Regi Archivi di Firenze (2) , e di cui l' Instituto 
medesimo ha commessa una copia di proporzioni presso che 
naturali (3) al sì riputato Stabilimento fotografico degli Almari. 

Da parte sua il cav. Desimoni ha intorno codesto argomento 
proseguite nel biennio decorso le bene avviate ricerche; e ce 
ne ha presentati i risultati ulteriori in due Relazioni, delle 
quali ci proveremo ad offrire il compendio. E qui Y ordine 

C) V. Atti, voi. Ili, p. C1V. 

( 2 ) Id. , p. CIX. 

( 3 ) La pergamena ha la lunghezza di centrimetri 86 ì / t per 62 y a ; la foto- 
grafìa 82 per 55. 



( CI.VIII ) 

cronologico ci trae innanzi tutto ad aggiungere alcune notizie 
nuovamente scoperte, ed esposte dal socio medesimo, in riguardo 
al prete Giovanni summenzionato. 

La Cronaca di Filippo da Bergamo citata dagli storici della 
nostra Letteratura , fa menzione all' anno 80 di Cristo di un 
anonimo genovese, preposito della chiesa di san Marco; il quale 
nel 1306 ebbe a conversare con alcuni ambasciatori dell'Im- 
peratore di Etiopia, che, reduci da Avignone e da Roma, sta- 
vano in Genova attendendo il tempo propizio per navigare alla 
loro patria. Frutto -di queste conversazioni fu poscia un diffuso 
Trattato , che il buon prete pigliò a distendere sugli etiopi 
ed i loro costumi, non che un Mappamondo. Ora che l'autore 
di questi lavori e quello della Carta dell' Archivio Fiorentino 
sieno identici , è fatto chiaro dalla* qualità di rettore o preposito 
della nostra chiesa di san Marco attribuita costantemente a 
Giovanni, e dalla coincidenza del tempo; giacché il principio 
del secolo XIV, o il fine del precedente, era già stato asse- 
gnato alla Carta in discorso dal cav. Desimoni, e fu confermato 
dal dotto prof. Teodoro Wiistenfeld, che, a preghiera dello 
stesso, la esaminò di poi e ne rilevò acute osservazioni. Si 
aggiunga, che come 1' anonimo del Bergomense mostrossi avido 
di notizie cogli etiopi , cosi adperò eziandio prete Giovanni 
co' suoi concittadini allorché tornavano da lontane regioni. Il 
che si chiarisce dalle leggende in essa Carta contenute, e fra 
le quali una dice : Hoc audivi a mercatore ianuense fide digno 
qui aliquantum morabalur in Sigelmesa , etc. 

Nel Catalogo della Biblioteca Colbertina (l> ricordansi inoltre 
due opere di un Giovanni da Genova, intitolate Canon ecly- 
psium editus anno 1331, ed Investigano ecclypsis solis anni 
1338, entrambe attribuite nel Catalogo stesso al celebre autore 



C) Cod. ms. num. 1827, citato dall' Echard, Scriplores Ordinis Praedica- 
torum, ediz. di Parigi 1719; voi. I, p. 462. 



( cux ) 

del Catholicon , Giovanni Balbi domenicano. Ma il P. Echard 
giustamente osserva , che il Balbi più non poteva essere tra' 
vivi in quegli anni; e cosi pare probabilissimo, e quasi po- 
tremmo, senza esitanza, dire certo, che i mentovati lavori 
si abbiano invece ad assegnare al nostro Rettore di san Marco; 
il quale nelle epoche indicate poteva benissimo scrivere e trat- 
tare di eclissi , appunto come di cosa in qualche modo atti- 
nente ai più usati suoi studi. 

Pel tal guisa le sovra esposte notizie a vicenda rischiarandosi 
e compiendosi , mostrano ancora che Filippo da Bergamo nel 
riferire l' importante cenno di una ambasciata etiopica a papa 
Clemente V , attinse a fonti ignote , ma vere , abbenchè gli 
Annali Ecclesiastici del Rainaldo si passino affatto in silenzio 
della legazione medesima. 

Né infine si vuol lasciare senza nota d' osservazione la leg- 
genda apposta da Giovanni alla sua Carta: Presbiter Joannes 
rector sancii Marci de portu Jauue me fecit (1) . Imperocché 
tale denominazione accenna al porlicello cavato in sul cadere 
del secolo XIII da Marino Boccanegra su quel seno di mare, 
che oggi denominiamo il Mandraccio. 

Fra le altre carte onde il cav. Desimoni ebbe nelle enunciate 
Memorie, a tenere ragionamento , é quella testé scoperta in Ven- 
timiglia , sotto la fascia d' un codice manoscritto , dal già lodato 
socio corrispondente cav. Girolamo Rossi, che gliene porse cor- 
tese notizia. Che se sventuratamente la mutilazione della mem- 
brana, la quale presenta lo stemma della famiglia Usodimare, 
i guasti e gli sbiaditi caratteri lasciano poco a sperare per la nostra 
illustrazione; il prof. Rossi, non si ristarà tuttavia dal tentare 
ogni mezzo, onde ridurre nelle migliori condizioni possibili la 
Carta stessa; la quale frattanto, per la qualità della scrittura, 



Ci V. De Luca, Carte nautiche del medio evo disegnate in Italia; Napoli, 
1866 (negli Atti dell' Accademia PontanianaJ. 



( ax ) 

di un bel rotondo, la mancanza de' gradi e più altri particolari, 
ci si appalesa come una delle più antiche forse del medio evo. 

Nella Biblioteca del rimpianto collega avv. Francesco Ansaldo 
serbasi poi un codice cartaceo della metà del secolo XV , in 
foglio piccolo, contenente, oltre un componimento poetico, forse 
inedito, sul santo Sudario custodito a san Bartolomeo degli 
Armeni , la Relazione del viaggio del beato Oderico da Porde- 
none pubblicata dal Ramusio (l) , e la descrizione delle isole 
dell'Arcipelago del fiorentino Cristoforo Buondelmonti , stampata 
in Berlino dal De.Simer nel 1824 (2) . Ma non perciò il mano- 
scritto Ansaldo vuoisi avere in poco pregio ; conciossiaché ivi 
si abbiano raccolte le figure delle isole stesse, delineate un pò 
grossolanamente nelle prospettive, ma di minuta esattezza nei 
contorni, golfi, scogli, ecc., ed ommesse nella edizione del De 
Sinner, ad eccezione di due (la Provincia d'Epiro e l'isola di 
Creta; postevi a guisa di saggio. Più, il codice in discorso par- 
rebbe di assai corretta lezione ; mentre i parecchi venuti a 
mano dell'editore di Berlino, per testimonianza del medesimo, 
sono in gran parte scorretti. 

Di tre Portolani spettanti all' oramai notissimo Visconte Mag- 
giolo , fé pur cenno il riferente. L'uno, che si compone di 
sette carte, fu già del monastero di Metten , ed ora esiste nella 
Biblioteca Reale di Monaco di Baviera; porta la scritta: Vescoiite 
de Ma j olio civis Janue. composuy liane cariarti in Janua de 
anno domina 1519; e per quella porzione che abbraccia le 
Antille ed il continente da Honduras fino al Capo Santa Maria 
neirUraguay, fu pubblicato al quinto foglio di un Atlante idro- 
grafico di fac-simili relativi alla scoperta dell'America, mandato 

(') Delle navigationi et viaggi, ccc; Venezia, Giurili, 160G; volume II. 

( 2 ) Christophori Bondelmontii fiorentini, Librum insularum Archipelagi, e 
codicibus parisinis regiis nunc primum totum edidit, praefatione et annota- 
lione instruxit Gabr. Bud. Ludovicus De Sinner; Lipsiae et Berolini, Beimer ; 
1824. Un voi. in-S.vo. 



( CLXI ) 

in luce colle illustrazioni di Federigo Kunstmann per cura di 
quella R. Accademia di Scienze e Lettere (1) . L'altro, diligen- 
temente minialo nel 4 535, comprende gran parte del Mediter- 
raneo, colle coste di Barberìa e dell' Europa occidentale ; non 
fu ignoto allo Spotorno (2) , ed è ora custodito negli Archivi 
Generali del Regno in Torino. 11 terzo finalmente reca la stessa 
data del 4 535, conservasi nella Biblioteca della Cattedrale a 
Toledo di Spagna, si estende al Mediterraneo ed all'Oceano, 
dall'Inghilterra alle Canarie; e di esso ci fornisce contezza il 
Catalogo di Hànel (3) , riferito dal Kunstmann nelle illustrazioni 
precitate. 

Lo stesso Kunstmann ci offre eziandio un'altra importante 
notizia, relativa ad un manoscritto italiano esistente nell'anzi- 
detta Biblioteca di Monaco (i) , e corredato da una Carta in cui 
si legge : Jacobus de Majollo condam Vesconti composuit liane 
carfani in Janna anno Domini 1551 die 19 marsi (sic). 
Donde è chiaro che nella famiglia del nostro Visconte l'arte 
della Cartografia esercitossi di padre in figlio ; e viene posto 
in sodo che lo stesso Visconte era già morto nell'anno sud- 
detto. Con che, a sua volta, acquista piena certezza il so- 
spetto prima d'ora emesso dal socio marchese Staglieno, nella 
sua lettera al cav. Desimoni , che cioè la Carta del \ 587 col 
nome di V esconte de Majollo, serbata all'Ambrosiana di Milano, 
non dovesse attribuirsi a quello stesso il quale già troviamo 
impiegato nell'opera del costrurre portolani fino dal 1512 t5) . 

(') V. Kunstmann, Die entdeckung Àmericas nach den àltesten quellen geschi- 
chtlich mit einen Alias alter bisher ungedruckter karten ; Miincken , Aschcr 
et Gomp., 1859; p. 135. 

( 2 ) Storia Letteraria della Liguria, voi. IV, p. 282. 

( 5 ) Hanel, Catalogus librorum mss. qui in Bibliothecis Galliae, Helvetiae, 
Hispaniae, etc. asservantur ; col 997. 

( 4 ) V. Thomas, Catalogo dei mss. della Biblioteca Reale di Monaco , voi. vii , 
p. 271. 

C) V. Atti, voi. ni, p. exi -xii. 

ir 



( CUII ) 

E queste notizie accordansi poscia con altre cavale da' nostri 
atti notarili e dalle Colonne di san Giorgio, ove a partire 
dal 1519 il primo fra i citati Visconti è detto figlio del qm. Gia- 
como; e c'insegnano con ciò ch'egli ebbe a rinnovare (giusta 
1' usanza tanto comune a que' giorni e neppure a' nostri affatto 
dismessa) nel nipote il nome dell'avo M) . 

L'avv. Desimoni toccava quindi di un Portolano già posseduto 
dal socio cav. Girolamo Da Passano, tanto benemerito fra noi 
della popolare istruzione, e dal medesimo liberalmente donato 
al nostro Instituto. È in pergamena , ornato all' intorno da un 
bel fregio messo ad oro e a colori , diligentemente scritto e 
ben conservato, salvo da una parte, ove manca di un pezzo non 
ampio, che dovea contenere l'isola d'Irlanda; perdita non grave 
se non fosse la speciale circostanza, che ivi appunto l' autore avea 
dovuto segnare l'epoca del suo lavoro, come apparisce dalla leg- 
genda, perciò rimasta interrotta, e che dice: Geronimo Costo 

C) A migliore intelligenza, poniamo qui un alberetto della famiglia de' nostri 
cartografi. 

Maggiolo Giacomo q. Giorgio, q. Giacomo. 

A. 1465. Nominato nel Cartolario S. L. delle Colonne (car. 479 verso), come 
erede per una sesta parte del detto qm. Giacomo. 
Morto innanzi il 1519, come, dal Cari. L. (car 452 recto). 

Visconte 
1512, 10 dicembre. Sua prima carta conosciuta. 

1519, Sua seconda carta. 

» Possessore di un mezzo luogo di san Giorgio (Cart. L., loc. cit., ove è 
indicato qm. Jacobi). 

• 12 maggio. Per decreto del Comune di Genova gli è assegnato l'annuo sti- 
pendio di lire 100 (V. Canale, Storia del commercio, ecc., p. 477 e seg.). 

1520, 11 luglio. Conferma del suddetto decreto (Ivi). 

1521, 7 maggio. Nuova e pia ampia conferma dello stesso. — 13 maggio. 
Mandato di pagamento per l'anticipazione di una annata {Ivi). 

1522, 10 agosto. Sua terza carta. 

1525. Quarta carta, fatta da Visconte in compagnia di Gio. Antonio suo figlio. 
1535. Altre due cario costrutte dallo stesso Visconte. 



( CLXIII ) 

genovese mi fece in Bar , cioè in Barcellona, giusta quanto 

potè discernervi ancora negli anni addietro il sullodato prof. 

Segue: Visconte 
1542, 10 maggio. Nominato in atto del notaro Jacopo Villamarino. 
1547. Ultima carta finora nota di Visconte, già morto nel 1551. 



Giovanni Antonio 

1525. Costruisce insieme col pro- 
prio padre una carta. 

1588, 21 gennaio. 11 detto Gio. 
Antonio qm. Visconte, sapendo 
che Chiara Bacigalupo , moglie 
di Baldassare suo figlio, pos- 
sedè iscritta nel Cartolario di 
Numerato di san Giorgio la 
somma di lire 1250, delle quali 
è patto che non possa disporre 
senza if di lui assentimento, le 
concede per ciò l'opportuna fa- 
coltà 

I 
Baldassarre 
detto di Visconte. 
1583. Sua prima carta conosciuta. 
1586. Sua seconda carta, di re- 
cente scoperta in Ventimiglia dal 
cav. Girolamo Rossi. 
1588. Nominato nell'atto sopra 
allegato, donde si conosce es- 
sere proprio figlio di Gio. An- 
tonio. 



Jacopo 
1551, 19 marzo. Sua carta, nella 

R. Biblioteca di Monaco. 
N. B. Del Visconte giuniore, au- 
tore della Carta del 20 dicem- 
bre 1587, non si hanno fin qui 
notizie per precisare se egli sia 
veramente figliuolo d' Jacopo, o 
di Giovanni Antonio summen- 
zionati , ovvero anche di qual- 
che altro figlio di Visconte se- 
niore fino al presente ignorato. 
Tuttavia , se è lecita una con- 
gettura , ameremmo attribuirlo 
piuttosto ad Jacopo, osservando 
che questi il quale , portando il 
nome dell'avo, era forse il primo- 
genito del più antico Visconte , 
ci si mostrerebbe fedele all' uso 
ed alle tradizioni di famiglia sovra 
allegate, col trasmettere al suo 
primo od unico nato il nome 
del proprio genitore. 
Ancora nel 1736 troviamo no- 
tizia di un Visconte Maggiolo, il 
quale assai probabilmente dovrebbe 
collegarsi alla famiglia dei nostri 
cartografi. Costui , addì 1 4 marzo 
detto anno, faceva un deposito di 
denaro, per ottenere la facoltà di 
esercitare il notariato nella Riviera 
di Ponente (V. Manuale di Nu- 
merato primo pel 1736, neh' Ar- 
chivio di san Giorgio). 



( CLXIV ) 

Da Passano. Del resto, anche la <lala, da più rimota stagione 
affatto scomparsa nella membrana , non tarda a palesarsi , ad 
un bel circa, per più critcrii a chiunque non giunga nuovo 
nello esame de' portolani, talché si può senza fallo attribuire 
questo nostro al primo quarto, o, tutto al più, alla metà del 
secolo XVI. Perocché, se la bandiera dei cavalieri di san Gio- 
vanni che ivi troviamo ancora sventolare sull'isola di Rodi, 
non sarebbe per una parte un dato sufficiente per farci rite- 
nere l'atlante del Costo come anteriore all'anno 1526, in cui 
siffatta gloriosa insegna fu cacciata dagli ottomani (essendo noto 
che i cartografi in genere troppo di frequente accolsero e ri- 
peterono nelle opere loro tradizioni di popoli , leggende di re, 
bandiere e dominii già trapassati) ; dall' altra assai chiaramente 
accenna all'epoca summentovata la timida introduzione dei gradi 
di latitudine e la mancanza delle longitudini : prima applicazione 
delle dottrine sorte pur di que' giorni sulle opere scoperte, 
tradotte e commentate di Tolomeo ; senza che però la pratica 
nautica se ne valga ancora , e tuttavia prosegua invece a gio- 
varsi della antica rosa de' venti (1 >. 

Due altri portolani , di cui pure toccò il Desimoni , sono 
quelli d' Jacopo Scotto serbati alla Marciana di Venezia e 
nella Biblioteca dell'Archiginnasio in Bologna. Nella perga- 
mena veneta l' autore così scrisse : Jacobus Scotus januen- 
sis , oppiai Levanti, in Civitate veteri ^fatiebat 1589; 
e nella bolognese: Jacobus Scottus genuensis , 1593. Questo 
cartografo rimase finora sconosciuto alla Storia ; ma non 
è improbabile che per famiglia , od almanco per paren- 
tela, si possa collegare a quel suo contemporaneo Bene- 
detto Scotto, di cui già vennero prima d'ora citate in cotesti 

0) Parecchi tra' biografi di Carlo V narrano che a questo monarca , nella 
sua solitudine di san Giusto, Andrea D'Oria inviasse una carta marina, dise- 
gnrta con assai diligenza, e della quale l'imperatore pigliava diletto gì ali- 
dissimo. 



( CLXV ) 

volumi due relazioni di viaggi marittimi oggidì fatte raris- 
sime (1) ; ed autore anch' esso di alcune carte , appena ricor- 
date in un opuscolo di Marco De Franchi pubblicato a Ge- 
nova nel 1641 (2) . 

Ma avendo oramai compiuta, o quasi, la rassegna degli at- 
lanti fino al secolo XVII, parve al Desimoni opportuno consiglio 
il sorvanzare quel termine dapprima segnato alle sue ricerche, 
e condurle invece più dappresso ai nostri tempi , sebbene più in 
breve, e quasi per semplici note bibliografiche, come richiede 
il soggetto , fatto meno importante per sé colla nostra marina 
ridotta a misero stato, e per riguardo alle dotte pubblicazioni 
straniere dalle quali d' ora in poi molto ci resta da appren- 
dere. E qui ci è grato sdebitarci dapprima verso l' egregio 
rettore di sant'Antonino di Casamavari, sacerdote Angelo Re- 
mondini, il cui amore alle patrie antichità é a tutti noto, 
ma al quale la Società nostra più particolarmente professa 
riconoscenza, pel cortese dono da lui pur fattole di un bel 
l' atlante pergameno del Mediterraneo. Il quale atlante reca 
in margine la scritta : Iovan Batta Cavallini in Livorno 
Ano 4 639. Ma questa data, posta a raffronto colla Carta, ci 
reca invero non lieve sorpresa; imperocché, senza di essa, 
quel lavoro sarebbesi giudicato anteriore di un secolo , tanta e 
sì spiccata è la somiglianza che ritiene co' portolani del Cinque- 
cento , vuoi nella nomenclatura , nella forma de' caratteri , nel 
colorito, nella distribuzione dello insieme, nella diligenza onde 
sono rappresentate le figure delle città e de' porti, ed in più 
altri accessorii. Circostanze tutte di gran peso, le quali non 
saprebbonsi spiegare se non nell'uno di questi due modi. 
qui più che altrove trionfa la servile imitazione che le scuole 

(') V. Atti, voi. in, p. cxiv. 

( 2 ) Discorso di Marco De Franchi, gentiluomo genovese, sopra la muta- 
zione dell'alveo del fiume Magra deliberata dal Senato nel 1640; Genova, 
Faioni, 1 641 ; p. 19. Presso il socio avv. Avignone, 



( (XXVI ) 

ponevano nella formazione delle carte, come si è detto di 
sopra; ovvero (e parrebbe anche meglio probabile) l'atlante in 
discorso é veramente fattura di un Cartografo degli inizi del 
secolo XVI, ed il Cavallini che vi appose il proprio nome, senza, 
la tanto usitata aggiunta del fece, altro non dee ritenersi che 
il possessore del medesimo all'epoca eziandio notata del 1639. 
Il che tanto più assume apparenza di vero , se si consideri 
che la scrittura di costui , non è punto conforme a quella del 
Portolano. 

Ma atlanti certi del secolo XVII esistono al contrario nelle 
ricche Biblioteche del Duca di Genova in Torino, e del march. 
Marcello Durazzo nella nostra Città. Nella prima uno ve ne ha 
senza nome d'autore, col titolo: Flambeau de mer, contenant 
tous les ports et rades de la coste d'Espagne, Catalogne, 
Pioverne, Italie, Barbarie et de l'Archipel, e si ritiene cosa 
ligure, dacché reca lo stemma Pallavicino. Nell'altra é una 
membrana a colori ed oro, del 1622, rappresentante tutti gli 
scali del Mediterraneo: opera di un Giovanni Francesco Moni, 
accompagnala da una illustrazione manoscritta; e quivi pure, 
sotto la denominazione di lìecueil des ports et rades, esiste 
un codice cartaceo, miniato, del successivo secolo XVIII, con- 
tenente in centonove fogli atlantici altrettante carte nautiche, 
precedute da un indice de' porti nelle medesime disegnati. 
Parecchi portolani, costrutti a Londra nel 1620 da un Gio- 
vanni Damele , che al cognome , non senza fondamento , si 
presume genovese , custodisconsi ugualmente nella Palatina di 
Firenze. 

Inoltre, negli stessi secoli XVII e XVIII cominciano ad ap- 
parire uniti agli atlanti i trattati di navigazione; e tali appunto 
sono quelli di Sebastiano Gorgoglione , stampato a Napoli nel 
1705, e più altre volte, col titolo di Portolano del Mare 
Mediterraneo, e del capitano Francesco Maria Levanto stam- 
palo a Genova nel 1664, colla denominazione di Prima Parte 



( CLXVII ) 

dello Specchio del Mare w . La parte seconda del medesimo, 
il cav. Desimoni crederebbe poterla additare in un autografo 
membranaceo del Levanto, in foglio atlantico, con otto tavole 
miniate a colori ed oro, serbato nella più volte citala Biblioteca 
Durazzo. 

Dopo avere cosi enumerati i lavori idrografici che più par- 
ticolarmente ci riguardano , il socio cav. Desimoni toccava an- 
cora, come per incidente, di alcuni portolani a noi estranei, 
come di un Grazioso Benincasa del 1469, assai bene conser- 
vato e custodito all'Ambrosiana di Milano, e di una carta dei 
principii del secolo XVI, costrutta a Fez da uno spagnuolo di 
nome Lopez, venuta a luce presso di un antiquario in Genova, 
e poco stante scomparsa senza lasciare traccia di sé. Diceva di 
un atlante 7 eseguito nel 1558 dal portoghese Diego Homen , cu- 
stodito nell' Arsenale di Venezia , sfuggito alle ricerche del 
Matkovich, del Negri e del Berchet ( 2 ) , e da non confondersi 
con altro dello stesso autore, esistente nel Museo Britannico 
e per fac-simile in quello del veneto Palazzo Ducale, e pub- 

(') Dell'opera del Gorgoglione si ha un esemplare alla Civico-Beriana ; 
quella del Levanto fu comunicata al cav. Desimoni dal socio cav. Domenico 
Guarco. 

Nella Biblioteca de' Missionari Urbani si custodisce poi manoscritto ed au- 
tografo un trattato sulla navigazione del Mediterraneo , privo però di mappe , 
col titolo: Portulano di me Giorgio Berlingiero qm. Gio. Batta, di Spotorno, 
piloto della galera capitana dell' Ill.mo Sig. Gio. Maria Boria della squadra 
di S. M. Cattolica, che risiede in Genova, V anno dì nostra salute 1687, 
1° de settembre. E nella Civico-Beriana è un codice cartaceo in-4.°, ms. del 
secolo xviii, intitolato Carta di navigare, in fine del quale si legge: Hieroni- 
miìs Azurius Vicomcrcatensis scripsil hunc libellum. 

Infine non vuol essere taciuto, benché più recente, il Periplo del Mediter- 
raneo del capitano Saettone , ms. in foglio atlantico, ricordato dallo Spotorno 
nelle annotazioni al Giustiniani (voi. i, p. SI 5). 

(*} Matkovick , Alte handscriftliche Schiffen-Karten in der Bìbliotéken zu 
Venedig; nel voi. vi delle Mittheilungen der K. K. Geographischen Geselle- 
chaft , p. 70. Negri e Berchet, Elenco di Portolani che si trovano nelle prin- 
cipali Biblioteche di Venezia 



( CLXVII1 ) 

blicato dal Conte di Lavradios ambasciatore del Portogallo 
presso la Corte d'Inghilterra; e finalmente di un portolano 
membranaceo in cinque tavole, a colori ed oro, costrutto in 
Messina nel 1586 da Giovanni Martinez (di già noto per un 
Periplo del Mar Nero delineato nel 1570) , e di recente acqui- 
stato dalla Reale Biblioteca di Torino. 

Per ultimo , presentava un Catalogo , nel quale , ad imita- 
zione degli elenchi compilati da Federigo Madden pel ricor- 
dato Museo Britannico , e dai lodati Matkovich e Negri per 
Venezia ed il Veneto , si trova cronologicamente disposta la 
memoria degli atlanti e delle carte d' autori genovesi , ov- 
vero fatte od anche solo esistenti in Genova, fino al presente 
conosciute ; e che già rilevano ad oltre cinquanta , abbrac- 
ciando un periodo di circa quattro secoli {l) . 

( ) V. Allegato I. 



( CLXIX ) 



PARTE IV. 



In parecchie sedute della Sezione di Belle Arti , il Preside 
cav. Federigo Alizeri , leggeva la Vita dello insigne nostro 
architetto Carlo Francesco Barabino ; la quale ora appunto 
viene in luce col terzo volume delle Notizie de' professori 
del Disegno dal eh. autore con diligenza e gravi studi insieme 
adunate. Dj che tanto più ora pigliamo a rallegrarci, in quanto 
sentiamo che male avremmo potuto stringere in queste pagine 
le memorie cotanto svariate di un artista, che stampava a Genova 
si grandi orme di sé, che ci donava la ridente passeggiata del- 
l' Acquasola, e traduceva splendidamente in atto il nobile con- 
cetto de' Padri nostri : ne vrbi tot insignibvs monvmentis in- 

STRVCTAE THEATRVM SPECTAB1LIVS DEESSET (1) . 

Ma questa nostra Classe Artistica, alla quale più specialmente 
si compete il vegliare alla tutela de' patrii monumenti, preoc- 
cupavasi non poco delle sorti a cui sugli inizi del 1865 pareva 
andare incontro la celebrata Madonna del Piola (2) , da oltre 
due secoli esposta in Via degli Orefici nella nostra Città; e però 
levava la voce , e facea pratiche officiose perché , come allora 
ne correvano già bene inoltrate le trattative, quel prezioso 
dipinto non si avesse , per mera soddisfazione di privati inte- 
ressi, a vedere esposto in vendita, con pericolo quasi inevitabile 
di andare ad arricchire maggiormente ancora dell' artistico pa- 
trimonio italiano le gallerie forastiere. Oggi nondimeno quel 

(') Parole della iscrizione di Faustino Gagliuffi, nel timpano del Carlo Felice. 

(*) E qui da emendarsi l'errore tipografico passatoci ^inavvertito , là ove 
(Atti, voi. Ili, p. CXXXV) si riferisce la morte di Pellegro Piola all' anno 
1646, invece del 16Ì0. 



( CLXX ) 

pericolo è all'atto scomparso; e ne ha merito una grave sentenza 
giudiziale, estesa da un onorevole Magistrato che pure annove- 
riamo tra' socii ; e nella quale , in virtù di massime sancite 
dalla romana legislazione, affermalo un principio di molto 
giovamento alla conservazione delle opere insigni onde tanto si 
abbellisce la patria , e dichiarato il quadro del Piola non do- 
versi altrimenti riguardare che come pubblico monumento , 
perchè dalla cessata Consorteria degli orafi apposto a perpetuità 
nel luogo ove tuttora si ammira, stabilivasi non potersi da 
questo luogo stesso distrarre vuoi da' successori di quegli antichi 
maestri, o da altri qualunque (1) . 

Lamentava inoltre la Sezione la deliberata, e di presente 
effettuata, demolizione della antica Torre de' Cattaneo, in pros- 
simità dell' antico porticello denominato dalla stessa famiglia , 
per lo allineamento della nuova e grandiosa Strada Vittorio 
Emanuele; e pregava il socio cav. Giuseppe Isola, perchè 
volesse con un disegno serbarne il ricordo. Facea caldi voti 
acciò i nuovi progetti vòlti allo ingrandimento ed al maggior 
decoro della Città, avessero a conciliarsi, più di quello che 
non accadde in passato, coli' onore che ben si compete agli 
avanzi delle età chy ci precorsero; e per converso rallegravasi 
de' restauri che si vanno da oltre un biennio, con rara solerzia 
e diligenza, praticando a benefizio della chiesa di san Barto- 
lommeo alla Certosa di Rivarolo, colla direzione del socio 
avv. Maurizio Dufour, oggidì Presidente dell'Accademia Ligu- 
stica (2) . 

(') V. Delle opere d'arte d'autori insigni, apposte da privati in tuono 
pubblico, per rimanervi perpetuamente , se divengano nei secoli monumento 
pubblico; Sentenza pronunciata dall' Ecc.ma Corte d' Appello di Genova, il 10 
luglio 4 865, ed estesa dal barone Carlo Nota. Genova, Tip. della Gazzetta dei 
Tribunali. 

( 2 ) « Per uniformarsi ai veri caratteri clic presenta quella chiesa (la quale 
si compone di una sola ma spaziosa nave), la vòlta del primo tratto, che serba 
l'impronta del 1300, fu seminata di stelle d'oro su fondo d'azzurro; e ne" 



( CLXXI ) 

Nelle adunanze poi del 7 aprile e 19 dicembre 1865 , il 
socio cav. Desimoni leggeva un suo lavoro intitolato : Saggio 
storico sulla musica in Genova, distribuito in due parti. L' au- 

quattro scomparti formati da costoloni convei genti nel centro ad una patera, 
ove è ad alto rilievo scolpita l' imagine del titolare, oggi dorata e dipinta giusta 
il costume dell' epoca, mise mano il valoroso pittore sig. Francesco Semino; e 
vi ritrasse , oltre san Brunone , i principali fondatori degli ordini monastici in 
Italia, come san Benedetto, san Romualdo e san Giovanni Gualberto, circondati 
da raggi. 

« La cupola, che arieggia lo stile del Cinquecento, imponeva a' restauratori 
leggi diverse e meno severe. Onde vi fu saggiamente praticata una decorazione 
di cassettoni, & cordoni di fiori e frutti a colori ed oro. Nei peducci lo stesso 
Semino ha poi dipinti i quattro evangelisti, con una franchezza e maestria che 
sono degne di provetto artista. 

<• Più ardua impresa pareva richiedere il Presbitero , sia perchè il partito 
architettonico e le decorazioni del medesimo si accostano al Seicento, e sia 
perchè i novelli dipinti volevano armonizzarsi con una medaglia di Dio Padre, 
che Giovanni Carlone vi avea condotta con quel sugoso impasto di tinte e 
quella vivacità di colorito, onde vanno largamente encomiate le opere di quel 
sommo affrescante. Il Semino ha qui restaurati alcuni putti che intorniano la 
medaglia stessa nelle attitudini le più svariate, e scansi fra mani gli strumenti 
della Passione di Cristo ; e nei lunetti sottoposti al primo ordine di finestre 
ha rappresentate sei figure d' angeloni, lodevolissime per l'eleganza dei tipi e 
la grandiosità del disegno. 

« Quanto altro rimane di spazio nelle volte del tempio , è tutto messo ad 
ornamenti di buono stile: vasi e candelabri, tavolette e nastri svolazzanti, cor- 
nucopia di fiori e frutta, e simili leggiadrie condotte con diligenza e perizia 
dall'egregio sig. Antonio Bruno, e fìnte di basso rilievo su fondo celeste, ad 
imitazione degli invetriati che piglian nome dai Robbia. 

« Dopo il discorso (benché troppo brevemente) fin qui, niunp è clic non 
vegga P importanza e la bontà de' restauri impresi alla Certosa. Pure dobbiam 
notare che molte opere si resero indispensabili come preludio agli stessi. L'u- 
midore , che tutto avea guasto l'edificio, chiedeva un efficace riparo sia col 
rinnovamento delle armature e dei tetti , e sia col rifornire di nuovo intonaco 
ogni parete; il redintegrare la chiesa ne' suoi originarli caratteri traeva seco lo 
spostamento di buona parte delle finestre; due delle quali, di forma oblunga, 
vennero riaperte ai lati dell' ancona nel Coro; e a tutte poi saranno (e furono 
infatti) applicati i vetri a colori o dipinti , pe' quali venne richiesta 1' opera 
del chiarissimo Berlini di Milano •> (V. il Ragguaglio da me pubblicato per la 
Società nella Gazzetta di Genova del 13 giugno 1865). 



( CLXXU ) 

tore , accennato nella prima all' occasione per cui gli venne 
l'atto di raccogliere le scarse notizie patrie che si hanno intorno 
a questo argomento, si fa a trattare anzitutto della musica 
sacra , come quella che nacque avanti d' ogni altra nel medio 
evo, in cui soli cantori erano i cherici e solo canto 1' ecclesia- 
stico , ed anzi alle altre die quindi vita e porse in seguilo 
nutrimento. Di che, oltre i documenti storici , si ha la prova 
filologica nelle parole, oggi ancor vive, di maestro di cappella, 
per significare un compositore o direttore, e di corista, per 
indicare il noto strumento che dà tòno e norma ad una or- 
chestra anche secolare. 

Genova dunque non poteva in questo differire dalle altre città; 
ma nello introdurre una scuola pubblica di musica non fu seconda 
ad alcuna fra le più illustri della Penisola, cosi rispetto al 
tempo (1478 circa) come alla fama del maestro; avendo per ciò 
chiamato nelle sue mura il lodigiano Franchino Gaffurio, celebre 
non meno pel valore spiegato nell' arte che per dotte scritture 
tuttavia onorate. Poi la vicina Chiavari seguiva l'esempio della 
Metropoli, ed invitava con pubblico stipendio il maestro Gia- 
como Scherlino nel 1555. E qui il Desimoni toccava eziandio 
da' più antichi nostri scrittori di musica ecclesiastica; come 
di Sisto Illuminati, domenicano, che ne espose le regole, di 
Simone Molinari, celebre suonatore di liuto e maestro di cappella 
nella nostra Cattedrale, i cui alunni viaggiarono a Roma prima 
del 1618 (1) . Ai quali poi, come cultori appunto della musica 
ecclesiastica, vogliono associarsi la monaca Antonia Scarampi, 
ed il carmelitano Gian Pietro Grimaldi, di molte lettere ornato. 

Ma un fatto più pronto , e durevole sino a' di nostri , fu 
appunto l'istituzione della Cappella musicale nel nostro Duomo, 
per opera di Lorenzo Fieschi , vescovo d' Ascoli e poi di Mon- 
do vi, in sui principii del secolo XVI (avanti il 1519); quello 

(') De Boni, Biografia degli artisti %. Molinari. V. Sauu-Carreua, Epistolar. 
Libri t)"s posteriores; Genova, Pavoni, 1619; p. 134. 



( CLXXIII ) 

stesso che poco prima (1499) aveva arricchita la chiesa di 
santo Stefano della bellissima cantoria scolpita in marmo ed 
istoriata da Donato Benci e Benedetto fiorentini (1) . Altri imitò 
poscia il liberale prelato, come Andrea D' Oria per la chiesa di 
san Matteo, e il cardinale Bartolomeo Della Rovere pel Duomo 
di Savona ; benché fra tutti primeggino i Pallavicini , i quali 
costruendo, all'esordire del secolo XVII, la superba chiesa di 
sant'Ambrogio o del Gesù, vi aggiunsero una ragguardevole dote 
per la cantoria, che oggidì maggiormente fiorisce per le cure dello 
egregio patrono (2) , e pel numero e la bravura de' più eletti 
professori. L'Oratorio aperto verso il 1732 nel gentile tem- 
pietto annesso alla chiesa di san Filippo, è poi il meno antico 
Instituto sacro-musicale di cui abbiamo memoria; ma quivi i 
nostri maggiori ebbero agio di gustare le note severe del P. 
Buonfichi , la ricca e facile vena del Paisiello , e le sublimi 
creazioni di Glùck, Haydn e Beethoven. 

L'avvocato Desimoni estendevasi poscia a parlare degli organi; 
e mostrava come già nella seconda metà del secolo XV ne 
fossero dotate fra noi le chiese precipue , e non pochi vi aves- 
sero capaci a maneggiarli. Diceva del veneto Giovanni Tornano, 
ignoto nella sua città natale, e che pare avesse fermata stanza, 
od almeno residenza non breve, tra noi verso il 1489. Ma gli 
organi da lui costrutti in santa Maria di Castello ed in san 
Lorenzo non raggiungevano forse una notevole perfezione , 
sebbene egli avesse di già introdotta l' invenzione , a que' di 
recente , della pedaliera (3) ; giacché vediamo , a mezzo il se- 



(') La contessa Negri di Sanfront, come erede e discendente dei Fiesclii, 
governa ancora oggidì la Cappella di san Lorenzo. Intorno poi alle sculture 
della cantoria di santo Stefano , è a vedersi un articolo del eh. Varni , nel 
giornale artistico // Michelangelo 

( 2 j 11 march. Ignazio Alessandro Pallavicini, Senatore del Regno. 

( 5 ) V. Vigna, Illustrazione dell' antichissima chiesa di santa Maria di 
Castello, p. 488-490; ove già si accennano organa.. . . antiqua dissonantia... 



( CLXXIV ) 

colo XVI, l'organo di san Lorenzo cedere il posto ad un 
nuovo, che fu eseguito a spese de' Padri del Comune da Giam- 
battista Facheto bresciano, e che dal progetto del medesimo 
esistente nello Archivio Civico si chiarisce di buona scuola; 
talché può credersi con grande probabilità eh' egli sia allievo 
de' celebri Antegnati, i quali appunto in Brescia, per oltre un 
secolo, lavorarono organi lodatissimi, e diedero opera ugual- 
mente a quelli delle cattedrali di Milano, Bergamo, Cremona 
e Mantova. 

L' organo costrutto dal Facheto, pel prezzo di 350 ducati d'oro 
larghi, oltre il cambio del vecchio, che deve essere stato quello 
del Tornano, eseguito nel 1491, è per avventura quello stesso 
che tuttora esiste nella cantoria sovra l'altare de' santi Apostoli; 
e sebbene alquanto accresciuto nel numero dei registri, conserva 
in gran parte l'antica forma, e quella bontà che può conciliarsi 
coli' età inoltrata e le vicende a cui andò soggetto. L' organo 
poi che nel Duomo stesso vedesi allogato di contro all' ora 
detto, appellavasi dei Fabbricieri, perché costrutto a spese di 
costoro ; ma oggidì non si potrebbe riconoscerne lo stato pri- 
miero, tanto fu guasto ed alterato da mano imperita. 

Seguiva intrattenendosi alquanto a mostrare i gradi successivi 
di perfezionamento, fino da quando gli organi aveano un solo 
registro di trenta canne ad anima, e tasti durissimi; e sog- 
giungeva come nell' organo del Facheto sia da lodare una buona 
proporzione nel ripieno, e la proprietà della nomenclatura dei 
registri che i moderni mantennero (1) ; e come manchi però dei 

et quantum ad usum nullius bonitatis, ed ove figurano ben cinque professori 

(pulsatoresj , cioè: prete Galeotto di , frate Bassano da Lodi, frate 

Leonardo di Alemagna, fra' Tommasino da Finale e maestro Pietro di Como. 
(*) Pel guasto dell' atto in cui si contengono questi particolari, non si può 
conoscere il numero preciso dei tasti, i quali vanno però oltre i quaranta. Un 
documento pubblicato dal eh. Guasti (V. Archivio Storico Italiano, serie III, 
voi. II, p. 52 e 71) ci apprende, che nel secolo XV la canna maggiore dì 
un organo per la Cattedrale di Lucca dovea avere, dalla bocca in su , sei 



( CLXXV ) 

registri a lingua, che trovansi invece introdotti negli organi di 
sant'Ambrogio e della Basilica di Carignano, costrutti alla metà 
del secolo XVII dal gesuita Guglielmo Hermann fiammingo (i \ 
coadivnato da alcuni suoi connazionali (2) , autore di altro lodato 
organo per la Cattedrale di Como, e di quello lodatissimo pel 
Duomo di Trento. Ne' quali organi chiaramente si rivela l'im- 
pronta dello ingegno germanico, sempre studioso di nuovi ef- 
fetti, in que' registri a voce di toro, d'angiolo, di fanciullo, 
ecc., alcuni de' quali pare rispondano nella fattura a quello a 
lingua, detto voce umana, di recente introdotto dai valenti 
Lingiardi di Pavia. 

Anche il nostro di Carignano fu costrutto con tutta la per- 
fezione e magnificenza possibile di que' tempi,, a tre tastiere e a 
più di cinquanta registri, e durò celebre in Italia; finché di 
recente così esso come quello di sant'Ambrogio vennero sosti- 
tuiti da due organi del Bianchi, allievo dei Serassi, pur con- 
servando gran parte delle canne del ripieno. 

Il cav. Desimoni accennava quindi agli organi moderni dei 



braccia fiorentine d' altezza. Dunque il primo tasto avrebbe dovuto essere il 
fa più profondo del violoncello; ossia, giusta la moderna nomenclatura, quel- 
l'organo doveva essere sull'ordine di 12 piedi reali, pari a metri 3. 52 
circa. Questa misura è poi confermata anche da altra notizia contemporanea di 
un organo a Ferrara, somministrataci dal Cittadella, a pag. 66 delle Notizie 
r elative a Ferrara. 

(') Le ricerche instituite dal cav. Desimoni, gii consentono di rettificare il 
nome di questo costruttore, il quale dal eh. Alizeri (Guida ecc. , voi. i , 
p. 124 e 275) trovasi invece appellato Jacopo Helmann. 

(*) Sono essi: maestro Giovanni Heid, primo aiuto dello stesso Hermann, ed 
un Hanz Dieterich. Fu anche tedesco 1' artista che fece la cassa, e chiamavasi 
Giorgio Haigenmann ; ma gli intagli così di questa come delle imposte furono 
eseguiti da' nostri Giulio Pippi , Giambattista isola e Santino Giuntino. La pit- 
tura e doratura fu raccomand ta agli abili pennelli di Paolo Brozzi e Domenico 
Piola; e la Cantoria fu lavorata dallo scultore e quadratista Carlo Solaro, padre 
del più valente e meglio noto Daniele. Tutta 1' opera venne poi condotta fra 
il 1657 e il 1660, e costò più di hre 23,000 d'allora. 



( C1AXVI ) 

prefati Serassi, Bianchi e Lingiardi, non elio agli altri del 
Bossi e degli Agati : certamente superiori agli antichi nella 
semplicità e perfezione del meccanismo, nello assegnimento di 
effetti grandiosi con lievi mezzi, nella vivacità e solidità dei 
registri a lingua, e nella piena loro imitazione degli strumenti 
da fiato o da corda ; ma tuttavia notava come, per ciò che ha 
tratto a voce generale, essi vengano accagionati di minore 
dolcezza ed armonia nel ripieno. Onde, senza voler entrare 
però come giudice nella questione, iva cercando se i moderni 
abbiano adoperato saviamente, lorquando cacciarono dal ripieno 
le terze e lasciarono collegate alla tonica le sole quinte; mentre 
gli antichi poneanvi per ogni nota l' intero accordo, e le leggi 
sperimentali dalla Fisica trovate nel suono paiono dar ragione 
a quest' ultimi. Esprimeva perciò il desiderio che i moderni 
volessero, appunto come gli antichi, domandare di consiglio la 
scienza; e recava ad esempio le profonde meditazioni di Giam- 
battista Doni e le savie ricerche del P. Bedos, vòlte a trovare 
la più delicata, ovvero la più efficace espressione degli affetti, 
per mezzo del temperamento nell'accordatura in un solo or- 
gano o tastiera, e poi per mezzo dei temperamenti su due o 
più tastiere. 

Detto inoltre come nel 1737 gli organi di san Lorenzo ve- 
nissero ribassati di mezza voce, e indagatane la ragione proba- 
bile nello sviluppo della musica e nella sostituzione del corista 
lombardo al romano, toccava di volo de' pochi e non molto 
noti costruttori genovesi, e specialmente del Pittaluga, lamentando 
che a' più di essi, forniti di non comune capacità, mancasse 
ben di fre uente 1' occasione di grandiosi lavori; e che in altri 
il fervido ingegno non fosse aiutato da buone tradizioni scola- 
stiche. Sponeva eziandio alcune osservazioni sull' armonia anche 
esterna dell'organo, in relazione colle altre belle arti, oggi, 
a vero dire, un po' trasandata e prosaica, e circa lo influsso 
che i suonatori, come lo Squarcialupi ed il Merula, esercitarono 



( CLXXVII ) 

sul popolo con istrumenti assai meno perfetti de' nostri, ricer- 
candone profondamente l' effetto musicale , non iscompagnalo 
dal decoro e dalla verità dell' arte. 

Rifacendosi poscia più strettamente alla storia della musica 
ecclesiastica, l'autore osservava potersi a questa eziandio ran- 
nodare il canto delle processioni ; ed accennava che come in 
Firenze di già nel secolo XIV si cantavano laudi sacre, che 
ci vennero tramandate nell'Enciclopedie Mcthodique, così in 
Genova abbiamo versi e canto per le Casaccie; le quali è noto 
che fino dal secolo XVI possedeano codici manoscritti su per- 
gamena , poscia stampati nel 1 580 in Torino , e che già di 
que' giorni si dicevano antichissimi. Siffatti canti sono in tono 
minore, all'uso delle città marinaresche; e meritarono l'atten- 
zione del Brack, da cui vennero inseriti nella traduzione fran- 
cese del Viaggio musicale dello inglese Burney. Che se per 
una parte delle processioni instituite dalle Casaccie (di che a 
brevi tocchi descriveva il procedere coi ponderosi Crocifissi , 
e le macchine del Maragliano e d'altri valenti artefici nostrani, 
e le armonie onde si chiude l' imponente corteggio), comecché 
degenerate in gravissimi inconvenienti , il cav. Desimoni non 
desiderava punto ripristinata l'usanza; dall'altra non poteva 
ristarsi dal lamentare in genere che vadano sempre più scom- 
parendo alcuni costumi caratteristici delle diverse nostre città, 
come sarebbe il battere dell'antica e nazionale Moresca, con 
musica al tutto appropriata. 

Nella seconda parte del suo lavoro, destinata specialmente al 
Teatro, l'autore accennava come la più antica musica non ec- 
clesiastica, nota fra noi, sia quella de' madrigali, onde sulla fine 
del Cinquecento ci forniscono esempi Antonio Dueto canonico di 
san Lorenzo, Giambattista Lagostena discepolo di Filippo Del 
Monte , anch' esso forse genovese , Giulio Fiesco, e il già lo- 
dato Simone Molinari; le composizioni de' quali vennero stam- 
pate dal Gardano in Venezia nel 1605, ed altre a cinque voci 



( CLXXVIII ) 

del Moli nari slesso a Genova nel 1613, sotto gli auspizi del 
Principe di Venosa. 

Allora vagiva tuttavia l'opera teatrale, colla Dafne del Peri 
e 1' Orfeo del Monteverde ; che assai più tardi ehbe perfezione 
colla distinzione dell'ano, dal recitativo, col più sapiente uso 
del coro e dell'orchestra , e col formarsi del genere detto im- 
propriamente accentuato. Di tutto questo sviluppo non si ha 
per vero notizia fra noi ; ma ben puossi affermare che Genova 
non fu restia ad accogliere ogni progresso. A prova del che 
1' autore digrediva alquanto sulla storia domestica di que' tempi 
(secoli XVI e XVII), nei quali è bello sopratutto lo svolgersi 
delle arti e delle lettere; talché, passandoci anche della ce- 
lebre nostra scuola pittorica, giova notare come allora dame 
belle di forme, d'animo e d'ingegno, maestrevolmente poetas- 
sero; a Genova, a Roma, ad Anversa, ovunque insomma fos- 
sero più genovesi riuniti , sorgessero illustri Accademie ; e un 
genovese, il Tagliacarne, venisse eletto educatore e maestro 
dei figli di Francesco I di Francia ; il Baliani emulasse Galileo , 
a Padova Marcantonio Paxèro, detto l'Enciclopedico, profes- 
sasse in quella si riputata Università, e Gian Vincenzo Pinelli 
raccogliesse una Biblioteca elettissima; mentre il Flaminio, il 
Partenopeo, il Boofadio, il Maffei convenivano a Genova, il 
Tasso vi era invitato, ed il Cortese, il Bembo, il Ruscelli, ed 
il Paschetti non rifinivano di ripetere che a Genova tutte cose 
erano perfette (1) . 

In tanto splendore e squisitezza di gusto, é chiaro che la 
musica non poteva essere trascurata (2) . Il P. Angelo Grillo 
veniva richiesto di poesia da' più valenti compositori del suo 

(') Può anche vedersi intorno a ciò la mia Dissertazione Della vita privata 
dei genovesi , p. 250-260. 

(') Di già sullo scorcio del secolo XV il cavaliere Antoniotto Campo Fre- 
goso , figlio di Spinetta che fu Signore di Gavi , letterato e poeta lodato dal- 
l'Ariosto , aveva scritto in versi un Dialogo sulla musica. 



( CLXXIX ) 

tempo, come Giacomo De«Vuert e Giulio Caccini. Al quale 
ultimo , che tentava la trasformazione de' madrigali in Pasto- 
rale e della Pastorale in Opera, lo stesso Grillo indirizzava 
una lettera d' incoraggiamento e consiglio ; ove si mostra buon- 
gustaio e critico non inutile , neppure pei tempi nostri , defi- 
nisce il carattere del recitativo , e indovina 1' ufficio del coro 
nelle greche tragedie, e il suo nesso col genere musicale 
che allora s' introduceva (1) . Peretta Scarpa-Negrone fu detta 
il miracolo del secolo XVI , per la virtù del suo canto ; 
e Marzia Centurione- Imperiale domandava al Fortiguerri la 
poesia d'una favola pastorale, che inedita conservasi, col titolo 
di D or inda, , nella citata Biblioteca Durazzo. Né vogliono passare 
senza lode il diplomatico Luca Giustiniani , che della musica 
fu grandissimo Mecenate, e Vincenzo Costaguti, poi cardinale, 
che a' versi in lode della celebre cantante Eleonora Baroni , 
mandò innanzi un Discorso su queir arte divina ; né il Fu- 
sconi che in servigio di questa poetava in Venezia, il Chia- 
brera che scrivea per la Corte di Firenze, ed il Frugoni per 
quella di Parma. Più tardi (sec. XVII) il doge Agostino Lo- 
mellini , filosofo e matematico, fu anche splendido prolettore 
delle arti e del canto ; e fondò in Pegli una bellissima villa , 
con vago teatro campestre, che tuttodì vi .si ammira. Ed ai 
principii del nostro secolo furono chiari , come dilettanti , Er- 
silia Damiani -Spinola, Ambrogio D' Oria profondo compositore, 
e Giambattista Vissey egregio come cantante ed anche come 
critico, per un breve saggio che ne stampò il Gervasoni ( " 2) . 
Allora ugualmente il chiaro fisiologo Benedetto Mojon scri- 
veva degli effetti della musica sali' animo dei maniaci. Nò 
va taciuto il ricorrere annuo e gratissimo della nostra Città 
ad una serenata, che, non ha molti anni ancora, l'eletta dei 



(') V. Lettere del P. Angelo Grillo; Venezia, 1616; voi. i, p. 384. 
( 2 ) V. Gervasoni , Nuova teoria di musica; Parma, 1812. 



( CLXXX ) 

dilettanti festeggiava sotto gli ausfizi di Argentina Spinola e 
la direzione d' Antonio Costa benemerito fondatore del Ligure 
Institulo, a cui più lardi si volsero le sollecitudini e diligenze 
del nostro Municipio. 

Ma, ommcltendo di parlare de' viventi, e di questo stesso Insti- 
tuto e del Teatro Carlo Felice, che potrebbero fornire argomento 
ad una Memoria tutta speciale, il cav. Desimoni restringeva 
il suo ragionamento ai teatri antecedenti; e rammentava come 
fino dal principio del secolo XVII la famiglia patrizia dei Balbi, 
facendo costrurre il superbo Palazzo (in oggi Reale) nella via 
chiamata dal loro nome, vi volesse unito il Teatro che ancora 
vi si ammira, e dal cognome del suo architetto prese il titolo 
del Falcone. Toccava quindi come questo stesso Teatro e gli 
altri due del sant'Agostino e delle Vigne divenissero proprietà 
dei patrizi Durazzo, emuli dei Grimani di Venezia; e fosse al- 
lora chiamato uno de' fratelli Bibbiena ad introdurvi le celebri 
loro invenzioni sulle scene mobili. 

Gli stessi patrizi componevano , e talora rappresentavano i 
drammi musicali o d'altro genere; e fra essi, chiari anche 
per altri rispetti, primeggiavano Giannandrea Spinola e Anton 
Giulio Brignole-Sale. Vi é anche memoria di celebri cantori , 
come Carlo Descalzi, Gian Francesco Guidobono, e quel Giu- 
seppe Paita che nudrì un' ottima scuola, e , perfetto ugual- 
mente nel canto che nella danza, fu chiamato l'Orfeo e il 
Batillo Ligure. Né certo passò senza influsso il soggiorno in 
Genova di Alessandro Stradella , per virtù musicale ugual- 
mente che per tragiche avventure famoso ; e che appunto nella 
nostra città scrisse l'ultima sua composizione melodrammatica, 
// Barcheggio, per le nozze Spinola-Brignole nel 1681 (1) . 

(') Esiste ms. nell'Archivio Musicale della R. Biblioteca Palatina di Modena. 
V. Catelam , Delle opere di Alessandro Stradella, fra gli Atti e Memorie 
delle Mi. Deputazioni di Storia Patria , per le Provincie Modenesi e Par- 
mensi ; voi. in, p. 348. 



( CLXXXI ) 

Il passaggio degli spettacoli scenici dal Falcone al Sant'Ago- 
stino, si può dire che implichi il trapasso dell'arte aristocra- 
rica alla democratica, e dalle feste patrizie alla partecipazione 
del popolo. Né siffatta mutazione va al certo biasimata, ben- 
ché, sotto il rispetto della squisitezza, l'arte possa perdere 
alquanto. Ma il Sant'Agostino, diretto dal valente Granara, ebbe 
un periodo assai glorioso; e dura vivo tuttora nella tradizione 
l'effetto stupendo delle prime rappresentazioni, ivi accadute (feb- 
braio 18 13),, dell'opera del Mayer, La Rosa rossa e la rosa 
bianca, col libretto raffazzonato da Felice Romani, il quale iniziò 
appunto con questo la sua splendida carriera lirica. Qui poi 
furono ammirati i più sublimi artisti e maestri ; e fra essi 
piace ricordare il Marchesi , che col suo canto divino con- 
corse all'Accademia offerta dal novenne Paganini; qui Lasa- 
gna, Gambaro e i due Corbellini ricevettero i primi applausi, 
forieri di quelli che avrebbe loro tributati la da essi percorsa 
Europa. 

Di maestri d'opere più antichi si hanno scarse notizie; come 
d'un Righi, e d'un Giovanni Maria Costa. Ma a' tempi di cui 
ora parliamo Genova avea un Francesco Gnecco , discepolo di 
Cimarosa, che porse consigli al Paganini, e fu compositore 
felice di più spartiti , fra i quali La Prova di un opera seria, 
che destò un entusiasmo non ispento ancora. E a chi rin- 
facci al Gnecco la povertà della istrumentazione, si risponde 
che la scuola classica, limpida e melodica fu la dote princi- 
pale di questo maestro non solo , ma de' suoi tempi ; e che il 
genere classico, nudrito però di studi più profondi, fu lode- 
volmente mantenuto da Giocondo Degola (figlio d'applaudito 
maestro, ed autore di soavissimi Notturni, come del celebre 
duetto Ser Gennaro inserito nell'opera del Ricci Chi dura 
vince), e recentemente ancora dal compianto Andrea Cambini: 
tutti e tre, il Gnecco, il Degola e il Cambini , rapiti in età 
immatura all'arte e alla patria. Tale fu pure il pregio de' no- 



( CLXXXII ) 

stri pianisti; i quali, come l'Àcinelli, il Bevilacqua, il Buon- 
figli e l'infelice Borgatta, si educarono alla scuola del Padre 
Mattei ; mentre Giuseppe Monlelli, che poscia stampò in Parigi 
suonate di buono stile, corse ad ispirarsi in Adam e Muzio 
Clementi. 

Il cav. Desimoni mostrava anzi di credere, che in ciò stia 
la base dell'arte, segnatamente per un italiano. Ma, a chi do- 
mandi anche la virtù degli ardimenti , Genova additerà con or- 
goglio la sua Scuola del violino, che oggi ancora non teme 
rivali; e qui, a brevi tratti, descriveva gli effetti meravigliosi 
di quel violino di Paganini, costrutto il 1742 dal famoso Guar- 
neri del Gesù, che fu il suo cavallo di battaglia, e che di 
presente riposa nella nostra aula municipale, perpetuo ricordo 
di quel sommo alla patria. 

Concludeva, invocando dagli artisti la imitazione dei succi- 
tali modelli , non solamente per la musica, ma per ogni arte 
bella; dacché varii i mezzi loro, uno lo scopo. La lirica pre- 
domini alla drammatica, ma non cosi che la grandezza, il 
contrasto e la varietà degli affetti non sieno convenientemente 
rappresentati colle sapienti, od anche materiali, combinazioni 
armoniche. Nulla si deve trascurare, massime nell' Opera che , 
come l'Epopea, racchiude tutta una fase istorica. Di che va 
specialmente lodato il Mayerbeer, sebbene, per naturale ric- 
chezza, profondità e giusta espressione di ogni senso musicale, 
l' Italia, col suo Bossini , non debba invidiare nazione alcuna. 
Talora l'Epopea s'innalza fino a rappresentare l'accasciamento 
dell'uomo sotto la natura, cioè sotto la Provvidenza; e allora 
é giusto che il suono degli strumenti più poderosi e le masse 
concertate soffochino il protagonista , o lascino sfuggire grida 
interrotte , paurose. In ciò anche la Scuola dell' avvenire e le 
altre analoghe, a buon diritto biasimate nella loro essenza, pre- 
stano utili servigi ; e i suoni sopracuti , che è costretta a mandare 
l'ofìcleide, cagionano non più il disprezzo, come accade della Scuola 



( CLXXXlll ) 

sensistica, ma una compassione infinita: l'ambascia dell'animo 
tradito dal Panteismo, dopo assaporati i più potenti trovati del 
genio ; insomma tutto il mito sublime di Fausto e Mefìstofele. 
Ma nella vera filosofia , del pari che nella vita della umanità, 
dopo la tempesta riede la calma ; e piace , colla Cenerentola 
del Rossini, al bagliore de' lampi, allo scoppio de' tuoni ed 
allo sconquasso della natura, il succedersi di una semplice sor- 
tita di flauto in maggiore, a cui le altre voci sussurrano ap- 
pena, vinte dalla dolcezza; mentre le onde sonore, imitando 
il cessare della procella, sembrano lambire i margini pentite 
Jà dove poco innanzi infuriarono disfacendo i colti ed i fiori. 
Ma come la musica si giova di tutte le sue parti nelle dovute 
proporzioni, così l'Arte generale dee trarre profitto di tutte le 
sue creature; delle quali ciascuna appunto ha ufficio partico- 
lare. Alla scultura le pòse , il carattere, il dolore perpetuo, 
immutabile della Niobe; alla pittura i quadri della vita, i nodi 
della commedia secondarli e finale; ma alla poesia ed alla mu- 
sica il ritmo, il movimento che tutte queste parti colleghi e 
traduca alla vita. Donde non è da consentire a coloro che col- 
l'Engel discacciano dal dramma la poesia, o tollerano appena 
la musica come una cara maliarda; quasi che appunto si 
possa concepire una maliarda senza doti grandi e vere , quan- 
tunque abusate. E la supremazia del vero e del bello, senza 
l'esclusione dell'utile , era anche il voto che faceva l'autore per 
la civiltà italiana e per la sua capitale, Firenze; dove, per 
restringersi proprio al subbietto, godea vedere che il nuovo 
organo costrutto dai Serassi per la Basilica Laurenziana con 
tutte le arti del progresso , non discacci i vetusti e soavissimi 
che Onofrio poneva in santa Maria del Fiore ed alla Badia. 
Né che Adelina e Carlotta Patti , o Giuseppe Verdi , facciano 
dimenticare la Società del Quartetto, ove il nostro Cambini 
colse una delle più pregiale sue palme. Per simil guisa Fi- 
renze e Italia tutta accolgano i portati della scienza e del be- 



( CIAXXIV ) 

nesscre sociale; ma li pongano alialo alle creazioni antiche del 
genio, senza che quelli uccidano queste, come pur troppo ve- 
diamo lutto giorno accadere (l \ 

C) Dobbiamo notare ancora come il cav. Dcsimoni , a guisa d' Appendice al 
Saggio di ebe per !a specialità dell'argomento ne parve opportuno di offerire 
ai lettori una estesa relazione, fornisse notizia di una preziosa Collezione mu- 
sicalo genovese , ripartila in 1G volumi; e riservandosi a darne in seguito 
ampia descrizione, accennasse frattanto come la stessa appartenga alla metà 
del secolo xvii, e contenga sacre e profane composizioni de' più celebri 
cinquecentisti e loro discepoli: Claudio Menda, Leone Ilassler, Scbùtz, Di- 
ruta, i due Gabrielli, ecc. Tali composizioni però sono scritte con una no- 
tazione non solo affatto diversa dalla consueta, ma sì da quella proposta dql 
Rousseau, ed anche , a quanto sembra , dalle allre indicate dal Raymond 
(Des principavx sijsle'mes de notation musicale , nel voi. xxx delle Memorie 
della R. Accademia delle Scienze di Torino); e che tuttavia si potrebbe de- 
cifrare , mediante il riscontro di alcuno di quo' pezzi che sono già cono- 
sciuti , e scritti colla notazione comune : per esempio , La prima toccala e 
ricercavi del Morula stesso. 



( ciaxxv ) 



CONCLUSIONE 



Nel biennio al quale si riferiscono i lavori onde siamo fin 
qui venuti intrattenendo il lettore, e di che ci sembra dovere 
assai lietamente augurare per l' Instituto , che varca oramai il 
decimo anno di una vita prospera e rigogliosa, la Società ha 
ricevute non poche prove de! pubblico favore in cui è tenuta. 
Il novero de' suoi membri effettivi si è, più che altra volta, gran- 
demente accresciuto in questo biennio medesimo (1) ; otto chia- 
rissimi cultori delle storiche discipline vennero eletti corri- 
spondenti, previa la Relazione d'uso { * } elaborata nel 1865 
dall'avvocato Gaetano Ippolito Isola, e nel 18G6 dal barone 
Carlo Nota. Inoltre S. A. I. il Principe Luigi Luciano Bona- 
partc, munifico promotore degli* studi filologici, fu nominato 
socio onorario. 

Altro segno non dubbio della vitalità dell' Instituto può, senza 
tema, fornire a ciascuno la maggiore frequenza introdotta nelle 
nostre pubblicazioni. A proposito delle quali non panni privo 
d' importanza il rilevare come le svariate materie trattate nelle 
adunanze delle diverse Sezioni, sieno tutte volte a colorire un 
disegno , e partano da un concetto unico e fondamentale , ov- 
vero anche intorno al medesimo si raggruppino. Il quale concetto 
mira a porre in luce le fonti e a radunare tutti i più necessari 
elementi, che possano in qualsiasi guisa fornire la base all'edi- 
ficio di una completa storia genovese. Cosi, per esempio, se 

( 1 ) V. I' Elenco clic precede questo Rendiconto. 

(-) V. Norme regolamentari per la nomina dei soci onorari e corrispon- 
denti nel voi. i degli Atti , p. 687. 



( CLXXXVI ) 

riguardo agli studi attinenti alla Diplomatica fu iniziato un 
saggio colla Serie de' Consoli criticamente disposta, e colle 
osservazioni inclusevi sull'anno e l'indizione genovesi , la cro- 
nologia dei Podestà e Capitani di Genova , ed il catalogo 
de' genovesi che ressero somiglianti uffici in altri Comuni 
d'Italia (di già in parte ordinato dal socio Belgrano), gitterà 
nuova luce sull'argomento, e farà palesi alcuni riscontri vera- 
mente singolari , e di molta rilevanza per la storia medieva della 
Penisola, nel periodo delle fazioni guelfa e ghibellina. Anche 
la Illustrazione del Registro Arcivescovile , ora prossima a 
comparire, offrirà motivo di tornare su questo punto; successi- 
vamente potrà mandarsi a slampa in un Codice, che si ha già 
in pronto, quanto ancora ci resta di documenti inediti a tutto 
il secolo XI; ed infine un Regesto generale delle carte e dei 
diplomi genovesi, a quest'ora abbozzato fino al 1200. 

Gli Statuti della Repubblica e delle sue Colonie, dal secolo 
XIII al XV verranno pubblicati dalla benemerita Deputazione 
Reale sovra gli studi di Storia Patria per le antiche Provincie ; 
ma non senza la cooperazione di alcuni nostri socii , i quali 
hanno l'onore di farne parte. Delle relazioni diplomatiche, già 
fornì un primo saggio il socio Da Fieno (I) , che però si propone 
estendere cotali studi ad una ampiezza maggiore; e a lui si 
unisce il socio Peirano, il quale va specialmente occupandosi 
di ciò che ha tratta alle cose di Roma , sempre importanti, e 
nuove ancora per copia di documenti fino a qui sconosciuti. 

Anche a periodi meno remoti la Società volge le proprie 
ricerche; ma quei periodi meritano speciale illustrazione o per 
l'interesse particolare che offrono, o per la copia dei materiali 
nuovamente scoperti , o pei giudizi disparali che ne portarono 
gli scrittori; od infine perchè la Storia, oggidì entrata veramente 



C) Della legazione a Roma di Lazzaro D'Oria il fi83 , Saggio di sludi 
sulla Diplomazia Genovese. San Pier d'Arena, 1863. 



( CLXXXVII ) 

per quella via di che Giambattista Vico segnava le traccie pri- 
miere, non si appaga de' fatti esterni, ma brama di scendere 
all'intimo delle cose, studiare l' indole che più particolarmente 
distingue una nazione, e riguardare al costume, per descriverci 
non solo i politici eventi e le imprese rumorose, ma per ritrarci 
la morale fisiosomia de' popoli, trasandata per lo più, e quasi 
diremmo sdegnata, dalla comune degli storici dei secoli scorsi. 
Di tal fatta lavori sono quelli appunto del march. Spinola (l) , 
e la Memoria del socio Belgrano sulla vita privata de' genovesi, 
a cui ne terranno dietro più altre sui giuochi e le feste pub- 
bliche, le armi e le lettere, la finanza e i commerci, la reli- 
gione, ecc. 

Gentilmente invitata dalla onorevole Commissione per le 
feste di Dante a pigliar parte alla solennità del sesto centenario, 
celebrato ad onore del massimo Poeta in Firenze nel maggio 
del 1865, la Società confidava l'incarico di rappresentarvela 
al suo Presidente, al march. Lazzaro Negrotto-Cambiaso, ed 
al cav. Enrico Falconcini soci effettivi, al prof, senatore Mi- 
chele Amari socio onorario, ed al cav. Giulio Rezasco socio 
corispondente. Ma poiché lo stesso Presidente teneva poco stante 
di quelle festività nazionali ragguagliata 1' assemblea, io non 
ne ripeterò qui i particolari; i quali d'altronde ponno trovarsi 
adunati, e certo assai meglio che ora non si potrebbe fare da me, 
nella sua Relazione , che per voto unanime della Società , fa 
parte degli Allegati relativi a codesto Rendiconto (2) . Bensì è 
mestieri il rammentare come sul ricco stendardo, fatto eseguire 
per quella sì fausta circostanza dall' Instituto, ed alla cui spesa 
sopperirono in parte le spontanee oblazioni de' socii , il col- 
lega prof. Giuseppe Isola dipingesse, con generosità pari alla 
ben nota maestria, le nostre insegne col ritratto di Caffaro. 



(') V. Atti, voi. ni, p. lxx ; ed il presente Rendiconto, p. cxxx. 
( s ) V. Allegalo J. 



( CLXXXVIII ) 

Anche la Direzione dell'Archivio di Pisa, da breve tempo 
ricostituito , convocava a lieta festa per la sua inaugurazione 
(4 giugno 1865) le Deputazioni di lutti gli Inslituti Storici della 
Penisola ; e però la Società egregiamente sceglieva a rap- 
presentarla in quella sì illustre città il benemerito comm. Fran- 
cesco Bonaini , membro onorario. 

Noi ci felicitiamo al presente della corrispondenza e dello 
scambio degli Atti nostri con quelli di tutte le Deputazioni di 
Storia Patria, e con alcune delle più illustri Accademie del Re- 
gno; colla Società di Storia e Archeologia della Savoia e quella 
Geografica di Vienna. Anche dalla lontana America il Governo 
di Washington ci offre in dono le sue importanti pubblicazioni 
sulla Marina; la Società di Scienze Naturali di Boston ci ri- 
chiede delle nostre Memorie, e l' Instituto Smithsoniano piglia 
l'iniziativa del cambio coli' inviarci i suoi volumi dottissimi. 

L'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova dispone, 
che di cotesti nostri Atti medesimi le venga di mano in mano 
fornito un ragguaglio ; e manda frattanto in luce una dotta 
lettura con critiche osservazioni, a proposito del primo volume, 
fatta da quel eh. socio ordinario conte Giovanni Cittadella. Di 
che non so ristarmi dal riferire le conclusioni, tanto per nostra 
parte onorevoli. « Questo importante lavoro (la Serie Consolare), 
unito ai precedenti che compongono il volume da me preso a 
disamina , torna ad arra onorala e non dubbia dei profondi studi 
e delle pubblicazioni rilevantissime , che ci aspettiamo dalla 
Società Ligure di Storia Patria. Società , di cui Genova può 
bellamente piacersi, siccome di quella, che se da un canto le 
addita la lunga successione delle sue glorie passate , e a così 
dire- le riforbisce allo sguardo il perduto scettro marittimo , 
dall'altro la solleva alla sociale e letteraria altezza delle mag- 
giori fra le cittadi della Penisola, dove hanno altare e ministri 
le storiche disquisizioni, dove fervono attuosi gli spiriti della 
patria dignità, ed alle quali la Ligure Donna, invece di voi- 



( CLXXXIX ) 

gere gli sguardi biecamente infiammali di prepotenza rivale , 
manda ora il civile e più glorioso saluto dell'affetto fra- 
terno (1) ». 

Né dobbiamo passarci senza nota di gratitudine degli incorag- 
giamenti con cui il rimpianto Principe Reale, Odone di Savoia, 
si compiacque, di efficacemente proteggere queste nostre pub- 
blicazioni infino a' giorni estremi della sua nobile vita; né tacere 
del sussidio ognora continuatoci allo scopo medesimo dal Ministero 
di Pubblica Istruzione, né dello assegnamento stanziato a favore 
dell' Instituto nel Civico Bilancio dal nostro Consiglio Munici- 
pale, di già a buon diritto celebrato in tutta la Penisola come 
la più splendida testimonianza di ciò che possa fare un Comune 
nel promuovere il pubblico insegnamento e la popolare coltura. 

Illustri personaggi infine ci porgono l' aiuto prezioso de' loro 
autorevoli incitamenti e consigli; e proclamano che l'Italia 
dotta ha nella Società Ligure il nobilissimo esempio del più 
illuminato zelo pei" la Storia Patria. Di che noi non vor- 
remo al certo superbire, ma faremo di meglio; e conscii della 
buona volontà adoperata in ogni opera nostra e della retti- 
tudine degli intendimenti onde non ci allontanammo giammai, 
senza però menomare agli occhi nostri la importanza dello 
assuntoci mandalo , né il mollo cammino che ci resta a per- 
correre, porremo ogni studio a renderci (il più che ne sia con- 
sentilo) di tali elogi meritevoli e degni. 

Genova, 2 febbraio 1867. 

Il Segretario Generale 
L. T. BELGRANO. 



(') Rivista periodica dei lavori della 1. R. Accademia di scienze, lettere ed 
arti in Padova; voi. xm , p. 177. 



y 



ALLEGATI 



ALLEGATO A. pag. LXXX. 



Elenco degli oggetti d'antichità disseppelliti nei vecchi spalti della città di Tortona , 
ed inviati dal prof. Alessandro Wolf alla Società Ligure di Storia Patria. 



Terre Cotte. 



I. Frammento di latercolo, con resto di leggenda incavata: sileg. 

II. Colli, manubrii ed altri frammenti di idrie. 

III. Diversi coperchi di stoviglie, di colore biancastro ed assai rozzi, con 
tre croci di rilievo, e pomo nel mezzo. 

IV. Frammento di urna cineraria, colla leggenda: 



ATI 


MAR 




% 


CI . 


FER 



V. Avanzo di altra urna con due iscrizioni di rilievo. Nell'una però di- 
slinguesi appena la lettera N, nell' altra si legge tuttavia per esteso il nome di 

mAXIMIINVS. 

VI. Parecchi resti di vasi grandi aretini (patelìae e soltocoppe), parte di 
colore rosso-corallino, e parte di una tinta che imita il fiore del pesco, ecce- 
zione infrequente, come nota il Fabroni. Di questi ultimi, due sono lavorati 

13' 



( CXCIV ) 

a grafito, con circoli , palmella, ecc., un terzo è privo di ornamenti, ma 
entro l'usata orma d'un piede scalzo vedonsi incise le iniziali del ligule: 
v . v . M. 

1 vasi rossi sono, giusta il consueto, decorati di ornamenti e figure a 
basso rilievo; e fra essi parrebbe segnatamente importante un pezzo, nel quale 
si rappresentano un uomo, un delfino ed un lepre. 

VII. Due altri frammenti di vasi neri, pure d'Arezzo, leggerissimi, sotti- 
lissimi, e parchi d'ornali. Osserva il citato Fabroni che questi, oltre all'es- 
sere assai meno numerosi dei rossi, non presentano quasi mai i nomi dei 
lìguli. 

Vili. Fondo piatto di un vaso rosso chiaro, con tre circoli, e nel mezzo, 
dentro la solita orma di piede ignudo, il figulo: caivs. 

IX. Parecchi avanzi d' altri vasi aretini, del genere delle tazze e dei ai- 
lices. Limilo la citazione a quelli soltanto che presentano bolli figulini, cioè : 
Il medesimo nome, venne da me riportato nei Cenni sulle 
antichità torlonesi , che leggonsi nel volume antecedente di 
questi Atti (pag. 762, n.° 27). Il Gori ha pure un qvadri 



!. 



QVA 

DRA 



nel novero dei servili; e qvad lesse lo Jhan negli scavi di Cere. Tale nostro 
frammento spetta quindi ad un vaso della fabbrica di Lucio Gellio, il quale 
appunto, come avverte il Gamurrini, era cognominato Quadratus, e non 
Quadrìus come vorrebbe il Fabroni. Lo stesso Gamurrini, al num. 172, 
ha infatti un bollo diccnte : l. selli qvadr. , cioè Lucius Gellius 
Quadratus. 

Le lettere n ed i sono in nesso. Il Fabroni (num. 123, 

. . , ,, . PILOC 

pag. io), riporta un bollo cosi concepito: ; e lo 



VMR 
P II 1 L L 



traduce Philoceles, o Pìdloijoncs , nome di servo. Anch'io già pubblicai ne' 
Cenni ricordati (num. 25) un bollo somigliante, il quale trovasi pure in Ga- 
murrini (num. 491), che legge Philologi. Esso appartiene alla famiglia aretina 
Umlriscia. Lo stesso Gamurrini ce ne assicura, riferendo un bollo (num. 

V .M li r i s e i 
,"82) nel quale è scritto per esteso —, e la epigrafe mortuaria 

' ' PLOLOS ' ° 

di un Gaio Umbricio cavaliere dell'ottava Coorte. 

5. L . s • g . Cioè Lucius Saufeius Gaius, o Caius (V. Gamurrini, num. 99). 

4. atei . Nome d'ingenuo, riferito eziandio dal Fabroni. 

X. Dieci lucerne ad un solo becco, e sette frammenti di altre, cioè: 

I. Lucerna frammentata, di tinta rossa e senza manubrio, ornata di 
foglie e rosoni alternali. 



( cxcv ) 

2 - .". Due lucerne di tinta biancastra, di forma rozza e non molto comune. 
Nell'una, che è frammentata nel becco, vedonsi al di sotto le lettere AXy . 
4. Lucerna rossa chiara, senza ornamenti. 
5-6. Due lucerne di colore rossastro, rozze e pesanti. 

7. Lucerna cinericcia scura, rozzamente lavorata, frammentata nel manu- 
brio e nel becco, e con all' intorno ed in mezzo un fregio di rosoni a cinque 
foglie. 

8. Lucerna di tinta rossa. 

9. Altra, senza manubrio, col figulo : e. dessi. 

10. Piccola lucerna rossastra, assai leggera, e priva di manubrio. 

11. Frammento di una lucerna rossa, di forma rozza, con ornamenti 
grafiti all' intorno della parte superiore, e presso al manubrio due piccioli 
conigli. 

12. Frammento della parte superiore di altra lucerna rossa, con suvvi un 
mostro avente umane sembianze. 

13. Altro su cui vedonsi le ali e le zampe di una grande aquila, coi 
fulmini di Giove. 

, , , , , „ , F I N T 

1-1. Altro col fio-ulo 

D i 

18. Altro, col nome di strobili, contorniato da tre cerchietti, ed un 
cuore al di sotto. Lo stesso figulo si legge anche sovra una lucerna con ma- 
schera scenica, trovata in Murano presso Casale nel 1858, e s'incontra fre- 
quentemente non solo in Italia, ma anche nella Francia e nell'Africa ( l l 

10. Altro frammento di lucerna rossa, ornata da due palme e da una 
conchiglia nel mezzo. 

17. Altro avente nel centro della parte superiore la sigla del tanto usato 
pax christi. 

Bronzi. 

I. Statuetta di Minerva, mancante di asta, dell'altezza di cent. 7 l / s , 
cavata da buon modello, ma di alquanto rozza lavorazione. Altra uguale serbasi 
nel Museo Numismatico ed Archeologico dell'Università di Pavia, ove 
ebbe ad osservarla il socio cav. Cesare De' Negri-Carpani. 

11. Testina di Giunone diademata, di buono stile. 

IH. Frammento di tavola litterata, colla sillaba ve. Le lettere hanno l'al- 
tezza di millimetri 12. 

(') Vabni, Appunti di diverse gite fatte nel territorio di Liburna, pag. 57. 



( CXCV1 ) 

IV. Campanello traforalo, di forma assai gentile, e del genere di quelli 
che i romani ponevano intorno alle corazze delle guardie notturne. 

V. Spatolctta, per uso dei sacrifizi. 

VI. Parecchie spille, aghi, ecc., per lavori femminili, ed alcune fihule "'. 

AVORI 1. 

Un anello, diversi aghi, crinali ecc., per lavori e acconciature femminili. 
Siffatti oggetti, ondo fa distesa menzione il Guasco, nel suo scritto Delle 
ornatrici, soleano racchiudersi entro cilindri d'avorio, di metallo o d'altra 
materia, lavorali al tornio, ed allogarsi nelle tombe di ragguardevoli matrone. 

Vetri. 

Due unguentarii di vetro bianco, con patina argentea, ed un terzo con 
patina traente al gialliccio, identici per le dimensioni (circa 7 cent.) e la 
forma a quelli riportati dal Gori nell'opera Columburium liberlorum et ser- 
vorwm Liviae Auguslae et Caesarum ( 2 ). 



(') Di una fibula d'argento, eziandio trovata in quel di Tortona, ed acquistata 
dal sig. avv. Perelli, forniva pure notizia il socio Wolf. La medesima reca il 

molto: VTERE FELIX. 

(') Tav. xviii, leti, g ed i . 



( cxcvn ) 
ALLEGATO B. pag. LXXXIII. 



Iscrizioni storiche del 1155, scolpile in caratteri frammisti di romano e di gotico, 
e murale sotto I' arco di porta santo Andrea. 

I. 

(a destra) 

+ . IN NÓTe oTpOTENTIS DEI PATRIS ET FILIl ET SP# SCTI AM. 

SVM MVNITA VIRIS MVRIS CIRCVMDATA MIRIS 

ET VIRTVTE MEA PELLO ^CVL HOSTICA TELA . 

SI PACEM PORTAS . LICET HAS TIBI TANGERE PORTAS . 

E 

SI BELLVM QVERES TR1STIS VICTVSQ. RECEDES. 

AVSTER ET 0CCA# . SEPTEMTRIO NOVIT ET ORT' 

QVANTOS BELLORV SVPERAVIT IANVA MOT' . 

IN CONSVLATV CÒTs W PORCI OBTÌ CANCELLI lOÓTs MALIAVCELLI ET W LYSil 

PLACITO^ BOIAMVNDI DE ODONE . BONIVASSALLI DE CASTRO W STANCÒÌS. 

1 

W CIGALE . NICOLE ROCE . ET OBTI RECALCATI . 

II. 

(a sinistra). 

MARTE MEI PPLI FVIT HACTENVS AFFRICA MOTA 

POST ASIE PARTES ET AB HINC YSPANIA TOTA 

ALMERIAM CEPI TORTOSAMQ: SVBEGI 

SEPTIMVS ANNVS AB HAC ET ERAT BIS QVARTVS AB ILLA 

HOC EGO MVNIMEN CVNFECI IANVA PRIDEM 

VNDIECES CENTENO CVM TOCIENSQVE QV1NO 

ANNO POST PARTV VENERADE V1RGINIS ALMV 

IN CONSVLATV COIS W LVSII . IOHIS MALIAVCELLI 0"BTI CÀCELLARII 

W PORCI . DE PLACITIS OB"TI RECALCATI NICOLE ROCE W . 

CIGALE W STANG0N1 BONIVASSALL . DE CASTRO ET 

BAIAMVNDI DE ODONE . M . 



( CXCVIII ) 



111. 



Epigrafe dettata dal socio prof. Giuseppe Scaniglia, ed allogala al di sopra del 
numero precedente 

QVOS . HEIC . TITVLOS 
PORTA . MOEMBVS . Q . NOVO . A MBIT V . EXTRVCTrS 

COSS . A . MCLV . POSVERANT 
CVRATORES . VRBIS . RESTAVRANDOS . CENSVERVNT 



A . MDCCCLXV . 



ALLEGATO C. pag. GV. 



Bolla di papa Eugenio IV, con cui si commettono ai frati Antonio Della Chiesa 
e Nicolò da Osimo le opportune facoltà , per assolvere dalle censure ecclesia- 
stiche i seguaci di Felice V. 

1446, 17 Novembre. 
(Dalla pergamena originale, presso il socio P. Amedeo Vigna) 

Dilectis filiis religiosis viris fratri Antonio de sancto Germano ordinis pre- 
dicatorum vicario generali conventuum reformatorum in lombardia ultra alpes. 
ae fratri Nicholao de Osmo ordinis fratrum minorum. 

EUGENIUS PAPA UH. 

Dilecti filij. Salutem et apostolieam benedictionem. Ad hoc Deus in apostolica 
sede constiluit plenitudinem potestatis. ut romanus ponlifex claves potestatis eldi- 
scretionis sibi divinitas traditas alirjaando cum rigore exerceat. nonnunquam ipsis 
cum mansuetudine elclementia ulalur. Gum itaque sicut fide dignorum relatione 
percepimus in territorio Amadei quondam ducis Sabaudie sint quam plurimi Xpi 
fideles. qui Amadeum prediclum ydolum. et nos veruni vicarium Xpi iu 
terris et successoreni beali petri credunt corde perfecto. licet timore ammis- 
sionis temporalium que in diclo territorio possident. et aliarum penarum corpora- 



( CXCIX ) 

lium quas sibi inferri verentur id publice profiteri non audeant. Nosqui omnium 
saluterai zelamus huiusmodi Xpi fidelium conscientiis quantum nobis ex allo 
permittilur providere volentes. discretioni vestre de qua in hijs et alijs ge- 
rimus in domino fìduliam pleniorem. ac vestrum utrique. necnon omnibus 
alijs clericis dumtaxal. quos ad hoc deputaveritis. vel alter vestrum depu- 
taverit. omnes et singulas personas utriusque sexus tam ecclesiasticas quam 
regulares et laicales. cuiuscumque gradus. ordinis. prerogative, dignitatis vel 
conditionis exislant. que post translalionem Basiliensis Concilij ex iustissimis 
et necessarijs causis ad civitatem ferrariensem per nos factam. Basiliensi 
Concilio sive Amadeo predictis. aut eorum sequacibus et fautoribus creden- 
tibus vel complicibus eorumdem adbesemnt vel faverunt per se vel alium 
seu alios publice vel occulte, directe vel indircele, eisque vel eorum alicui 
prestilerunt auxilium. consilium vel favorem. posteaquam ad veram et de- 
bitam obedientiam nostrani et sancte Romane ecclesie redierint. et nos tam- 
quam Xpi in terris vicarium et successorem beati petri recognoverint. sub 
nostra et Romanorum pontificum canonice intrantium et ebedientia et reve- 
rentia perpetuo remansuri. ac Rasilieuse et Amadeum predictos. prestito 
super hoc per eos ad sancta Dei evangelia corporali iuramenlo expresse 
abnegaverint. si hoc a vobis vel deputatis predictis humiliter pecierint. ab 
omnibus et singulis sententijs. censuris et penis tam lemporalibus quam spi- 
rilualibus. per diversa nostra in civitate ferrarle et florentie decreta sacro 
approbante Concilio contra eos inflictis et promulgatis. etiamsi ipsarum abso- 
lutio sit nobis et sedi apostolice spetialiter reservata auctoritate nostra absol- 
vendi in forma ecclesie consueta, iniuncta personis ipsis prò modo culpe pe- 
nitenza salutari, et prestito per eos insuper iuramento quod talia de cetero 
non commiltent. nec committentibus prebebunt auxilium. consilium vel fa- 
vorem et nostris et ecclesie mandatis parebunt et alijs iniunctis que de iure 
fueriut iniungenda. et insuper cum personis eisdem super irregularitate. si 
quam sic ligate. aut locis ecclesiastico suppositis interdicto divina, non tamen 
in contemptum clavium celebrando vel immiscendo se illis coutraxcrint. ipsis 
prius ad tempus de quo vobis. aut alteri vestrum. vel deputaudis predictis 
videbitur a suorum ordinum executione suspensis dispensandi. et omnem in- 
famie maculam sive notam per eorum aliquem premissorum contractam ple- 
narie abolendi. et nichilominus personis huiusmodi et alijs sub nostra obe- 
dientia consistentibus qui in territorio predicto raorari et cum scismaticis 
conversari, mercari et alios etiam in oportuuis dum tamen ab eis ecclesia- 
stica sacramenta minime recipiant comunicare. Quodque ecclesiastice persone 
sub dieta nostra obedientia conslilute sic ut premitlitar absolute iu locis in- 



(ce) 

terdiolis ad sai el catliolicorum devotionem sivo necessitatern. ctiam scismu- 
ticis presentibus. si alios sine scandalo vitari nequeant. divina officia cele- 
brare el in illis quos absolverint. vel per alios absolutos cognoverint eccle- 
siastica sacramenta ministrare valeant concedendi et indulgendi plenara et 
liberanti auctoritate apostolica concedimus tenore presentium facullatem. Da- 
timi Rome apud sanctum petrum sub anulo nostro secreto, anno incarnationis 
domioice Milesimo (juadringentesimo quadragesimo sexto. die decirnaseptima 
mensis novembris. pontificatus nostri .anno sextodecimo. 

li. Roverella. 



ALLEGATO D. pacj. CXXVII-IX. 



Documenti riguardanti due missioni in Europa, di Buscarello de' Guizolfi, genovese, 
ambasciatore di Argoun e Casan re di Persia. 

1. 

Traduzione francese di una lettera di Argoun al re Filippo il Bello di Francia CI. 

1289 

(Pauthier, Le Liete de Marco Polo; Paris, Firmin Didot Frères, 180.*); 
voi. Il, p. 7 76). 

Par la puissance du Dieu eternel, 
Par la faveur du Khaghan ( ? >, 

( l ) Questa lettera scritta sovra un rotolo di carta cotonina , lungo metri 2 
per cent. 27, e serbala negli Archivi Imperiali di Francia (J-776), vedesi riferita 
in caratteri tartari dal Remusat nelle sue Relations diplomatiques etc. (p. 428-30j, 
e riprodotta per fac-simile al seguito dello stesso lavoro. 

11 Pauthier la ristampa con caratteri (figuri, e con alcuni emendamenti proposti 
dallo Schmidt; ne offre inoltre la trascrizione, e finalmente la traduzione francese 
che qui riportiamo. 

C 2 ) Il Gran Kan Khoubilai. 



( «■ ) 

Roi de Franco 

Par tori ambassadeur en chef 

Mar Bar Sevma Sakhora (*). 

Tu m'as mandé: 

« Quand les troupes de l'Il-Khan ( 2 .' marcheront contre l'Egypte, nous 
partirons d'ici pour nous joindre à elles ». 

Nous approuvons ce message de la part, et nous ajoutous que, confiaut 
en Dieu, nous partirons à la fin de hdernière lune d'hiver, de l'année de 
la Panthère ( 3 ), et que, vers le quinze de la première lune du printemps, 
nous camperons devant Damas. Si tu tiens fìdèlement ta parole, en envo- 
yant tes troupes à l'epoque et au lieu déterminès, et si, avec Faide de 
Dieu, nous prenons Jérusaletn, nous te la donnerons. Si ì'épòque et le 
lieu du rendez-vous ótaient manqués, et que les troupes marchassent inuti- 
lement, cela serait-il convenable? Et si, ensuite , l'un de nous n'a pas son 
pian d'action bien arrèté, et n'agit pas de concert, quel avantage pourrait 
il en résulter? 

En outre, il serait bon que, de ton còte, tu nous envoyasses des pré- 
sente par des ambassadeurs parlant diliérentes langues et dialectes, consistant 
en choses rares et ngrcables et de la terre de France. L'exécution de toutes 
ces choses dépend de la puissance de Dieu, et de la faveur du Khaghan £*). 
Je t'informe que c'est Mouskaril Kourtchi (5) que je l'envoye. 

Notre lettre est ecritc le sixième jour de la priemiòre lune d'été, de l'an 
du Boeuf ( 6 ), étant a Koundalan ( 7 ). 



C) Cioè : il Signor Bar Sevma Sakhora, monaco oi'guro, eletto vescovo dell' 01- 
guria presso i tartari, da Yahaballaha patriarca dei nestoriani. 

( 2 ) Cioè di esso Argoun. 

( 3 ) Il 1290. 

(') L'anzidetto Khoubilai, imperatore della China. 

( 3 ) Vedansi le osservazioni fatte intorno a ciò, alla pag. cxxix. 

O 11 1289. 

( 7 j L'originale di questa lettera porta impressa ripetutamente per tre volle, ad 
inchiostro rosso , la impronta di un sigillo in caratteri chinesi di forma antica, 
che fu rimesso ad Argoun da Khoubilai' , all' epoca della sua investitura come Ivan 
di Persia ; e suona : Sigillo di colui che sostiene l'Impero e governa in pace i 
popoli. 



( CCII ) 



Nota diplomatica rimessa da JJuscarello dc'Guizolli, eolla lettera originale di 
Argoun, al re Filippo il Bello. 

1239 



(Hemusat, Relation? diphmatiques des princes chréliens avec les rois de 
Perse, eie. V. Memoires de l' Instilut Iioyal de France: Acadcmie des in- 
scriptions et belles-letlres; voi VII, p. 430-52; Paris, 1834). 

Ci est la messagerie de Busquarel message d'Argon faite en lan da buef 
da Condelan. 

Premierement Argon fait assavoir aa roy de France, comme a son frere, 
que en toutes les provinces dorient entre Tartars, Sarrazins et toute autre 
langue, est certainne renomniee de la grandesse, puissance et loyaute du 
royaume de France , et que les roys de France qui ont este a leurs barons, 
a leurs chevaliers età leur puissance, sont venu pluseurs fois en leide et 
conqueste de la terre sainte, a lonneur du fils de la vierge Marie et de 
tout le peuple crestien. Et fait assavoir le dit Argon autlit roy de France 
comme a son frere, que son corps et son host est prest a amitie daler au 
conqueste de ladite sainte terre , et de estre esemble avec le roy de France 
en cest benoit service. 

Et je Busquarel devant dit message d'Argon dy que se vous roys de 
France venez en personne en cest benoit service, que Argon y amenra deux 
roys crestiens Gorgiens qui sont sous sa seignourie et qui de nuit et de jour 
prient Dieu destre en cest bien boeureus service et on bien pooir damener 
avec eux XX™ hommes de cbeval et plus. 

Encore dy je que pour ce quo Argou a entendu que grieve chose est au 
roy de France et a ses barons de passer p. mer tant de chevaus comme me- 
stier est a eu!s et a leur gents, ledit roy de France pourra recouvrer d Ar- 
gon, se il en a mestier et il len requiert, XX™ ou XXX 1 ? chevaux en don 
ou en convenable pris. 

llem, se vous, mons. le roy de France, voulez , Argon vous fera appa- 
reiller pour cest benoit service par toute la Tourquie bestail menu et bues, 
vaclies et chamaux, grains et farine, et toute autre vitaille que len porrà 
irouver a votre volente et mandement. 



( con ) 

llem, cy pocz voir bonnes enscignes et grant presomption do la bonle 
d'Argon; car sitost comme il enlendy que Tryple fut prinse Sarrasins et qu'il 
avoit grans barons Sarrasins desouz sa seignourie qui liez estoient et faisoient 
joie du darnage qui estoit avenu aus crestiens ,il fìst amener devant li quatre 
de touz les plus gratis et les plus puissans barons Sarrasins qui fussent en 
sa seignourie et les fist lailler presentement, et ne souffry que les corps en 
fussent enterre, mais voust et commanda que len les laissast illuecques men- 
gier aus chiens et aus oisiaux. 

llem, que tantost que ledit Argon ot sa suor mariee au filz le roy Davi 
de Gorgie , il la fist tantost presentement crestienner et lever. 

llem, que cesti jour de pasque proebainement passe ledit Argoun fisi 
chanter en une chapelle qu'il fait porter a soy a Rabanata evesque nectorin que 
lautre an vous vint en rnessage, et fist illuecques presentement devant li acco- 
menier et recevoir le saint sacrement de lautel pluseurs de ses barons Tartars. 

Encore, sire, vous fait assavoir ledit Argon que les vos grans messages 
que vous antan li envoiasles ne li voudrent faire redevance ne honneur tels 
comme il est acoustume de faire de toutes menniers de gens, roys, princes 
et barons qui en sa cuor viennent. Car, siccome il disoient, il ne feroient 
pas votre bonneurs dagenoiller soy devant li pour ce quii ncstoit mie baptise 
ne leve crestien, et si les en lìst-il par trois fois requerre par ses grans ba- 
rons; et quant il vit qu'il nen voloient autre chose faire, il les fìst venir en 
la maniere qu'il voudrent et si leur fist grant joie et mout les honnoura sic- 
come il meismes scevent. Si vous fot assavoir , sire , ledit Argon que se 
ledit votre rnessage fìrent ce par votre commandement, il en est touz liez, 
car tout ce qui vous pleist li plaint ausing, prinnt vous que se vous ly envoiez 
yceuls ou autres messages, que vous voullicz soufliir et commander leur 
que il li facent tele reverence et honneur comme coustume et usage est en 
sa court sanz passer feu. 

Et je Busquarel devant dit rnessage dArgon offre mon corps, mes freres, 
mes enfans et tout mon avoir a mettre lout nuit et jour au service de vous 
mons. r le roi de France, et vous promet que se vous voles envoier mes- 
sages audit Argon , <|ue ie les menrai et conduirai a mains la inoitié de 
despens, travail, perii et doubte que il mont est quant a vous plaira. 



( CCIV ) 

HI. 

Bolla di pupa Nicolò IV al re Edoardo I (l'Inghilterra, con cui gli annuncia 
l'arrivo di Buscarello de'GuizoIli, ambasciatore del He dei Tartari (cioè di Argoun 
re mongollo di Persia). 

1289, 30 Settembre. 

(Rymer, Foedera, conventiones , Klterae, etc; Londini, 1810; voi. IF 
par. II, p. 713). 

Niciiolaus episcopus servus servorum Dei, diarissimo in Christo (ìlio, 
Edwardo Regi Angliae illustri, salutem et apostolicam benedictionem. 

Nuper ad praosentiam nostram aocedens dilectus filius, nobilis vir Bisca- 
rellus de Gisulfo, civis Januen. , nuncius Argoni Rcgis tartarorum illustrò, 
lator praesentium, nobis, ex parte ipsius Argoni, lilteras praesentavit, inter 
caetera, cotitinentes qaod ipso Argonus, ad requisitionem Ecclesiae, paratus 
et promtus existit viriliter et potenler accedere in Terrae Sanctae subsidium, 
tempore passagii generalis. 

Cum autem praefatus nuncius (cui, de multae probitatis et fìdelitatis me- 
ntis a fìdedignis laudabile testimonium perhibetur) ad praesentiam regiam, 
propter hoc, ex parte praefati Argoni Regis, accedat; Celsitudinem regiam 
rogamus et horlamur attente, quatinus nuncium ipsum , benigne recipiens 
et honeste pertractans, diligenter audias quae tibi ex parte ipsius Argoni du- 
xerit referenda. 

Dat. Reatae, II kalend. octobris, Pontificatus nostri anno secundo. 

(Plumbeo sigillo pendente a filo canabeo). 



IV. 

Altra Bolla simile, al prefato Re d'Inghilterra, perchè voglia benignamente 
accogliere e sollecitamente udire Buscarello e i suoi colleghi ambasciatori d ; Ar- 
goun. 

1290, 2 Dicembre. 

(Rymer, loc. cit., p. 7-i2). 

Nicholal's episcopus, servus servorum Dei, carissimo in Christo fìlio 
Edwardo, Regi Angliae illustri, salutem et apostolicam benedictionem. 



( ccv ) 

Cum ililecti filii, nobiles viri, Andreas, dudum dictus Zaganus (qui nuper 
a Domiuo inspiratus, una cum nepote suo Dominico, pridem vocato Gorgi, 
apud Sedem Apostolica™ , per manum venerabilis fratris nostri L. Ostien. 
Episcopi, gratiam lavacri baptismalis accepit) et Bascarellus de Gisulfo civis 
Januen., ac Moracius, magnifici viri Argonis, Regis Tartarorum illustris, 
nuncii, latores praesenlium, ad tuam praesentiam confidenter accedant; Cel- 
situdinem Regiam rogandam attente duximus et hortandam , qualinus prò 
eiusdem Sedis ac nostra reverentia, nuncios ipsos, benigne recipiens et per- 
tractans, diligenter audias quae coram le duxerinl proponenda: studium, 
prout comode poteris, impendeudo sollicitum ad expeditionem celerem eo- 
rumdem; sic te in hoc ellìcaciter habiturus, ut devotionem regiam exinde 
non immerilo commendenius. 

Nos enim ad praefatum Regem, cum nunciis ipsis, in eorum ad nos re- 
ditu, destinare proponimus nuncium specialem. 

Dat. apud Urbem Veterem, quarto non. decembris, Pontificatus nostri 
anno tertio. 

(Plumbeo sigillo sub filo canabeo) 



Lettera di Edoardo I d' Inghilterra in risposta a quelle del Re Casan, successore 
di Argoun, presentategli da Buscarello de' Guizolli. 

1303, 12 Marzo. 
(Rvmer, loc. cit., p. 949). 

Excellentissimo principi, domino Casan, Imperatori Tartarorum, Edwardus, 
Dei gratia Rex Angliae eie, salutem et felices ad vola successus. 

Litteras quas nobis per Buscarellum de Guissurfo, nuncium vesti um, 
latorem praesentium, transmisistis, recepimus; et ea, quae eadem litterae 
conlinebant, una cum credentia, quam idem nuncius vester super aliquibus, 
negotium Terrae Sanctae langentibus, nuper dixil, ex parte vestra, oraculo 
vivae vocis intelleximus diligenter. 

Et quia terra Gbristianorum, versus partes nostras, guerris multipliciter 
turbala extitit, jam est diu, prout Serenitatem vestram credimus non latere, 
dictusque nuncius vester vobis sciet oretenus plenius aperire, tale consilium, 
quale vellemus„ hactenus apponere nequivimus in dicto negotio Terrae 
Sanctae. Set cum dominus Summus Pontifex, cum Omnipotentis auxilio, nos 



( CCVI ) 

posuerit in tali stata, quod dicto negolio intendere valcamus; scire vos vo- 
lumus (juod libenter eidem negotio, quod prac omnibus aliis negotiis huius 
niundi cupirnus prosperali, quatenus poterimus intendemus. 

Dat. apud Weslm(onas/m'wwi), XII die martii, anno ab incarnatone 
Domini MGGGII (*). 



ALLEGATO E. pag. GXXX. 



Documenti riguardanti il Cerimoniale secondo cui furono ricevuti in Genova due 
ambasciatori del Tic di Persia, Abbas il Grande. 

I. 

Visita all'Ambasciatore, e suo ricevimento seguilo. 

1601, 22 Giugno. 

(Cerimoniale de Serenìssimi Collegi e Senato della Repubblica; Libro 
Primo, dal 1588 al 1614; uell'Arcbivio Governativo di Genova). 

Giorno a Genova ed alloggiato all' Hosteria di S. ta Marta, con li persone 
che menava seco, mandò a Sua Serenità per il suo Interprete il Breve che 
Sua Santità gli haveva fatto perchè fosse raccomandato, e carezzato da Prin- 
cipi Christiani, da quali fosse andato, e cosi per loro Stato e dominio, e 
che voleva visitare Sua Serenità quando gli fusse data l'hora , e se risolse 

(*) Questa data cagionò imbarazzo al Remusat {Belations etc. , p. 388) , giacché 
la Cronica di San Dionigi dice chiaramente che gli ambasciatori si recarono in 
Francia nel 1303. Ma il Raymer avea di già conosciuto ed emendato l'errore, 
collocando appunto la lettera al suo vero posto, cioè al 12 marzo 1303. 

Io poi prego il lettore a non farmi carico dello avere costantemente scritto nel 
testo del Rendiconto (p. cxxviu) huscarellus, invece di Biscarellus o Bascarellus, 
come vedesi adoperato nelle lettere pontificie poc' anzi riferite. Ciò non è altro 
che una lieve ed assai spiegabile corruzione di quel nome ; ma ne' documenti 
genovesi, e nella slessa sua Nota al Re di Francia, il Guizojfi appellasi vera- 
mente, e sempre, come io l'ho chiamato. 



( CCMI ) 

dal Serenissimo Senato farlo prima visitar che venire à palazzo da sei gen- 
til' huomini , ed a fargli offerte pubbliche come si costuma ad altri Amba- 
sciatori di Principi Supremi, e così seguì, e fu Priore il Signor Pietro Lo- 
mellino quondam D. Yinceutij , e gli fu carissimo di sentirsi far tante amo- 
revoli offerte, e così ben visto da questi Serenissimi Signori come disse il 
suo Interprete. Venne a incontrar detti Serenissimi al mezzo della Camera, 
per le gran persone che vi erano, che non se gli poteva entrare, ne uscire, 
ed a la partenza fino a la porta, con molta gravità, e buona maniera. Di 
poi desinar venne a Palazzo con carrega a mano portata da suoi servitori, 
con quattro suoi gentil huomini avanti, vestiti di tele d'oro collorite, catene 
d'oro grosse al collo, scimitarre a cinta, ed un pugnaletto dinanzi la panza, 
ed esso con maino di borcato d'oro riccio, longo fino al ginocchio, fodrato 
di zebellini molto belli, col solo pugnaletto attaccato a una binda, che lo 
cigneva a torno, di diversi colori, con la sottana più longa fino a mezza 
gamba di tela d'oro mischio, ed un gran turbante in testa, che aveva più. 
del longo che del tondo, di sottilissimo velo di varii colori tessuto, ed il me- 
desimo portavano gli altri suoi huomini che gli andavano avanti. Fu da Sua 
Serenità e da due Ill. mi Signori di Casa ricevuto alla porla del salotto, a' 
quali fece bassa riverenza, e Sua Serenità lo prese per la mano, e se lo 
fece sedere alla sinistra banda con allegro viso, in segno di allegrezza, e 
di vederlo volontieri, ed esso fece dire dal suo Interprete, che se nel suo 
paese avesse inteso, che oltre alla Repubblica di Venetia li)-, gli fusse stata 
questa di Genova, così bella, e così potente, che harebbe portalo seco let- 
tere del suo Re a Sua Serenità, e che n'haveva dispiacere, però che al 
suo ritorno, ne farebbe venire, gustando assai, che lo vedessero di buon oc- 
chio, e che lo carezzassero; e da Sua Serenità fu risposto, che tutta la Re- 
pubblica s'era rallegrata di veder Sua Signoria Iil. mi in questa città, e che 
se dicesse, di ciò che bisognava per suo servitio, e così per il suo passare 
in Spagna, che se gli sarebbe provisto; e fece render molte grazie di nuovo, 
e si licentiò accompagnato da Sua Serenità fino all'altra porta de la Sala, 

(') Questo passo facendoci conoscere come 1' ambasciatore fosse stato a Ve- 
nezia , ci offre il mezzo ili stabilire essere egli Efet beg, persona assai estimata e 
di molta grazia appo di Àbbas. Efet beg era stato ricevuto in Collegio dal Doge 
di quella Repubblica l'8 giugno del 1600; ed aveagli presentala una lettera del 
suo Signore, die ricercava favore particolare intorno alla provvigione d'alcune 
merci , e confermava la buona amicizia die avea sempre sussistito fra gli Stali 
Veneti e Persiam (V. Berciiet, La Repubblica di Venezia e la Pei sia, p. 43 e 
192-95; Regesto, p. 52). 



( CCVIIf ) 

e ila molti gentil' huomini, che per vederlo vi orano concorsi, fino al conilo 
ove cullò in bussola, con molti Alabarderi avanti, cosi al venire, come a 
la partenza, col Coloncllo avanti. Era huomo di statura alta, e ben pro- 
portionato, Musico, Poeta, e Letterato ne la sua legge, e sonava di liuto, 
indifferentemente del nostro, mostrando ogni altra cosa, che di esser goffo, 
o di poco giudilio. 

Fu da Papa Clemente Vili molto carezzalo in Roma, e vestito come venne 
qua, e cos'i tutti gli huomini, e gli fu dato Interprete, clic andasse seco, 
ed un Canonico prete Spagnolo perchè lo conducessero in Spagna, e lo spe- 
sassero per viaggio con detti suoi servitori con duemila Sculi d'oro che gli 
fece perciò donare, e cosi ad ogni altra • spesa, che fusse lor bisognata di 
fare, e sempre stette all' hosteria mentre si fermò qua, e fu menato per la 
Città, a veder qualche cose più principali, e per esser viste così barbare 
persone, che non lo lasciavano mai star solo, et andette anco a Fassolo, che 
ne restò molto contento di haver visto tante belle cose, e se ne partì senza 
essergli stato fatto (dono?) alcuno pubblico. 

II. 

Altra visita e consecutivo ricevimento. 

1611, 10 e 15 Aprile. 
(Cerimoniale sopra citato). 

Fu per ordine del Serenissimo Senato il dì sopradetlo (10 aprile) visitato 
il Signor Ambasciatore Persiano W in casa del Signor Bernardo Monscia 

(') L'ambasciatore di cui si tratta in questo documento è al certo l'armeno 
chogia Seller, portatore di una lettera di Abbas alla Repubblica di Venezia, rife- 
rita e riprodotta a fac-simile dal Berchet (La Iìep. di Venezia , ecc. , p. 48 , 
207; ; e die venne accolto in Collegio il 30 gennaio 1610. 

Il ricevimento fallo a Seffer in Genova , è pure, ricordato nel Giornale di Ales- 
sandro Giustiniani (ms. dello Civico-Beriana) allora doge , con queste parole : 
« Detto giorno (15 aprile) è venuto a visitare il Senato Serenissimo un Amba- 
sciatore Persiano. È stato ricevuto alla presenza del Consiglietlo et altra gente , 
eh' empiva la Sala de' Serenissimi Collegi , in piedi tanto nel venire quanto nel 
partire; es'c fatto sedere in una sedia posta all'incontro del Duce. Espose con 
alta voce l'ambasciata per interprete; et io Le risposi con parole di cerimonia. 
Alle quali avendo egli replicato , si licenliò con augurarli un felicissimo viaggio 
alla sua patria ». 



( CCIX ) 

da quattro gentil' huomini, de' quali fu priore il Signor Vincenzo Spinola 
quondam Baptistae, e se gli fecero pubbliche offerte, e trattato con titolo 
d'Illustrissimo ancorché non avesse nò patente, né altro scritto, che facesse 
fede di essere Ambasciatore di quel suo Re, senza il Mastro di Cerimonie; 
et alli 15 detto domandato audienza nel Serenissimo Senato, se gli diede alle 
20 hore, dove havevano deliberato farlo sedere alla sinistra banda di Sua 
Serenità, incontrarlo fino al mezzo del Trono, et alla partenza fino alla porta 
dell' audienza, e fatto chiamare il Mastro di Cerimonie per introdurlo dentro; 
non mancò di parlarne prima con Sua Serenità; e poi ad altri 111." 11 Signori 
per l'oflitio che teneva avvertirgli, che visitando solo Sua Serenità con 
gli due Ill. mì di Casa, poteva ben carezzarlo, e farselo sedere appresso, 
ma trovandosi in pieno numero in Senato, non si conveniva alla dignità pu- 
blica dar luoco a uno, che non si sa del certo, che sia vero Ambasciatore 
del Re di Persia, che non habbi seco né patente, né altro scritto di Prin- 
cipi , né potentato , come hanno fatto veder due altri Signori Ambasciatori 
Persiani, stati, e passati per questa Città (*); e fu deliberato farlo sedere 
in mezzo del Trono, in conspetlo di Sua Serenila, e che così al venire, 
come alla partenza, da loro Signorie Serenissime se gli fusse solo cavato di 
berretta, senza muoversi da lor carreghe, col Mastro di Cerimonie avanti, 
che lo guidava. Venne in carregha da muli, col Signor Bernardo Mouscia , 
e due altre carreghe per quattro suoi servitori ben vestiti di lor habiti di 
diversi colori di seta, e suoi turbanti, et esso habito simile longo d'oro e 
seta, con molte collane d'oro al collo, et al turbante, con una croce d'oro, 
et una pennacchina, come havevano li sudetti suoi quattro creati, facendo 
[tarlar al suo interprete, quale era vestito all'Italiana, con spada alla Cinta, 
et esso Signor Ambasciatore portava una mezza spada , pugnale, et un cor- 
lello avanti la panza, che con essere de statura grande, e grosso, e tutto 
pieno de catene d'oro, faceva correr ciascuno a vederlo, et da un suo ser- 
vitore faceva menar per mano il suo cavallo, con sella alla usanza del suo 
paese, più per grandezza, che per altro, come anco fece parlar per inter- 



C 1 ) Dei due ambasciatori qui citati 1' uno è certamente Efet beg , già da 
noi ricordato; il quale, come è detto nel documento che precede, recava un 
Breve di papa Clemente Vili. E se lo stesso avesse poi mantenuta la promessa , 
che cioè al suo ritorno in Persia avrebbe fatte venire lettere di Abbas per la Re- 
pubblica, non riuscirebbe difficile il supporre che queste le fossero slate presentate 
da Fethy bei, recatosi con pompa inusitata a Venezia nel marzo del 1603 (V. 
BERcnET , La E 'epubblica , ecc. , p. 44-47 e 196-99; Regesto, p. 52-53). 



( ccx ) 

prete, sapendo parlar italiano, come disse esso interprete al Mastro di Ceri- 
monie; dal quale fu ricevuto, e fattogli riverenza in cima alle logge, e con- 
dotto in sala, con un Secretano senza che nessuno Illustrissimo l'accompa- 
gnasse. Fece render gratie a lor Signorie Serenissime dclli favori, e grazie 
fattegli, così della Visita, come delle franchiggie de sue robbe, e che se 
havesse saputo la grandezza, e potenza di questa Repubblica Serenissima, 
haverebbe fatto fare lettere dal suo Re, al quale referirà l'honorc, e favori, 
che gli sono stati fatti, et similia, e da Sua Serenità con molta eloquenza, 
e gravità gli fu risposto molto cortesemente ; e se offerse , a dargli gusto , se 
gli bisognava cosa alcuna, et fece replicar, che gli comandessero qualche 
cosa particolar, per trattar col suo Re; et se gli rispose, che se ne tratte- 
rebbe insieme, e se vi fusse occasione, che lo farebbe sapere a Sua Si- 
gnoria Ul. ma come fusse trattalo; e se licentiò. 



ALLEGATO F. pag. CXXXVL 



Aggiunte del socio L. T. Belgrano alla sua Dissertazione 
Della vita privata dei genovesi. 

Tappezzerie, p. 407 e 111. Verso il i486, essendo pervenute alla Dogana 
di Genova alquante tappezzerie, che erano di papa Innocenzo Vili e del 
cardinale Antoniotto Pallavicino di santa Prassede, i genovesi non le lasciarono 
introdurre in Città senza averne prima riscossa la gabella. Di che il Papa 
assai fortemente sdegnossi; ma non per questo, né per le lettere che scrisse 
di poi alla Repubblica messer Agostino Panigarola, che trova vasi di que' 
giorni ambasciatore a Roma, Innocenzo potè mai ottenere di essere fatto 
immune dalla gabella. « E queste sono (scrive il Giustiniani) delle ostinazioni 
e dei capricci degli uomini, che hanno poco sale in zucca » (*). 

Intorno poi a quei superbi arazzi colla storia di David e Bersabea, citati 
alla p. Ili, ripeto dalla esimia gentilezza del socio avv. Gaetano Avignone 
alcuni Cenni descrittivi pubblicati nel 1846, in un foglio volante, dall' anti- 

( 1 ) Giustiniani, Annali della Repubblica di Genova, voi. n, p. 544. 



( GCX1 ) 

quario Pasquale Maggi, che ne eradi fresco divenuto i! proprietario, e che 
ne effettuò poi la vendita al Museo di Clugny. 

In tali Cenni queste tappezzerie si vantano opera originale di Alberto Duro; 
si asserisce essere costate in principio oltre a centomila scudi, e si forniscono più 
altri ragguagli, de' quali per altro noi non vorremo entrare pienamente malleva- 
dori. Quel che vi ha di più certo, egli è che sono ad aversi proprio fra le meglio 
estimate; che ricche ne sono tutte le composizioni, e che pervennero a noi con- 
servatissime. Dalla Corte di Francia, alla quale, come dicemmo, spettarono 
esse in origine, le ricevè in dono prezioso quella d'Inghilterra; più tardi 
assai, le recò seco in Roma l'ultimo rampollo degli Vorch; da cui le ebbero 
gli Spinola, che, secondo già notammo, le trasmisero ai Serra. 
Ecco 1' elenco dei varii fatti rappresentati negli arazzi medesimi . 

l.° Il re David trasporta V Arca dalla casa di Abinadab nella città di 
Gerusalemme (Dimensione: metri 7. 44). 

2.° Amori del Re con Bersabea (m. 8. 02). 

3.° Uria chiamato all' assedio di Rabaot, ed invialo con lettera micidiale 
a Gioabbo (m. S. 88). 

4.° Gioabbo, ricevuto il messaggio reale, si appresta all' assedio (m. 8. 30). 

5.° Assalto di Roboat, e morte di Uria (m. 8. 00). 

6." Davidde riceve l'annunzio della morte di Uria (m. 8. 08). 

7.° La distruzione di Roboat, e la incoronazione di David (m. 7. 02). 

8.° David nel Tempio (m. 8. 06). 

9.° Bersabea prostrata ai piedi di David (m. 6. 94). 
10.° Parto di Bersabea e morte della medesima; Davidde ripreso da 
Natan confessa il proprio peccalo, e si dispone alla penitenza (m. 8. 24). 

Gioielli, p. 429. Nella battaglia di Granson, vinta dagli svizzeri sopra i 
borgognoni, volgendo l'anno 1476, i primi ebbero ad impinguarsi di un im- 
menso bottino; ad onta però, che non di tutti gli oggetti caduti nelle loro mani 
conoscessero ugualmente la preziosità ed il valore. Furono appunto nel novero di 
questi ultimi tre grossi diamanti propri i del Duca di Borgogna. L'uno de' quali, 
della grossezza di una mezza noce (che aveva altre volte ornata la corona 
del Gran Mogol, e che egli soleva portare al collo), non aveva uguale in tutta 
la Cristianità , e forse anco in tutto il moudo ; fu trovato sulla pubblica via, 
ove al certo qualche servo del Duca slesso 1' aveva lasciato cadere fuggendo; 
ed era chiuso in una piccola scatola adorna di perle. Il soldato che lo rin- 
venne, ritenuta la scatola, gittò il diamante, riputandolo non altro che un 
pezzo di vetro; poi ricredutosi, indietreggiò, e trovatolo ancora sotto ad un 



( CCXII ) 

carro, lo raccolse e lo vendette pel prezzo di uno scudo al Curato di Mon- 
tarmi. Costui lo cedo poscia ad un abitante di Berna , per la somma di ire 
scudi; l'acquistò in seguito un altro bernese, per nome Bartolomeo May, 
ricco mercante che trafficava coli' Italia, ed a Guglielmo di Uiesbac, che 
gliel'avea fatto comperare pel prezzo di 5000 ducati, donò un presente del 
-valore di altri 400. Nel 1482 i genovesi l'acquistarono a loro volta per 
7000 ducali, e lo rivendettero il doppio a Ludovico il Moro; finché, caduto 
costui, venne in potere di papa Giulio 11, che lo pagò 21,000 ducati, e ne 
le' splendere la sua tiara. In ultimo Clemente VII lo fece porre da Benvenuto 
Cellini ad ornare il bottone del suo piviale, da quell' artefice medesimo cesel- 
lato Ci). 

Vasellami preziosi, p. 133. Nel 14-20 il doge Tommaso di Campo Fre- 
goso, uomo certo e di singolare prudenza, e dì prontezza e di consiglio 
maraviglioso, volendo che con ogni sollecitudine si armasse dal Comune di 
Genova una flottiglia di otto navi per soccorrere a Bonifazio, stretta di forte 
assedio dagli aragonesi, considerando che « la Città era vacua di cittadini 
per cagione della pestilenza, ed il Comune era molto più vacuo di denari.... 
ebbe dalla città di Lucca, con aver messo i suoi vasi d'oro e d'argento e 
le sue gioie in pegno agli usurari, circa diecimila ducati, e diede opera che 
l'armata si mettesse ad ordine » (' 2 >. 

Codici alluminati, p. 152 e seg. A crescere il novero degli orazionarii 
che siamo venuti indicando, possiamo anche notarne due membranacei in-4.°, 
della Biblioteca della Missione Urbana, quantunque per merito artistico siano 
però lontani dal poter essere allogali fra i migliori. 

Neil' uno, legato alla Biblioteca da Stefano Lomellini, con più storie e fregi 
eseguiti con perizia men che mediocre, si ha in fine cotesla data: Londini, 
anno Domini MCCCLXXXV. 

Nell'altro, alcune storie sono piuttosto abbozzate che finite, oppure da poco 
esperto artefice restaurate, e la parte prospettica lascia in tutte moltissimo a 
desiderare ; ma assai gentili e ricchi dal lato della composizione, sono i fregi 
a colori, cospersi d'oro. A car. 441 si legge: Jehan Eogier fils Mah mar- 
chand de vin fìt faire ce livre chr. et le table du psautier le dit Jehan 

(') V. De Barante, Histoire des Ducs de Bourgogne de la Maison de Valois ; 
voi. Vili, |). 220-22; Cellini, Vita, % UHI. 
( 2 ) Giustiniani, Annali, voi. n , p. 280. 



( CCXIII ) 

fìogier le fit faire par Maistre Jehan de Vaulz canoine de l'Ecjlise de Notre 
Dame d'Arras; et fui le dit livre per fall en fan mil quatte cent. LXXV. 
Pries pour le dit canoine. Et lors le dit Jehan demouroit a l'ostel du Dofin 
sur le grand marchier d'Arras. 

Rogier. 

Vestire delle donne , p 227. Fra le briose poesie, in dialetto genovese, 
di Giuliano Rossi da Sestri-Ponente , più noto sotto il pseudonimo di Tod- 
daro Conchetta (*), si hanno alcune satire ed epigrammi con che si sferzano 
acremente le bizzarre foggie del vestire allora introdotte. Vedasi in ispecie il 
componimento : Sciù re donne de Zena, che a persuasion dro Padre Predi- 
catoti orieivan crovise ro collo; e l'altro: A una damma (Maddalena Lo- 
mellini) vestia a ra franzeise, con povere de Sipri in lesta. 

Cavalli, p. 251. Nell'occasione in cui dal clero e popolo di Genova 
procedevasi alla nomina dell' Arcivescovo, questi all' uscire dalla Cattedrale, 
dopo essere stato costituito in dignità, saliva a cavallo per recarsi all' Episcopio. 
Gli elettori, seguiti da foltissima turba l'accompagnavano; ed un gentiluomo 
della famiglia dei Bulgaro, per antichissima consuetudine, guidavagli il palafreno. 

Virtù' delle donne genovesi, p. 232 e seg. Ai varii fatti che tornano ad 
onoranza delle gentildonne di Genova, parmi al tutto degno di essere aggiunto 
il seguente; il quale inoltre mi offre agio di porre in mostra alcune parti- 
colarità riguardanti, anche sotto altri rispetti, la nostra Storia ed insieme la 
vita di quel celebre Raimondo Lulliano, che fu dal nostro Bartolomeo Fala- 
monica preso a guida nel suo poema ad imitazione dantesca, di che il va- 
lente prof. cav. Giuseppe Gazzino ci promette una accuratissima edizione. 

Raimondo Lullo, nato nel 1235 da nobile famiglia in Palma di Maiorca, 
crebbe quasi digiuno di lettere e condusse una giovinezza licenziosa e dissi- 
pata in mezzo alla Corte d' Aragona , ove poi tenne 1' ufficio di siniscalco di 

(') Delle poesie del Rossi , morto di pestilenza nel 1657, si hanno più esemplari 
mss. nella Civico-Beriana. Alcune furono eziandio stampale , fra le Rime diverse 
in lingua genovese, in Torino nel 1612, ed altre in appendice alla Citlara Zeneize 
del Cavalli, edita da Girolamo Marino nel 1665. Ma l' autografo citato dal Soprani 
(Scrittori della Liguria, p. 178), col titolo di Toccadinne de pi/faro sarvego de 
messe Toddaro Conchetta, serbasi oggidì nella Aprosiana di Ventimiglia, giusta la 
notizia che me ne fornisce l'ottimo amico mio cav. Girolamo Rossi. 



( ccxtv ) 

Palazzo. Perdutamente invaghitosi di una bella quanto virtuosa dama genovese, 
per nome Ambrosia di Castello, che abitava in Maiorca col proprio marito, non 
potè mai esserne corrisposto; sibbene venne dalla medesima tratto fuora d'ogni 
speranza ('). Pertanto all'età di r>2 anni, distribuito alla famiglia ed ai poveri 
ogni aver suo, e congedatosi dalla moglie e da' ligliuoli, visitò in abito di pelle- 
grino san Giacomo di Compostela; indi si ritirò nella cima deserta e solitaria del 
monte Randa, ove passò ben nove anni in una povera capanna costruita di 
sua mano, copertoi il corpo di cilicio e lutto dedito alla vita contemplativa. 

Entrato neh" Ordine di san Francesco, fu alquanto dopo più volte a Genova, 
ed ivi lesse e professò ne' monasteri di quella regola il suo Metodo od Arte 
generale, voltò neh' arabo 1' altra sua opera Dell' arte inventiva, e compose 
la Chiave della stessa e dell' Arte dimostrativa; ordinando cioè i suoi principii 
e le sue norme in una l'avola generale, che poscia ultimò in Napoli, ov' erasi 
recato verso il cadere del 1293 sopra navi genovesi. 

In sul finire del 1296, imbarcatosi in Francia sovra un legno pur genovese, 
recossi in Barberia ed Algeria, predicando la religione di Cristo ed operando 
assai conversioni ; ma in Algeri attaccata grave disputa con un filosofo arabo, 
e confutatolo a voce non meno che in iscritto, venne tosto bandito a perpe- 
tuità. Anche questa volta egli sali a bordo di una nave genovese, e tornò con 
essa in Italia, ma a breve tratto da Pisa pati naufragio. Poco stante, i cit- 
tadini di questa Repubblica, da lui medesimo sollecitati, gli commetteano 
l'incarico di presentare al Pontefice alcune lettere, con cui proponevano l' in- 
slituzione di un Ordine di cavalieri cristiani, per liberare i luoghi santi dalla 
dominazione dei turchi. In breve Raimondo otteneva somiglianti lettere anche 
dal Comune di Genova (1507); ove anzi le dame stesse, memori dell'entu- 
siasmo destato fra loro sei anni prima da fra' Filippo di Savona, promettevano 
di agevolare del proprio la nobile impresa, con un sussidio di trentamila fio- 
rini. Ma il Papa (1508) non accettò la proposta, avvisando alla impossibilità 
di mandarla ad effetto. 

All' età di circa 80 anni, Raimondo, che già da qualche tempo erasi riti- 
rato in patria, salpa ver l'Africa, ed il 14 agosto del 1314 sbarca a Tunisi; 
scorre predicando Bona e Bugia, finché ivi è lapidato dai maomettani, e da' me- 
desimi, come morto, abbandonato sulla spiaggia. Ma, nella notte, alcuni mercanti 

(') Il P. Sollier, nel suo Commentario alla Vita del Lullo (V. A età Sanctoruin), 
vagamente riferisce che la donna amata dal Lullo , assentisse ad avere col mede- 
simo un colloquio, nel quale avrebbe disingannato il proprio amante, scoprendogli 
il petto corroso da un cancro. 



( ccxv ) 

genovesi^ raccolto tuttavia respirante il corpo dell'ardente confessore di Cristo, 
e seco trattolo in nave, drizzarono tosto la prora verso 1' isola di Maiorca, 
alla cui vista soltanto, il giorno de' santi apostoli (29 giugno 1515), rendè 
l'anelilo estremo. Come la nave che lo recava approdò all' isola, il Viceré ed 
i principali fra' cittadini recaronsi a levarne con tutta pompa il corpo; il quale 
venne allora sepolto nella tomba dei Lu.Ui a santa Eulalia. Ma i francescani 
avendolo poi reclamato, lo trasferirono nella propria loro chiesa, ove gli con- 
secrarono una sontuosa cappella , e dove d' allora in poi fu come martire 
venerato. 

Processi matrimoniali, p. 242 e seg. Nel Notulario di Gianuino di Pre- 
done per l'anno 1236, si hanno varie sentenze, intervenute a conoscere 
de' litigi fra coniugi accusali di bigamia, e sempre mandati assoluti. 

Certo allo scopo nostro codeste sentenze tornerebbero in ispecie assai pro- 
fittevoli, ove fossero accompagnate dai molivi che ebbero a condurre i giudici 
nel loro pronuuciamento ; potendosi allora stabilire qualche dato, che molto 
importerebbe a questa nostra istoria dei costumi. Ma siccome ciò vanamente 
si cercherebbe in quegli atti, sempre brevissimi, così noi ci staremo paghi a 
riferirne soltanto alcuni per modo d' esempio. 

l. a Janue in palacio fornariorum ubi tenelur curia. Cum obertus sardus 
de castelleio coram procuratore iustilie ianue accusalus fuisset quod vivente 
adalaxia panicogola eius uxore desponsaverat iohannam que secum mora- 
tur ... . die dominica sexto aprilis in pieno parlamento more solito con- 
gregato fuit absolutus. 

2. a Cum obertus de comezascha tomator de rippa accusatus fidsset quod 
vivente sibilina nepte oberli de paverio uxore sua disponsavcrat dictus obertus 
tomator quamdam aliam que vocalur bonaveria in uxorem . . . die domi- 
nico . . . fuit absolutus t 1 ). 

3. a Cum philipus florentinus fdius qm. odebrandi de florencia . . . accu- 
satus fuisset quod vivente draga de pisis . . ■ uxore sua desponsaverat 
iohannam filiam marie grasse lavatricis de bissane in uxorem cum qua nunc 
moratur . . . die XII iulii . . . fuit absolutus ( 2 ). 

C) Notulario di GiAnuino di Predone (Archivio Notarile di Genova), car. 140. 
Entrambe le sentenze recano la data del successivo giorno 8 aprile 1236. 
(*) Id., car. 143. La sentenza ha la data del 15 stesso luglio 123(1. 



( CCXVI ) 



ALLEGATO G. pag. CXLIX. 



Carmen in victoriara Pisanorum, Genuensium aliorumque ìtaliensium de Tiraino 
Saracenorum rege, ducibus tienedicto, Petro, Sisinundo, Lamberto , Glandulpho, 
de expugnatione urbium Sibilia et Madia die S. Xisti. 

I. 

Inclitorum Pisanorum 

Scripturus historiam , 
Antiquorum Romanorum 

Renovo memoriam ; 
5. Nani extendit modo Pisa 

Laudem adinirabilem , 
Quam olim recepit Roma 

Vincendo Cartaojnem. 

II. 

Manum primo Redcmptoris 
IO. Collaudo forlissimam , 

Qua destruxit gens Pisana 
Gentem impiissimam ; 
Fit hoc totum Gedeouis 
Simile miraculo , 
Io. Quod perlecit sub unius 
Deus noctis spatio. 

III. 

Hic cum tubis et lanternis 

Processit ad prelium , 
Nil armorum vel scutorum 
20. Pertendit in medium ; 

Sola virtus Creatoris 

Puemat terribiliter, 
Inter se Maebanitis (') 
Cesis niirabiliter. 
(') I maomettani. 



( CCXVI1 ) 



IV. 

25. Sunt et Machanite 

Signati ex nomine 
Hos in malo nam Madia ( ll 

Nutriebat domine 
Sita pulcro loco maris 
30. Civitas liec impia, 

Que caplivos conlingebat 
Plus centena milia. 



Hic Timinus W presidebat 
Saracenus itnpius , 
35. Similatu 1 3 ) Antechristo 
Droco crudelissimus; 
Habens portum juxta urbem 

Factum artificio, 
Circumseptis muris magnis 
40. Et plenum navigio 

(') M elidi a , fortissima città capitale del primo impero do' Fatemiti , fabbricala 
da Obeid-Allah , detto il Mehdi , in mezzo al mare sovra una penisola del golfo 
di Tunis , e così per natura e per arte fortemente munita , che si ritenne ine- 
spugnabile, infino a chi: , pe' trionfi descritti in questo Carme , non vi penetra- 
rono gli italiani. Aveva un porto militare vasto e sicuro , primo del Mediterraneo, 
e forse del mondo, di quella età. I cristiani soleano appellare questa medesima città 
col nome di Affrica ; e gli arabi invece chiamarono Ifrìkia l'Affrica propria dei 
romani , cioè gli odierni Slati di Tripoli e Tunisi , e la provincia di Costantina. 
(V. Amari , Diplomi arabi del lì. Archivio fiorentino, p. xix). 

( 2 ) Tamìn , principe zirita. La dinastia dei Califfi Fatemiti , piantata in Affrica 
dallo stesso fondatore di Mehdia, erasi coll'andare del tempo trasmutata in Egitto, 
lasciando a' principi berberi della schiatta di Ziri il governo della medesima, che 
eglino tennero prima come luogotenenti e poi come tributarli. Infine, non solamente si 
emanciparono da ogni soggezione , ma divennero a' Fatemiti apertamente nemici 
(V. Amari , loc. cit.). 

(') Similatur? 



( CCXV1II ) 

VI. 

Ilic lenebat duas urbcs 

Opibus ditissimas , 
Et Saracenorum rnaltas 

Gentes robustissimas ; 
■45. Stultus et superbus nimis 

Elatus iu gloriain. 
Qua de causa Pisanorum 

Fil clara Victoria. 

VII. 

Hic cum suis Saracenis 

50. Devastabat Galliam , 

Caplivabat c-mnes gentes 

Que lenent Ispaniam ; 
Et in iota ripa maris 
Turbabat Italiani, 
55. Predabatur Romaniam 
Usque Alexandriam. 

Vili. 

Non est locus toto mundo , 
Neque maris insula , 

Quam Timini non lurbaret 
60. Orrenda perfidia : 

Rodus, Ciprus, Creta 
Simul et Sardinia 

Vexabatur , et cum illis 
Nobilis Sicilia. 

IX. . 

05. Hinc captivi Redemplorem 
Clamabaut altissime , 
Et per orbeni universum 
Flebant amarissime ; 



( CCXIX ) 

Reclamant W ad Pisanos 
70. Pianeta miserabili 

Concitiibat @) Geiiuenses 
Flelu lacrimabili. 



Hoc permotus lerremolu , 
Hie uterque populus 
75. Injecerunt manus suas 

Ad hoc opus protitms. 
El component mille naves 

Solis tribus raensibus ( 3 ) , 
Qaibus bene preparatus 
80. Slolus lucet inclitus. 

XI. 

Couvenerunt Genuenses 

Virtute mirabili, 
El adjungunt se Pisanis 

Amore amabili ; 
85. Non curant de vila mundi 

Noe de suis fìliis, 
Pro amore Redemptoris 

Se donant periculis. 

XII. 

His accessit Roma polena 
90. Potenti auxilio , 

Suscitalum prò Timini 

Infami martyrio ; 

Renovatur hic in illa 

Antiqua memoria 

(*) Reclainubant. 
( 2 j Concilabant. 

( 3 ) Il eh. Amari (Prime imprese ecc.) si accosta più volentieri ad Ibn-el-Alhir, 
die dice tre anni. 



( ccxx ) 

95. Ouam illustiis Scipionis 
Olim dat Victoria. 

XIII. 

Et refulsit intcr istos 

Cum parte exercilus 
Pantaleo malfilanus , 
100. Inter Grecos ( l > Sipantus; 

Cum forte et astuta 

Potenti astutia (-) , 
Est confusa maledicti 

Timini versutia. 

XIV. 

105. Nos conduxit Jhesus Christus 
Quem necabat Africa , 
Et conslruxit t 3 -' omnis venlus 

Preter solum Japiga ; 
Cherubiu emittit illuni 
110. Cum aperit hostia , 

Qui custodit Paradisum 
Discreta custodia. 

XV. 

Pervenerunt navigando 

Quandam maris insalarli • 

115. Quam Pantaloream ( 4 > dicunt 
Cum arce fortissima ; 
Huius incole palumbos 

Emittunt cum litteris , 
Qui renuucient Timino 
120. De viris fortissimis. 

(') Cioè pugliesi e calabresi. 

( 2 ) Questi due versi non furono , per avventura , esattamente riferiti nel ras. 
di Guidone. 
( 3 j Coìtstriuxit? 
(*) L'isola Pantellaria. 






( (XXXI ) 

XVI. 

Hic est caslrum ex natura 

Et arte mirabile , 
Nulli umquam in hoc mundo 

Caslrum comparabile; 
I2ì>. Duo milia \irorum 

Hoc tenebant oppidum , 
Qui nec Deum verebantur 

Nec virlutem hominum. 

XVII. 

Accesserunt huc e contra 
130. Mirandi artifìces , 

Et de ligni (') nimis altis 
Facti sunt turritìces ; 
Destruxerunt, occiderunt 
Sicut Deus voluit , 
155. Et fecerunt quod a mundo 
Numquarn credi potuit. 

XV III. 

Sed, ut pulo, soli viri 
Qui exisse viseraut 

Alios mandant palumbos , 
140. Qui factum ed isserà ni ; 

Quo audito , rex Timinus 
Desperat de viribus, 

Et hoc factum perturbalus 
Tractat cum principibus. 

XIX. 

14o. Inter hec regalis stolus 
Discedit et navigat, 



(*) Lignis. 



( CCXXII ) 

Et jam videi Mas urbes 

Quas Tirninus habitat 
Mare, terra, muri pieni 
ISO. Paganis tctcrrimis, 

Quos conduxerat Superbus 

Ab extremis tcrminis. 

XX. 

Hic incepit adulando 
Demuleere populum ; 
158. Et caplivos promiltendo 
Pertrahebat otium. 
Sed hoc sprevit Benedictus (*) 
Astutus Dei nutu 

illuminatu ( 2 » 

1G0. Luce Sancti Spiri tus. 

XXI. 

Vocat ad se Petrum et Sismundum 

Principales Consules, 
Lamberlum et Glandulfum 

Cives cari nobiles; 
165. Revelat quod hoc Tirninus 

Faciat ex insidia , 
Hoc solum ex tradimento 

Et mira perfìdia. 

XXII. 

Hinc conscendunl parvas naves 
170. Tracti ad concilium 

Decreverunt solam pugnam 
Tracti ad prelium, 

( 1 ) Benedetto vescovo , e legalo apostolico ; forse quel desso che il Baronio 
cita fra i cardinali solto il 1092. 

( 2 ) Et sacra illuminatus, luce etc. 



ÌTà. 



( CCXX1II ) 

Ut hoc solum judicaret 
Divinum juc'icium 



XXIII. 



(«) 



Hoc fuit antiquum festum 
Sancti Sixti nobile , 

Qui sunt semper Pisanorum 
180. De celo victorie ; 

In hoc Benedictus presul 
Populum alloqaetur ; 

Et silenlio indicto, 

Murmur omne moritur. 

XXIV. 

185. Preparate vos ad pugnam 
Milites fortissimi, 
Et prò Christo omnis mandi 

Vos obliviscimini ; 
Maris iter restat longum, 
190. Non potestis fugere, 

Terra tenet qaos debetis 
Vos hostes confandere. 

XXV. 

Non expavescatis 

De eoram numero , 
195. Nani sunt turpi ter defuncti 
Timentes in heremo ; 
Neque vos conturbent domos 

Altis hedifìciis, 
Hierico namqae prostrata 
200. Cum muris altissimis. 



( 1 ) Questa strofa è così mancante noli* originale. 



( GCXXIV ) 

XXVI. 

Inimici sunt factoris 

Qui creavit omnia , 
Et captivant christianos 

Pro inani gloria. 
205. Mementote vos Golie, 

Gigantis eximii , 
Quem prostrava unus lapis 

Dextera parvi pueri. 

XXVII. 

Machabcus ille clarus , 
310. Gonfidcns in Domino , 

Non expavit ad occursum 
Plurimorum hoininum ; 
Nec confidens in virtutc 
Cujusqaam fortissimi , 
215. Set in majestale sola 
Dei potentissimi. 

xxvur. 

Vos videtis Pharaonis 
Fastum et Superbiam 

Qui contempnit Deum celi 
220. Regnantem in secula , 

Dei populum aflligit 
Et tenet in carcere. 

Vos conjuro propter Deum , 
.fam nolite parcere. 

XXIX. 

225. Hinc incitamentis claris 
Et multis similibus, 
Inardescunt omnes corde . 
Inilanlur viribus , 



( ccxxv ) 

OtFerunt cor devote 
•27)0. Deo penitenliam , 

Et communicant vicissim 
Chrisli Eucharistiam. 

XXX. 

Universi Crealorem 
Laudant unanimiter . 
25."). Hanc vilam atque morteni 
Utrumque simililer, 
Invocabant nomen tuum , 

Jhesu bone, celitus, 
Ut lurbares Paganorum 
240. Triplices exercitus. 

XXXI. 

Jam armali petunt terram 

Cum parvis naviculis, 
Et temptabant maris fundura 

Cum astis longissimis ; 
245. Se demergunt ut leones 

Postquam terram sentiuni 
Aquilis velociores , 

Super ostes irruunt. 

XXXII. 

Et excelsi Agareni 
250. Invocant Machumata , 

Qui conturbavit orbem terre 

De sua perfidia ; 
Inimicus Trinilatis 
Atque sancte fidei , 
255. Negat Jbesum Nazarenum 
Verbum Dei fieri. 

XXXIII. 

Sed fit clamor Pisanorum 
Altus et nobilior, 



15" 



( ccxxvi ) 

Nam intonuit do colo 
2li0. Sonus terribilitor ; 

Michael cecinit tuba 

Ad horum presidium , 
Sicut fecit prò Diacono 

Cam commisit prelium. 

XXXIV. 

265. Altera ex parte , Petrus 
Cum cruce et gladio, 
Genuenses et Pisanos 

Confortàbat animo; 
Et conduxerat bue princeps 
270 Cetum Apostolicum ; 

IVam videbat signum sui 
Cum scarsellis populum 

XXXV. 

Et e contra Agarcni 
Concurrunt 
27: v >. Telis et sagittis 

Hos petunt oslilitor , 
Fil hic pugna dura nimis. 
Sed in parvo tèmpore ; 
Nam ceperunt Agareni 
2X0. Statini terga vertere. 

XXXV 1. 

Misit nami|ue Deus celi 

Angelum fortissimum , 
Qui Senacherib percussit 

Mucdte (sic) exercitum ; 
28."i. Qui cum vident hi qui stahant 

Intra muros fieri, 
Obserarunt portas illis 

Qui fugebant, miseri ! 



( CCXXVII ) 

XXXVII. 

Occiduntur et truncantur 
290. Omnes quasi pecudes , 

Non est illis fortitudo 

Qua possint resistere ; 
Perimuntur in momento 
Paganorum milia, 
295. Antequam intrarent porlas 
Et tenerent menia. 

XXXVIII. 

Postquam desuper et subter 
lntrarunt fortissime, 

Pervagantur totani urbem 
300. Absque ulla requie, 

Occiduntur mulieres , 
Virgines et vidue, 

Et infantes alliduntur 
Ut non possint vivere. 

XXXIX. 

505. Non est domus neque via , 
In tota Sibilia (*\ 
Que non esset rubicunda 

Et sanie ( 2 ) livida ; 
Tot Saracenorum erant 
310. Cadavera misera , 

Quae exalant jam fetorem 
Per centena milia. 

XL. 

Urbs est una desolato ( 3 ) ; 
Festinant ad aliam , 



( 1 ) Dovrebbe diro Madia. 

{*) Sanguine ? 

( 3 ) Desolatio, ovvero desolata. 



( CC.XWIH ) 

315. Et contendunt transilire 
Ad alta palatia , 
Ubi stabat rex Timinus 

Statis (*) miserabili? , 
(jui despieiebat Deum 
320. Ut insupernbilis. 

XLI. 

.lussit porius aperire 

Et leones solvere, 
Ut turbarent Chrislianos 

Pugnanles improvide ; 
325 Set conversi senes ( 2 ) leones 
Ad honorem glorie, 
Nam vorarunt Saracenos 
In laude viclorie. 

XLII 

Ilio cvenit tibi, Pisa , 
530. Maguum info nani um . 

Nam hic perdis capud urbis 

Et coronam juvenum. 
Cadit Ugo Vicecomes 
Omnium pulcherrimus : 
555. Dolor magnus Pisanorum 

Et planctus miserriinus. 

xlih: 

Nam cum omnes Saraceni 

Erupissent subito, 
Sustinet hic mille viros 
540. Cum asta et clypeo , 

Cum nescit cessare loco, 

Et recusat fugere ; 

(') Meglio forse satis. 

( 2 ) li verso vuole, per avventura, essere così ristabilito: Set conversi sunt 
leor.es. 



( f.CXXIX ) 

Mille cesis Saracenis 
i " . . . 

Ante cadit juvenis 

XLIV. 

345. Hic imponunt illuni solito . 
Et ad uaves deferunt ; 
Plangunt omnes super illuni , 

Quasi uni geni tum. 
decus et dolor magnus 
350. Pisanorum omnium ! 

coniugio triumphi 

Et niaguum incommodum ! 

XLV. 

Dux nosler atque priuceps, 
Cum corde fortissimo , 
355. Similaius Rex Grecorum 
Regi nobilissimo, 
Qui sic fecit ut audivit 

Hesponsum Apollinis ; 

Nam ut sui triumpharem 

360. Sponte morlem subiil ! 

XLVI. 

Sic infernus spoliatur 

Et Salhan destruitur . 
Cum Jhesus redemptor mundi 

Sponte sua mori tur, 
305. Pro cujus amore, care, 

Et cujus servilio, 
Martyr pulcher , rutilabis 

Venturo judicio ! 

XLVII. 

Non jacebis tu sepultus 
370. Hac in terra pessima, 

Nec te tractent Saraceni 
Qui sunt , quasi bestia , 



( ccxxx ) 

Pisani nobiles te poncnt 
In scpulcrum patrium ; 
275. Te Italia plorabit, 

Legcns epitaphium ! 

XLVIII. 

Erirnus in domo tua 

Fideles et placidi, 
580. Tutores et bayuli ; 

Nullus umquam contra tuos 

Levabit audaciam; 
Quia tu, care, prò Pisa 

Posuisti animam ! 

XLIX. 

385. Non est mora: Corpus finduut, 
Et ejectant viscera ; 
Balsamum infundunt multum 

Et cuncla aromata, 
Et compouunt quadam capsa 
390. De ligno composito , 

Ut mater et conjux eum 
Videant quoquomodo. 



Hinc exarsit ira tanta 
Is et Genuensibus, 
595. Quod non bomo, neque murus, 
Neque quicquam penitus ■ 
Valet horum sustinere 

Furores et fremilus; 
Unde fìt Saracenorum 
400. Maximus interitus. 

LI. 

Sic irrumpunt omnes poTtas, 
Et Madiam penelrant ; 



( ccxxxi ) 

Kt occurrunt ili uè prope 
Quo stat fera pessima , 
-iOo. Que tarbabat omnes genles 
De sua perfidia ; 
Modo latet circumclusa 
In muris altissima. 

L1I. 

Alii petunt meschitam (| ) 
■ilO. Preliosam scemate, 

Mille truncant sacerdoles 

Qui erant Machumale ; 
Qui fuit heresiarcha 
Potentior Arrio , 
415. Cujus error jam permansi! 
Longo mundi spatio. 

lui. 

Alii coufundunt portum 
Factum mirabili ter , 

Darsanas et omnes turres 
i20. Perfundunt similiter; 

Mille naves traunt inde 
Qua ( 2) cremanlur litore 

Quarum ineendium Troje 
Fuit vere simile. 

LIV. 

425. Alii irrumpuut castrum , 
Atque turres diruunt , 
Equos regios et mulas 
Omnes interficiunt ; 
Aurea vexilla mille 
•430. Trahunt et argentea , 

Que in Pisa gloriosa 
Sunt triumphi premia. 



(') f.a Moschea. 
( 2 ) Quae. 



e ccxx.mi ) 

LV. 

Concurrentes , perveneruni 
Ad illud palatium 
ìrìTi. Mille passuum , ut credo , 
Quod tenebat spatium 
Quinquaginta eubitorum 

Mttras latitudine; 
Erat idem t[uat ^) tantas 
440. Murus altitudine. 

EVI. 

Super hunc procere turres 

Ad nubes altissime , 
Ubi vix mortales homo 

Jam possit aspicere, 
•iì.">. Scale facte circumflexe 

Faciles contendere, 
Ubi nullus neque valet . 

Neque scit ascendere. 

LVII. 

Multitudo Pagauorum 
ì.>0. Hoc tenebant Cassar um , 

Nam Cassandi sic appellali! 

Hoc tale palatium , 
Quod Pisani circuml'usi 
Contendunt deslruere ; 
455. Sed lassati jam non audent 
Hoc tale contundere. 

LVilI. 

Et jam isti fatigali 

Pausabant in requie ; 
Ipse Rex , misellus uimis, 
160- Pacem cepit petere; 



(') Quater 



( (XWXIII ) 

Donat auri el argenti 

Infinitum preliuni, 
Uitat populum Pisanum 

Atqae Genunensium. 

LIX. 

465. Juravit per Deum celi , 
Suas legens litteras, 
Jani ammodo chnstianis 
Non ponet insidias , 
Et non tollet talinenam W 
470. His utriusrjue populis , 

Scrviturus iti eternuni 
Eis quasi dominus. 

LX. 

Terram jurat Sancii Petti 
Esse sine dubio , 
475. Et ab eo tenet eam 

Jam absque colladio ; 
Uude semper miltet Romani 

Tributa et premia ; 
Auri puri et argenti 
480. Nunc mandai insignia. 

LXI. 

Et cum starent ad videnda C 2 ) 

Uonorum potentiam , 
Ecce ^entes arrabites 

Inlrarunt Sibiliam ( 3 ) ; 
485. Leves multum supra modum , 

Cum discurrunt pecudes 
Euro vento leviores , 

Cum bellantur equites. 

(') Teloneum. 
( 2 ) Ad viden davi. 

(') Zacila , borgo discosto da Mehdia un trar d'arco, sulla spiaggia (Amari, 
Diplomi ecc., p. xix). 



( GCXXXIV ) 

• LXI1. 

Dodi retro et stuli "' 
•ìDO. Fugendo respicere . 

Valent melius in fuga 
Hosles interficere. 
Leviores super ornnes gentes 
In giro volubiles , 
i05. Macris equis insidentes 
Corporibus ducliles. 

LXIII. 

Et islorum tam valenlium 
Jam centena milia 

Urbs relieta a Pisanis 
500. Tenebant Subilia ; 

Ripa maris insistentes 
Et implentes litora ; 

Tbat (" 2 ) reliquos Pisanos 
Servantes navilia. 

LXIV. 

505. Quod cum audiant qui stabanl 
In Madia nobiles , 
Plusquam leopardi currunl 

Ordinati mobiles ; 
Ipse rex Timinus spectat 
510. Altis edificiis , 

ixtaturus utriusque 
Populi pericuiis. 

LXV. 







Sed nec armis, nec virlutc 






Confiderunt Arabes ; 




515. 


Fuwa nimium veloces 
Fugientes agiles ; 


C) slum. 






( 2 J Tenebal? 







( ecxxxv ) 

Nani quicunurue remanserunt 

Depugnantes manibus., 
Pisanorum figit telum 
520. Et detruncat gladiis ( J ). 

LXVI. 

Sic Madia superata , 

Recepta Sibilia, 
Jam Pisani gloriosi 

Intrarunt navilia ; 
525. Destruxcruut pretiosa 

Passim edificia , 
Cuncta simul reportantes 

Cam parvis eximia. 

LXV1I. 

Captivorum persolverunt 
530. Plus ad centum milia , 

Quos recepit Romania 

Jam ex longo misera; 
Saracenos et caplivos 
Ducunt sine numero; 
535. Qui est totum tuum douum, 
Jhesu, sine dubio. 

LXVIII. 

Ecce iterum Ebrei 

Egyplum expoliant , - 

Et confuso Pharaone 
540. Item conjubilant; 

Transeunt in mari magno 
Ut terra siccissima ; 

Moyses educit aquas 
De petra durissima. 

( 1 ) Meglio certamente : Et detruncat gladius. 



( CCXXXYI ) 



LX1X. 

543. Nani ut veniunt ad Gorras , 
Quasdam maris insulas , 
Ubi nullas vidit ( l > atjuas 
Ad potandum limpidas, 
Fil hoc, visu et a udito 
.").')(). Nimis admirabilc, 

Terra parum circumfossa , 
Folant aquam largiter. 

LXX. 

Sunt reversi gloriosi . 
Virtute mirabili ; 
555. Et (juo durat iste mundus 
Houore laudabili ; 
Sanclo Ghristo (-) consecrarunt 

Perpulcram ecclesiam ; 
Et per orbeni universum 
oGO. Sanctis mandant premia. 

LXXI. 

Sed tibi , Regina celi , 

Stella maris inclita , 
Donant cuncla pretiosa 

Et cuncta eximia; 
ò6j. Unde tua in eternum 

Splendebit ecclesia 
Auro, gemmis et margarilis, 

Et palliis splendida. 

LXXli. 

Clericis qui remanserunl 
ò70. Perpetuo servitio 



(') Vident? 

< 5 j Si emendi : Xisto. 



( CCXXXVIl ) 

Donaverunl partes duas 

Communi Consilio; 
Sic volebas tu, Regina, 

Sic rogasti filium , 
575. Gujus iilis prebuisti 

In cunclis auxilium. 

LXXI1I. 

Sit laus tibi, trine Deus, 

Unus et altissime, 
Super omnes gloriose, 
580. In cunclis fortissime ; 

Qui limerei et amaret (*) 

Debet super omnia, 
Cujus manet sine fine 

Sempiterna gloria. 

Amen. Anni Domini millesimo ocluagesimo octavo. 



('; Qvi liniere et amare 



f iOWXVIII ) 

ALLEGATO II. pag. CLVI. 



Iscrizione scolpita su pietra di Promontorio, in caratteri tedeschi dorati, affissa presso 
l'antico ingresso del monastero di san Silvestro (*). 



* 



mattili} 

^tnisqs crò \)ac ut} Mktks linfa lettor " 
Slrbis pastorem pleum satocrc ittbeto. 
Jponttfice rlaru? titulis et stirpe marina. 
Jtlorib? tnsignem multa pietate sermu?. 



(') La lapide è ornata all' intorno da un intreccio di fogliami , ed ha al vertice 
il simholo dell' Agnus Dei, sovrastante a due scudi paralleli; l'uno de' quali (a 
destra) raffigura le mistiche chiavi, ed è cimalo da una mitra con bande svolaz- 
zanti; l'altro (a sinistra) rappresenta lo stemma De Marini, od è cimato da una 
croce pastorale. 

("■) Lumina lector. 



( CC\XXIX ) 

II. 

Almi dedala dal socio prof. Giuseppe Scaniglia, murata solto la precederne W. 

QUI SPIANATE LE TORRI DEL CASTELLO 

SORGEVA IL PALAZZO ARCHIEPISCOPALE 

ARSO DALLA FAZIONE GHIBELLINA NEL MCCCXCIV. 

X ANNI DOPO RIFATTO A SPESE 

DEL VENERANDO PRELATO PILEO DE MARINI 

POI CONVERTITO NEL MCCCCXLIX IN MONASTERO 

CHE DAL TITOLO DELLA CHIESA CONTIGUA 

E DALLA PATRIA DI UNA DELLE FONDATRICI 

FU DETTO DI S. SILVESTRO DI PISA 



LA PIETRA SOVRAPPOSTA 

MONUMENTO ALLA PIA LIBERALITÀ 

DELL'ARCIVESCOVO GENOVESE 

VOLLERO I PP. DEL COMUNE 

CESSATO IL CONSORZIO MONASTICO 

CHE SI TRASMUTASSE NELLA PARTE ESTERIORE DELL' EDIFICIO 

ASSEGNATO AD USI CIVILI L'ANNO MDCCCLXV. 

( 1 ) Ripeto dalla squisita gentilezza dello stesso prof. Scaniglia, a cui ne ha fatta 

preghiera, la lettera seguente, assai onorevole così pel nostro collega come per 

l' intero Instituto. 

Genova, il 19 agosto 1865. 

Per compiere un dovere di riconoscenza , deggio rendere alla S. V. Onorevolis- 
sima, anche a nome del Municipio cui ho 1' onore di rappresentare, le più distinte 
azioni di grazia per le iscrizioni che con tanto senno compilava ad illustrazione 
del prezioso monumento dedicato il -U04 all'esimio prelato Pileo De Marini, e per 
ricordare il ristoro ordinato dalla Città il 1865 delle pregevolissime epigrafi esi- 
stenti sotto l'arco dell'antica porta di sant'Andrea. 

Mentre mi compiaccio seco Lei di così apprezzabile lavoro, nutro fiducia che il 
divisamento adottato dalla benemerita Società Ligure di Storia Patria, di rammentare 
ai cittadini, con apposite lapidi, i sommi uomini e i fatti gloriosi che onorarono 
questo Comune, non mancherà certamente di produrre ottimi risultati n e 1 1 ' interesse 
della nostra Storia. 

Ho intanto il pregio di raffermarmi con distinta stima 

// Sindaco — GROPALLO 

AL CHIAniSS. SIGNORE 
Abate e Prnf. GIUSEPPE SCANIGLIA 

Biblioti'cario Civico —Genova. 



( CCXl ) 



AI.l. 



Catalogo di carte od atlanti nautici 



N.° 

D'ORDINE 



EPOCA 



S-10 

il 



Secolo xiii, o prin- 
cipe del xiv. 



Anno 1306 (?). 
Anno 1318. 



Anno 1327. 



Anno 1351. 



Secolo xv. 
Anno 1436 (circa) 



DESCRIZIONE 



Piccolo atlante, composto di otto tavole 
membranacee , ripiegate a libro 



Carta rappresentante lutto il Mediterra- 
neo , e parte dell' Europa , Asia ed 
Africa ; della lunghezza di cent. 86 ì l i 
per 62 */»■ 



Mappamondo di 



Atlante in IO carte, di 



Altro in 8 carte , di 



Carta della lunghezza di m. 0. 93 per 
0. 57. 



Atlante di gran foglio, in otto carte dop- 
pie, conosciuto sotto il nome di Por- 
tolano Mediceo. 



Tre carte del Mar Nero e del Medi- 
terraneo. 



Corta costrutta in Genova 



AUTOR 



Anonimo , Cor 
ziano. 



Prete Giovanni 
della cliies;i 
Marco del 
Genova. 



Detto 

Pietro Visconte 



Detto. 

Penino Viscot 
identico co 
dente, o fui 
figlio d^llo 



Anonimo gene 



Francesco I 
genovese. 






Benincosa I 
Ancona. 



( CCXLI ) 



IXVHI. 

li, ovvero l'atti od esistenti in Genova. 

— 

- — - 



LIOGO DOVF. AI. PI! ESENTE SI TROVA 



, presso il socio cav. Tammar Luxo- 
ù e, per fac-simile fotografico , presso 
ì )cietà Ligure di Storia Patria. 



m, nel Regio Archivio di Sialo; ed in 
ni va, per fac-simile fotografico, presso 
1 icietà. 



ir. nella Biblioteca Imperiale 



>rt , nel Museo Correr. 
, nella Biblioteca Laurenziana 






illa Palatina 



li, nel Museo Britannico . . . 
I, nel R. Archivio di Stato . . 



ANNOTAZIONI 



V. Atti, voi. in , p. civ-vii. 



hi voi. tv, p. CLIX. 



Id. p. CLVIII. 

V. Jo.mard, Les monumcnts de la Gevgraphie, 
etc. ; ove è riprodotto per fac-simile al nu- 
mero provvisorio 57-58. La leggenda è: Pe- 
trus Vessconte d' ianua fedi istas labulas 
anno dni mcccxviii. 



La leggenda è : Perrinus Vessconte fecit islam, 
cartam anno dm k cccxxvn in Veneciis. 



V. Baldelli-Boni, Stor. del Milione, p. 155-72; 
e D' Avezac , Notices des decouvertes dans 
l'Océan Atlantique , p. 52. L' ultima carta, 
rappresentante il Mar Nero, fu pubblicata 
dal Serristori. 

V. U' Avezac , Note sur un Atlas hydrogra- 
phique etc; Paris, Marlinet, 1850. 

V. Atti, voi. in, p. cix. Il De Luca (Carte 
nautiche del medio evo, ecc.) l'attribuisce 
erroneamente al 4-400. 



16' 



( CCXLII ) 



N.° 
d'ondine 



12 



13 



20 

21 

22 
23 

24 

25 



E I' C A 



Anno 1-436. 



Anno 1-147. 



14 


Anno 1485- 


13 


Anno 1488. 


16 


Fine del sec. xv (?) 


17 


Anno 1301. 


18 


Anno 1505. 


19 


Anno 1512. 



Anno 1513. 

Anno 1519. 
Anno 1522. 
Anno 1525. 

Prima del 1526 (?) 

Anno 1527. 



DESCB IZION E 



Carta , di 



Carta, con agli angoli dne stemmi, che 
rappresentano l'uno la croce di Genova, 
e l'altro una sbarra a scacchi bian- 
chi e rossi in campo bianco. È incollata 
su cinque tavolette bislunghe, che si 
ripiegano 1' una sul!' altra. 

Carta di 

Mappamondo, costrutto in Londra, e pre- 
sentato al re Enrico VII da . . . 

Carta , collo stemma Usodimare . . . 

Carte di 

Carte di 

Carta fatta in Napoli da 

Carta di 

Atlante in sette carte, costrutto in Genova. 

Portolano del 

Carta di 

Carla della lunghezza di cent. 77 per 
63 •/, 

Carta di 



f 



A I I II 



. . . Beccano I 
predetto Fr, 
di Genova. 



Anonime 



Bartolomeo l'ai 
novese. 

Bartolomeo Col] 

Anonii 
Cristoforo 
Bartolomeo 



Visconte M 
Genova. 



Baptista Janveì. 
Battista Ago 

Detto 

Suddett 

Visconte e 
Maggiolo. 

Giovanni Cosi | 
vese. 

Battista A> 



( CCXLIII ) 



LUOGO BOVE AI, PRESENTE SI TROVA 



ANNOTAZIONI 



I , 



nella Biblioteca Nazionale 



ie, nella Palatina 



|, nella Collezione Geografica della Bi- 
lica Imperiale. 



Biglia Ligure 



ir, nella Biblioteca Nazionale . 



a di Baviera, nella Biblioteca Reale 
■ nella Biblioteca Ambrosiana . . 
to', nella Biblioteca Nazionale . . 



'0', presso la Società Ligure di Storia 
aia. 

H, nel Museo Britannico 



V. Atti, voi. ni, p. ex; Odorici, Memorie sto- 
riche della Nazionale Biblioteca di Panna 
(nel voi. ni degli Atti e Memorie delle RR. 
Deputazioni di Storia Patria per le Pro- 
vincie Modenesi e Parmensi, p. 440). 

V. Lelewel, Géographie du moyen age, voi. li; 
il quale la riproduce nel suo Atlante, ri- 
dotta ad un quinto del vero. 



V. Atti, voi. iv, p. clix. 



Nel secolo XVI erano a mani del veneto cos- 
mografo Zorzi. 

V. Atti, voi. in, p. ex. La leggenda della 
Carta è questa : V esconte de Majolo com- 
posuit liane cartam in Neapoly de anno 
dni 4512, 4^ e x marey. 



V. Lelewel, op. cit 



V. Alti, voi. ìv, p. CLX 
Id. voi. in, p. cxi. 
Id. voi. iv, p. clxi. 

Id. p. clxiii. 

Ivi. 



( CCXLIV ) 

DESCRIZIONE 

Carta di 

Carta dell' isola di Corsica, delineata e 
donata all' Ufficio di san Giorgio da 

Carta di 

Altra carta di 

Atlante di 

Quattro carte di 

Atlante, in 14 carte, fatto in Venezia . 

Atlante, in carte 15 

Atlante in carte 16 

Carla di 

Carla costruita da 

Atlante in carte 32 , di 

Atlante di 

Id. in carte 56 , di 



N.° 
d'ordine 



26 



27 

28 
29 

50 

51-54 

55 

36 



EPOCA 



Anno 1527. 



Prima del 1528. 

Anno 1555. 
» 

Anno 1556. 

Anni 1556 in 1550. 

Anno 1513. 

Anno 15 . . 



37 


Anno 


1545. 


38 


Anno 


1547. 


39 


Anno 


1551. 


40 


Anno 


1555. 


41 


Anno 


1555. 


42 


Anno 


1554. 



AUTOR 



Fernando Color 






Agostine 


Giusti 


Visconte 


Maggi 




Detto. 


Battista 


Agnese 




Detto. 




Dello 



Delti 



Visconte M 



Giacomo M 
Visconte. 

Battista Agnese 

Battista Agnest 

Detto. 



( CCXLV ) 



,1'OfiO DOVE AL PRESENTE SI TROVA 



, nella Biblioteca, 



nesfli Archivi Generali del Regno . 
Ili Spagna, nella Biblioteca della Cat- 

nel Museo Britannico. 
Monaco , Gota , Dresda . . . . 
a Laurenziana 



i nella Magliabecchiana . . 

! nella Marciana. 

,iel Deposilo delle Carte . . 

ili Baviera, nella R. Biblioteca 

1 presso il Conte Dona. 
>i Marciana, 
stessa Biblioteca. 



ANNOTAZIONI 



Questa carta , che viene dal Kohl attribuita a 
Fernando Colombo (V. Le due più antiche 
carte d' America, eseguite negli anni 4527 
e 1529, Weimar, I8(i0), fu pubblicata dal 
Santarem nel suo Atìant compose de mup- 
pemondes et cartes hydrographiques etc. ; 
Paris, 1842-53. 

V. Giustiniani, Annali della Repubblica di 
Genova, voi. il , p. 40 ì. 

V. Atti, voi. iv, p. clxi. 

V. Atti, voi. iv, p. CLXI. 

V. Kohl, op. cit. 

La leggenda di questa corta , favorita alla So- 
cietà dal eh. Bibliotecario cav. Ferrucci , è: 
Baptisla Agnese januensis fecit Venctijs 
1545, die 42 februarij. 

Veramente il nome dell' autore non è scritto in 
questo Atlante ; ma non può dubitarsi , per 
più criteri anche estrinseci , che esso spetti 
all' Agnese. 



V. Lelewel, op. cit.; ove, per isbaglio, l'au- 
tore è chiamalo Visconte di Marola. V. Atti, 
voi. in, p. ex. 



V. Atti, voi. iv, p. CLXI. 



( CCXLVI ) 



N.° 
d'ordine 

43 

44 

4S 

46 



lì P C A 



47 
48 

49 
50 

51 

52 
55 
54 



56 



Anno 155G. 

» (circi) 

Anno 1583. 

Anno 1586. 



Anno 1587. 
Anno 1589. 

Anno 1593. 

Fine del secolo xvi, 
o principii de 

XVII. 



1) !• s c ni Z I N E 



Corografia dell' Egitto 



Carta marina inviata da Andrea D'Oria 
a Carlo V 



Carta di 
Carta di 



Anno 1602. 
Anno 1620. 
Anno 1622. 
Anno 1639. 

Anno 1662. 



Portolano di 

Carta costrutta in Civitavecchia 

Id. di 

Carte marine di 



Atlante, in carte 15 



Pellegrino B 
ligure. 



Baldassarre .1 
Detti 



Carta costrutta in Genova da 



Portolani costrutti in Londra da . 



Carta degli scali del Mediterraneo 



Carla della lunghezza di cent. 66 per 
44 , piuttosto posseduta a quest'epoca, 
che costrutta da 



Atlante in carte 8 , l'orse la Parte se- 
conda dello Specchio del mare. 



Visconte Ma 

Giacomo Scoi 
vanto. 

Detl 

Benedetto Si 



Francesco Gì 
dal cognol 
sume geot< 

Giovanni Col 



Giovanni Di 
duto geni 

Gio. France 



G. 13. Cavallin iLi 



Francesco .W 
vanto. 



( CCXLVH ) 



,1'OfiO D0V E AL PRESENTE SI TROVA 



i negli Archivi Generali del Regno. 



i , nella Palatina. 



glia Ligure 



< nell' Ambrosiana 
L nella Marciana . 



, nella Biblioteca dell'Archiginnasio. 



, nella Riccardiana. 



I, nella Palatina. 

nella Biblioteca del march. Marcello 
i;zo la Giacomo Filippo. 



i presso la Società Ligure 
, nella Biblioteca Durazzo. 



A N NOTAZIONI 



V. Canale, Storia del Commercio, ecc., p. 481. 



V. Alti, voi. iv, p. CLXIV. 



Questa carta di recente scoperta dal già lo- 
dato cav. Girolamo Rossi, è delineata sovra 
una pergamena larga cent. 73 per 35. Il 
suo titolo, scritto in un angolo, è: Carla 
navicatoria di mano di Baldassarre da Maialo 
Visconte , fatta nell' anno m • D • LXXXVI • ■ 
in Genova. 



V. Atti , voi. in , p. cxi. 
V. Atti, voi. iv, p. CLXIV. 



Ivi. 
Ivi. 



Già posseduta dal comm. Canale ( V. Storia 
del Commercio, ecc., p. 481). 



V. Atti, voi. iv, p. clxv. 



( CCXLVII1 ) 



N.o 
d'ordine 


EPOCA 


DESCRIZIONE 


m 

A II TOH 


37 
58 


Anno 16 . . 
Secolo xvni. 


Flambeau de mer , contenant tous les 
ports et rades de la coste d' Espagne, 
Catalogne, Provence, Italie, Barberie 
et de l'Archipel. 

Reuceil des ports et rades; codice car- 
taceo di 109 fogli. 









( CCXL1X ) 



LUOGO DOVE AL PRESENTE SI TROVA 


ANNOTAZIONI 




, nella Biblioteca del Duca di Genova. 


Si reputa genovese, avendo lo stemma Palla- 
vicino. 


| 


a , nella citata Biblioteca Durazzo. 







( ca ) 
ALLEGATO J. pag. CLXXXVH. 



Relazione del Sesto Centenario di Dante, celebrato in Firenze nel 1865, fatta alla 
Società Ligure di Storia Patria, nella adunanza generale del 2N maggio stesso anno 
(bl Presidente barone Pasquale Tola. 

Onorevoli Colleciii, e Signori 

La missione assai onorevole di rappresentare questa Società Ligure di 
Storia Patria nel Sesto Centenario di Dante, che non ha guari si celebrù 
in Firenze, fu dalla Deputazione cui vi piacque aflidarla sollecitamente 
compiuta. L' egregio Preside della nostra Sezione Archeologica, ed io stesso 
che ho 1' onore di favellarvi (dappoiché per imprevisti accidenti ne mancò 
il concorso degli altri tre Membri chiamati a comporla) adoperammo ogni 
solerzia ed alletto, per corrispondere al vostro desiderio ed alla orrevolezza 
del mandato. Concordi entrambi in un solo volere, pensammo anzi tutto qual 
luogo dovremmo scegliere, se non fosse già designato dalla Commissione ordi- 
natrice, in quella Festa nazionale e non tardammo a comprendere, che nel- 
1' associarci per lo slesso oggetto a tanti altri Rappresentanti di Città, di Pro- 
vincie e di Accademie italiane, la nostra bandiera, sulla quale sta impressa 
la effigie di Calfaro, annalista primario della gloriosa Repubblica Genovese, 
dovea trovarsi locala in tal punto, che mostrasse agli occhi dei riguardanti la 
sua naturalità e provenienza ligure, onde, in mezzo a tante e si svariale fiso- 
nomie delle altre italiche consorelle non abdicasse, nò perdesse la propria, 
si bene la conservasse integra e genuina , concorrendo in tal guisa a 
formare quali' insieme di bello e di vero, che nelP ordine materiale non solo, 
ma nel morale eziandio, nasce sempre dall'armonia del molteplice coli' unità. 
Risolvemmo quindi, che nel Corteggio, annunziato nel Programma del Gon- 
faloniere e dalla Commissione Fiorentina, la nostra bandiera seguisse quella 
dell' illustre Municipio Genovese; e tale fu pure la deliberazione degli ono- 
revoli rappresentanti dell' Accademia Ligustica di Belle Arti. 11 qual pensiero 
e risoluzione, se furono ragionevoli, sortirono eziandio nell' attuazione il felice 
effetto già da noi preveduto. Imperocché nel 1 i maggio, in cui quel Corteggio 
ebbe luogo, come prima e principale delle feste annunziate, e nel!a piazza di 
Santo Spirito, e nel lungo stradale percorso fino alla piazza di Santa Croce, 
era bello il vedere, sotto uno splendido cielo, e fra mezzo a cento altre, tutte 
caratteristiche dei luoghi dond' erano venute da ogni vicina e remota parte 



( IXL1 ) 

d' Italia, sventolare unite, e quasi intrecciarsi tante liguri bandiere; e proce- 
dere antesignana e duce quella del Municipio di Genova . che fu salutata 
concordemente da italiani e stranieri, e dalla stessa gentile Fiorenza, culla e 
nutrice delle arti belle, prima in pregio fra quante ve ne contò inalberate 
l'italica famiglia; e poi quella della nostra Università degli studi; e poi Le 
altre dell'Accademia Ligustica, e della nostra Società; e tener dietro ad esse, 
imitatrici di sì bello esempio, la Società Economica di Chiavari , e il Muni- 
cipio di Savona, e altre rappresentanze ed insegne, delle quali non mi è 
agevole darvi adesso il novero, e dirvi il nome. 

Questo, o Signori, quanto al luogo e all' ordine , con cui procedette nella 
prima delle Feste Dantesche la vostra Deputazione. Ma delle Feste medesime, 
se volessi darvi particolare contezza, e dirvi quante e quali esse furono, o 
che io noi potrei, perchè in tanta fugacità di mostre, di apparali, di acca- 
demie, di luminarie e di tripudi, non può 1' occhio e 1' udito tener dietro a 
ogni cosa; o se anche il potessi, forse non vi soffrirebbe la pazienza di 
udirmi, essendone già corse dapertutto, per gli organi pubblici della stampa, 
le immagini e le descrizioni. Toccherò non pertanto di alcune parti di tali 
Feste, che più si affaceano alla natura istorica del nostro Instituto; e lasciale 
addietro le lunghe vie percorse da Santo Spirito a Santa Croce; e ricordati 
i busti e le iscrizioni onorarie, che ad ogni tratto raffiguravano, o celebra- 
vano uomini e memorie italiane, Cimabue, Giotto, Cavalcanti, Arnolfo di 
Lapo, Brunelleschi, Gbiberli , Bandini, Salvino degli Armati, Michelangelo 
Buonarroti, Machiavelli e Galileo, il Lasca e il Berni, il Carnesecchi e il Sa- 
vonarola; e salutala altra volta col pensiero, come già salutai di presenza in 
atto riverente e pio Y umil casa in cui nacque il Sommo Alighieri, vi con- 
durrò meco alla piazza di Santa Croce, dov'erano tributate all' altissimo 
Poeta, le prime, e più solenni onoranze. Ridotta a forma di anfiteatro, nel di 
cui centro sorgea velala la statua del Cantore divino, quella piazza era chiusa 
da un postergale, ornato di trentotto bassi rilievi in pittura, i quali rappre- 
sentavano i fatti e gli accidenti più notevoli della vita di Dante. Là si vedea, 
quando egli in età di anni otto fu nel 127i condotto dal padre suo in casa 
Portinari ; quando nel 1283 incontrò per via in mezzo a due gentildonne 
la sua Beatrice, da cui ebbe in ricambio il bel saluto; quando Brunetto La- 
tini nel iìHi gli donò il suo Tesoro; quando nel 4289 strinse amicizia col 
giovane Carlo Martello re di Puglia, da cui si fa dire nel Paradiso : 

Assai m'amasti, ed avesti ben d'onde; 
Che se fossi giù stato , io li mostrava 
Di mio amor più altro che le fronde ; 



( CCLII ) 

quando rientrava in Firenze, dopo la battaglia di Campaldino ; e quando 
nell'anno istesso facea parte, cavaliere e soldato", dell'oste che strinse alla 
resa il castello di Caprona. Là si vedea, un anno dopo la morte di Beatrice 
(1291), intento a disegnare sopra una tavoletta nelle sue stanze; nel 1292 
co' suoi amici, letterati e poeti, nella sua villa di Cantorato,; nel -1291 con 
Oderigi da Gubbio, con Arnolfo e col giovinetto Giotto nello studio di Ci- 
mabue; nel -1295 eletto e scritto nella Corporazione dell'arte dei Medici e 
degli Speziali; nel 4299 ambasciatore al Comune di San Geminiano per con- 
fermare la taglia guelfa; nel 1300, già Priore della Signoria, discutere nel 
Consiglio dei Cento; e nel 23 giugno dello stesso anno, insieme con gli altri 
Priori, e col Gonfaloniere, andare processionalrnente a san Giovanni. Là pure 
il vedevi, ambasciadore nel 1301 a papa Bonifazio VII! per dissuaderlo dal 
mandare a Firenze Carlo di Valois; e un anno dopo, condannato all'esilio 
dalla sua patria, devastata dai Guelfi, e date al. e fiamme le di lui case; nel 
1303, col suo amico Giovanni di Virgilio nella Università di Bologna; nel 1300 
al Congresso dei Ghibellini nell'Abazia di San Gaudenzio appiè delle Alpi, e 
poi ospitato in Lunigiana dai Marchesi Moruello e Francescano Malaspina; 
e poi ancora inviato da essi Marchesi ambasciatore e paciere al Vescovo di 
Lucca. Là eziandio raffigurato Dante in Arezzo co' Ghibellini capitanali da 
Alessandro di Romena (1302); nella Università di Parigi, e nella Cappella di 
sani' Elena in Verona, dispulando di teologia e di filosofia (1310, 1320); nel 
monislero di santa Croce del Corvo, che consegna a frate Ilario la prima Can- 
tica del suo poema divino (1309); nel monislero di Fonte Avellana (1313, 
1314); e ramingo di luogo in luogo, ospitato corlesementi, prima in Lucca 
da Uguccione della Faggiola (1311), poscia nel castello di Cohnollaro da 
Bosone Raffaelli di Gubbio (1313), e dopo tre anni da Can Grandi della 
Scala in Verona, al quale dedica e presenta i primi Canti del Paradiso (1316). 
Là infine vedeasi Dante protestare in Milano la sua fedeltà all' imperatore 
Arrigo VII re dei Romani (1311); assistere in Roma coi conti Guelfi e coi Co- 
lonnesi alla di lui incoronazione in san Giovanni di Laterano (1312); osservare 
da un'altura giù al basso presso il torrente fievole la infelice battaglia di 
Montecatini (1315); perduta Pisa e Lucca, tornare in Lunigiana (1316); 
essere poi accolto in Padova da Giotto, che dipingea la Cappella del tauma- 
turgo sant'Antonio (1317); e di là, fermatosi alquanto presso Gherardo da 
Camino in Trevigi, e in Udine presso Pagano della Torre patriarca di Aqui- 
leia, ambi di parte guelfa, trovare il suo ultimo rifugio nella Corte di Guido 
Novello da Polenta, grazioso Signore di Ravenna, come lo chiama il Boc- 
caccio, dove nel li settembre dell'anno 1321 rendè il faticato spirito al suo 






( CCLIII ) 

Creatore (*). Tante illustri ricordanze ritratte dal pennello e poste sotto l'occhio 
di ognuno, e 1' aspettazione del momento solenne, in cui doveano vedersi, 
quasi di persona viva, le forme di Colui che n' era il soggetto, aveano tratto 
colà immensa onda di popolo, che si accalcava in quel vasto anfiteatro. Gli 
era confine, onde non varcasse il recinto, un elegante parapetto, dal quale 
partivano in ordine graduale, elevandosi l'uno sull'altro, i posti riservati al 
gentil sesso, e ai più distinti spettatori. 

Era venuto il giorno quasi al suo mezzo, quando, dopo tre ore dalla par- 
tenza da Santo Spirito, arrivarono alla piazza di Santa Croce le ultime file del 
nobile Corteggio. Lo aprivano i rappresentanti della stampa italiana e straniera, 
e dell'arte drammatica, quindi seguivano le rappresentanze e le deputazioni 
delle Provincie, dei Comuni e degli Instituti di ogni parte d' Italia ; e le due 
Commissioni pel monumento a Dante, e per le feste del Centenario: lo chiu- 
devano i Municipi di Ravenna e di Firenze, in mezzo ai quali era il conte 
Serego-Alighieri, discendente per via di femmina dal divino Poeta. Settecento 
e più bandiere sventolavano in quel Corteggio, le quali, toccandosi, intrec- 
ciandosi e confondendosi fra loro, simboleggiavano la grande famiglia italica, 
riunita in quel giorno in un solò desiderio, in un affetto solo; e fra le ban- 
diere ve n' era pur' una sollevata in alto , che rimembrava il rozzo saio, e 
l' umile capestro del gran Patriarca di Ascesi, che fu tutto serafico in ardore. 
Quando tutte le rappresentanze ebbero preso il loro posto , il suonare delle 
bande musicali e delle campane della Signoria, e il tuonare del cannone, 
annunziarono 1' arrivo del Re d' Italia. Unanime e fragoroso, da mille bocche 
ripetuto, risuonò il grido : Viva il Re, Viva Vittorio Emanuele. Ad un 
tratto la statua, egregio lavoro di Enrico .Pazzi, fu scoperta; ed un nuovo 
grido di gioia innalzavasi a Dante Alighieri. I figli e i nepoti aveano ripa- 
ralo agli errori, e alla ingratitudine dei padri e degli avi. L' Italia acclamava 
il più grande dei suoi grandi uomini, l'autore del terribile poema, cui poser 
mano e cielo e terra, il creatore della lingua e della letteratura del bel paese, 
dove il sì suona, e per sublimi e arcani concetti il banditore , o il precur- 
sore, se vuoisi, dell' italico risorgimento. Furono letti due discorsi., uno del 
Gonfaloniere di Firenze , e 1' altro del professore Giambattista Giuliani ; 
quindi fu steso e sottoscritto 1' atto di consegna del Monumento al Municipio. 
Il canto di un inno, scritto dal maestro Carlo Romani, accompagnato da or- 
chestra e cori, e la partenza del Re, salutata come l'arrivo da fragorosi 
applausi, pose termine a quella Festa nazionale. E fu questa veramente la 

(') Boccaccio, Vita di Dante. 



( CCLIV ) 

festa caratteristica, destinata a celebrare il Sesto Centenario di Dante, e il 
Monumento erettogli nella sua patria dalla riconoscenza concorde di tutta 
Italia. Le corse, le luminarie, le danze popolari, e varie altre mostre e sol- 
lazzi, furono apparecchi a tener viva e ad accrescere la letizia di quei giorni. 
Però non tacerò del Tornèo, con cui si volle rappresentare la pace tra Guelfi 
e Ghibellini nel 1501; né della Esposizione Dantesca e di antichità, in cui 
si vedeano raccolti e ordinati tanti rari monumenti ed oggetti , o relativi al 
Sommo Poeta, alla vita e alle opere sue, o creati nel medio evo dall'arte 
italiana per decoro e ornamento di pubblici e di privati edifizi; nò dell' altra 
Esposizione della Società Promotrice delle Arti Belle, nelle cui sale, fra mezzo 
a cento dipinti di valenti pennelli italiani, facea di sé bella mostra quello del 
vostro giovane concittadino Gabriele Castagnola, rappresentante in un gran 
quadro ad olio la uccisione proditoria e notturna di Alessandro de' Medici. Che 
dirò poi dell' Accademia letteraria del 15, e della Tornata straordinaria 
dell' Accademia della Crusca nel 16 maggio? Versi e poesie di due donne 
italiane, Francesca Lutti e Laura Mancini ; versi e poesie del Maffei, del 
Cimino, del Raffaelli e del Regaldi, inni, e canzoni, alternate o disposate 
alle melodi del Cortesi e del Camucci, si udirono nella prima. Alla seconda 
preluse con brevi parole 1' onorando vegliardo Gino Capponi; e quindi Sil- 
vestro Centofanti e Atto Vannucci illustrarono e laudarono la vita, e le opere 
di Dante Alighieri, e di Giovanni Battista Niecolini. E acciò nulla mancasse 
alla splendidezza di quella Festa, i pubblici e i privati monumenti, Gallerie, 
Musei, Biblioteche, e quanto raccoglie di più bello e di più raro nel suo 
seno la eulta e gentile Fiorenza, era aperto alla curiosità dei nativi e degli 
stranieri. Né vi fecero difetto gli artefici illustri , i quali col loro nome e 
con nobile gara d'opere onorarono viventi quel dolce toscano nido; e tra gli 
altri il Fedi era laudato pel suo Ratto di Polissena , e nominato il Duprò 
per le due statue di Caino e di Abele, e per la sua Pietà, bel gruppo in 
marmo, raffigurante la desolata Madre dei redenti, che tiene disteso in grembo 
il corpo esamine del suo Figliuolo divino, e con tale materno e ineffabile 
dolore nel di lui volto si affisa , che spremendoti dal ciglio le lacrime ti 
sforza ad esclamare: E se non piangi, di che pianger suoli? 

Eccovi, Onorevoli Colleghi, quali furono le Feste, cui per voler vostro 
assistemmo nel Centenario Dantesco. La nostra bandiera , che ora vedete di- 
spiegata in quest' aula, la di cui insegna fu maestrevolmente e generosamente 
ritratta dal valente pennello del nostro egregio collega cavaliere e professore 
Giuseppe Isola, cui perciò dobbiamo, e protesto io qui a nome di tutti inde- 
lebile la gratitudine, fu salutala con molte laudi in quelle Feste, si pel pregio 



( CCLV ) 

artistico del lavoro, che pel grave significato della sua impresa, la quale 
mostra e prova ad un tempo l'oggetto e il fine dei nostri sludi. Inutile sti- 
mammo lasciarla là, dove già sorgono tante durevoli memorie di Dante; nel 
Panteon di Santa Croce, nelle vie, nei Musei, e nello stesso imperituro mo- 
numento testé erettogli dall' Italia riconoscente, superba di tanta sua grandezza. 
La riportammo con noi, per deporta e custodirla, qual sacro ricordo, nel luogo 
stesso in cui ferve sempre assidua l'opera dei nostri studi. Qui essa attesterà 
ai presenti e ai venturi, che noi pure, membri e corpo della Società Ligure 
di Storia Patria, non fummo secondi a nessuno, e presenti al Centenario 
Dantesco 



ONORAMMO L ALTISSIMO POETA. 



( CCLVII ) 



APPENDICE 



La stampa di questo Rendiconto era giunta proprio al suo termine, quando 
fra gli atti del cancelliere Angelo Giovanni di Compiano nell' Archivio di San 
Giorgio, ci avvenne di scoprire una bella lettera autografa di quello Zaccaria 
de' Guizolfi onde è cenno nella nota a pag. cxxvu. Ora questa lettera essendo 
per più ragioni assai importante, e valendo a rassicurarci pienamente ri- 
guardo al cognome ed alla patria di Zaccaria , ci è sembrato utile di qui 
riferirla. 

(Extra) Magnificis et spectabilibus dominis Protecloribus Gomperarum 
sancii georgii excelsi Comunis Janue. 

(Intus) +. Magnifici et spectabiles domini etc. Za grande tempo de' aveire 
inteizo la Magnificencie vestre de la perdita de lo mio castelo de la Matrega 
e come eo scampato tutti li mei populi e retirati chi in Campagna in Insula 
nostra Matrice . e vegando li turchi molto sercare da perseguirne deliberai 
de vegnire a le Magnificencie vestre per via de Velachia e come foi instrato 
in quelo locho sono stato derobato da lo segnor Stefano Vaivoda yta et taliter 
che vegandome cossi nudo no avi deliberacione de seguire lo mio viagio. E 
sono ritornato chi za agni fa apud li miei populi cum li quali e vivo e fin 
a chi inseme cum loro o corsiato alquanto questi turchi perchè per la gra- 
fia de Dio li diti mei populi sono bene disposti e varenthomi ancora eo re- 
coverato de li altri populi cossi de la Copa corno de altri siche me trovo da 
caze clxxx in circha. E perchè sono alla Campagua sine ullo fortilicio e que- 
sti signori gotici continue me mangiano e si è de bezogno che se gè daga 
vogiando cum loro bene stare no posando fare altramenti me ano redato a 
tale termine che certo me posso pù pocho mantegneire in queste parte in le 
quale stava volentera per amore de la patria e de la republica e a vedeire 
se Dio ne dava cum el tempo qualche gralia e maxime che grande intendi- 
mento semper eo havuto e habio cum lo Imperadore e cum lo signore Emi- 
nech, perchè aviso le Magnificencie vestre pregandole che vogiano danne al 
presente subsidio de ducati Mille perchè dagandome questo subsidio me porrò 



( CCLVIII ) 

ancóra mantegnire chi por qualche tempo a vedeire se Dio ne vorcsse dare 
de la so gratia. Da li miei pontili po